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Full text of "Annali della città di Padova"

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ANNALI 

DELLA 

CITTÀ DI PADOVA 



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OPERA POSTUMA 



dell' ab. dotl 

GIUSEPPE GENNAKI 



PARTE TERZA 
DALL' ANNO 1256. FINO ALL' ANNO 1318. 



0*0*0*0 






B A S S A N O 

DALLA TIPOGRAFIA REM ONDI NI 
M D C C C I V. 

CON REGIA PERMISSIONE. 









PREFAZIONE 

DELL' AUTORE 



M, 



olte cose avvengono nella vita de' mortali , per cui 
tu tralasci di fare ciò che avevi nell' animo , e per con- 
trario fai quello , che in nessun modo volevi fare • Così 
• è intervenuto anche a me, che per quanti stimoli mi sia- 
no stati dati ne* miei anni migliori, acciocché prendessi a 
tessere la storia della nostra Città , ho sempre ricusato 
costantemente. Non già che l'argomento mi dispiacesse, 
o che sino dalla prima età non avessi amato la storia pa- 
tria , ma perchè giudicava che sorpassasse di molto le 
mie debili forze. Come, diceva trame, intraprendere un' 
opera laboriosissima , che non un uomo solo , ma molti 
insieme potrebbe stancare ? Padova che negli alti e ne' 
bassi secoli ha primeggiato sopra molte città d'Italia; che 

ha 

/ 

546536 



iv PREFAZIONE 

ha i suoi principj nascosti nel buio de tempi eroici ; ami- 
ca prima ed alleata , poi suddita de' Romani ; soggetta a 
svariate vicende sotto i regnanti d' Italia ; oppressata e 
incendiata da' barbari non una volta ; stata sede d' una po- 
tente repubblica , indi di Principi generosi e magnificenti ; 
madre e nutrice di tanti uomini illustri per egregi fatti e 
per lettere ; frequentata per le sue acque termali sino dalf 
età più rimote ; celebre in ogni parte d' Europa per la sua 
antica Università ; riguardevole per la Vescovile sua Chie- 
sa piantata ne' tempi apostolici, come si tiene, e per le 
grandiose opere di alcuni de' suoi Pastori ; ricca per l' am- 
piezza ed ubertà del suo territorio; operosa ed industre 
per le sue manifatture , poteva sgomentare ogni animoso 
scrittore , non che me timido di natura e pusillo . 

Si aggiunga che a voler parlare esattamente di essa , 
conveniva correggere ad ogni passo non pochi sbagli de 
precedenti scrittori , i quali per mancanza di buona criti- 
ca , o per soverchio attaccamento ad incerte nazionali tra- 
dizioni non rare volte favoleggiarono, male interpretan- 
do i vecchi monumenti che hanno sopravanzato le ingiu- 
rie 



DELL 9 AUTORE. v 

rie del tempo . Oltre a ciò a dire come in alcuni grandi 
avvenimenti sieno andate le cose s incontravano scogli pe- 
ricolosi ; che per nessuna arte di bussola , o di timone si 
sarebbero potuti evitare senza tradire la verità . Non è 
però che qualche cosa io non abbia scritto di tempo in 
tempo ad illustrazione della nostra Città, e gli scritti da 
me pubblicati, e quelli che restano ancora inediti, fanno 
prova che se io non ebbi cuore di accingermi alla grand' 
opera , che mi si voleva addossare , ho procurato tutta- 
via d' illustrare qualche punto della nostra storia , e per- 
ciò ho trattato ogni anno in questa regia Accademia di 
materie Padovane , disposto a seguire sempre il medesimo 
stile . 

Tale era il mio divisamento , quando sopraggiunti i dì 
tenebrosi della rivoluzione v' ebbe chi cominciò a stringer- 
mi e sollecitarmi in tutte le guise , acciocché mettessi 
mano a scrivere la storia della mia patria , e così effica- 
ci furono e persuasive le lor parole, che io, nulla valen- 
domi le scuse della mia vecchia età , dovetti cedere , pro- 
mettendo che avrei incominciato il lavoro, purché conce- 
duto 



ti PREFAZIONE 

duto mi fosse di prendere il principio dalla morte di Er c 
reclino . Mi parve opportuno cominciar da quel tempo , in 
cui la nostra Città prese in più stabil modo forma di re- 
pubblica, perchè vedessero i miei cittadini che tal guisa 
di governo , attese le passioni degli uomini , non poteva 
lungamente durare . Un' altra, ragione mi mosse a lasciare 
da parte le più antiche memorie , e fu quella di mino- 
rare , quanto era possibile , la fatica , conoscendo ben io 
che non era soma dalle mie spalle ripescare ne 9 tempi o- 
scuri le prime origini , ciò che dietro il mio esempio più 
robusti omeri , che i miei non sono , potranno fare . 

Ora in mezzo alla noia di que' giorni degni sol di ob- 
blivione avendo condotto a fine la storia che abbraccia il 
tempo trascorso dalla morte di Eglino alla elezione di 
Giacomo il Grande da Carrara a Signor di Padova , io 
ve la presento , o cortesi Lettori , come un pezzo che 
può stare da se. Qualunque essa sia, è scritta senz' amo- 
re e senz'odio, e se le mancano gli ornamenti dell'arte, 
non le manca certamente il pregio della verità» Minute 

e poco memorevoli vi parranno per avventura alcune co- 
se 



DELL AUTORE. 



VII 



se da me raccontate , ma io , non amplificatore , ma sto- 
rico le ho riportate affinchè non paresse che avessi volu- 
to nasconderle . Sempre poi che mi venne a proposito ho 
addotto esempj e fatti de' tempi antecedenti , sperando che 
ciò potesse esser grato a chi vorrà leggere queste carte . 
Proseguirò > permettente Dio , il racconto sino a quel tem- 
po , in cui Padova dopo strane vicissitudini , e aspri av- 
venimenti si assoggettò al dominio dello Scaligero. 



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s 



penta la tirannide di Ezzelino , che per molti anni asprissimo 
governo aveva fatto di Padova , cominciò ella subito a respirare dalle 
passate calamità . Il popolo impazzava per allegrezza vedendosi quasi 
come per miracolo finalmente sottratto dall' ugne di quel fìerissimo mo- 
stro , che tanti nobili e popolari avea messi a morte , tante torri e pa- 
lagj , ornamento della Città , diroccati , tante chiese e monisterj spoglia- 
ti di loro rendite, tanti cherici e frati o lasciati morire di puzzo e di 
fame in oscure prigioni , o per altre crudeli guise martoriati ed ucci- 
si . Ma ben presto lo stesso popolo , sfogata la interna letizia , passò , 
non a sommossa di alcuno , ma spontaneamente e quasi ispirato dal 
cielo ad un eccesso di penitenza e di compunzione . Racconta il Mo- 
naco Padovano che a quel tempo cominciò in Perugia il popolo a fla- 
gellarsi pubblicamente nudo sino alla cintola , andando a processione 
per la Città a piedi nudi , piangendo e gridando misericordia , tutti 
senza distinzione di grado o di età ; e le matrone stesse , e le tenere 
dilicate donzelle nelle loro case in somiglianti atti di penitenza viril- 
mente si esercitavano . Il qual costume , ond' ebbero origine le Com- 
pagnie de' Battuti , si propagò indi rapidamente in molte parti d' Ita- 
lia , e principalmente tra noi , e non pure nella Città , ma nelle ca- 
stella e nelle ville eziandio ; e da esso a detta dello Storico ne nac- 
quero molli beni , cioè riconciliazioni di vecchie nimistà , remissioni 
delle offese , conversioni d' usurai e di peccatori . 

Dopo la morte del buon Vescovo Iacopo Corrado avvenuta nel AJf . IZ * 6 
1239. vacò lungamente la nostra Chiesa, colpa del tiranno Ezzelino, 
che ne aveva occupato i beni , e solamente nel 1266. Gio. Forzate 
Padovano , eletto Vescovo cinque anni avanti , potè pigliarne la pos* 
sessione . Fu molto opportuna la venuta di lui , uomo dotto , eloquen*. 
te , e d' incorrotti costumi , per riformare il Clero ed il popolo , e rior- 
dinare le cose ecclesiastiche , le quali per la tirannia precedente erano 
assai male arrivate . I Cittadini poi ad imitazione del loro Vescovo 
pensarono concordemente al buon governo della Città , e chiamarono 
a Podestà Marco Quirini Veneziano . E noto che le Città Italiane , 
e le Lombarde principalmente , dopo la pace di Costanza , e alcuna di 
esse anche prima , non contente né paghe de' Consoli , che si sceglie- 
vano tra' Cittadini , aveano introdotto il costume d' invitare uno stra- 
Parte III. A nie- 



ANNALI DELLA CITTA* 



an. 1256 ni ere probo e assennato che le reggesse col titolo di Podestà . La se- 
rie stampata de' nostri comincia all'anno 1176, ma non è senza no- 
tabili errori , come ho potuto osservare . 

Ora i Podestà insieme cogli Anziani della Citta , magistrato princi- 
pale, esaminavano le proposte di tutti i pubblici affari prima che fos- 
sero portate ai Consigli , de' quali non occorre eh' io parli , avendone 
pienamente trattato il Sigonio , e per ciò che a noi appartiene , P Or- 
saio nella sua Storia . Dirò solamente che il nostro Podestà dopo aver 

an. 1258 terminato il suo Reggimento , che un anno ne' primi tempi , e di poi 
sei mesi soli durava , doveva fermarsi otto giorni per attendere il Sin- 
dacato , che uomini eletti dal Consiglio facevano della sua reggenza ; 
e se a caso fosse stato condannato , non poteva di qua partirsi innan- 
zi che avesse pagato la multa impostagli , per la qual cosa entrando in 
possesso della carica dava una sicurtà di mille marche d' argento : uti- 
lissima legge per impedire eh' egli non abusasse la sua autorità , e adem- 
piesse fedelmente gli articoli da lui giurati . 

Tra le cose notabili che accaddero nella nostra Città a questo tem- 
po , una si fu che sotto la podesteria di Matteo da Correggia Citta- 
dino di Parma, ( 12 58. ) alla parte occidentale, dove prima non era 
che un argine con ampia fossa , contro il quale fece inutili sforzi Ez- 
zelino , allorché venne per racquistare Padova , fu edificato un grosso 
muro a più sicura difesa . Succeduta intanto anche la crudele e spie- 
tata morte di Alberico fratello del Tiranno, che nel Castello di S. 
Zenone nella rocca di Romano con tutta la sua famiglia s' era rinchiu- 
so , inutilmente sperando di tenersi in quel luogo forte , o di trovare 
pietà e perdono ne' suoi nemici ; i Bassanesi che lungamente vissuti 
erano sotto il duro servaggio della casa da Romano , trovandosi liberi 
A *. 1259 si diedero ai Padovani; e il dì 19. di ottobre Ì2S9. nella campagna 
presso Bassano fu stipulato 1' instrumento di dedizione , promettendo 
Gregorio Patriarca di Aquileia , e Guido da Monlefogliano nostro Po- 
destà di mantenerli sotto la protezione del Comune di Padova , e nel 
possesso di tutti i beni , privilegi e consuetudini che godevano , e m 
tutte le ragioni e diritti loro . 

Non andò guari di tempo che con atto di umanità singolare la Re- 
pubblica Padovana perdonò a que' Cittadini , che ostinatamente seguito 
avevano il partito di Ezzelino , e perciò vivevano sbandeggiati e pro- 
scritti , e permise loro di tornare alla patria . Un altro affare tenne 
allora occupati gli animi . La Casa da Romano possedeva molti beni 
allodiali ne' territorj di Padova , Vicenza , Trivigi , e Verona , che per 
la morte degli ultimi due fratelli non avevano padroni certi e legitti- 
mi . Collegatesi pertanto insieme le sopraddette Città decretarono con 
pubblico islrumento , che tulle quelle possessioni appartenessero a loro } 
né si dovesse rendere ragione a chi per qualche titolo le domandasse. 
Dura cosa a dir vero , e non secondo i dettami dell' equità e della 
giustizia, ma in tempi meno barbari che quei non furono imitata e 

se- 



ni Padova. 3 

seguita j come a suo luogo vedremo : tanta è sempre stata negli uomi- AN . ìZS9 
ni P avidità della roba altrui . 

Non è da tacersi che in questo tempo medesimo i Canonici allato 
della Cattedrale fabbricarono , o innovarono come io credo la Chiesetta 
di S. Gio. Batista , ove riporre il fonte battesimale ; la quale cento an- 
ni dopo dalla pietà di Francesco Vecchio da Carrara , e di Fina 
Buzacarina sua moglie fu ornata di pitture per mano di Giusto de' 
Menabuoi Fiorentino. V'ebbe chi scrisse, pochi anni sono, che sino 
all'anno 1260, quando il battisterio fu fabbricato, era in vigore 1' an-' AN , I2 $ " 
tica disciplina, secondo la quale tutti i fanciulli della Città e delle vil- 
le vicine si portavano alla Cattedrale per esservi battezzati . Ma ciò 
non è vero . Imperciocché sebbene fino all' undecimo secolo le sole 
Cattedrali fossero vere parrocchie , dove il battesimo e la penitenza sì 
amministravano ; tranne Roma e Alessandria , nelle quali due Città al- 
tra costumanza s' era introdotta ; contuttociò in progresso di tempo an- 
che le Chiese minori , che Cappelle , Oratorj , e Basiliche si chiama- 
vano cominciarono ad avere il fonte , e perciò dette furono sussidia- 
ria; et succursales . Così fu anche presso di noi , come potrei provare 
con alcune testimonianze del i2o5. che tralascio per amore di brevi- 
tà . Gioverà non pertanto ad altrui disinganno aver ciò notato . 

Interessante cosa è stata sempre per la nostra Città l' Università de- 
gli Studj . Essa , checché sia stato detto e stampato , ebbe il suo prin- 
cipio nel 1222. per opera massimamente del nostro Vescovo Giorda- 
no , e ben presto , provveduta di eccellenti Maestri, salì a tanta ripu- 
tazione , che potè chiamare dalla Germania il celebre Alberto Ma- 
gno , il quale, mentre qui attendeva agli studj, vestì l'abito di S. Do- 
menico . Molto sofferse per la tirannia di Ezzelino , nemico d' ogni 
maniera di lettere , ma non fu estinta del tutto , come altri credette , 
trovandosi in quegli anni infelici qualche menzione di scolari e di pro- 
fessori . Appena però che rimase libero il nostro Comune , essa a nuo- 
va e miglior vita risorse , ed ebbe a suo primo Rettore insaldo Spa- 
gnuolo , al quale concedute furono illustri preminenze e prerogative . 
Anche a comodo degli Scolari fece la Città utili e salutali provvedi- 
menti , onde volontieri qua concorressero , e agiatamente e con sicurez- 
za vi potessero dimorare . 

S' è detto poc' anzi che Bassano s' era messo sotto la protezione de 5 
Padovani con alcune condizioni . Ma Vicenza , che aspirava da gran 
tempo al dominio di quel Castello , non poteva patire che ciò fosse 
avvenuto . E sebbene è credibile che non avesse mai avuto in quelle 
parti giurisdizione , e che fino ab antico la Brenta , limite naturale , 
dividesse i territorj , nondimeno essa metteva a campo pretesti e ragio- 
ni , disposta ancora ad usare le vie di fatto . Il S. Vescovo Fr. Bar- 
tolomeo da Braganze Signore nel temporale e nello spirituale di quel- 
la Città desideroso di por fine a una dissensione , che riscaldandosi 
avrebbe potuto suscitare un gran fuoco , e turbare la tranquillità della 

Mar- 



4 ANNALI DELLA CITTA 

m. izóo Marca , tanto si adoperò colla sua zelante eloquenza che indusse i Cit- 
tadini di Bassano , di Vicenza e di Padova , mediante un compromes- 
so , a rimettere questa differenza all' arbitrio del nostro Podestà Mar- 
co Quirini ; il quale udite le ragioni delle parti sentenziò il dì 9. set- 
tembre alla presenza de' principali Signori della nostra Città , che Bas- 
sano dovesse vivere soggetto a Vicenza , ed eleggersi a Podestà un 
Vicentino con quei patti che neh 1 ' istrurnento si leggono . Questo con- 
cordato però , come si dirà poi , non ebbe lunga durata , e vedremo 
che i Vicentini perdettero per sempre la signoria di Bassano . 

Cresceva intanto Padova in potenza ed autorità , sicché può dirsi 
che primeggiasse sopra le altre di questa Marca . Molte cagioni pos- 
sono aver contribuito a colai sua grandezza . L' ampiezza e fertilità 
del suo territorio, la coltura del lino, di cui grande spaccio facevasi 
anche in rimote contrade , la bontà delle sue lane celebrata sino da' 
secoli antichi , i privilegi e 1' esenzioni accordate ai manifattori , la fio- 
rente Università che tanti stranieri facea qua concorrere, le leggi egli 
statuti con singoiar prudenza dettati , che il quieto e riposato vivere 
mantenevano de' Cittadini . Non maraviglia pertanto se Aldigieri Ve- 
scovo di Belluno e di Feltre, e quasi principe d'ambedue le Città, 
volendo assicurarle dai tentativi de' Trivigiani infesti vicini , cercò la 
protezione di Padova , e domandò d' essere ascritto alla nostra Cittadi- 
nanza ; obbligandosi di ricevere i podestà dal nostro Comune , di ac- 
cordare a' Padovani ne' suoi stati un commercio libero ed esente da 
ogni imposta , e di non fare veruna alleanza senza che ciò dal nostro 
Consiglio gli fosse permesso . Fu egli aggregato con obbligazione di 
edificare un palazzo nella Città , e con quelle medesime condizioni , 
che molti anni innanzi erano state imposte al Patriarca di Aquileia 
Bertoldo principe di ampio stato per somigliante motivo , avendosi dal- 
la Cronaca di Rolandino , che olire i palagj da lui eretti , egli si era 
assoggettato alle nostre colte , e ad ogni nuovo podestà mandava do- 
dici de' principali suoi militi a giurare ubbidienza , costume che ancora 
si osservava a' tempi dello Scrittore .. 

Accadde in quest' anno medesimo che il noslro Comune cresciuto , 
come dicemmo , in potenza risvegliò le antiche sue pretensioni contra 
il Marchese Azzo da Uste, Racconta Rolandino all'anno 121 3. che 
il March. Aldobrandino figlio di' Azzo VI. fu assediato in Este dall' 
esercito di Padova , perchè ricercato più volte non avea renduta giu- 
stizia ad alcuni de' nostri , a' quali erano state tolte da' sudditi di lui 
violentemente le biade , che da Montagnana trasportavano a Padova . 
Fu nell' occasione di quelP assedio che i popolani di S. Andrea di là 
portarono un Leone di pietra , e sopra una rozza colonna a perpetua 
memoria dinanzi la loro Chiesa lo collocarono. Il Marchese obbli- 
gato ad accordarsi dovette allora prendere la Cittadinanza di Padova , 
e sottostare alle fazioni della Città. Ma questa nuova lite, colla quale 
domandavano i Padovani al suddetto Marchese Azzo le castella di 

Este, 



DI PADOVA. 5 

Este, Cero, Calaone , ed altri luoghi non pochi come appartenenti al- AM . £#Ó 
la loro giurisdizione , fu terminata e sopita con un amichevole accor- 
do seguito in Padova il dì 8. di agosto , eh' è riportato dal Muratori 
nella Parte IL delle Antichità Estensi . Aveva , è vero , il Marchese 
in suo favore 1' antico possesso e le investiture degP Imperadori , ma 
stanco egli dalle guerre passate , e sprovveduto di pecunia , piuttosto 
che venire ad aperta rottura colla Repubblica Padovana , amò meglio 
di concordarsi . In vigore di detto accordo fu conceduta al Marchese 
una libera e indipendente signoria sopra le terre e i luoghi , de' quali 
era quistione con alcune condizioni , la principale delle quali si fu che 
il Marchese con tutte le suddette terre e castella soggiacesse al nostro 
Comune negli eserciti e nelle cavalcate , e pagasse a titolo di colta 
quella somma di denaro che sarebbe dal Podestà stabilita . Gli altri ca- 
pitoli si possono leggere presso il Muratori nel luogo citato . Vedre- 
mo che in processo di tempo questi patti furono male osservati , e che 
ì Padovani seppero prevalersi delle occasioni favorevoli per occupare gli 
Stati Estensi . 

Niente di memorabile ci somministrano per la storia i due anni se- AN . x% 6i 
guenti , salvo che la città di Vicenza si collegò colla nostra per man- 
tenere la reciproca quiete , e assicurare a' viandanti e a' trafhcatori le 
strade : e questa lega abbracciarono poi Trivigi e Verona , e ne fu ro- 
gato Y istrumento in Padova il dì 23. di aprile 1262 . Si giurarono 
queste quattro Città una scambievole amicizia e fratellanza , obbligan- 
dosi a conservare il pacifico stato di cui allora godevano . Ma nell'an- AN . 12*3 
no seguente occorse in Padova la celebre traslazione di S. Antonio de- 
gna d' essere qui ricordata . Erano passati 32. anni , dacché il glorio- 
so Santo avea lasciato tra noi la sua spoglia mortale , quando venne a 
Padova Fr. Bonaventura da JBagnorea Ministro Generale dell' Ordine 
Minoritico , poi Cardinale di S. Chiesa , e da' Sisto IJ^. annoverato 
tra' Santi . Desiderando egli di sempre più promuovere il culto del no- 
stro Taumaturgo ordinò la traslazione del corpo di lui all' altare mag- 
giore del nuovo Tempio , che cominciato dopo la morte del Santo già 
era in buona parte compito. Giunto il dì i5. di febbraio egli aperse 
l'arca di marmo, dove giaceva il Santo, e trovato avendo le ossa slo- 
gate e disciolte , e la carne ridotta in polvere, osservò con estrema sua 
maraviglia , che dentro la bocca stava intatta e rubiconda la lingua , 
onde avendola estratta di là , e tenendola nelle mani mosso da sacro 
estro di divozione proruppe in quelle belle parole O lingua benedi- 
ca etc. che anche oggidì si cantano ad onore del Santo , e volle che 
fosse riposta in un ornatissimo Reliquiario . E certamente fu cosa mi- 
racolosa che , dove le altre parti del corpo erano andate in cenere , la 
sola lingua , tanto più facile a guastarsi e corrompersi , fosse restata 
illesa dalle ingiurie del tempo . Crebbe quindi la divozione verso del 
Santo operatore di prodigj e dispensatore di grazie , e da ogni par- 
te del mondo crisi iano vennero , e non cessano ancor di venire do- 
po 



6 ANNALI BELLA CITTA" 

AN.jzó3 po cinque secoli e più riverenti i fedeli a visitar la sua tomba . 
Tranquille erano le cose in Padova , e in questo tempo di quiete 
fu terminato il muro della Città cominciato negli anni addietro , e mol- 
ti utili provvedimenti furono fatti , e quello infra gli altri , che quat- 
tro copie de' vecchi statuti si conservassero ne' quattro monisterj di S. 
Benedetto , di S. Giovanni in Verdara , di S. Maria in Vanzo , e di 
S. Maria di Porciglia . Io sono certo che di molti lumi avremmo per 
la Storia , se alcuna di quelle antiche copie esistesse . Imperciocché è 
credibile , che siccome in Trivigi , così anche in Padova , almeno su- 
bito dopo la pace di Costanza , se non anche prima , i nostri maggio- 
ri pel buon governo avranno emanato leggi e statuti : e forse alcuno 
di quelli che abbiamo sotto la indefinita data avanti l'anno n36. può 
appartenere a quel secolo , ma i compilatori che venner poi non si 
avvisarono di notare il tempo con precisione . E quanto alle nuove leg- 
gi che si andavano promulgando, ordinò il nostro Comune che simil- 
mente di quattro esemplari di esse uno stesse nelle mani del Podestà , 
l' altro appresso il Procuratore , il terzo nella Chiesa del Palazzo , e il 
quarto tra' libri del pubblico : e di esse leggi , ove mi cada in accon- 
cio , farò uso nel corso di queste Memorie . 

Ma la pace , di cui godevasi in Padova , era turbata oltre modo in 
Vicenza da civili discordie , essendo quella Città lacerata dalle pazze 
fazioni de' Guelfi e de' Ghibellini , i quali erano stati cacciati dalla for- 
za preponderante de' Guelfi . Non potendo però quel Comune da se 
solo far fronte alle armi de' fuorusciti , che avevano occupato i princi- 
pali luoghi del territorio , e minacciavano di sorprendere la città , non 
trovò altro scampo alla sua salute , che ricorrere alla protezione della 
Rep. Padovana di genio Guelfo , la quale assai di buon grado colse la 
felice opportunità di por piede in Vicenza . Essa vi mandò subito una 

grossa banda di milizie ricevuta a braccia aperte da' Vicentini , e fu ad 

AN.1254 esse affidata la difesa e la custodia delle fortezze . Fu congedato Gia- 
cobino Trotti Podestà stretto congiunto del nostro Cardinal Paltenie- 
ri , sebbene ardentissimo Guelfo , e in luogo di lui fu surrogato da' 
Padovani Rolando di Englesco , il quale per confessione de' medesi- 
mi Vicentini fece un ottimo reggimento . Ciò avvenne nel fine di gen- 
naio del 1264 • 

Bollivano in questo mezzo de' gravi contrasti tra Vicenza e Bassa- 
no . Si volevano costringere i principali de' Bassanesi a fabbricare delle 
case in quella città dopo che a spese del Comune vi avevano eretto 
un palagio . Ciò per verità era contrario ai patti ; ma per quante scu- 
se e ragioni sapessero addurre i cittadini di Bassano , i Vicentini non 
si acquetavano , ostinatamente insistendo nel loro proposito non senza 
minaccianti parole . In tale frangente si avvisarono i Bassanesi di fare 
ricorso al Comune di Padova, il quale avendo fatto esaminare da uo- 
mini periti nelle leggi lo stato della quistione , dopo aver conosciuto 
che Vicenza si aveva il torto , con replicate ambascerie , e colla inter- 

po- 



DI PADOVA. 7 

posizione di alcuni capi delle Religioni ottenne finalmente, che i Bas- AN . 1265 
sanesi non fossero più molestati . L' autorevole mediazione de' Padova- 
ni fu allora la salute di quel municipio . 

Se Y Englesco governò Vicenza con somma saviezza e moderazio- 
ne, tale non è stato Gabriele di Guidone de Negri , che gii succe- 
dette nella podesteria . Rigido egli e severo imprigionò molti de' più 
potenti cittadini , e gli avrebbe tratti di vita , se Guidone Co. di Vi- 
cenza non si fosse validamente opposto al suo crudele disegno . Ad 
ottenere la liberazione di que' nobili carcerati fu spedito a Padova il 
Co. Egano d' arzignano , che presentatosi al Consiglio animosamente 
parlò , rinfacciando a' nostri che non tenevano i patti , e che gli ba- 
stava il cuore co' suoi uomini di Arzignano di torre la sua patria dal- 
la protezione de' Padovani . Questo racconto degli storici Vicentini sem- 
pre male animati contro de' nostri non si dee ricevere senza qualche 
eccezione . Sarà stato vero che Gabriele in vece di usare le vie di 
dolcezza per impedire i tumulti in quella partita città , abbia procedu- 
to con più di rigore che forse non conveniva; ma è da credersi an- 
cora che non mosso da vani sospetti , ma per qualche reale macchi- 
nazione abbia incarcerati que' Vicentini . E che in effetto ci fossero 
degli occulti trattati non ce ne lascia dubitare una legge emanata in 
quel torno , che decreta la pena di morte a chi tentasse di levare Vi- 
cenza dall' ubbidienza della Rep. Padovana . Del resto Gabriele de' 
Negri uscito di un' antica famiglia , che diede alla patria parecchi giu- 
dici , era giudice anch' esso , cioè uomo perito nelle leggi , e trovo di 
lui , che negli anni appresso è stato eletto più d' una volta in compa- 
gnia di altri giureconsulti a formare degli statuti ; perchè non è veri- 
simile che nel suo reggimento siasi allontanato dalle regole della giustizia . 

li Conte Egano però , del quale abbiamo parlato , temendo lo sde- 
gno de' Padovani , né punto fidandosi de' suoi medesimi Cittadini , che 
in gran parte seguivano il partito Guelfo , segretamente uscì della Cit- 
tà , e sorpreso avendo il suo castello di Arzignano , che allora era guar- 
dato a nome del Comune , colà entro coli' aiuto de' Ghibellini molto 
ben si fortificò . Non furono lenti ad accorrervi i Vicentini insieme 
co' Padovani , fermi di non partirne finché non fosse espugnato il ca- 
stello y troppo ad essi importando che tornasse all' ubbidienza della Cit- 
tà ; ma tale è stato il valore de' difensori , che tutti gli assalti dati tor- 
narono inutili . Sopravvenne intanto un fastidioso accidente , che ob- 
bligò i soldati Padovani a dare addietro , e tornare alle case loro . 
Bartolommeo de' Macarufi uccise in quest' anno Guglielmo di Saza 
degli Ongarelli , famiglie ambedue nobilissime, e piene di aderenti ed 
amici . Era per iscoppiare una sollevazione nel popolo , che sarebbe 
slata funesta sorgente di gravi mali , se Lorenzo Tiepolo Podestà non 
1' avesse colla sua prudenza felicemente sopita . Suonata la campana del- 
la pubblica torre a martello gli omicidi furono presi , e condannati ai 
supplicio , con che la tranquillità fu rassicurata . 

Ac- 



8 ANNALI DELLA CITTA 

A <s.iz6$ Acchetato il tumulto e vivendosi in pace , molte buone provvisioni 
furono fatte a vantaggio della Città, e gioverà ricordarne ^ alcune . E 
primieramente fu statuito che il Podestà un mese dopo la sua venuta 
insieme con tre Cittadini scelti da ciascun quartiero della Città debba 
fare opera che si mantenga e fiorisca in Padova il Lanificio , già an- 
tico fra noi , dal quale grande utilità se ne ritraeva . Si pensò ancora 
a riformare gli spedali , che molti erano dentro e fuori della Città se- 
condo la pia consuetudine di que' tempi , chiedendosi al Vescovo sopra 
di ciò aiuto e consiglio. Ma notabile assai mi pare la legge fatta so- 
pra de' giudici . Si stabilisce cori essa che nessuno sia ricevuto nel Col- 
legio de' giudici , né ammesso ad esercitare verun officio , se prima non 
abbia provato dinanzi al Podestà, e ai Gastaldi del Collegio di avere 
i necessarj libri legali , e di avere studiato per sei anni le leggi , e di 
averne almeno venti d' età ; ed innoltre sia costumato e dabbene : in- 
caricandosi gli elettori con loro giuramento di non approvare alcuno 
che non fosse idoneo , e di rimandarlo alle scuole , se fosse tale , af- 
finchè con nuovo studio abile diventasse . Convien credere che su que- 
sto proposito si fosse introdotto qualche grave disordine , quando è sta- 
to mestieri emanare la suddetta legge . 

Il Tiepolo podestà molto attivo ebbe a cuore anche il palazzo della 
Ptagione # e vedendo che dalle brutture degli uomini non meno dentro 
che sopra le scale veniva sozzamente imbrattato , comandò insieme co- 
gli anziani , che vi fosse deputato un custode , il quale vegliasse per 
impedire cosiffatte schifosità , e additasse a tutti un luogo appartato , 
ove ciascuno potesse fare i suoi agi . Ma lasciando altri statuti in di- 
verse materie , che danno a vedere la saggezza de' nostri antichi Le- 
gislatori , mi piace di ricordarne uno, che fa molto onore alla pietà 
de' nostri maggiori ; statuto che dovrebbe chiudere la bocca a qualche 
scrittore de' nostri giorni . Io lo riporto qui fedelmente volgarizzato . 
„ Podestà Lorenzo Tiepolo l' anno 1 265 . Ad onore dell' onnipotente 
„ Dio , della beata Maria vergine , e del beato Antonio Confessore 
„ per il buono stato del Comune di Padova si stabilisce , che il Co- 
„ mime di Padova ogni anno debba dare e spendere quattro mille li- 
„ re nella Chiesa e lavoro della Chiesa del beato P. S. Antonio , fìn- 
5 , che sia riedificata e compita ; e a ciò fare si eleggano due buoni e 
? , leali massari soprantendenti al lavoro insieme con un frate , ed essi 
5, debbano avere un libro , e il frate un altro , ne' quali libri si scri- 
„ vano d'accordo tutte le spese. E di queste sieno tenuti ogni anno 
„ di render conto al Podestà e agli Anziani , presente col suo libro il 
,, predetto frate . E di esse quattro mila lire una metà si paghi nelle 
„ calende di marzo , e 1' altra metà dentro il mese di luglio " . In gra- 
zia di tanto generosa annuale contribuzione io sono d' avviso che il 
nostro Comune abbia acquistato il diritto di padronanza sopra quella 
Basilica , che per alcuni secoli esercitò , come autentici monumenti ne 
fanno fede . Sarei troppo lungo se tutti annoverare volessi i saggi or- 
di- 



D1VAD0VA. 9 

ornamenti , che uscirono da' nostri Legislatori nel Reggimento del Ti e- AN . iZ 6 5 
polo . Ma non posso passare sotto silenzio , che fu decretato sotto di 
lui doversi lastricare le strade della Città, e de' sobborghi , ed aprir- 
sene al di fuori una nuova da S. Prosdocimo a Montegalda , eh' è il 
confine del Vicentino , con un ponte sopra la Tesena , la quale strada 
non era tagliata allora dalla Brentella , come fu poi . Ne si trascurò 
la materia de' ponti e degli argini , e de' ripari da farsi in occasione 
ài squarciamenti , né la scavazione degli alvei interrati per agevolare la 
navigazione e il commercio , di che ho sufficientemente parlato nel mìo 
libro dei Corso de' Fiumi ce. 

Dopo la estinzione della Casa da Romano molto era scaduto di for- 
za e di autorità il Ghibellinismo in queste parti d' Italia , ma in quest' 
anno di cui si parla , e più nel seguente ricevette un grandissimo crol- 
lo . Manfredi Re di Sicilia sosteneva ancora il vacillante partito , sic- 
come discendente dalla casa di Svevia , ond' esso ebbe origine , ed ave- 
va fautori e seguaci in alcune città della Lombardia , ed era perciò cor- 
dialmente odiato dai Papi . A distruzione di lui Urbano IV ", e poi 
Clemente IV suo successore chiamarono in Italia Carlo d' Angiò Con- 
te di Provenza, e fratello di S. Lodovico Re di Francia, esibendogli 
il regno di Sicilia e di Puglia , che per diritto apparteneva all' infelice 
Corradino figlio del fu Re Corrado . Calò dall' alpi nella state di quest' 
anno avviandosi a Roma , dove Carlo era giunto per mare , il fiorito 
e numeroso esercito di lui , giacché per ingrossarlo i Papi avevano ban- 
dita la croce contra lo sventurato Manfredi , e molte delle nostre Cit- 
tà furono pronte ad unirsi con esso per l' acquisto di quel Reame . 
Non è di quest' opera il raccontare i successi di quella guerra eh' eb- 
be fine colla morte di Manfredi ; e perciò solamente mi piacque toc- 
carla , perchè Padova dichiarassi anch' essa a favore di Carlo , benché 

non si sappia se abbia mandato truppe a soccorso di lui . Ciò eh' è 

certo si è che nel 1266, a' i3. di marzo fu tenuto un congresso in an. izóó 
Milano , al quale intervennero i Signori dalla Torre padroni allora di 
quella Città , Lodovico Conte di S. Bonifacio Signor di Verona , e gli 
Ambasciadori del Marchese Obizzo d' Este , del March, di Monferra- 
to , e del partito Guelfo delle Città di Mantova, Ferrara, Bologna, 
Modena, Reggio, Lodi, Como, Novara, Vercelli, Brescia, Padova, 
e Trevigi , e si obbligarono- con giuramento a difendere e sostenere la 
parte Guelfa . 

Non si ha che all' accennata adunanza sieno intervenuti anche i 
Veronesi ; ne è da farsene maraviglia , perchè Mastino dalla Scala 
Capitano generale del popolo di Verona era fautore de' Ghibellini , e 
proteggeva con danaro e con arme i fuorusciti di Vicenza , i quali a 
dispetto de' Guelfi avevano occupato alcune castella del territorio . Quin- 
di si accese il fuoco d' un' asprissima guerra , che il Card. Simeone 
de' Pattati ieri Legato apostolico nelle parli di Lombardia procurò di estin- 
guere , e gli venne fatto di condurre le parti guerreggianti a trattati di 
Parte III. B pace . 



IO ANNALI DELLA CITTA* 

an. n66 pace . Fu scelto a luogo del congresso il castello di Montebelluna , e 
a mediatrice la Comunità di Trivigi . Si unirono colà i deputati di Ve- 
rona , di Padova , e di Vicenza , e trattarono delle loro controversie ; 
ma niente potendosi conchiudere per la durezza delle parti , che sta- 
vano ferme nelle loro pretensioni , il congresso fu sciolto , e la guerra 
si rinovò . Erano dispari le forze , e mal potevano i Vicentini resiste- 
re agli estrinseci Ghibellini , che avevano seco il flore delle milizie Ve- 
ronesi : anzi accadde che mentre essi erano andati all' assedio di un 
castello presso di Schio , i fuorusciti colle truppe dello Scaligero si pre- 
sentarono alla Città , e poco mancò che non se ne impadronissero . 
Tale però fu la confusione e lo spavento del popolo , che senza met- 
tere tempo in mezzo ricorsero di nuovo al Comune di Padova , e con- 
gregato il Consiglio nel dì 20. di settembre diedero se e le cose loro 
in piena balia de' Padovani , contuttoché il Podestà Marco Quirini non 
approvasse così precipitoso partilo , rimostrando a que' Cittadini che le 
cose non erano ancora giunte all' estremo , potendosi ancora validamen- 
te difendere la Città . 

Ognuno può invaginarsi da se quanto grande sarà stata F allegrezza 
del popolo Padovano per avere ampliato il suo dominio coli' acquisto 
di sì bella Città . Il nostro Podestà Iacopino de' Rossi andò subito con 
grosso esercito a soccorso de' Vicentini , e vi andò col carroccio , se 
prestiamo fede alle cronichelte , che si leggono dietro la storia di ifo- 
landino . Era il Carroccio un gran carro tutto dipinto , e tirato da al- 
cune paia di buoi coperti di porpora . Nel mezzo di esso sopra un* 
antenna sventolava lo stendardo coli' arme del Comune , e sopra di esso 
e d' intorno , quando si andava in oste , stavano i più forti e prodi 
guerrieri , che alla vista di quella insegna acquistavano maggiore ardi- 
mento e coraggio . Si riputava ignominia e disonore grandissimo il 
perderlo in un fatto d' arme , e per contrario immensa gloria prendere 
quello degli avversar) . L' uso , che poi si propagò fuor d' Italia , ne 
cominciò dopo il mille ; ma nel secolo XIV. essendosi introdotta nuo- 
va foggia di guerreggiare , F usanza ne fu dismessa . Il nostro , di cui 
può vedersi un' imagine nelF Orsato , e nel P or tenari , chiamavasi Ber- 
ta , siccome anche quello de' Cremonesi , ma non per la ragione ad- 
dotta da Roìandino , il quale scrive con molta bonarietà , che abbia 
ricevuto tal nome da Berta moglie del Pie Corrado, perchè questa 
regina aveva impetrato a' Padovani da suo marito che vivessero liberi , 
e potessero rifare il loro carroccio già distrutto da aditila . Tutte fa- 
vole : il vero si è che liberata Padova dalla tirannia di Ezzelino fu 
trovato il carroccio guasto e marcito , come attesta Roìandino , testi- 
monio di veduta, e che in quest'anno fu di nuovo rifabbricato. 

Andò il nostro esercito , come s' è detto , a Vicenza , e rinforzato 
dalle milizie di quella Città pose F assedio ai castello di Lonigo , che 
sebbene guardato dalle genti valorose dello Scaligero , tanto aspramen- 
te fu combattuto , che alla fine dovette arrendersi ; dopo il qual fatto 

le 



DI PADOVA. II 

le due armate insieme unite, essendo la stagione avanzata, tornarono AN . 2266 
indietro . Credettero i Vicentini , che quel castello sarebbe consegnato 
al loro Comune , ma i Padovani imperiosamente se lo ritennero , e 
convenne recarselo in pace , poiché tutte le fortezze erano nelle loro 
mani , e innoltre per meglio rassodarsi nel novello dominio due ne fab- 
bricarono nella città mettendovi buon presidio . Enrighetto Capodi- 
vacca vi fu mandato per Podestà , e prese le redini del governo il gior- 
no di S. Martino, essendo stato accommiatato il Querini . Degno mi 
pare di essere ricordato il modo che tenevano i nostri nell' eleggere il 
Podestà di Vicenza . Raunato il maggior Consìglio si mettevano in 
un'urna quaranta brevi , cioè dieci per quartiero , e quegli a cui fosse 
toccato il breve , diventava elettore , od un altro nominato da lui . Co- 
testi quaranta elettori si chiudevano nella Chiesa del Palazzo , situata 
nel bel mezzo della Sala della Ragione , la quale in que' dì era divisa 
in tre sale minori ; e si accendevano una dopo V altra due candele da 
due dinari , e mentre ardevano , tre cittadini buoni ed idonei con voti 
segreti eleggevansi , ma nessuno che fosse di quel numero ; e pognam 
caso che non avessero eletto prima che si spegnessero le candele , era- 
no condannati a pagare cento soldi per uno, e privati della facoltà di 
eleggere quella volta , succedendo in vece di essi altri quaranta elettori . 
I tre eletti poi erano estratti a sorte , e se il primo avesse rinunciato 
il carico , entrava il secondo in luogo di lui , e così il terzo in luogo 
del secondo . Tutta la Coite dell' eletto doveva essere formata di Cit- 
tadini Padovani , e se egli non fosse stato cavaliere addobbato , avanti 
di prestare il giuramento , era tenuto a ricevere il grado di cavaliere . 
Aveva tre mila lire di salario (il nostro ne avea quattro mille), e da- 
va una malleveria di mille marche di argento al Comune di Padova . 
Tornando al Capodivacca egli si adoperò in guisa che Vicenza rimase 
contenta di lui , e spento o rintuzzato il fuoco delle fazioni godette 
dentro e fuori di uno stato tranquillo . 

Nell'anno seguente 1267. addì 3i. di gennaio avvenne la preziosa an. 11*7 
morte del B. Antonio Pellegrino , del quale toccherò qualche cosa , 
pregando i benigni lettori che mi sìa conceduto di poter frammischia- 
re a queste Memorie di Storia civile qualche fatto di Storia Ecclesia* 
stica . Nacque egli della nobile famiglia de' Manzi , che aveva le sue 
case nella contrada di S. Pietro , e ispirato dal Signore abbandonò gio- 
vanetto gli agi della casa paterna , e in abito di pellegrino visitò limo- 
sinando i principali Santuari d' Europa , sempre macerandosi con peni- 
tenze e digiuni: indi tornato a Padova visse alcun tempo in qualità di 
oblato o converso nel monistero di S. Maria di Porcìglia posto fuori 
della Città , monistero doppio d' uomini e di donne della Congregazio- 
ne degli Albi, ed ivi in fresca età si morì; e piacque a Dio di mo- 
strare per lui stupende grazie e miracoli , che in autentica forma furo- 
no registrati . Ad onore di esso pochi anni appresso la sua morte de- 
cretò il nostro Comune, che il dì 3i. di gennaio fosse festivo, e che 

il 



12 ANNALI DELLA CITTA" 

an. 1267 il Podestà cogli Anziani e i gonfaloni dell' Arti dovessero andare ogni 
anno processionalmente a visitare le sue reliquie . Demolito poi quel 
Monistero nella generale spianata del 1 5og. le Monache già molto pri- 
ma separate da' Monaci andarono vagando parecchi anni per varj luo- 
ghi della Città , finche aiutate dalla pietà de' fedeli poterono fabbricarsi 
nella contrada dell' Arzere un Convento colla sua Chiesa , nella quale 
collocarono le ossa di quel Beato , e quelle ancora del B. Compagno 
morto in odore di santità , che fu il primo priore del Monistero sud- 
detto . 

Oltre a ciò che abbiamo detto niente ci ofTre quest' anno da dirsi , 
se non che le Città di Padova , di Vicenza , e Trivigi si collegarono 
insieme , promettendosi a vicenda assistenza ed aiuto per conservazione 
della quiete e della concordia, e da questa lega fu esclusa Verona , sic- 
come quella che persisteva nel voler essere Ghibellina . Lo strumento 
fu stipulato in Padova il dì 12. di settembre alla presenza de' tre Po- 
destà , e de' Sindici a ciò deputati ; e per questa colleganza grandi al- 
legrezze furono fatte . Si vede che i Padovani amavano di vivere in 
pace co' loro vicini , perchè F anno innanzi d' accordo co' Trivigiani 
stabiliti avevano alcuni patti ed ordinamenti per impedire le rappressa- 
glie , costume barbaro di que' tempi , e per dare un corso più pronto 
e più speditivo agli atti di giustizia nelle querele , che da' due respet- 
tivi popoli fosser date . E questi patti si leggono nel L. IV. dell' an- 
tico Statuto , che si conserva nell' archivio della nostra Città . 

Era in questo tempo il partito Guelfo dominante in Italia , dappoi- 
ché il Re Carlo avea vinto e superato l' esercito di Corradino , il 
quale dalla Germania era calato in Italia a sommossa de 9 Ghibellini per 
ricuperare il regno di Sicilia e di Puglia a se giustamente dovuto co- 
me ad unico rampollo della Casa di Svevia , che con tanto sangue F a- 
vea conquistato sopra de' Saraceni e de' Greci . Cadde F infelice giova- 
ne per sua gran disavventura nelle mani del Re nemico , il quale con 
inaudita crudeltà , che gli stessi Storici Francesi disapprovarono , lo fe- 
ce dicollare in Napoli sopra di un palco , perchè grande infamia ne 
venne al suo nome , e non lieve scapito a' suoi interessi . La morte di 
questo Principe abbassò tanto il partito de' Ghibellini , che allora per- 
dettero ogni speranza di maggioreggiare in Italia . Lieto e superbo il 
Re Carlo della sua vittoria ne diede avviso circolarmente alle Città Ita- 
liane del suo partito , e il Muratori nelle sue Dissertazioni pubblicò la 
lettera di lui indiritta al Podestà e Comune di Padova . 

Frattanto in Vicenza si erano cambiate le cose , e il fuoco delle ci- 
vili discordie sopito, ma non estinto, cominciò a divampare . I Ghibel- 
lini si perseguitavano apertamente , ed Egano d' *é.rzignano , uno de' 
loro capi , di cui s' è parlato sopra , rimase ucciso , né la sua morte 
fu vendicata , né gli uccisori puniti . Perciò la signoria de' Padovani co- 
minciò a parere grave ed insopportabile a' Vicentini , ormai pentiti di 
aver perduta la libertà , della qual cosa a non dubhj segni avvedutosi 



DI P A D O V A . l3 

Il nostro Comune non tralasciò verun mezzo per guarentirsi contra AN . l2 e 7 
ogni sorpresa e rivoluzione . Ad accrescere il dispiacere de' Vicentini 
si aggiunse la perdita che fecero di Bassano , la quale come accadesse 
dirò brevemente . Già s' è narrato che per sentenza del Podestà Mar- 
co Quirini quel riguardevole Castello , che aveva ottenuto la protezio- 
ne del Comune di Padova , fu dato poi a' Vicentini sotto alcune con- 
dizioni , per le quali il suddetto nostro Comune era entrato malleva- 
dore . Ma quei Cittadini non osservarono i patti , abusando la loro au- 
torità , e volendo costringere i Bassanesi a ciò fare che pei loro pri- 
vilegi non eran tenuti . Quindi essi dopo molte inutili rimostranze e 
proteste ricorsero da ultimo ai Padovani , i quali udite le ragioni , aven- 
do procurato in vano di aggiustare amichevolmente le diifercnze , nel 
dì li. di Giugno radunarono il maggior consiglio, in cui vinse il par- 
tito di staccare per sempre Bassano dalla Signoria di Vicenza, e di 
assoggettarlo alla loro Repubblica colle medesime condizioni , com' era 
desiderio de' Bassanesi che a tal fine spedito avevano a Padova amba- 
sciadori . Né a dir vero mancava al nostro Comune qualche colore per 
appropriarselo . Aveva esso in servigio de' Vicentini speso undici mila 
lire , e per questo suo credito dichiarò di ritenersi Bassano con Fon- 
taniva , pronto a farne restituzione , quando essi avessero pagato il de- 
bito , e promesso sotto pena di due mille marche d' argento di non più 
molestare I Bassanesi in conto veruno . Ma nò i Vicentini saldarono 
mai la partita , ne i Padovani , che aspiravano a dilatare lo stato , con- 
tenti di tale acquisto avrebbero mai riconsegnato Bassano ; e quella di- 
chiarazione per essi fatta a mio credere non aveva altro oggetto che AN .i2$s 
di gettare della polvere negli occhi al popolo, e di addolcire un poco 
gli animi irritati di quella Città . 

Spuntò l'anno 1269. anno di somma tranquillità, nel quale fu eret- ' Aìtt 12Ó9 
ta la Loggia del Comune , che secondo l' architettura di quel secolo 
dee essere stata bella e magnifica, quando le nostre Croniche ne han- 
no fatto ricordo . I nostri maggiori sino da' tempi più rimoti amarono 
la grandiosità ne' loro pubblici edificj , come da pochi rimasugli appa- 
risce , e da quelle massiccie fondamenta , che di quando in quando fu- 
rono disotterrale ; prova certissima che Padova negli alti secoli fu mol- 
to ricca e potente , ne i loro successori in ciò punto degenerarono , di 
che certe opere dispendiosissime de' nostri arcavoli , e alcune moderne 
fabbriche fanno testimonianza . Mentre il nostro Comune in questa ed 
in altre opere si occupava , avvenne che il B.e Carlo o per sua natu- 
rale ambizione , o come altri scrivono , a sospinta del Papa aspirò a 
farsi signore di tutte le Città Guelfe d' Italia . È molto verisimile che 
il Papa abbia avuto .le mani in questo trattato , perchè se riusciva a 
buon fine, egli non aveva più a temere de' Ghibellini . Furono perciò 
inviati ambasciadori alle Città Italiche , e non è da porsi in dubbio , 
che non ne abbia mandato anche a Padova potente sostenitrice del par- 
tito Guelfo . Ottennero quegf inviati , che si tenesse un congresso in 

Cre- 



14 ANNALI DELLA CITTA" 

AS.11Ó9 Cremona , al quale intervennero i Legati delle Lombarde e Venete Co- 
munità : in esso fu proposto il desiderio del Re , che domandava il do- 
minio delle Città aderenti al partito della Chiesa promettendo ad esse 
una compita felicità . Ma oltreché per la morte data a Corradino mol- 
to era scemata la riputazione di lui, e per le crudeltà ed estorsioni 
usate dalle sue genti assai raffreddato F affetto de' popoli , le città Ita- 
liche non si fidarono delle sue promesse : e sebbene alcune adescate 
dalie belle paroline degli ambasciadori accettarono le offerte loro , la 
maggior parte nondimeno saggiamente le ricusò , dicendo ài amare bensì 
la protezione e F amicizia di Carlo , ma non già il dominio e la si- 
gnoria . Per questa discordia di opinioni fu sciolto il parlamento sen- 
za alcun frutto del Re . 

~ 12 _ Continuavano tra di noi le cose tranquille , mentre in altre parti 
bollivano civili discordie , solite a suscitarsi in quelle Repubbliche , do- 
ve comanda il popolo volubile di sua natura , e non mai fermo e co- 
stante nelle sue deliberazioni » Anche Vicenza nostra vicina vivevasi in 
pace , ma questa fu amareggiata dalla morte del benemerito Vescovo 
JBartolommeo prelato di santa vita , che testé fu promosso all' onor 
degli altari . Alla integrità de* costumi egli accoppiava molta scienza 
delle divine ed umane cose , e rara prudenza ne' maneggi r de' quali fu 
incaricato da' Papi ,. e ardente zelo per la pace comune esiliata allora 
dalle pazze fazioni f a ricondurre la quale si avvisò di fondare un Or- 
dine di Cavalieri sotto il titolo e la protezione di nostra Donna , poi 
confermato da Urbano IV. nel 1261 , e meglio conosciuto sotto il 
nome di Frati Gaudenti . La nostra Città fu delle prime a ricevere nel 
suo seno quest' Ordine Cavalleresco » Essa che vedeva stabiliti dentro 
le sue mura i Teutonici, i Templari, i Gerosolimitani avanti la tiran- 
nia di Ezzelino , che alcuni ne mise a morte r o ne incarcerò , accol- 
se ancora i Militi di S. Maria . E siccome F eruditissimo P. M. Fr. 
Domenico Maria Federici delF Ordine de r Predicatori nella sua storia 
de' Frati Gaudenti distingue due epoche di quest 7 Ordine , una dell' an- 
no 1233. e l'altra del 1261. così prova che in tutte due abbiamo a- 
vuto que' Cavalieri , e che negli anni 1267. 1269. v * ^ u celebrato un 
Capitolo generale , in cui molte costituzioni furono fatte . Cercando e- 
gli poi qual fosse il luogo delle loro pie radunanze trovò che dopo es- 
sere stati molti anni senza Chiesa propria per le ragioni da lui addot- 
te , finalmente S. Maria delF Arena nel r3o3. fabbricata da Enrico 
Scrovegno Cavalier Gaudente , e dipinta dal celebre Giotto , divenne 
la loro Chiesa , e il luogo dove si congregavano. 

Fino ad ora non ho trovato che il nostro Comune abbia fatto leg- 
gi sopra degli Ecclesiastici , salvo alcuna sopra le imposte da pagarsi 
alla cassa pubblica ; ma in quest* anno trovo uno statuto sopra i delit- 
ti de' preti e de' frati . E siccome le leggi non si promulgano se non 
per togliere o prevenir qualche abuso , così v' è ragion sufficiente di 
credere , che il Clero di quel tempo fosse alquanto scorretto e indisci- 

pli- 



DI P A D O V A . l5 

pilliamo . E che tale fosse In effetto raccogliesi da altri ordinamenti che * M . 1x70 
il nostro Comune fu costretto di fare per umiliare la sua baldanza , i 
quali , come vedremo , gli tirarono addosso i fulmini del Vaticano . 
Intanto odasi ciò che dice il prefato statuto . „ Se alcun cherico o mo- 
„ naco , o altra regolare persona avrà fatto qualche ingiuria od offesa 
„ in parole od in fatti a qualche cittadino Padovano , o ad altra per- 
„ sona nel distretto di Padova , sia tenuto il Podestà denunciare la co- 
„ sa al Vescovo , e ricercarlo che debba punire V eccesso , e prendere 
„ il reo . Che se il Vescovo non lo castigherà secondo il merito , il 
„ Podestà , gli Anziani , o altri ufficiali di Padova non debbano fare , 
,, né rendere ragione né in civile , né in criminale ad alcun Cherico 
„ o Monaco , Collegio ed Università Ecclesiastica , né a veruna perso- 
„ na regolare . E sia ricercato il Vescovo che abbia con tre ammoni- 
„ zioni a fare avvisati i preti , monaci e conversi , e altri regolari a di- 
„ portarsi onestamente secondo che prescrivono le loro regole . E se 
„ alcuno fra essi avrà commesso un delitto , che meritasse pena di mor- 
„ te, sia intimato al Vescovo che lo degradi, e così degradato conse- 
„ gnilo al Podestà " . Da questa legge foriera di altre più gravi chia- 
ro comprendesi che se i Cherici insolentivano e facevano de' soprusi , 
per la loro pretesa immunità non erano gastigati . 

La morte del S. Vescovo Bartolommeo diede occasione ad uno sci- awTI^x 
sma , che poteva essere la sorgente di gravi disordini , perchè divisi i 
voti de' Canonici , la maggior parte elesse a quella Sede vacante Ber- 
nardo Nicelli archidiacono di Vicenza , e due elessero Gomberto Pe- 
delegno nobile Padovano Abbate di S. Felice , e fratello di Iacopo Ab- 
bate di S. Giustina . Le due Città di Vicenza e di Padova erano anch' 
esse divise , sostenendo una P Arcidiacono , e V altra P Abbate . Porta- 
ta la quistione al tribunale del Metropolitano Patriarca d' Aquileia , a 
difendere le ragioni dell' Archidiacono fu spedito da' Vicentini Buga- 
mante de' Loschi , e a trattare la causa dell' Abbate andò Iacopo suo 
fratello . Giunti i Nunzj in Aquileia trovarono che il Patriarca era 
morto , e fu mestieri presentarsi al Capitolo , il quale udite le ragioni 
delle parti approvò e confermò P elezione di Bernardo . Non si creda 
perciò eh' egli sia divenuto subito in vigore della sentenza pacifico pos- 
sessore del Vescovado . Il Sig. Verri sostiene che lo scisma abbia du- 
rato sino all' anno 1 280 , e accusa di errore il P. Barbar ano che ne 
assegna il fine all' anno seguente . Eppure il P. Barbavano ha ragio- 
ne , e s' ingannano gli Storici dal Verri lodati . Checché sia dell' Ab. 
Gomberto, egli è certissimo che nel mese di settembre del 128 1. An- 
tonio de' Guarnerini Canonico di Padova , e nipote di Tommaso Ar- 
ciprete si chiama per la grazia di Dio eletto di Vicenza, e nel sud- 
detto mese forse spalleggiato da Padovani soggiornava colà nel Vesco- 
vile palazzo , mentre Bernardo altrove s' era ricoverato . Ciò si racco- 
glie da alcune carte di questo archivio capitolare . Dee credersi che P 
Ab. Gomberto abbia rinunciata la sua elezione , e che i Canonici con- 

trarj 



l6 ANNALI DELLA CITTA 

an. 1271 trarj a Bernardo abbiano in luogo di lui eletto il Guarnerini , il qua- 
le si rimosse anch' esso poi dalle sue pretensioni . Ciò non ho voluto 
tacere perchè ogni benché piccola notizia può spargere qualche luce so- 
pra la storia. Tornando ora a quel Bugamante , che fu inviato in A- 
quileia , si racconta che i parenti dell' Ab. Gomberto irritati per la ri- 
pulsa avuta lo ferirono mortalmente , mentre tornava a Vicenza : ma 
egli guarito delle sue ferite, colta l'occasione, che l'Ab. era andato a 
vedere le sue possessioni nel Vicentino , barbaramente lo uccise . Gran- 
de fu lo sdegno de' Padovani contro l' uccisore protetto da' Vicentini t 
e temevasi che le cose andassero a parar male, perchè spesso poca fa- 
villa è secondata da grande incendio , quando per la interposizione di 
comuni amici la contesa fu accomodata . 

A quest' anno o ad alcuno de' precedenti appartiene P instituzione del- 
la zecca in Padova . Imperciocché sebbene paia che irrigo II. fra 
gì' Imperadori abbia dato al nostro Vescovo Bernardo la facoltà di 
batter monete con quel suo onorevole diploma tante volte pubblicalo , 
e validamente difeso dall' Ab. Brunacci conlra i dubbj del Muratori , 
che noi tenea per genuino e sincero ; nondimeno non si sa che il sud- 
detto Vescovo abbia fatto uso del suo privilegio , né alcuna moneta di 
que' tempi ancor s' è veduta . Si aggiunga che sino al secolo XIJL 
non sì trova fatta menzione nelle antiche carte della nostra moneta, 
avendo qui corso ne' secoli precedenti la Veronese , la Veneta , la Luc- 
chese ec. e solo comparisce in quest'anno 1271 . Né giìx intendo di 
dire che in esso precisamente siasi aperta la Zecca , che anzi è proba- 
bile ciò essere addivenuto qualche anno innanzi , dopo cioè che Pado- 
va ripreso avendo la forma di Pxepubblica indirizzò tutti i suoi studj 
ali' ingrandimento di se medesima . Prima furono battuti i denari pic- 
coli , di poi i grossi ; ed io ho trovalo all'anno 1276. un colai Gnan- 
fasio da Cremona lavoratore di monete in Padova . Ma di ciò avremo 
occasione di parlare di nuovo . 
&s -, z273 Ora ne chiama a se la città di Vicenza, la quale nel 1273. ebbe 
a suo Podestà Senesio de' Bernardi nemico acerrimo de' Ghibellini . 
Costui sino dall'anno 1258. era stato Podestà di Montona nell'Istria, 
e per più anni Ricario del Podestà d' Aquileia , magistrato prima d' ora 
non conosciuto , e scoperto dal Co. Carli. Pvaccontano gli Storici Vi- 
centini eh' egli o per odio , o per interesse aspramente perseguitò i Ghi- 
bellini , e imprigionato avendone dodici de' principali , altri fece mori- 
re tra' tormenti , altri mandò a' confini , ond' egli per tale sua crudeltà 
si tirò addosso anche la malevolenza de' Guelfi . Ci fu Rodolfo da 
Vivaro gentiluomo tra' principali di quella città , il quale temendo del- 
la sua vita fuggì di notte con molti de' suoi aderenti , e occupò il ca- 
stello di Angarano , dove si fece forte . Ma senza mettere tempo in 
mezzo i Padovani col loro Podestà , e insieme co' Vicentini andarono 
a porvi P assedio , e ben presto venne fatto di costringere Rodolfo a 
fuggirsi di nuovo . Sebbene la nostra Cronichetta in ciò discorda dal 

no- 



DI PADOVA. 17 

notaio Smereglo , che questi dice esser fuggilo Rodolfo con tutti i A n. 1275 
suoi , e quella racconta che ventiquattro de' suoi seguaci furono presi 
e appiccati . Colla presa del castello fu ristabilita la quiete , ma 1' ani- 
mo de' Vicentini si esacerbò sempre più contra de' nostri , talché al 
fine del suo reggimento posto a sindacato il Bernardi fu condannato , 
come reo di estorsioni , e di grandi ingiustizie , a pagare per ammen- 
da una grossa somma . Ma egli essendosi appellato al Consiglio di Pa- 
dova seppe così bene trattare la propria causa che fu assoluto , e tor- 
nò ai primi onori della Repubblica , poiché quattro anni appresso lo 
veggo eletto tra gli statutarj della Città , da che prendo argomento di 
credere che il racconto de' Vicentini sia esagerato . 



Grande accrescimento di popolazione s'è fatto alla nostra Città nell' an. 1274 
anno seguente , poiché molti Bolognesi fuorusciti vennero a piantarvi 
il loro domicilio cacciati dalla vittoriosa fazione de' Geremii . E in ve- 
ro nelle carte di que' tempi trovo nominati udngislelli ', Cazzetti , Or- 
si, Milanci , JBagarotti , Picegoiti ? e altre famiglie stanziate in Pa- 
dova . Nuove emigrazioni di que' cittadini per le interne discordie suc- 
cedettero negli anni seguenti , e buon numero di essi colle loro fami- 
glie qua , come in sicuro porto , si ricoverarono , onde sempre più fio- 
rente divenne la nostra Repubblica . 

Essa a molte cose provvide in quest' anno , e primieramente per da- 
re buono avviamento al commercio regolò V interessante affare delle 
monete , essendo podestà Giacomino de Rossi . Ordina lo statuto che 
non si possano spendere nella città e nel distretto altre monete , fuor- 
ché i grossi Veronesi , Padovani e Trentini , e i denari piccoli di Ve- 
nezia , di Padova , e di Verona , e che i grossi Viniziani non debba- 
no aver corso se non per ventotto denari piccoli ; obbligando i mer- 
catanti e i cambisti al giuramento che non avrebbero ricevuto altre mo- 
nete se non per argento . I grossi Veneti , che con questo decreto si 
vuole che vagliano ventotto piccoli , negli anni dopo corsero per tren- 
tadue , di che abbiamo infiniti esempj . Essendosi poi coli' esperienza 
esservato , che il rivo d' acqua già conceduto dal nostro Comune nel 
1223. a D. Compagno Priore di S. Maria di Porciglia per fabbricar- 
vi de' molini a beneficio del monistero , apportava de' gravi danni ai 
micini , lo stesso Podestà Rossi nel pieno maggior Consiglio dei Sei- 
cento venne ad accordo il dì 3. di gennaio con D. Castellano Prio- 
re , che si dovesse chiudere la bocca del rio , il quale usciva dal na- 
vilio , che va a Venezia , ed entrava nell' altro fiume che corre a Bo- 
volenta ; e che in quella vece si desse al Monistero una posta nel fiu- 
me disotto al Ponte Pidocchioso rimpetto ai Frati Alemanni per co- 
struirvi molini e gualchiere , come nel mio libro del Corso de' fiumi 

Memorabile fu quest' anno pel Concilio generale che tenne in Lio- 
ne il S. Pontefice Gregorio X al quale intervenne grandissimo nume- 
ro di Vescovi, Abbati, e Teologi di tutti gli ordini, e vi si fece la 
Parte IIL C riu- 



AN. I274 



l8 ANNALI DELLA CITTA" 

riunione della Chiesa Greca colla Latina. Era allora in Padova Cano- 
nico della Cattedrale il venerabile uomo Giovanni di Camezano , pre- 
vosto eziandio della chiesa di Genova secondo P abuso di que' tempi , 
che tollerava la pluralità de' beneficj . 11 Papa desiderando di avere pres- 
so di se in tale occasione il prefato Canonico per alcuni affari da trat- 
tarsi nel suddetto Concilio fece che i due Cardinali Ottobono Ubaldi- 
ni e il nostro Simon Paltonieri scrivessero al Capitolo di Padova af- 
finchè gli desse licenza di partire immediatamente assolvendolo dal giu- 
ramento e dall' obbligo della residenza , come in venerazione della S. 
Sede , e per ossequio verso i due Cardinali ha fatto senza dilazione . 
Questa cosa onorifica al nostra Capitolo non doveva tacersi. 

Un affare di altra natura mi resta a dire che riguarda i primi mesi 
di quest'anno. Sino dal 1263. una congregazione di onesti Cittadini 
chiamata della Casa di Dio il dì 5. di marzo si presentò al Vescovo 
Giovanni col mezzo di Padovano dal Riccio notaio loro procuratore 
per ottenere la licenza di fabbricare una Chiesa ad onore di Nostra 
Donna sopra un terreno di due campi in circa nella contrada di S. 
Biagio , dove si dovesse erigere uno spedale a ricevimento de' poveri e 
degl' infermi . Non era questo il solo spedale per ricovero degli am- 
malati , perchè oltre quelli posti fuori della Città ad uso de' lebbrosi , 
chiamati allora malsani , ce n' era un altro detto di S. Massimo , del 
quale si trova memoria negli anni addietro , e dove stava un medico 
salariato dal Comune ; ma questo forse non era sufficiente al bisogno . 
Continuandosi adunque la fabbrica della così detta Casa di Dio, e sca- 
vandosi alcune fondamenta Frate Rolando ministro e rettore del pio 
Luogo trovò tanta quantità di monete d' oro , che valevano più di di- 
ciassette mila lire di piccoli , e secondo altri 3o. mila . La Cronica le 
chiama medaglie , e forse erano monete Romane d' oro , poiché in quel- 
le contrade , parte dell' antica Città , molte anticaglie , e grandi vestigj 
d' antiche fabbriche furono discoperti . Co' denari ritrovati si compera- 
rono delle possessioni, e abbiamo uno statuto del dì io. di maggio 
di quest'anno 1274. il quale ordina che le possessioni acquistate, o 
che si acquistassero , non possano né in tutto né in parte essere ven- 
dute , donate , o in altra guisa alienate , ma restino sempre sotto la 
protezione del Comune di Padova , e che i frutti e le rendite di esse 
debbano essere in perpetuo ad uso de' poveri , degl' infermi , e degli 
orfani , e per esercitare P ospitalità : prescrive anche il metodo , col qua- 
le si elegga il ministro o rettore della pia Casa , eh' io [tralascio per 
brevità . Questa carica è cessata da molto tempo , né più nello speda- 
le si ricevono infermi , né pellegrini , forse perchè altri spedali furono 
fondati per questi oggetti, ed è ora destinato unicamente ad accoglie-, 
re i fanciulli esposti . E ciò , perchè a' tempi del Canonico Scardeone 
così usavasi , gli fece credere che il pio Luogo originariamente fosse 
stato eretto per essi soli , nel che s' ingannò . Del resto esso è gover- 
nato egregiamente da una Congregazione di nobili Cittadini, e negli 

anni 



Di JP A :D V V A . 19 

anni addietro 'è stato trasportato alla soppressa Canonica de' LateranesiM 
di S. Gio. in Verdara . Venduta la vecchia fabbrica fu convertita in 
varie case da appigionarsi , e ciò va bene ; ma non si può perdonare 
a chi dislrusse barbaramente due antiche arche di marmo locate nella 
facciata della Chiesa ; una del dotto Giureconsulto e Oratore Gianlo- 
dovico de' Lami erta zzi del secolo XIV. 1' altra di Leonardo Bocca- 
leca nostro architetto del secolo XIII. Rettore di questo Luogo , e 
dell' ordine degli Anziani . Sorga una volta chi con severissima legge 
divieti la distruzione degli antichi monumenti proibita sino dagi' Impe- 
radori pagani ! Prima di uscire di qua debbo aggiungere che secondo 
le nostre Croniche in questo sito medesimo fu disotterrata un' arca di 
marmo con un cadavere umano che a non so quali prove fu creduto 
di Antenore ; la qual' arca ad istanza del nostro Lovato poeta e giu- 
reconsulto , di cui parla con lode il Petrarca , fu trasportata a S. Lo- 
renzo , dov' egli aveva il suo palagio , e i versi in essa scolpiti sono 
di lui . Poscia , essendo Podestà Fautone de' Rossi Fiorentino , fu ap- 
poggiata al muro della Chiesa , ed ornata , come ora si vede . 

Non si aspetti chi leggerà queste Memorie che io di grandi fatti 
ragioni . Siamo ancora , può dirsi , nella infanzia della rigenerala Re- 
pubblica , siamo in tempi pacifici , ne' quali il popolo Padovano non 
ebbe occasione di spiegare quell'energia propria del suo carattere, per 
la quale fu poi rispettato e temuto da' suoi vicini . Sebbene egli ha 
fatto assai sanando le piaghe impresse nel suo corpo dalla lunga tiran- 
nia di Ezzelino , e apparecchiando i mezzi della futura grandezza . 
Bisogna ora contentarsi di sentire alcuni saggi provvedimenti ed utili 
decreti da esso fatti . E cominciando da quelli che riguardano la reli- 
gione , base e sostegno d' ogni ben regolato governo , fu stabilito , es- an, 1275 
sendo Podestà Roberto de' Roberti , che a' venti di giugno , giorno in 
cui furono presi i sobborghi della Città , il Podestà colla sua Corte , e 
le Fraglie del popolo vadano a visitare la Chiesa di S. Antonio , all' 
intercessione del quale fu attribuito il buon esito di quella impresa ; e 
il giorno appresso , in cui da' Crociati fu presa la Città , il Vescovo 
colla Chieresia , e il Podestà colla sua famiglia , portando tutti de' ceri 
accesi sieno tenuti di gire ad ascoltare la Messa nella prefata Chiesa , 
e si mandino per lo Comune dodici braccia di panno scarlato , uno 
sparviere , e un paio di guanti da donarsi a que 5 tre cavalli , che nel 
corso del palio fossero i primi arrivati alla meta , né si permetta che 
corra verun destriere che non fosse stimato lire cinquanta . Il corso de 5 
cavalli era uno spettacolo molto gradito in que' tempi : si usava nelle 
pubbliche feste , e nelle occasioni di grandi allegrezze , e talvolta an- 
cora in tempo di guerra viva , quando per fare onta e dispetto a qual- 
che nemica città si correva il palio sino alle sue porte. 

Ad assicurare la quiete domestica, che sul fine dell'anno preceden- 
te era stata turbata per un tumulto del popolo , il quale o proteggen- 
do o contradiando due della casa da Carrara cacciali dalla Città corse 

ar- 



20 ANNALI DELLA ClTTsi 

an. 1275 armato la terra non senza grande perìcolo ; tumulto acquetato dalia 
prudenza del Podestà , e dalla mediazione de' Trevigiani ; rivolse i suoi 
pensieri il nostro Comune alla materia de' banditi , e conchiuse un trat- 
tato colle Comunità di Vicenza , Ferrara , Lendinara e Pvovigo , che a 
quel tempo non dipendeva ancora da noi , in vigor del quale gli es- 
pulsi da Padova per qualche delitto non potessero dimorare in que' 
luoghi , e né meno nei loro distretti , anzi fossero presi e consegnati 
alla nostra Città , obbligandosi esso nostro Comune di fare altrettanto 
rispetto ai loro sbanditi . L' anno innanzi era stato ordinato , che i 
nomi de' sbandeggiati si dessero in iscritta ai Comuni delie ville insie- 
me coi motivi del loro bando , e che gli uomini delle ville suddette 
fossero obbligati a pigliarli; e alquanto prima, cioè nell'anno 1266. 
nella podesteria di Gerardino Longo , fu data ampia facoltà al Pode- 
stà , e agli anziani di mandare al confine , dove loro fosse piaciuto 
quelle persone che suscitassero discordie , e intorbidassero il sereno del- 
la pubblica tranquillità . Ecco come stava a cuore a' nostri Maggiori 
di toglier via lo spirito delle fazioni T e di rassodare la pace interna., 
senza la quale ogni Principato vien meno . 

Non basta però a promuovere la felicità d' uno Stato , che i reggi- 
tori de' popoli contra i nemici interni lo guarentiscano , ma si richiede 
innoltre, che da ogni urta improvviso di esterna forza lo debbano pre- 
munire . Ciò bene considerando i nostri H epubblicani stabilirono con 
loro decreta nel mese di decembre , che le fortezze del Padovano , del 
Vicentino , e del Bassanese abbiano ad essere sempre guardate da' Ca- 
pitani a ciò deputati con maggiore o minor numera di soldati e di 
balestrieri : e questi luoghi da custodirsi erano Cittadella 7 Monselice , 
Montagnana , Lonigo , Vicenza , Marostica ,. Àngarano , Bassano , e 
la Rocca di Cismone, oltre ad altri meno importanti, quali furono le 
piccole castella di Anguillara , di Cinta , di Lozzo , e di Montagnone . 
Castelbaldo non era ancora stato edificato da' Padovani , e perciò qui 
non è nominato . Anche la Rocchetta di S. Vittore posta sul cocuz- 
zolo di una montagna alla Chiusa doveva essere presidiata da' nostri 
soldati , i quali però si pagavano dal Vescovo , e dal Comune di Fel- 
tre . Notabili sono in questo lungo statuto gli ordinamenti circa il mo- 
do di eleggere i Capitani , e i custodi , che tutti dovevano essere Pa- 
dovani , circa la loro età , le armi , e i salar j , e le malleverie che te- 
nuti erano di dare al nastro Comuner: case tutte ehe io tralascio per 
servire alla brevità , ma che mostrano l' antiveggente saggezza di Iaco- 
po Gatari , forse uno degli antenati de' nostri storici , di Giovanni 
Capodivacca , ambidue del numero 1 de' giudici , di Iacopino di Gaf~ 
farello , e di ^Liberto Bibi autori dello statuto . 

Rassodata così la interna sicurezza e 1' esterna potè il nostro Comu- 
ne esercitarsi liberamente nelle opere di pietà , alle quali fu sempre 
molto inclinato , come dimostrano le copiose largizioni da esso fatte ai 
monisterj , agli spedali , alle Chiese . Le Suore di S* Prosdocimo gran- 
di 



DI P A D O V zi . 21 

di diroccamenti sofferti avevano nelle loro case per servigio della città jTJJTT^T 
allorché Ezzelino si accampò coli' esercito a quella parte affine di rac- 
quietarla ; e perciò il Comune a sue proprie spese riedificò il dormi- 
torio . Neil' anno medesimo concedette lire dugento di denari Venezia- 
ni alla Badessa di S. Mattia, affinchè per uso del suo Convento fab- 
bricasse una infermeria ; e ordinò che il lavoro già cominciato d' ordi- 
ne del Consiglio nel Monistero della Cella, dove morì S. Antonio , 
fosse co' pubblici denari a compimento ridotta . Partecipi furono ezian- 
dio della Padovana munificenza anche i Frati Romitani di S. Agosta- 
no , e i PP. Predicatori . Quanto a questi decretò il Consiglio , che la 
loro Chiesa si dovesse ampliare e allungare quaranta piedi , nel qual 
lavorio per guidici© fatto da uomini intelligenti si doveva spendere dal 
Comune mille e cinquecento lire : e quanto ai primi abbiamo uno sta- 
tuto , il quale ordina che , non essendo sufficiente al concorso del po- 
polo la Chiesa de' suddetti Frati , ne sia fabbricata un' altra lunga cen- 
to e ottanta piedi, larga ed alta cinquanta. Altri Monister; di donne 
Io trovo liberalmente sovvenuti dalla pietà de' nostri Antenati . Così per 
esempio S. Iacopo di Ponte corbo ( ora di S. Giorgio ) ebbe tanto 
denaro, che potè fabbricarsi un Refettorio , ed una Infermeria, dove 
è da notarsi che ivi stanziavano cinquanta Suore ; Giacohina Badessa 
di S. Maria di Savonara ebbe lire dugento ; altrettante n' ebbero le Mo- 
nache di S. Bernardo , e quelle di S. Leonardo di Boccon , monistero 
fondato e dotato da' Monaci Albi di Venda , e quelle altresì di S. Ma- 
ria Maddalena . Alle donne poi di S. Cecilia furono date trecento li- 
re : e tutti questi denari s' impiegarono a riparazione o rifacimento de' 
suddetti conventi. Alcuni di questi statuti veramente appartengono all' 
anno seguente , ma io per la medesimezza della materia ho voluto far- 
ne parola sotto di questo . Noi siamo veramente ingiusti a chiamare 
barbari que' secoli , quando tale denominazione meglio si converrebbe 
al presente, che da qualche disappassionato filosofo potrebbe chiamarsi 
il secolo della distruzione . 

Tante spese fatte non trattennero i Padovani dall' impiegare nuove 
somme di denari nelP abbellimento e comodo della Città . Fecero cioè 
ammattonare quelle strade così della Città , come de' sobborghi , che 
furono credute più necessarie : opera invero utilissima , imperciocché 
qual vantaggio ne recherebbe la fecondità de' nostri grassi terreni , se 
il vino e il grano che vi si coglie, ove e quando fa di bisogno non 
si potesse condurre ? Qual poi fosse in que' tempi F estensione de' no- 
stri sobborghi s'è detto altrove da me. ___ 

Memorabile fu 1' anno seguente pei gravi disastri , che afflissero la an, 127* 
Marca Trivigiana , e quasi tutta la Lombardia . Pioggie dirottissime , 
che durarono quattro , e secondo altri più mesi , diedero origine ad una 
generale inondazione , a cui non s' era veduta 1' uguale . Traboccati i 
fiumi con impeto dai loro letti affatto devastarono le campagne , di- 
strussero i ponti , inondarono per guisa le strade 7 che dove prima ali- 
da- 



22 ANNALI BELLA CITTA 

~m. 1276 (lavasi co' cavalli , polevasi navigar colle barche ; e sarebbesi dello , che 
tornati erano i tempi di Deucalione . Quindi grande lame e mortalità 
ne seguì non pur d' animali d' ogni spezie , ma d' uomini ancora , co- 
me raccapricciali raccontano gli storici contemporanei . li nostro distretto 
eh' è bagnalo dall' acque dell' Adige , della Brenta , e del Bacchiglione 
e di altri fìumicelli minori tanto più avrà sofferto di rovine e diserla- 
menti , quanto è più vicino alle lagune , dove que' fiumi sboccavano . 
Quanto abbia potuto recarci di danno la sola Brenta lo abbiamo da 
1 un documento del decimo secondo secolo , che pubblicai nel mio Cor- 
so defilimi p. 61. 

Trovo nondimeno che in quest' anno calamitoso non si tralasciò dal 
nostro Comune di l'are de' provvedimenti per le pubbliche cose . Esso 
decretò di eleggere dei Podestà anche per alcune ville delle principali, 
I quali durassero sei mesi soli, e fossero salariati dalle ville medesime. 
Tra queste vedo annoverato Legnaro, alla qual villa sino dal principio 
di quel secolo , e forse anche prima , il Vescovo confermava il Pode- 
stà presentato dal popolo, salvo però l'onore del Comune di Padova. 
\ E non solamente Legnaro , ma S. Giorgio delle pertiche eziandio , 
che aveva il suo proprio castello , riceveva dal Vescovo la conferma 
del suo Podestà , siccome i Consoli di Pieve di Sacco la loro . Gran- 
de , non può negarsi , era un tempo la giurisdizione del nostro Vesco- 
vo, avendo egli il diritto di riscuotere la muta, dazio imposto sopra 
le cose , eh' entravano e uscivano della Città ; e anche il ripatico dì 
S. Croce , gabella che pagavasi da' padroni delle barche , i quali a 
quelle rive fermavansi . Ma siccome la Rep. Padovana , emulando 1' e- 
sempio dell'altre città d'Italia , a poco a poco diminuì la giurisdizio- 
ne de' Conti, grandissima nella sua origine, così ridusse quasi a nulla 
anche quella del Vescovo , così che a questo tempo , di cui scriviamo 
la storia , di simili regalie ottenute dalla pietà degl' Imperadori appena 
si trova qualche vestigio . 

Un altro decreto si formò in quest' anno a favore de' laici essendo 
Podestà Roberto de Roberti . Dice il decreto : Se alcun laico sia chia- 
mato in giudicio da un Cherìco per qualche causa criminale , o civile , 
ed esso giuri di non poter soddisfare , non sia perciò molestato , ma 
si rimandi finché faccia fortuna , e migliori la sua condizione . Da que- 
sto decreto si vede, ch'era cominciata la ruggine de' nostri contra del 
Clero , la quale di poi proruppe in acerbo odio , di che avremo a par- 
lare lungamente negli aani seguenti . 

Qualche discordia pare che ci sia stata in quest' anno tra' Vinlziani 9 
ed i nostri , come spesso succede tra' popoli confinanti ; e di ciò ne 
dà indicio una carta , che insieme con altre molte ebbe da me il Sig. 
Verci di chiara memoria . In essa si parla di rappresaglie concedute 
dal nostro Comune contra quelli di Chìoggia ; di terreni e possessioni 
vendute; di restituzioni fatte, o da farsi; di soccorso dato al Marche- 
se d' Este , e alla Comunità dì Ferrara ; di un accordo seguito tra am- 
be- 



DI PADOVA. 23 

bedue le Parti col mezzo di arbitri; del quale accordo fa un cenno "Lì". 1275 
anche il Dandolo nella sua Cronica senza dirci di più. 

Venne in questo mezzo a Padova un nipote del Re Carlo di Si- 
cilia e di Puglia , e vi fu ricevuto con molta onorificenza , siccome i 
nostri hanno sempre costumato di fare con que 5 Sovrani , che onora- 
rono la Città colla loro presenza . Veggasi nella Cronaca di Rclandi- 
no (a), come fu accollo in Padova l' Imp. Federigo II, Grato il ni- 
pote di Carlo per la nobile accoglienza a lui fatta diede nella Catte- 
drale la cintura cavalleresca ad alcuni Cittadini , e poi si partì . La 
Cronichetta , dove questo fatto si registra , non ci ha conservato il suo 
nome . 

Per non lasciar nulla indietro , aggiungo dietro 1' autorità degli An- 
nalisti Camaldolesi , che avendo la Badia delle Carceri del loro Ordi- 
ne de' beni molestati ed anche occupati dalla prepotenza di malvagj uo- 
mini , Giovanni XXI scrisse un Breve nel settembre di quest' anno 
all' Arciprete di Padova , perchè togliesse le suddette possessioni dalle 
mani de' sacrileghi usurpatori , e al Monistero le facesse restituire . L'Ar- 
ciprete era Tommaso de Guarnerini succeduto nel mese di Marzo a 
Pietro Scrovegno , il quale si trova tra' Canonici sino dal 1239. nelle 
note questioni per l' elezione del nuovo Vescovo . 

Vivendo Padova sicura e tranquilla continuò le opere pubbliche co- 
minciate nell'anno innanzi, cioè dopo avere accomodata, e coperta di an. 1277 
buona ghiaia la strada Vicentina prese eziandio a rifare quella che por- 
ta a Limena , cominciando dal capo del seliciato . Era questo , sicco- 
me credo , il residuo d' un' antica strada Romana , che anche oggi cor- 
re interrottamente sino al ponte di Vigodarzere , luogo , come il no- 
me stesso dinotalo , de' tempi Romani . Altre operazioni si sono fatte 
al di fuori , massimamente nelle parti di Montagnana , dove, oltre ad 
arginare il fiume nuovo, fu ordinata l' escavazione di un fosso largo 
40. piedi , il quale dovea metter capo nelP argine del Frassine , facen- 
dovi una buona rosta di muro coperta di lastre di piombo , cosicché 
V acqua non potesse scorrere pel detto fiume se non quando per le 
pioggie fosse molto cresciuta , avuto però sempre riguardo , che nei 
fiume vecchio , per cui si va a Montagnana , ci sia acqua sufficiente 
per macinare , e per altre necessità > Il suddetto fosso cominciava al 
Monistero di S. Maria delle Carceri , e tirava dritto sino a villa Zotta , 
e da questa sino al fiume che viene ad Esle . Potrebbe forse parere 
ad alcuno , che fosse inutile trattenere il lettore con somiglianti rac- 
conti , ma io sono d' avviso che ciò giovi a far conoscere la potenza 
della Rep. Padovana , che in tante e sì svariate opere ( poiché di tutte 
non parlo , avendone parlato altrove ) grandi somme impiegava , e in- 
sieme la celerità , con cui le recava a fine . Ne' nostri tempi per una 

si- 



(&) Lib. IV. e. 9. 



24 ANNALI DELLA CITTA* 

an, 1277 simile operazione quante scrillure non si dovevano prima leggere dì 
matematici e d' ingegneri ! quanti scandagli e calcolazioni da premet- 
tersi ! quante contraddizioni non avevano a superarsi ! quanti ostacoli 
a togliersi frapposti da prepotenti e litigiosi privati ! Giova innoltre a 
porre in vista la vigilanza , colla quale il nostro Comune cercava di 
promuovere dentro e fuori della Città il pubblico bene . 

A questo oggetto miravano i due seguenti decreti . Col primo si di- 
vietano severamente alcuni giuochi , i quali sebbene per la distanza de' 
tempi , e la diversità de' costumi non bene s' intende che cosa fossero , 
egli pare nondimeno che fossero giuochi d'azzardo; e si permettono 
solamente gli scacchi e le tavole . Il giuoco delle carte a quei tempo 
non era ancor conosciuto . L' altro decreto riguarda l'accompagnamen- 
to delle Spose novelle . Antichissima è la consuetudine che i parenti e 
gli amici accompagnino la sposa alla casa del marito , e non senza mol- 
ta festa di suoni e di canti, come ho provato in una Memoria sopra 
i Riti nuziali de' nostri Antenati letta a quest' Accademia . Ma perchè 
fórse per la soverchia moltitudine degli accompagnatori era nato qual- 
che disordine , il nostro Comune , ad ovviare confusione e pericolo di 
pubblico turbamento , con sua legge di quest' anno ordinò che in so- 
migliante occasione non potessero adunarsi insieme che venti persone 
per parte . Saggio ordinamento , perchè le adunanze troppo numerose 
potevano essere sospette di macchi nazione contro lo Stato . 

Fino a questo tempo il maggior Consiglio della Città era stato di 
seicento persone, ma nella podesteria di Marco Quirini , essendosi sen- 
za contraddizione di alcuno annullato lo statuto che prescriveva quel 
numero di consiglieri , fu decretato concordemente che sia accresciuto 
sino a mille e non più . La qual novità , perchè favorevole alla mol- 
titudine , non fu seguita da que' turbamenti e rumori che Vinegia sof- 
ferse , dopoché il Doge Piero Gr&denigo invece di ampliare il mag- 
gior Consiglio lo coartò . Da' nostri si tenne il seguente modo. Tut- 
ti quelli ch'erano del Consiglio l'anno innanzi, o sia nella podesteria 
di Guidone de 9 Roberti , s'intenda che restino Consiglieri, tranne i 
morti, i banditi per qualche misfatto, e coloro che avessero rinuncia- 
to . Tocchi poi agli Anziani eleggere altri buoni Cittadini , che pos- 
sedano beni stabili finché sia compito il numero di mille , con avver- 
tenza però che non sia nominato alcuno , il quale abbia nel Consiglio 
qualche persona della sua famiglia. Intorno a che io rifletto che mol- 
to doveva essere cresciuta la popolazione della nostra Città \ quando non 
ostante tante persone escluse dalla legge o per povertà o per parentela 
tanto si aveva ad accrescere il numero de' consiglieri . Rifletto in se- 
condo luogo che assai è da lodarsi la presa deliberazione di escludere 
dal Consiglio la gente povera , perchè , sebbene secondo il filosofo ad 
assettare un governo libero sia d' uopo metterlo in mano del popolo , 
nondimeno non si dee intendere ogni vile ed abbietta persona , che 
nulla possedendo non può avere per la libertà della patria quell' amore 

che 



DI PADOVA. 25 

■die si conviene, ne per ignoranza discernere ciò eh' è più o meno AN.1277 
spediente al pubblico bene , ed è oltracciò volubile come foglia , quan- 
do nell' autunno è più priva di umore . 

Fosse pel decreto surriferito , fosse per altre lodevoli opere eh' io 
veggo accennate , il Podestà Quirini ricevette dal nostro Comune un 
onorifico testimonio del pubblico gradimento . E giacché de' Podestà è 
caduto il discorso , non è da omettersi grandissima essere stata la ge- 
losia de' nostri per conservarsi liberi e indipendenti . E perchè non era 
difficile ad avvenire , stante che grande è la smoderanza de' nostri ap- 
petiti , che confermandosi uno o più anni qualche Podestà nel gover- 
no , questi potesse a poco a poco farsi buon numero di aderenti e se- 
guaci , e forse aspirare al dominio della Città , in altra guisa nuoce- 
re al pubblico bene , perciò con severissima legge fu proibito in quest' 
anno ., che niuno sotto pena che gli sia mozzo il capo ardisca di pro- 
porre e di consigliarne la conferma : e se qualche Podestà permettesse 
che alcuno del Consiglio di ciò parlasse , sia egli condannato a pagar 
mille lire , sia cacciato subito dal reggimento , e dichiarato incapace di 
essere in alcun tempo di nuovo eletto . 

A quest' anno probabilmente si dee riferire il primo saggio che ab- 
biamo della nostra poesia Padovana . L' Ab. Brunacci dietro un ro- 
tolo dei 1277. ebbe la fortuna di trovare nell'Archivio di Praglia una 
Canzone di cento e otto versi di nove sillabe rimati a due a due , e 
dettati nella nostra rozza lingua di quel secolo , nel quale sono assai 
rare tali scritture in tutta l' Italia , scrivendo allora quasi tutti in latino . 
L' argomento della composizione è il lamento di una donna che piange 
suo marito lontano per occasione delle Crociate . Già è noto che la- 
sciando le prime spedizioni, nelle quali alcuni de' nostri si segnalaro- 
no , dopo la metà di questo secolo e' è stato in queste parti un gran 
movimento per le cose di Terrasanta . Papa Urbano IV. non finiva 
di tempestare co' suoi Brevi il Provinciale aV Frati Minori , perchè fa- 
cesse predicare la Croce ; si dispensavano a larga mano indulgenze, si 
raccoglieva denaro , si eccitavano in tutte guise i fedeli al generale pas- 
saggio oltremare . E queste commissioni di Urbano IV , e de' suoi 
successori continuarono per tutto quel secolo . Ora è probabile , come 
s' è detto , che nell' anno presente sieno stati scritti que' versi , giacché 
il carattere è di que' tempi , e il rotolo appunto lo segna . E intorno 
a questa composizione , lasciando altre osservazioni che potrebbero far- 
si , solo noterò esser molto verisimile che , siccome la lingua latina si 
andò formando da' varj dialetti , che si parlavano in Italia , Marsi , 
Osci , Peligni , Etruschi ec. , così la volgare non derivò propriamen- À 
te parlando dalla corruzione della latina , la quale non si corruppe 
giammai , perchè in ogni tempo con più o meno d' eleganza fu scrit- 
ta , ma sì bene dalla corruzione dei dialetti d' Italia , e dalla diversa 
maniera con cui i diversi popoli d' Italia pronunciavano le parole lati- 
ne ; non escludendo però i molti vocaboli , che per cagion di com- 
Parte III. D mer- 



26 ANNALI DELLA CITTA 

an. 1277 mercio , o per altri motivi traiti abbiamo dal Tedesco , dal Provenza- 
le , e fino dall' Arabo . Il nostro dialetto Padovano pertanto , che mol- 
lo dovea ritenere dell' antico linguaggio Euganeo affine all' Etrusco , nel 
pronunciare il latino forse sincopizzava , come dalle Vecchie carte ap- 
parisce , e perciò ha conservato que' mozzamenti di parole eziandio nel 
volgare , ciò che tanto spiaceva a Dante , che ce lo rinfaccia : e qual- 
che sincope si vede usata anche ne' versi del nostro poeta . Ma que- 
sto dialetto Padovano a misura che i costumi s' ingentilirono , anch' es- 
so andò dirozzandosi , e molto possono avervi contribuito coli' esempio 
e colle parole il nostro Sandino , e i due occhi della lingua nostra 
Dante , e Petrarca che abitarono qui . Del resto io ho veduto scrit- 
ture del secolo XIV. e XV. che assai tenevano ancora dell' antica ru- 
sticità , e credo che debba darsi al nostro Speroni tutto il merito di 
averla intieramente cacciata dagli scritti de' dotti , e rilegata ad abitar 
nel contado . 

Prima di passar oltre conviene che mi arresti un poco per dir qual- 
che cosa del Cardinale Simon Paltanieri . Questo grand' uomo , som- 
mo ornamento del Capitolo Padovano , ben merita eh' io lo faccia me- 
glio conoscere che non è stato conosciuto sinora . Dice il Monaco Pa- 
dovano eh' ei fu di specchiata nobiltà , e dice il vero . Imperciocché 
egli nacque in Monselice di Pesce de' Paltanieri , di Gerardo, di 
Fruzerino , e la sua famiglia d'origine Longobarda fu imparentata coi 
Caminesi , e con altre riguardevoli schiatte . Sotto il Vescovo Giorda- 
no fu eletto Canonico di Padova, e sotto Iacopo di Corrado intorno 
al I23i. succedette a Guidotto Arciprete di Monselice, e ritenne que- 
sta dignità almeno sino al 1258. poiché ne' primi giorni dell'anno se- 
guente trovasi Arciprete il Canonico Patavino . Dall' Ughelli si ha 
che Innocenzo IV. lo creò amministratore della Chiesa di Aversa nel 
reame di Napoli , ma io non ho prove autentiche di questo fatto . E 
però certo che nel 1261. Urbano IV. e non Lucio III , come altri 
ha sognato lo dichiarò Prete Cardinale del titolo de' Santi Silvestro e 
Martino , e ciò fa credere che il suo merito fosse molto ben conosciu- 
to nella Corte Romana . Creato Cardinale fu adoperato in gravissimi 
affari, Legato della Sede Apostolica nell'Etruria, nella Lombardia, e 
nella Venezia, Settore del Ducato di Spoleti , e della Marca di An- 
cona sotto Clemente IV. e guidatore di eserciti contra Manfredi Re 
di Sicilia e di Puglia . Intervenne al Conclave di cinque Papi , e al 
Concilio di Lione insieme con Gregorio X. a cui fu molto caro ed 
accetto. Nel 1275. fondò la Chiesa Collegiata di Vanzo ad onore di 
S. Matteo Apostolo, avutane licenza dal Vescovo, e dal Capitolo Pa- 
dovano , e la dotò generosamente a perpetuo testimonio della sua pie- 
tà . Trovavasi egli allora nelle nostre contrade , e nel dì primo di ot- 
tobre per facoltà concedutagli da Gregorio X. fece il suo testamento 
nel monistero di S. Giustina . Ma succeduta la morte del Papa andò 
al Conclave per 1' elezione del novello Pontefice , nel quale essendo mor- 
ti 



DI PADOVA. 27 

ti in breve spazio di tempo i due eletti Innocenzo V. e Adriano V. A w. 1277 
fu assunto al Pontificato nel 1276. il Card. Pietro Ispano che si chia- 
mò Giovanni XXI . Soggiornava questo Papa in Viterbo , e il nostro 
Cardinale con lui, quando questi infermatosi nel febbraio del 1277. 
quivi morì dopo avere novellamente testato . Nel testamento istituisce 
suo erede Pesce figlio di Giacobino de Trotti di Ferrara , e di Ai- 
lice sua sorella co' legittimi discendenti : e mancando la loro linea vuo- 
le che la metà della sua roba si distribuisca a' poveri dal Vescovo di 
Padova, e P altra metà sia divisa tra le sue chiese di Padova , di Mon- 
selice e di Vanzo . Aversa , di cui si dice essere stato amministratore , 
non è nominata . E tacendo d' altri lasciti fatti ai Monaci di S. Ste- 
fano di Carrara , ad altri Ordini Regolari , e alle prefate Chiese , ri- 
cordo solamente, che fa un legato de' suoi libri alla suddetta Chiesa di 
Vanzo , onde si sappia che fu uomo di molta scienza , come attesta 
il Monaco sopraccitato , e perciò il Papadopoli appoggiato ad antiche 
testimonianze lo annovera tra i chiari alunni della nostra Università . 
Con queste poche notizie si potranno correggere i molti sbagli de' no- 
stri , che parlano a sproposito di questo gran Cardinale , il primo che 
portasse 1' onor della porpora al Capitolo Padovano . 

Prima che questo anno spirasse Mastino dalla Scala Capitano ge- 
nerale del popolo Veronese per una segreta congiura fu a tradimento 
ammazzato , e gli succedette nelP onorevole incarico con applauso uni- 
versale Alberto di lui fratello , uomo non meno saggio che valoroso . 
Erano passati pochi mesi dacché egli pacificamente signoreggiava Ve- 
rona , quando Fr. Enrico Vescovo di Trento sottopose se col suo po- 
polo al dominio della Rep. Padovana , la quale vi mandò subito per AN . 1278 
Podestà Marsilio Partenopeo con buon presidio di cavalli e di fanti . 
Ciò dovea molto scottare ad Alberto che avea sopra di Trento , o 
aver si credea dei diritti , perchè in altro tempo quella città era stata 
soggetta a Verona . Si aggiunga che un cotale accrescimento di poten- 
za in una Rep. di contraria fazione dovette risvegliare ne' Veronesi ge- 
losia , invidia , e timore ; e perciò ben presto si venne all' armi . Di- 
chiarata la guerra andarono i Padovani col loro Podestà Marino Va- 
laresso ad assediare Cologna : seco avevano le milizie Vicentine, le 
Bassanesi, le Trivigiane , il Marchese Obizzo d' JEste co' suoi Ferra- 
resi , e Gerardo da Camino co' suoi Bellunesi e Fellrini . Quarantadue 
giorni durò 1' assedio , e finalmente P ebbero a' patti , restituendola , co- 
me crede il Muratori, al suddetto Marchese, i cui maggiori n'erano 
stati padroni . Ma innanzi che Cologna capitolasse fu conchiusa negli 
accampamenti una confederazione tra Padova , Cremona , Brescia , Par- 
ma , Modena, e Ferrara , tutte città di partito Guelfo, a distruzione 
de' Veronesi . 

Intermettendo per poco il racconto di questa guerra , che durò due 
anni e più , dirò che in si grande articolo di cose il nostro Comune 
fece un decreto , che Roberto de Roberti da Reggio , o altri della sua 

Ga- 



28 ANNALI DELLA CITTA* 

an. 1278 Casa , Goffreddo dalla Torre Milanese , Bartolommeo Soppo da Ber- 
gamo , o altri delle loro famiglie non possa essere chiamato alla nostra 
Podesteria , e che nessuno de' loro parenti dell' uno e dell' altro sesso 
sino al quarto grado non possa avere ufficio alcuno nella Corte dei 
Podestà . Le ragioni di tale vituperosa esclusione non sono note , ma 
se non vogliamo accusare d' enorme ingiustizia il nostro Comune , è da 
credersi che non sieno slate né lievi , né poche. Il decreto fu esatta- 
mente osservato , ne più si trova nella serie dei nostri Podestà alcuno 
di quelle famiglie proscritte . 

In quest' anno Ugolino dall' Arsico fu investito dal Vescovo Giovan- 
ni del feudo dell' Avvocazia , e degli altri feudi , che i suoi Antenati 
da gran tempo godevano . Dopo ciò che scrisse il Muratori nella Dis- 
sertazione LXIII. dell'antica origine degli Avvocati delle Chiese , e de' 
loro ufficj , parrebbe inutile il volerne in questo luogo parlare : ma un' 
antica carta da me veduta, nella quale è chiaramente descritta la di- 
gnità dell' Avvocazia co' suoi pesi , mi porge occasione di dire quello 
che fosse , e ciò che importasse a lume di chi noi sa .- Quando si eleg- 
ge il nuovo Vescovo ( così la carta ) il Capitolo e il Clero insieme 
coli' Avvocato conducono 1' eletto al palazzo , ed ivi 1' Avvocato' lo col- 
loca nella Cattedra Vescovile. Di poi intima la Curia , e chiama i vasr 
salii affinchè vengano a ricevere le investiture , e in primo luogo vie- 
ne investito V Avvocato del suo feudo dell' Avvocazia , e successivamei> 
te tutti gli altri vassalli . Fatto ciò va 1' Avvocato insieme col Vescovo 
a visitare le Corti del Vescovado chiamando i vassalli a rinovare le in- 
vestiture , e sceglie alcuni probi e fedeli uomini di cadauna corte , che 
con loro giuramento manifestino i beni del Vescovado. Imperciocché 
il Vescovo , ( sono parole della Carta da me volgarizzate ) è Re , 
Duca , e Conte di tutto il Vescovado per concessione imperiale , e sen<- 
te le cause o da se , o col mezzo di persone delegate ; e generalmen- 
te 1' Avvocato fa le veci di lui nelle cose temporali , girando due o 
tre volte l'anno per tutte le Corti, giustiziando i ladri-, impiccando- 
gli , o mozzando loro le mani o- i piedi , ed accettando od offerendo 
il duello ( secondo- l' iniquo e pazzo uso di que' tempi ) ; e di tutti i 
bandi, ossia pene pecuniarie due parti erano del Vescovo, la terza 
dell'Avvocato. Qualunque volta il Vescovo va a qualche Corte a te- 
nervi il placito generale, dee aver seco l'Avvocato, e l'assemblea du- 
ra tre giorni e mezzo . Se in quella Corte vien data contro alcuno 
qualche querela , il reo è citato dalla voce del banditore , e lui non 
comparendo in giudicio , il querelante è messo in possesso dall'Avvo- 
cato di quello che domandava . Se poi la lite si tratta davanti l' Av- 
vocato , e i giudici della curia , viene terminata da essi , e 1' utile di- 
videsi come sopra , rimunerandosi anche i giudici ad arbitrio del Ve- 
scovo . Ufficio è ancora dell' Avvocato difendere i diritti del Vescovo 
contra gli usurpatori , e pognam caso che gli fosse promossa guerra , 
dee anche sostenere la guerra alle spese della Chiesa . Tutte poi le lo- 
ca- 



DI V A D O V A * 29 

cazìoni , i livelli , le permute ec. , se sieno con vantaggio della Chie- an.i^s 
sa , debbono essere confermate dall' Avvocato , e il profìtto , che si ri- 
trae da tali conferme , è tutto di lui . Quando muore il Vescovo , od 
anche prima spiri , o quando rinuncia h dignità ( come fece il nostro 
buon Vescovo Girardo Tanno I2i3. ) l'Avvocato custodisce il palaz- 
zo sino alla elezione del nuovo , fa l' inventario di tutte le cose del 
Vescovado , come tutore e difensor della Chiesa , e al nuovo eletto di 
poi le consegna . Ciò che dicesi del palazzo dee intendersi ancora del- 
le castella , de' poderi , e delle rendite tutte del Vescovado . Ecco ciò 
che abbiamo intorno l'Avvoeazia nella carta predetta. Vedo bene che 
per meglio intendere i costumi di que' secoli sarebbe mestieri di farvi 
qualche annotazione , ma la via lunga , che debbo correre , mi sospin- 
ge a lasciarle . 

E non solamente i Vescovadi , ma i Monisterj altresì cosi d' uomi- 
ni come di donne avevano i loro Avvocati . E per illustrare la storia 
con qualche esempio nostrale , osservo che fino dal secalo XI. Uber- 
to da Fontanira era Avvocato della celebre Badia di S. Ilario , i Mar- 
chesi d' Este del Monistero della Vangadizza , e ne' secoli dopo i Car- 
Taresi di quello di S. Stefano di Carrara , i Maltraversi e i Conti di 
Lozzo di quello di Praglia , e i Signori di Montagnoli dell' altro di 
S. Daniele in Monte . E siccome questa dignità passava dal padre ne' 
figli , così molte famiglie in Italia , perduto il loro vero cognome , ri- 
tennero quello di Avvogari o Avvocati . Anche i nostri sono meglio 
conosciuti nella storia sotto il nome di Avvocati che sotto quello di 
Arsico . Essendo F Avvocazia , come detto è , un grado del pari utile 
che onorifico non sarà cosa nuova ad udirsi se anche da' Sovrani fu 
ambito . E non volendo uscire dalle cose nostre io leggo che Fran- 
cesco Vecchio da Carrara Principe di molte Città fu eletto Avvoca- 
to della Chiesa d' Aquifeia dal Patriarca Cardinal d 9 jilanzon . Questo 
nobile ufficio è cessato da molto tempo , ma rispetto alla Chiesa di 
Padova ne trovo fatta menzione sul principio del secolo XV. Le due 
famiglie Forzate e Zabarella avevano impetrato da Giovanni XXIIL 
una Bolla , che li creava Avvocati della Chiesa d'i Padova . Ma essen- 
dosi ciò risaputo da' Viniziani , i quali nel principio del loro governo 
si facean paura coli' ombra , ordinarono al Podestà nel 141 5. che chia- 
mati a se i Forzate e i Zabarella , dopo averli con agre parole ripre- 
si, intimi loro ài presentarsi al Vescovo Pietro Marce/io y e di ri- 
nunciare in atti di pubblico notaio alla Bolla ottenuta . 

Dopo questa breve digressione , eh' io non trovo inopportuna , rien- 
trando in cammino dico che ^Alberto Scaligero vedendo venirgli ad- 
dosso tanta mole di guerra non si perdette d' animo , né si avvilì , ma 

raccolte tutte le sue forze piombò rapidamente sopra alcune castella del__ 

Ferrarese , e gli venne fatto d' impadronirsene colla prigionia delle guar- an. 1279 
nigioni , sperando in tal modo di staccare il Marchese d 9 Este dalP al- 
leanza co' Padovani . Questi felici successi repressero un poco la bai- 

dan^ 



3o ANNALI DELLA CITTA 

ax. i*79 danza di sì potenti e insuperbiti nemici. Già siccome uomo che astu- 
tissimo era , aveva ottenuto di essere assolto dalle censure nelle quali 
era incorso , e che fosse levato 1' interdetto a Verona . Indi si diede 
ad ordire una tela , la quale se del tulio avesse potuto tessere , la no- 
stra Repubblica ne avrebbe risentito gran danno . Sapeva egli che così 
in Trento , come in Vicenza v'erano de' malcontenti in buon nume- 
ro , che pur assai volontieri si sarebbero sottratti dal dominio de' Pa- 
dovani , quando altri avesse dato lor mano a farlo . Perciò nelF una e 
nell' altra città tenne segrete corrispondenze co' Ghibellini promettendo 
aiuto e poderosa assistenza a chi levato avesse tumulto . I nostri s' era- 
no avveduti del malo umor de' Trentini , i quali per la instabilità na- 
turale del popolo , e per le continue istigazioni di Alberto mal sofFe- 
rivano di vivere soggetti a Padova , e pensavano a cose nuove ; e per- 
ciò ad impedire ogni rivoluzione che potesse succedere , v' ingrossaro- 
no la guarnigione . Ma della ribellione che segretamente si tramava in 
Vicenza , non ebbero alcun sospetto , nò vermi provvedimento fu fatto 
per isventarla . Capi di essa furono secondo la nostra Cronica Bartolom- 
ei eo ed Ansedisio q. Michele degli Schinelli \ Ghibellini di fazione , 
e della Consorteria de* Conti di Padova: e dove il notaio Smereglo no- 
mina Bartolommeo da Bovolono dee leggersi da Rovolono , perchè la 
linea degli Schinelli chiamavasi ancora da Rovolone , dove aveva i prin- 
cipali suoi fondi , i quali per la Caterina ultima donna di quel casato 
passarono ad accrescere il patrimonio dei Vapafava . La mina dovea 
scoppiare nel mese di Luglio , e già i Veronesi per dare appoggio al 
trattato erano venuti sino a Pontalto luogo vicino a Vicenza . Come i 
Padovani risapessero l' occulta trama , la storia noi dice ; forse la vigi- 
lanza del Podestà Guercio da Vigodarzere se ne avvide ; ed è poi cer- 
to che le cospirazioni , quando molti vi sono implicati ,. raro è che a 
buon fine riescano . I Veronesi avvertiti che la congiura era scoperta , 
tornarono prestamente alle loro case , e con essi molti de' congiurati 
fuggirono. Al primo avviso del soprastante pericolo il nostro Podestà 
corse co' soldati a Vicenza, e molti di quei Cittadini incolpati di tradi- 
mento condusse alle prigioni di Padova , i quali secondo la barbara u- 
sanza di quell'età messi alla tortura, né confessando il delitto loro ap- 
posto , ebbero la nostra Città per confine , e i due Schinelli un ban- 
do perpetuo .. 

I Veronesi mollo sdegnati che fosse andato a vuoto il disegno loro 
sopra Vicenza , si sparsero pel territorio recando in ogni parte rovina 
ed incendio : e i Padovani per ricattarsi dell' ingiurie ricevute rendette- 
ro la pariglia ai nemici scorrendo per le ville del Veronese, e metten- 
do a sacco e fuoco ogni cosa arrabbiatamente . Dura condizione di que' 
tempi, e non ignota anche ai nostri, ne' quali non si sapea fare la 
guerra senza- che i distretti smunti , arsi e saccheggiati pagassero la pe- 
na degli od) delle nimiche irritate città. In questo mezzo Alberto sep- 
pe così bene condurre la cosa , che Trento si levò dall' ubbidienza di 

Pa- 



DI PADOVA. Si 

Padova; e siccome in cotesta rivoluzione ebbe gran parte 11 Vescovo Atf , iz 79 
della Città , così essa scoppiò senza rubamenti , e senza spargimento di 
sangue , eh' è 1' unico bene che possa aversi quando si rimuta lo sta- 
to ; e perciò Marsilio Podestà con civili modi fu accomiatato . Questa 
ribellione però invece d' insinuare ai Padovani pensieri di pace , tanto 
più gli accese a proseguire la guerra , e a mettere in piedi il maggio- 
re esercito che avesser mai fatto . I loro alleati , e in ispezie i Trivi- 
giani s' erano uniti con essi , non già il Marchese d? Este , il quale a 
que' dì avea briga , non si sa come o per qua! motivo , colla Rep. di 
Venezia . Ma il nostro Comune , che proteggeva il Marchese come suo 
cittadino , e desiderava eh' ei libero da ogni impaccio potesse accorrere 
colle sue genti in aiuto suo , spedì ambasciadori a Venezia a pregare il 
Doge , che non gli desse inquietudine ; e di tanta efficacia furono le 
loro istanze , come osserva il Muratori, che cessato ogni atto di ostili- 
tà più non fu molestato nò il Marchese , né i Ferraresi . 

Tante mosse e tanti apparati di guerra non furono seguitati da ve- 
rmi fatto considerabile ; imperciocché una inaspettata emergenza obbli- 
gò i Padovani a ritornarsene colf esercito . S' era suscitato un grande 
tumulto nella Città , com' è facile che addivenga nelle repubbliche popo- 
lari , e si volea rimosso il Podestà Iacopo Gonzo/ini da Osimo . Que- 
sti era incolpato di avere trascurata la bella occasione di ricevere Tri- 
vigi sotto la protezione di Padova , la quale insieme con dugento ca- 
valli a nome di quel Comune avea domandata uddelgerio Vescovo di 
Feltre per acquetare le turbolenze intestine che tribolavano quella città. 
Dicesi che non solamente , qual che si fosse la cagione , non mandò a 
Trivigi i dugento uomini ricercati, ma nò meno comunicò 1' affare agli 
Anziani della Repubblica. I Guelfi poi sospettavano eh' ei fosse Ghibel- 
lino , e prendevano argomento di così credere dalla troppa indulgenza, 
che a giudicio loro aveva usata co' Vicentini accusali di tradimento . La 
venuta dell' esercito represse per poco la sedizione , ma bollendo e ri- 
bollendo la Città in uno stato dubbioso e sospetto , e temendosi di co- 
se peggiori , nel mese di novembre si venne allo spediente di creare un 
Capitano del popolo , grado corrispondente al dittatore degli antichi Ro- 
mani , e cadde 1' elezione* di comun volere in Matteo da Correggio , 
uomo chiaro e conosciuto in tutta la Lombardia . Era da sperarsi eh' 
egli accetto ai Cittadini , cui in altro tempo plausibilmente avea gover- 
nati , avrebbe colla sua prudenza potuto ricondurre la bramata tranquil- 
lità ; ma il popolo che si lascia guidare più dall' affetto che dalla ra- 
gione , stava fermo e ostinato nel suo proposito , e volea in ogni mo- 
do che il Podestà fosse licenziato . E fu d' uopo in line eh' ei se ne an- 
dasse , perchè una nuova e più tumultuosa sollevazione lo costrinse a 
rinunciare 1' ufficio , onde in luogo di lui fu eletto il suddetto Matteo . 
E qui comincia un nuovo ordine di cose , perchè dove i Podestà a S. 
Pietro di giugno entravano al Reggimento , vi entrarono di poi il pri- 
mo giorno dell' anno . 

Le 



32 ANNALI DELLA CITTA 

Aìì . l2?9 Le discordie de' Padovani intefruppero il corso della guerra contra i 
Veronesi ; e intanto dietro 1' esempio di Trento anche le due città di 
Brescia e di Mantova , eh' erano collegate con Padova , lasciata questa 
alleanza , conchiusero con Verona confederazione ed accordo ; e in 
Montechiaro , dov' erano intervenuti gli ambasciadori delle tre Comuni- 
tà , P istrumento di amicizia fa stipulato . Anche questo nuovo trattato 
è stato maneggiato e conchiuso dalla maravigliosa accortezza di udlber- 
to , sempre intento a indebolire le forze de' Padovani , e ad accrescere 
il suo partito. Fa maraviglia il vedere quanto in que' tempi fossero fa- 
cili ad accendersi gli odii , e insieme ad estinguersi , e come le città li- 
bere mutavano presto opinione ,, ora alleate tra loro , ed ora nemiche . 
La qual cosa quando considero , parmi di rieonoscere , che ciò proce- 
desse dalla volubilità delle teste plebee , che amministravano i pubblici 
affari,, le quali per difetto di educazione non erano provvedute delle 
necessarie cognizioni politiche a ben regolare lo stato , e perciò opera- 
vano più per impelo di furore , che per dettame di riflessiva saggezza , 
e non di rado , perduto di vista il ben della patria , si lasciavano ade- 
scare dall' oro . Non si saprebbe abbastanza raccomandare nelle Repub- 
bliche democratiche P istruzione del popolo . 

I Padovani però , fosse odio , fosse rivalità , o desio di vendetta , fer- 

A». iaSe mi nel voler abbattere i Veronesi , poiché coli' espulsione del Gonzoli- 
ni era tornata la quiete nella Città sul principio dell'anno 1280. spedi- 
rono le loro genti in campagna con un corpo di cavalleria capitanato 
da Pietro de' Dauli , Erano giunte le nostre truppe presso Cologna , 
quando per loro disavventura caddero in una improvvisa imboscata de' 
Veronesi , e furon messe In grande sconfitta , restandovi morto il ca- 
pitano , e molti de' principali cittadini fatti prigioni . Allora i nemici 
prevalendosi della vittoria si rivolsero verso Trento , e inaspettatamente 
arrivati colà , sorpresero la rocca , che ancora era guardata da' nostri . 
Non si creda però che per questa perdita restassero i Padovani disani- 
mati ; non erano essi gente timida e pusiilanirna : anzi maggiormente 
irritati , dopo aver raccolto un grosso esercito composto di Estensi , di 
Caminesi e di Friulani oltre i proprj soldati , Jo spinsero a danni del 
Veronese a Villanova sopra P Alpone conducendo seco il carroccio . 
Grande e numerosa oltre modo si dee credere che stata sia quell'ar- 
mata , quando ^Liberto non osò di affrontarla , ma chiuso si stette al- 
la difesa delle mura , guardando dalla cima delle torri non senza lagri- 
me i saccomanni e gì' incendj , che per quattordici giorni devastarono 
intieramente molti villaggi sin presso i borghi della città . Seminati , vi- 
gne , alberi d' ogni sorte , palagj , case , abituri , tutto fu distrutto sen- 
za niuna misericordia . Lo Scaligero era ridotto a mal termine , non 
potendo impedire tanta calamità al di fuori , e temendo di qualche in- 
terno tumulto , quando in mezzo a tale disperatezza di cose balenò un 
raggio di pace . Mando di Gelasio de' Carbonesi Bolognese Podestà di 
Verona fu jl mezzano della concordia ; ed essendo entrati interpositori 

i Ve- 



\ Veneziani , i Trevigiani , e Frale Lorenzo flettere della Casa di Dio A n. izSo 
di Venezia , ai quali si aggiunse 1' Abate di S. Zeno , si venne a ca- 
po di stabilire una tregua sino al mese di agosto , che poi fu seguita 
dai trattato di pace pubblicato solennemente in Verona il dì 2. di set- 
tembre con universale allegrezza . Tra' capitoli dell' accordo uno era che 
la Terra di Cologna col suo castello dovesse essere smantellata da' fon- 
damenti , e che per alcuno più non si potesse rifabbricare , ma que- 
sto articolo non fu osservato , essendo sempre quella Terra restata in 
piedi . 

Ricondotta la pace ebbe Padova di che rallegrarsi per un nuovo ac- 
crescimento di gloria che a lei ne venne . Lieta di avere umiliato lo 
Scaligero ricevette poco appresso tra' suoi Cittadini Gerardo 111. da 
Camino , Signor di Belluno e di Feltre , Capitano generale del popolo 
Trivigiano , e principe assai potente per molte terre e castella da lui 
godute , parte in feudo e parte in allodio . Era egli uscito di un' anti- 
ca famiglia , che dal nostro Rolandino si annovera tra le quattro prin- 
cipali della Marca di Trivigi ; ma il suo valor militare e la sua pruden- 
za , e la protezione da lui data agli uomini di lettere , e massimamen- 
te ai poeti Provenzali lo rendettero noto e famoso in tutta la Lombar- 
dia . Dante ne parla con molta lode nel suo Convivio , e in più luo- 
ghi della sua Commedia , dove lo propone per modello della onestà , e 
della cortesia Italiana . Ora questo grand' uomo , imitando 1' esempio dei 
Marchesi d' Este , del Patriarca d' Aquileia , e del Vescovo ^Lldigerio , 
di che sopra abbiamo parlato , domandò di essere ascritto alla nostra 
cittadinanza , e avendola ottenuta con pieno consentimento de' Padova- 
ni , si mostrò di poi sempre amico e benevolo verso di questa 'Repub- 
blica . Non è questo piccolo argomento della grandezza di Padova , che 
principi ragguardevoli ambissero di diventare suoi cittadini . 

Niun fatto memorabile si accenna dagli Scrittori che appartenga all' 



anno 1281,, fuorché la venuta a Padova della regina Clemenza figlia **• "81 
dell' Imperadore Rodolfo , ia quale , mentre andava a marito sposa del 
Principe Carlo Martello nipote di Carlo /. Re di Puglia , fu splendi- 
damente ricevuta da' nostri , e trattata con grandi onori , e con liete fe- 
ste . Ci venne anche nella primavera di quest' anno con fiorito esercito 
il Patriarca di Aquileia Raimondo , che marciava in Lombardia per a- 
iuto de' suoi Torriani cacciati da Milano dall' Arcivescovo Ottone Vi- 
sconti; ma perduto avendo la battaglia il dì 2,5* di maggio dovette in- 
glorio tornare indietro. Agli 11. di giugno però trovavasi ancora in 
Cremona , dalla qual città scrisse a Filippo Prevosto di S. Stefano d' 
Aquileia suo Vicario generale , che mettesse in possesso della Pieve di 
Versia Aliemanno Cherico figlio di Federigo dalla Torre; ciò che 
non irovo notato dal dottissimo P. de Rubeis ne' suoi Monumenti A- 
quileiesi , dove registra parecchi Turriani investiti dal Patriarca di be- 
neficj ecclesiastici . Continuavasi intanto il lavoro della Chiesa degli E- 
remitani , e di qualche strada fuori della Città , e si decretarono alcune 
Parte IIL E cose 



34 ANNALI DELLA CITTA 



7157 cose favorevoli ai Vicentini, ai Bassanesi , e a quei di Lonigo per es- 
sere questa Terra unita al Territorio di Padova. 

Abbiamo toccalo sopra 1' uccisione di Mastino dalla Scala accaduta 
in Verona . Ora si dee sapere che alcuni de' principali congiurati e uc- 
cisori di lui s' erano riparati a Padova, sperando di viver sicuri all' om- 
bra di una Repubblica libera ; ma Alberto suo fratello non era uomo 
da recarsela in pace senza farne vendetta . Egli tenne sempre gli occhi 
addosso a costoro ; e prevalendosi di certi gentiluomini Padovani , de' 
quali era amico segretamente , ottenne che due fratelli Pigozzi col mez- 
zo di alcuni sicarj venissero sorpresi e ammazzati . Come ciò seppe il 
popolo , vedendo violate le sue ragioni , ed essendo per paura fuggiti 
i rei furono inseguiti , presi e condotti a Padova , e condannati a cru- 
dei morte dopo avere confessato il loro delitto . Ci fu qualche rumore 
nella Città quando si venne a scoprire che alcuni nobili ci avevano a- 
vuta mano , ma le cose non andaron più oltre , e 1' assassinio di que- 
gli sciaugurati fu posto in silenzio . Chi ammazza un Principe non si 
lusinghi di vivere lungamente . Lorenzino de' Medici , che novello Bru- 
to per desiderio di ritornare la patria sua in libertà uccise il Duca A- 
lessandro , fu ucciso anch' egli in Vinegia città liberissima , dove dopo 
molte peregrinazioni con molta cautela e circospezione si dimorava . E- 
gli era uno stecco nell' occhio del Duca Cosimo successor di Alessan- 
dro ; non maraviglia se volle trarselo . 

128» Più fecondo di avvenimenti è stato l'anno seguente 1282. In questo 
si celebrarono con grande splendidezza in Ferrara le nozze di A zzò 
VII primogenito di Obizzo Marchese a* Est e con Giovanna figlia di 
Gentile Orsino, e nipote del defunto Papa Niccolò III , il quale cer- 
cò di sublimare la sua famiglia con parentadi principeschi . Vi si ten- 
ne magnifica corte bandita secondo il costume di que' secoli , e v' inter- 
vennero gli ambasciadori di molte città d' Italia , ma non si ha dalla sto- 
. ria che Padova vi abbia mandato i suoi , Padova che riputava sue pro- 
prie le cose prospere o avverse di quella famiglia . Il Muratori accen- 
na eh' erano insorte delle discordie tra gli Estensi , ed i nostri , per le 
quali era vicina a scoppiare la guerra , benché né meno egli tanto istrut- 
to di tutto ciò che a quel nobilissimo casato appartiene abbia saputo 
additarne i motivi . Abbiamo solamente che Obizzo donò inter vivos a 
Francesco figlio suo emancipalo la Terra di Este , le castella di Ca- 
laone , e di Cero , e le ville da lui possedute nei distretti di Padova e 
di Vicenza, dopo la qual donazione cessato essendo ogni apparato di 
guerra sono portato a credere , che quelle giurisdizioni del Marchese 
avessero dato origine alla discordia . Imperciocché sebbene Federigo II. 
Imperadore con suo decreto avesse ordinato al nostro Comune di pun- 
to non ingerirsi nelle suddette giurisdizioni , e Rodolfo Re de' Romani 
con suo diploma dell'anno 1281. le avesse confermate al Marchese O- 
bizzo , contuttociò dal nostro antico statuto raccogliesi che il nostro Co- 
mune sino dal 1276. esercitava libero dominio sopra di esse, mandan- 
do 



DI PADOVA. 35 

do podestà a Este , a Montagnana , ad Urbana , a Solesino ec. , e co- AN . 1282 
mandandovi a bacchetta né più né meno che se fossero Luoghi suoi . 
Forse il Marchese Obizzo volea far valere i suoi antichi diritti, e forse 
il popolo che aveva nelle mani il governo delle cose pubbliche , vi si 
oppose con tutta forza . Esso non pensava che ad abbassare la poten- 
za de' magnati , de' quali viveva in sospetto , e perciò in quest' anno 
cresciute essendo le querele di lui contro de' grandi , gli Anziani , affin- 
chè maggiori scompigli non ne nascessero , costretti si videro di man- 
dare alcuni de' primarj cittadini a confine . 

A chi poi si diletta della Storia Ecclesiastica non dispiacerà di sen- 
tire che Gerardo Prior generale de' Camaldolesi scrisse in quest' anno 
al Podestà , agli Anziani , e al Consiglio di Padova , pregandoli di vo- 
ler conservare e mantenere i Monisterj ed i beni di S. Maria della 
Vangadizza , e di S. Benedetto di Padova . Questo Cenobio d' uomi- 
ni insieme e di donne secondo la disciplina allora vigente è stato fon- 
dato dal B. Giordano Forzate nel 119S, ed era quasi come capo del- 
la Congregazione degli Albi . Nel iz5g. per giusti motivi Giovanni 
nostro Vescovo insieme co' due Vescovi Bartolommeo di Vicenza e 
Florio di Adria separò i Monaci dalle Monache , e divise i beni co- 
muni . Liti e lunghe contese ne derivarono , non volendo le Suore 
permettere , che i Monaci si fabbricassero la loro Chiesa , e solamen- 
te dopo quattro anni fu decisa la lite a favore di essi . Poco tempo 
appresso il Vescovo ed i Canonici v' introdussero l' institulo Camaldo- 
lese , e il Priore Gerardo commise a Bernardo Abbate della Vanga- 
dizza di pigliarne il possesso . Il Vescovo Giovanni non so se ricre- 
duto o pentito , o per altra ragione che la storia non dice , non vi 
acconsente . Allora Bernardo dalla opposizione latta dal Vescovo si 
appella all' Abbate di S. Felice di Bologna Conservatore de' privilegi e 
diritti <jelP Ordine , il quale senza verun riguardo intima all' Arci- 
prete del Duomo Tommaso Guarnerini che dichiari il Vescovo sco- 
municato . Ma P Arciprete ricusando di farlo s' interpone co' suoi 
Canonici; l'affare si accomoda, il mandato di scomunica vien in- 
vocato . 

Gerardo l' anno seguente visita il Monistero , e avendo convocalo il 
Capitolo delle Monache , esse gli promettono ubbidienza e osservanza 
degli Statuti Camaldolesi , dalla Badessa in fuori chiamata A.nna , la 
quale ostinatamente non volendo vi fu costretta colle censure. Ecco in 
poche parole ciò che hanno scrìtto i dotti Annalisti Camaldolesi . Due 
sole osservazioni mi piace aggiungere . Noi ci lamentiamo , e non sen- 
za ragione , della lunghezza delle liti che non finiscono mai ; ma dal 
racconto fatto si vede chiaro che questo male non è solamente proprio 
de' nostri tempi . Osservo innoltre che le Monache di S. Benedetto 
contra la verità della storia fecero dipingere in una tavola della loro 
Chiesa il B. Giordano coli' abito Benedettino di color nero, quando 
egli è stato istitutore di una Congregazione di Monaci bianchi , ed el- 
leno 



36 ANNALI DELLA CITTA 

in. 1282 leno siesse portarono Y abito bianco sin dopo la metà del secolo XIV. 
nel qual tempo per concessione di Papa Urbano mutarono la foggia e 
il color del vestito . 

Non so qual frutto abbia colto dalle sue raccomandazioni il Priore 
di Camaldoli, perchè i tempi a dir vero erano poco favorevoli al Cle- 
ro . S' era cominciato negli anni addietro in alcune Città d' Italia a fa- 
re degli statuti che alla- libertà e immunilà Ecclesiastica furon creduti 
contrarj ; e se i Papi per mezzo de' loro Legati inlimarono la scomu- 
nica e P interdetto , perchè fossero ritrattati , le Comunità ubbidirono 
apparentemente per non incorrere nelle censure , o per esserne assolte , 
e non si curarono molto di mantenere ciò che avevan promesso . A dir 
la cosa com' ella fu , oltre altre ragioni che non dico , i popoli erano 
irritati per la durezza de' Oberici nell' esiger le decime , e per la co- 
stante loro renitenza di non voler soggiacere ad alcun peso dello Sta- 
to i come se essi non fossero Cittadini del pari che i laici , e membri 
della stessa Repubblica. Anche Padova fece alcune leggi, per le quali 
parve che restasse lesa l'ecclesiastica immunità; imperciocché nel 1265. 
obbligò il Vescovo col suo Clero a pagare annualmente 3oo. lire sino 
a tanto che fossero rifatte le strade e i ponti così della Città; come del 
territorio. Ma il Clero credendosi di dovere andar esente da' pubblici 
aggravj o non pagò , o bei> tosto lasciò di pagare; quindi il nostro 
Comune, essendo Podestà Gotifreddo dalla Torre, decretò nel 1274. 
che fossero inseriti nel volume degli statuti , e puntualmente osservati 
aicuni Capitoli assai disfavorevoli al Clero, de' quali ho parlato nel mio 
Libro del Corso de' Fiumi . Ciò però non giovando a vincere 1' osti- 
natezza de' Cherici , anzi» crescendo in essi Y arroganza e il puntiglio, 
il nostro Comune irritato passò oltre, né osservò più misure, e in 
quest'anno 1282. fece uno statuto assai strano ed ingiusto, che chi 
avesse ammazzato un Gherico pagasse per ammenda un grosso , e ne 
fosse assoluto . 

Ben; più accorti de' nostri mi pare che sieno slati i Poggia ni , i qua- 
li per somiglianti statuti scomunicati dal Vescovo nel 1280. senza ri- 
correre a disperati rimedj provvidero a questo affare con tale efficacia, 
che ogni controversia in^ bi ? eve tempo fu tolta . „ Perciocché ( sono 
„ parole del Ch. Ab» Tiraboschi ) con pubblico editto vietarono che 
„ niun laico» non dovesse a' cherici pagar decime di sorte alcuna; ma 
„ che innoltre non potesse lor dare né consiglio , né aiuto , né man- 
„ giare , né contrattare, né parlare con essi , né entrare nelle loro ca- 
„ se , né macinare per essi il frumento , né fare il pane , né rader lo- 
„ ro la barba , né prestar loro in somma qualunque ancor lieve servì- 
„ gio .... Questa scomunica ( segue a dire lo storico ) fulminata 
„ da' Laici contra de' Cherici ebbe più forza che quella del Vescovo 
„ contro de' Laici . Nel decembre dell'anno stesso si venne ad amiche- 
„ vole composizione u . Così: o in somigliante modo dovevano i Pa- 
dovani costringere il Clero ad un ragionevole concordato, e non au- 
to- 



DI P A D O r A }* 37 

forizzare il popolo con una legge piuttosto a dare sfogo alle sue pri- AN . Ia 8z 
vate passioni che a difendere la causa comune . Imperciocché , se cre- 
diamo all' Ongarello , molti preti al favor di essa legge furono uccisi , 
e ciò pare che si confermi da alcune parole delia Bolla di Niccolò 
IV. di cui si parlerà poi . In essa dice il Papa che sotto colore di 
certi statuti clerus civitatis et dicecesis Paduance multimodis impete- 
batur offensis, lacessebatur iniuriis , afjìciebatur contumeliis , et ex- 
ponebatur periculis dirai mortis . Il libro di colali statuti, che non 
mi venne mai fatto di ritrovare , si chiamò Donatello , perchè uguale 
nel volume a un Donato. L'eruditissimo P. M. Federici, che dopo 
di me trattò ampiamente questo argomento è di parere che cogli ac- 
cennati statuti fossero presi di mira principalmente i Cavalieri Godenti, 
contra de' quali in parecchie città d' Italia s era suscitata una terribil 
procella , e crede che sieno stati promotori ed autori delle suddette leg- 
gi i Podestà Fiorentini di genio Ghibellino, che m quei tempi ci go- 
vernarono . Ma con buona pace di lui r lasciando che tal procedere 
era comune con altre Comunità, dico che molto prima dei Podestà 
Fiorentini s' era cominciato dal nostro Comune sebbene di partito Guel- 
fo a promulgare decreti a disfavore de ? Cherici , e potrei citarne alcu- 
no del 1228. e del 1286. oltre quelli del 1274. quando era nostro 
Podestà un Milanese . Ài più gli si potrebbe concedere che quello del 
corrente anno 1282. fosse stato fatto per consiglio ed insinuazione del 
Podestà Frescoòaldi Cittadin Fiorentino . Imperciocché si ha dalle sto- 
rie di quella città , che quel Comune malgrado de' divieti Romani non 
si astenne mai d' imporre agli Ecclesiastici taglie e gravezze pei pub- 
blici bisogni ; onde non è inverisimile che i nostri. Podestà tolti da Fi- 
renze sostenessero ciò che s' era decretalo prima di loro su tal pro- 
posito , e vi dessero esecuzione , forse perchè credevano che la dot- 
trina dell' esenzione de' beni temporali degli Ecclesiastici indipenden- 
temente dalla potestà secolare era stata introdotta come cosa nuova 
nel secolo 2SIIL e non prima , e contra le antiche massime della 
Chiesa . 

Ma checché sia di ciò la dissensione invece di comporsi , come fu 
inutilmente tentato s' innaspri maggiormente . Nel 1 287. fu ventilato se 
si dovesse ritenere o cancellare il riferito Statuto , e due celebri Pro- 
fessori della nostra Università Guido di Suzara , e Iacopo dall' udre- 
na , corr\e riferisce il Diplomata ciò presso il P. Sarti fecero replicate 
disputazioiii a favore di esso . Ne' secoli seguenti si hanno altri esempj 
de' nostri Lettori , che scrissero contra la Corte di Roma a difesa dei 
diritti del Principato, de' quali verrà occasion di parlare . Ma lasciando 
altre circostanze di questo celebre fatto , e rimettendo i lettori al mio 
citato libro, e meglio a quello del P. M. Federici , dirò che Onorio 
IV. e poi Niccolò similmente IV. diedero opera perchè quegli Statuti 
fossero rivocati . Espone Niccolò nella citata sua Bolla, che essendo an- 
cora in privata condizione ( era egli stato Frate Minore ) e salito po- 
scia 



38 ANNALI BELLA CITTA 1 

an-. u8z scia alla Cattedra di S. Pietro (a) aveva avuto notizia di alcuni statuti 
iniqui , nejandi , ed orrendi latti contra il Clero di Padova , i quali 
non polendo tollerare come spiacenti a Dio , contrai') all' Ecclesiastica li- 
bertà e alle leggi Canoniche, nocivi all'anime e a' corpi , producilori 
di scandali ec. gli annullava e cassava; intimando al Podestà, Anziani 
e Comune di Padova , che col mezzo del loro Sindico comparissero 
davanti a Fr. Bonaventura de' Frati Minori Arcivescovo di Ragusi a 
giurare , che dentro lo spazio di quindici giorni gli avrebbero rasi e 
cancellati dai loro libri ; al quale comando se non avessero prontamen- 
te ubbidito , dovessero dal medesimo Prelato dichiararsi scomunicati , 
E in effetto quell' Arcivescovo per non aver trovato disposti gli animi 
come intendeva , ed essendo tornate vane le preghiere , 1' esortazioni , 
e le minaccie di lui , stando in Monselice pubblicò il processo di sco- 
munica , e diede sentenza contra il Podestà e il Comune di Padova , 
privando la Città de' suoi privileg) , levando lo Studio , e invalidando 
le dette leggi e statuti . A tal nuova altissimo dispiacere ne sentirono 
i Padovani , i quali cercarono tosto di venire a concordia col Clero,,, 
interponendo la mediazione del prefato Arcivescovo , e ricorrendo al 
Card. Pietro Colonna f che per essere stato in Padova allo studio del- 
le leggi , come io ho scoperto (b) , era stato testimonio delle malva- 
gie opere de* Cherici . Abbiamo una lettera di O/olino Mandello Po- 
destà indiritta a nome del Comune al suddetto Cardinale, e da essasi 
vede che egli non ancora pregato avea fatto de' buoni uffic) a favore 
de' Padovani, e che avea scritto loro, di che il Podestà gli rende mol- 
le grazie , e a lui raccomandasi scusandosi delle cose occorse prò eo 
quod a perversis clericis , et eorum iniquis operibus , quee non sunt 
vobis incognita propter conversationern vestram nobìscum assiduam , 
per opportuna remedia defendere nitebamur . E certamente conviene 
credere che il nostro Comune sia stato quasi tirato pei capelli dalle in- 
solenze degli Ecclesiastici , quando il Cardinale spontaneamente lo fa- 
voreggiò , ed esso Prelato è chiamato in testimonio del candore della 
fede de' Padovani, e delle male opere de' Cherici , che se tali non fos^ 
sero state , non v' è fronte tanto invetriata che avesse osato di co- 
si scrivere a un Cardinale . Ciò dico né per accusare il Clero di que' 
tempi , né per difendere il nostro Comune r che con quel suo editto 
fuor di dubbio è trascorso , ma per servire alla verità della storia . Per 
accomodare questa differenza si tenne in Monselice un Sinodo nel 
1289. e v * sl stabilirono alcuni Capitoli per la concordia, l'esame de' 
quali fu commesso dal Papa al sunnominato Cardinale sua creatura , 
che dopo averli maturamente considerati , alcuni del tutto ne rigettò , 
altri giudicò di dover ammettere pel ben della pace ; e revocando le 

pene 



(*) Ciò avvenne addì 22. febb. 1288. 

{b) V. mie lettere nel tomo 36. della N. R, Calogieriana * 



DI PADOVA. 3g 

pene fulminate diede felice termine ad una controversia , che teneva A n. iìSz 
turbati e divisi gii animi de' cittadini . Il Papa approvò di poi la sen- 
tenza del Cardinale con sua Bolla data in Orvieto addì 2. di agosto 
1290. La Città cassò le sue leggi, ma chi considera la condizione de' 
tempi confesserà che molto le fu conceduto sul punto principale della 
quistione , come si può vedere nella mia citata operetta . Il concorda- 
to Ragusino servì poi di norma , e quasi come di codice ai provvedi- 
menti e alle riformagioni successivamente fatte dalla Rep. Padovana in 
questa materia . Io ho voluto riferire le cose in diversi anni accadute , 
perchè il lettore avesse la storia intera di questo celebre afFare . 

Le discordie delle quali abbiamo parlato sinora , e le turbolenze che 
si eccitarono nel 1282. non impedirono la Repubblica nostra dal pro- 
seguire il lavoro delle strade e de' ponti . Anzi abbiamo dalla Croni- 
chetta de' Reggimenti , che in quest' anno medesimo quattro ponti di 
pietra furono latti , cioè quelli del Bassanello , de' Gradici , di S. Ma- 
ria di Porciglia , e quello di Guidon da Lozzo , ora detto del Por~ 
telletto . Quel del Faleroto , adesso delle Beccherie pel pubblico ma- 
cello colà trasportato , era stato fatto nell' anno innanzi , e 1' altro di 
S. Leonardo fu edificato neh" anno 1283. del quale ora dobbiam ra- 
gionare . 

D' imprese militari in quest' anno abbiamo solamente l' aiuto dato 
da' nostri a Raimondo Patriarca d' Aquileia, il quale entrato in guerra an. laSj 
eolla Rep. Veneziana , e non potendo esso solo sostenerne il peso chia- 
mò a suo soccorso Alberto Co. di Gorizia , i Triestini , e le due Co- 
munità di Trevigi e di Padova sue alleate ed amiche . Diedero occa- 
sione ai contrasto le giurisdizioni dell' Istria; e la guerra che durò pa- 
recchi anni con isvariati casi , ebbe fine con un accordo assai svantag- 
gioso al Prelato , il quale dovette cedere alla ragion del più forte . Tra 
noi per altro la tranquillità si mantenne , e nessuna sanguinosa ostilità 
ebbe luogo tra' Veneziani ed i nostri; né allro si sa se non che in 
quella guisa che il Patriarca chiuse alla nazione nemica i suoi porti , 
cosi anche i Trivigiani ed i Padovani chiusero 1' ingresso de' loro 
fiumi . 

Ma se qui si godeva un pacifico stato , tranne le quistioni incomin- 
ciate col Clero , Trivigi città nostra amica era fra torbidi e fra tumul- 
ti . Mi si conceda toccar di leggieri la cosà , essendo la storia di quel 
Comune molto legata colla storia del nostro . Due contrarie e potenti 
fazioni dividevano allora Trivigi , come quasi tutte le altre città d' Ita- 
lia , cioè de'Guelfi e de' Ghibellini : de' primi era capo Gerardo da Ca- 
mino , de' secondi Gerardo da Castello , ambidue d' antica ed illustre 
famiglia . L' uno e P altro partito avea molti aderenti e seguaci , e cer- 
cavano a vicenda di soperchiarsi , perchè la Città ne andava spesso a 
rumore . Il Caminese aspirava segretamente al supremo dominio , sde- 
gnando di aver compagni nel governo che a lui fosser pari di autori- 
tà : era amico de' grandi , fautore del basso popolo , e a tempo lar- 

gheg- 



4© ANNALI DELLA CITTA 

K. 1283 gheggiatore , valoroso , e di accorto ingegno ; tutte qualità che molto 
favore gli procacciavano . S' avvide delle ambiziose sue mire 1' emolo 
Gerardo , e ristrettosi co' suoi fratelli e dipendenti deliberò di uccidere 
il suo rivale , e di farsi in tal guisa padrone della città . Apparecchia- 
te le cose i Castelli co' loro partigiani si presentarono armati alla piaz- 
za maggiore il dì i5* di novembre sperando di sollevare il popolo: 
ma Gerardo non dormiva , e avvertito opportunamente corse anch' egli 
alla piazza colle sue genti , dove si appiccò una terribile zuffa , la qua- 
le , rinforzandosi ognora più il partito del Caminese colla sopravve- 
gnenza di nuovi aiuti , terminò colla vittoria di lui . Tiso da Campo- 
sampiero nostro cittadino anch'esso col Conte Rambaldo di Collalto , 
ed altri magnati contribuì a rispingere i Castelli , e cacciarli dalla città . 
Questi dì poi furono con rigoroso bando proscritti ,, e insieme i prin- 
cipali di quella fazione . Il Caminese frattanto seppe così destramente 
condurre la cosa , che con tutti i vati dell' adunata moltitudine ( cosa 
nuova ad udirsi ) fu eletto Capitano generale del popolo , cioè supre- 
mo Signore di quella Comunità . Allora Trevigi cessò d' esser libera , 
ma se il prezioso dono della libertà , colpa delle fazioni di que' tem- 
pi , era innocente cagione di frequenti tumulti e discordie , non pare 
che Trivigi avesse a dolersi molto d' esser caduta nelle mani di un so- 
lo , che certo è migliore stato che non è quello di pochi potenti , go- 
verno peggiore di tutti . 

Padova in questo mezzo che da civili discordie non era infestata , 
pensò ad estendere il suo dominio, giacché le si presentò V occasi on 
favorevole . La nobil Terra di Lendinara confinante alla nostra pro- 
vincia era stala per lungo tempo signoreggiata da una famiglia di Ve- 
rona , che poi de' Caiani di Lendinara fu detta , la qual voce Catani , 
come sanno gli eruditi , è un accorciamento del vocabolo Capitani , e 
la dignità di questi equivaleva in que' tempi a quella di Conti rurali o 
di castellani . Si smembrò poi la suddetta giurisdizione , e oltreché fu 
divisa e quasi trinciata negli eredi e proeredi della famiglia , passò an- 
che per via di donne ne' Conti di S. Bonifazio , negli Estensi., e ne' 
Badoeri . udmabilia Catania moglie di Badoero de' Badoeri nobile 
Viniziano , a cui era toccata parte di quella giurisdizione , e Antonio 
e Rizzardo Catanei vendettero al nostro Comune i loro diritti sopra 
di quella Terra , che cominciò da quest' anno a dipendere in buona 
parte da noi . Si voleva che anche Obizzo d' Este vendesse la sua por- 
zione , perchè non ci fossero altri padroni , e a maneggiarne la ven- 
dita furono inviati a lui degli ambasciadori ; ma non fu possibile «di 
piegare l'animo del Marchese, a cui sapeva reo volontariamente dispo- 
gliarsi degli antichi suoi possedimenti . 

Luttuosa perdita ha fatto in quest' anno la nostra Città per la mor- 
te del Vescovo Giovanni , e per le dannose conseguenze che ne de- 
rivarono . Questo buon Prelato era figlio di Forzate di Tanselgardi- 
nó Vicedomino di Sacco, investito di tal dignità sino dai n85. dai 

Ve- 



DI PADOVA. 41 

Vescovo 'Girardo . Canonico della Cattedrale passò ad esser Vescovo "7 1*. izsf. 
di questa Chiesa, che governò saggiamente per lungo tempo. Trova- 
to avendo nella Città e nella diogesi molti abusi introdotti , gli ricor- 
resse , procurando di rimettere la disciplina già sbandita per la tiranni- 
de di Ezzelino , che tenne parecchi anni questa greggia senza pasto- 
re , ed esposta ai rabbiosi morsi de' lupi . Nel principio del suo go- 
verno non si mostrò molto favorevole a' Frati Minori , ma ripreso e 
ammonito con una efficacissima Bolla da Papa Alessandro lP~. per- 
mise di poi che liberamente con Cessassero e predicassero , ciò che pare 
avesse loro interdetto, forse troppo rigido ritcnitere dell' antica disci- 
plina . Ossia che non approvasse egli i Monasterj doppi , ossia che 
fosse mosso da' disordini nati , separò , come detto abbiamo , presenti 
altri Vescovi , ed Enrico Legalo Apostolico , le Monache di S. Be- 
nedetto da' Monaci , quelle di S. Maria di Fistomba da' Monaci d' O- 
gnissanti, riformò il Monistero di S. Agnese di Polverara , e 1' altro 
di S. Bartolommeo di Braganze , fondò lo spedale di S. Prosdocimo 
di Valdobiadene , donò decime a Giovanni Priore di S. Margarita di 
Vigonza , beneficò il Monistero dì S. Niccolò di Lido , e altre chie- 
se; confermò i diritti del suo Capitolo, impetrò privilegi allo Studio 
da Papa Urbano , e fece altre opere degne di memoria , e meritevoli 
della nostra riconoscenza . Vivente lui , oltre il B. Antonio Pellegri- 
no , di cui s' è parlato , volò agli eterni riposi il B. Compagno Onga- 
rello primo Priore di S. Maria di Porcigt$a , che per la sua pietà me- 
ritò F onor degli altari ; e furono per miracoloso modo scoperte in S. 
Giustina innumerabili ossa di S. Martiri in un antico cimiterio riposte. 
Morì nel giorno di S. Giovanbatista di giugno , nel quale era nato , e 
ordinò col suo testamento fatto nel 1280. d' essere seppellito nel Duomo 
presso F altare di S.Niccolò . Nella Iscrizione sepolcrale inversi latini che 
gli fu posla , vien paragonato ne' costumi a S. Gregorio , nella scienza a 
Salomone, nella vita a S. Prosdocimo. Queste poche cose da me som- 
matamente toccate potranno servire di supplemento e di correzione a 
ciò che asciuttamente dicono di lui F Ug/ielli, e Fautore delia meschina 
Opera, che ha per titolo Serie Cronologica dei Vescovi di Padova. 
Dopo la morte di Giovanni si congregarono i Canonici per elegge- 
re il successore , e cadde la nomina in Proesavio Nove/lo Vescovo di 
Trivigi , che non volle accettare. Il dì primo di agosto raunato il Ca- 
pitolo per una nuova elezione si trovarono divisi i voti : cinque eles- 
sero Giovanni degli Abbati > e cinque Princivalle di Bonifazio de' 
Conti, ch'io trovai tra' Canonici nel 1258: Questi nominò D. Bo- 
naccorso Priore di S. Maria in Vanzo ; e F Arciprete Bovetino , Gio- 
vanni degli Abbati , e Andrea Causono non vollero nominare alcu- 
no . Addì 6. del detto mese di agosto Olderico Abbate di S. Giu- 
stina , Borlengo Abbate di Carrara , prete Forzate parroco di S. Gia- 
como di pontemolino e primicerio de' Cappellani , e prete Giovanni il 
più vecchio Mansionario del Duomo, dopo aver protestato all'Arci- 
Parte JIL F pre- 



42 ANNALI BELLA CITTA 

n. 1283 prete Bovetino , che per antica consuetudine avevano diritto nella ele- 
zione de' Vescovi , approvarono la scelta l'alta del Canonico degli udb- 
bati , » come di uomo di molta letteratura, di onesta vita, di lode- 
„ vole conversazione , di esimia prudenza nelle cose temporali e spiri- 
„ tuali , e iniziato negli Ordini sacri " ; e ne diedero parte all' eletto . 
L' uno e 1' altro dei nominati accettò , ed ambidue i partiti deputarono 
procuratori per sostenere e difendere le loro ragioni dinanzi al Patriar- 
ca Raimondo nostro Metropolitano . Il P. M. Federici soprallegato 
attribuisce questo scisma ai Ghibellini che volevano Vescovo il Canoni^ 
co degli abbati , uomo , secondo lui , della loro fazione , mentre il 
suo competitore era Guelfo : ma per vero dire nelle eccezioni a lui 
date in certe allegazioni da me vedute trovo bensì, che gli si rinfac- 
cia la condizione servile per esser ligio di Bernardo de' Maltraversi 
da Calaone , e che la sua elezione fu simoniaca ; e trovo che i Cano- 
nici suoi elettori sono accusati di vergognosi delitti ; ma non trovo che 
né esso , né eglino sieno tacciati di Ghibellinismo , accusa che gli av- 
versai^ non avrebbero risparmiata. 

L' Ughelli , il P. C avario , e gli Annalisti Camaldolesi raccontano 
che la Sede Padovana per questo contrasto vacò quattro anni , e che 
solo nel 1287. fu dichiarata canonica e legittima P elezione di Princi- 
valle. Ma ciò non è vero. Imperciocché sino dal giugno del 1286. Prin- 
civalle era Vescovo, e teneva a suo Vicario il dotto Giurista Rizzar- 
do de' Malombri , e tale era parimente a' io. di marzo dell' anno se- 
guente . Falla innoltre V Autor della Serie , che dice aver lui rinun- 
ciato nell'anno 1285 , nei quale era stato eletto, e mostrando di non 
conoscere Giovanni degli abbati , che pur gli doveva esser notissimo , 
dà per competitore al Conti un certo Giovanni Flaconi: e falla an- 
cora 1' Ughelli , il quale asserisce che tale rinuncia abbia egli fatto nel- 
le mani di Papa Martino colla riserva d' una pensione sopra i beni del 
Vescovado , quando è certo che ciò avvenne a' tempi di Onorio IV '. 
E fu questo Papa , e non già Martino , che promosse alla Cattedra 
Padovana Bernardo Provenzale Uditor generale della Camera Apo- 
stolica , come si ha da un Breve di lui del mese di febbraio 1287. 
col quale concede a Bernardo eletto di prendere a censo due mila 
fiorini d' oro pei bisogni della sua Chiesa ; e noi promosse già per la 
morte di Princivalle , siccome narra il Cavacio , ma per la rinuncia 
di lui, e non nel 1289. giusta \ Ughelli , ma nell' anno da me citato. 
Qual gruppo d' errori in un fatto solo ! Del resto Princivalle dopo la 
sua rinuncia fu trasportato all' Arcivescovado di Cagliari nella Sardigna , 
e pochi anni appresso morì , e Gio. degli jLbbati fu dipoi creato Ar- 
ciprete del suo Capitolo . 

Non si ha dalla storia che altro scisma abbia diviso la Chiesa di Pa- 
dova fuorché quello accaduto sul principio del secolo dodicesimo , quan- 
do cioè il Vescovo Pietro malamente da' nostri chiamato Ter gola , e 
tenuto quasi per santo , fu deposto come intruso e scismatico insieme 

con 



di Padova. 43 

con Allerto Arciprete Panno n 06. nel Concilio di Guastalla tenuto an. 1283 
da Pasquale II. e gli fu surrogato Sinibaldo . Imperciocché Pietro 
si tenne forte alcuni anni nella Sede vescovile spalleggiato e protetto 
da Enrico V. Re di Germania e d' Italia , persecutor del Pontefice , 
e costrinse il legittimo Vescovo Sinibaldo a ripararsi a S. Tecla di 
Este in un coli' Arciprete Bellino , che poi gli fu successore nel Ve- 
scovado . Questo scisma e per la sua durata , e pel sangue che vi fu 
sparso , è memorabile ne' nostri annali . 

Poco innanzi s' è detto che i Padovani acquistarono alcune parti di 

Lendinara con animo di assoggettarla tutta al loro dominio, e che a 

tal fine trattarono col Marchese Obizzo d' Este , che possedeva alcun ì"an7TIÌ7 
carati di quella giurisdizione . Anch' egli nudriva nell' animo il medesi- 
mo desiderio , e perciò non si arrendette nò alle istanze , ne alle pre- 
ghiere de' nostri ; anzi avvenne tutto 1' opposito . Imperocché, sebbene 
non sappiamo né le condizioni , né i patti , la Repubblica Padovana 
vendette al Marchese in quest'anno 1284* tutte le sue ragioni sopra 
di Lendinara ; ma è credibile , che non tanto per gratificare a quel 
Principe , quanto perchè bene le sarà tornato , sia condiscesa ad accor- 
dare tal vendita . Raro è che un Sovrano si spodesti di alcun domi- 
nio senza che o la forza ne lo costringa , o 1' interesse ne lo consi- 
gli . Il Marchese frattanto dopo la cessione faUa da' Padovani obbligò 
gli altri compadroni , e infra gli altri Vinciguerra Conte di Verona , 
ad alienargli in processo di tempo i loro diritti , e così tutta quella no- 
bil Terra venne alle mani di lui . 

.Era^ nostro Podestà Fantone de' Rossi di Firenze , che tre volte 
esercitò questo ufficio , cioè negli anni 1284. 1285. e 1295. prova 
non dubbiosa della prudenza e rettitudine sua , che gli conciliò la sti- 
ma , e la confidenza di questo popolo . Egli nel suo primo reggimen- 
to fece fabbricare presso la torre del Comune chiamata Rossa la Sala , 
dove il Consiglio generale si radunava , e ne fu architetto quel mae- 
stro Bernardo Boccaleca , del quale s' è detto sopra ; e nell' angolo 
esterno della Cancelleria si legge ancora il suo nome . Di quest' uomo , 
la di cui arca è stata villanamente distrutta , tornerà occasion di parla- 
re , perchè egli in varie opere fu adoperato dalla Piep. Padovana ; e 
forse è cosa di lui quella volta che copre il sepolcro di Antenore ap- 
punto in quest' anno perfezionata , come insegna l' Iscrizione che nella 
parte occidentale fu incisa . n 

E giacché di pubbliche fabbriche si ragiona non sarà fuor di pro- 
posito aggiungere che nell'anno seguente 1285. fu edificato di pietra an. i*$$ 
il bel ponte di S. Giovanni così chiamato da una vicina Chiesetta de' 
Cavalieri Gerosolimitani , di cui le prime memorie sono dell'anno 1166. 
Fu detto anche S. Giovanni delle Navi , perchè le barche allora con 
vocabolo latino nominate navi colà presso approdavano . Né i nostri 
architetti a fare un bel ponte dovevano cercare modelli fuori di Pado- 
va : essi avevano sotto gli occhi quattro ponti di struttura fuor di dub- 
bio 



44 ANNALI DUELLA CITT^L 

àst. i2«5 hio Romana, che restano ancora dopo tanti disertamenti di questa Cit- 
tà . Quando il ponte di S. Giovanni ebbe compimento, non più il 
Rossi era Podestà , ma Guglielmo Malaspina degli Obizzi . Oltre il 
predetto ponte si fabbricò anche la casa grande , dove gli Anziani del 
Comune si radunavano, da' quali era formalo il Consiglio, che dice- 
vasi di credenza . Ne' primi anni di questo secolo s' era dato princi- 
pio da' nostri alla gran Sala della Ragione , che sai à un eterno mo- 
numento della grandezza del loro animo, e oggetto di ammirazione 
alle nazioni straniere . Si edificò ancora il palagio del Podestà , che 
per qualche tempo dopo la sua istituzione non ebbe casa propria, ma 
ora qua ed ora là soggiornava . Trovo che negli anni 1180. 87. 88» 
abitava la casa di Pietro dà Boni ai riguardevole gentiluomo, che fon- 
dò il Monistero di S. Maria di Porciglia ; nel 1192. la casa che fu 
di Manfredo giudice, e nel 1207. quella di Dalcsmanino cittadino 
potentissimo . Non soffersero i nostri che più a lungo andasse vagan- 
do il principale Rappresentante della Repubblica , ma gli apparecchia* 
rono un albergo, degno di lui , e corrispondente alla grandiosità Pado- 
vana . Ciò sia detto più per incidenza, che perchè l'ordine de' tempi 
ce lo richieda . 

Quantunque la Chiesa Padovana fosse priva del suo Pastore , e bol- 
lissero le discordie , che sopra abbiamo raccontale , non lasciò il Capi- 
tolo de' Canonici di esercitare quella giurisdizione che in sede vacante 
secondo la consuetudine di que' tempi gli competeva. Era Arciprete 
della Cattedrale Boattino o Bovetlino da Mantova y che tenne qui 
pubblica scuola di ecclesiastica giurisprudenza . Si duole parlando di 
quest' uomo il Chv Tiraboschi (a) , che la sì antica e sì illustre Uni- 
versità di Padova non abbia ancora avuto un diligente indagator de' 
suoi pregj » e uno storico esalto de' celebri professori che in essa fio- 
rirono: quanto giusti sieno i lamenti di lui parmi di averlo fatto chia- 
ramente vedere in due Memorie lette a questa Accademia , conciossia^ 
che la storia dell' Ab. Facciolati ? l'ultimo degli Storici dello Studio, 
sia difettosa e mancante e per quello che dice e avrebbe dovuto tace- 
re , e per quello che non dice e non volle o non seppe dire . E ve- 
nendo al particolare del Bore/tino egli appena lo nomina ; fallano poi. 
parlando di lui il Tomasini , il Papadopoli , il P. Salomoni , e 1' U- 
ghelli ; e a me dispiace di dover correggere cosi spesso gli errori de' 
nostri inesatti storici . Dirò adunque appoggiato all' autorità delle anti- 
che carte che Bovettino non succedette nella dignità di Arciprete ad 
Uberto Businello , né a Giovanni dalY abbate , ma a Tommaso de' 
Guarner ini 'zio di quelP Antonio che fu eletto Vescovo di Vicenza; 
e non nel i3oo, ma nel 1283, e non per morte del suddetto Tom- 
maso , ma per rinuncia ; imperciocché egli era vivo nel settembre di 

det- 



00 Stor. della Lett. Ital. T. IV. e. fi& 



Di p A ir o w a i. 45 

detto anno , e insieme con Ugolino avvocato amministrava i beni del A .s. 1285, 
Vescovado . Stette nel grado di Arciprete almeno sino al giugno del 
1294. trovandosi poscia in luogo di lui quel Giovanni degli ^Abbati, 
eh' era stato nominato Vescovo di Padova ; e allora il Bovettino non 
ha altro titolo nelle carie che di dottor di decreti , di attuale Reggen- 
te nello Studio , e di Canonico Padovano . Vanno errati eziandio in- 
torno al tempo della sua morte i citati Scrittori , e sono discordi tra 
loro. Il Tomasinì lo dice morto nel 1807. Il Salomoni nel i3io, 
e il Panciroli nel i3oo : ma sebbene si trova esser vivo nel i3oi, io 
tengo però che sia morto nell' agosto di quest' anno , e tale mia opi- 
nione è conforme a ciò che leggesi nella Iscrizione in versi che gli La 
posta : Obit augusto mille irecentis elapsis . Egli insegnò pel corsa 
di 43. anni la giurisprudenza canonica , ma forse non sempre come 
pubblico- professore ; ed io inclino a credere che sia stato chiamato a 
Padova dal Vescovo Giovanni, dotto anch'esso nelle leggi ecclesiasti- 
che , e , come per alcuni si crede , anche laureato , certamente gran 
favoritore della nostra Università . 

Ora che si sono recate in mezzo alcune certe notizie di questo let- 
terato , non sarà alieno dall' argomento aggiungere qualche fatto occor- 
so nel tempo eh' egli era Arciprete . S' erano introdotti alcuni disordi- 
ni nella Fraglia de' Cappellani , ora con più onorevole titolo chiamata 
Congregazione de' Parrochi , intorno i diritti proprj di cadauna Chie- 
sa , sopra 1' amministrazione de' sacramenti , i funerali e 1' esequie ec. , 
ai quali volendo riparare 1' Arciprete JB ovetti no co' suoi Canonici ordi- 
nò , che la Congregazione eleggesse alcuni de' suoi per fare de' nuovi 
statuti affine di ristabilire la miglior disciplina , e sradicare gli abusi . 
Era Primicerio de' Parrochi Lambertino Priore della Santissima Trini- 
tà r ch'io nomino volentieri, perchè mi porge occasione di ricordare 
in queste carte colla debita lode l' Ab. Giuseppe Toaldo P. P. di Me- 
teore e di Astronomia, nome cognitissimo non pure in Italia, ma ol- 
tremonti ed oltremare eziandio , e attuale Prevosto di quella distrutta 
Chiesa . Il suddetto Lambertino insieme con altri fu scelto a formare 
le nuove leggi , che furono presentate al Capitolo : e il dì 6. di luglio 
di quest'anno 1285. radunatasi la Congregazione nel Duomo dinanzi 
all' altare di S. Daniele , dopo essere stati letti ad uno ad uno i capi- 
toli , ottenne dall'Arciprete e da' Canonici la conferma e l'approva- 
zione . 

Nei febbraio dell' anno precedente il medesimo Bovcttino col con- 
senso de' suoi Canonici approvò 1' elezione di Fr. Sansone a Priore del 
Monistero di S. Maria di Porcigìia , ma non prima di aver fatta dili- 
gente inquisizione sopra la vita, i costumi, e la scienza di lui, e su 
la forma dell'elezione; e il Priore suddetto diede il giuramento d' es- 
ser fedele e ubbidiente all'Arciprete, e al Capitolo della S. Padovana 
Chiesa , vacando la Sede Vescovile , e al Vescovo che sarà prò tem- 
pore . In quel secolo alcuni Monisterj di Monaci dipendevano ancora 

da' 



46 ANNALI DELLA CITTA 

am. 1Z85 da' Vescovi , né godevano di quelle illimitate esenzioni, che o la pietà 
di alcuni Imperatori , o la indulgenza de' Papi largamente ha loro poi 
conceduto , sottraendoli principalmente dall' ubbidienza degli Ordinar j , 
ai quali secondo i canoni vivevano sottoposti 7 e alla sola Sede Apo- 
stolica assoggettandoli . 

Non mi par da tacere, lasciando altri atti di Bovetlino , che a' 22. 
di decembre del 1283» da Filippo dalla Torre nipote del Patriarca 
Raimondo , come procuratore di Manfredo similmente nipote di lui , 
ed eletto Canonico di Padova , ricevette il giuramento di osservare gli 
statuti , le costituzioni , e le consuetudini della Chiesa Padovana . Ecco 
un altro Turriano , che dopo la cacciata della sua numerosa famiglia 
da Milano si fece uomo di Chiesa , Ma il medesimo Filippo divenne 
anch' esso Canonico della nostra Cattedrale , giacché pare esser lui quel- 
lo stesso che chiamato Filippono trovossi presente in Udine nel 1296. 
al giuramento di fedeltà y che prestò al Patriarca col mezzo del suo 
procuratore il Vescovo nostro Giovanni , Non sia chi mi accusi d' in- 
serire in queste Memorie notizie troppo minute, quando il Ch. P. de 
Rubeis , tessendo la storia del Patriarcato di Aquileia , argomento pie- 
no di fatti luminosi e importanti , non isdegnò a tempo e luogo regi- 
strarne anch' esso di somiglianti ► 

Dalle cose ecclesiastiche tornando alle politiche abbiamo da alcune 
carte che il nostro Comune nel Reggimento di Guglielmo Malaspina 
degli Obizzi pose una gravezza straordinaria di quattro grossi per cam- 
po sopra le terre , che le Chiese , i Monisterj della Diogesi Castellana 
possedevano net Padovano . E perchè qualche Convento ricusò di pa- 
gare y si procedette al sequestro de' fruiti : di che si duole Papa Ono- 
rio in un Breve diretto al Podestà e popolo Padovano , col quale co- 
manda , che sì lascino liberamente andare al Monistero di S. Maria 
della Carità le rendite sequestrate . Questo Breve mi torna a mente ciò 
che accadde sul principio di questo secolo . Volendo la nostra Repub- 
blica piantare il castello di Cittadella per fronteggiare i Trivigiani co' 
quali era in guerra , tassò le Chiese , i Monisterj , le Canoniche , e gli 
Spedali della somma y che a proporzione delle loro entrate aveano a 
pagare . E già 1' esazione s' era principiata , quando il Clero , a cui se- 
condo le massime allora dominanti dispiaceva la imposta , avuto ricorso 
ad Tigone Vescovo d'Ostia e di Veletri, e Legato Apostolico in que- 
ste parti , poi Papa col nome di Gregorio IX. ottenne eh' egli venis- 
se a Padova , e che in lui una parte e l' altra compromettesse la diffe- 
renza . Venuto egli ed intesa la cosa intimò a Bonifazio di Guidone 
di Guizzardo Podestà in pena di mille marche di argento che nel ter- 
mine di quindici giorni dovesse restituire le cose tolte , e rilasciare le 
staggite , annullando le vendite , le alienazioni , e i contratti fatti sopra 
i beni e i frutti del Clero . Ciò fu nel X221 . Ma i tempi s* erano 
cangiati , e la dottrina della ecclesiastica libertà avea perduto del suo 
vigore . E si ricordi chi legge che siamo in quegli anni , ne' quali sof- 
fiava 



DI PADOVA. 47 

fiava un vento contrario alle pretensioni del Clero . Perciò non mara- AN . lZ 8$ 
viglia della imposizione sopra le Chiese Venete che almeno in qualche 
parte è stata riscossa , avendo io trovato che il Monistero di S. Salva- 
tore pagò settantatre lire e dodici soldi . Piuttosto sarebbe da cercarsi 
ciò che mosse i Padovani a mettere quel grosso accatto , giacché non 
avevano alcuna guerra da sostenere . Pertanto io mi vo invaginando che 
così ricercassero le grandi spese da essi fatte nelle pubbliche fabbriche, 
le quali sebbene cominciate negli anni addietro , anche in questo con- 
tinuavano , ond' è venuto , che i nostri Cronisti a diversi anni le asse- 
gnano . 

Su lo spirar di quest' anno , come si ha dagli Storici Mantovani la 
nostra Città mandò un arnbasciadore al Comune di Mantova per con- 
cluder lega e amicizia con esso . Poche cose potevano accader tanto 
care e gradite a que' Cittadini , quanto fu questa di collegarsi colla po- 
tente Rep. Padovana . Fu accettata prontamente 1' offerta , e V istru- 
mento di amicizia si stipulò nel giorno vigesimo terzo di gennaio del 
nuovo anno 1286 . E probabile che si sieno fatte delle allegrezze per A n. 1285 
questa alleanza secondo il costume di quella età propagato anche a' se- 
coli posteriori . Ci raccontano i nostri Cronisti , che in quest' anno il 
Comune rilasciò dalle carceri prò amore Dei tutti coloro che vi erano 
rinchiusi ; e siccome somiglianti atti di generosa clemenza allora sola- 
mente dai Governi si soglion fare , che qualche prosperevole cosa in- 
terviene , e conciossiachè nessuna straordinaria felicità in quel tempo ci 
sia accaduta , cosi giova credere , che la liberazione suddetta si debba 
attribuire all' allegrezza de' nostri per la effettuata unione col Comune 
di Mantova , che riguardavano come utile al commercio , e giovevole 
alle loro viste politiche . 

Succedette a Guglielmo Malaspina degli Obizzi nel governo di Pa- 
dova Barone de' Mangiatori di S. Miniato , e trovando la Città libera 
da ogni impaccio di guerra , siccome i suoi precessori avean fatto , an- 
cor egli volse il pensiero a novelle fabbriche . Fece che il Comune 
comperasse la casa di Guecili Dalesmanino q. Manfredo , ed ivi fab- 
bricasse un pezzo di muro colla sua porta . La suddetta casa era pian- 
tata presso al ponte Allinà , il quale fu così detto , perchè là comin- 
ciava la strada di Aitino , siccome per una somigliante ragione il pon- 
te de' molini , prima che fusser fatti , chiamavasi Vicentino . E si dee 
sapere che l' antica cerchia delle mura della Città fu edificata a poco a 
poco ed in varj anni , e non è di quella rimota antichità , che alcuni 
al vedere la grossezza e solidità di que' muri falsamente si credono . 
Si diede principio alla grandiosa opera nel 1195. nella Podesteria di 
Pagano dalla Torre , e allora si alzò il muro della contrada di S. 
Leonardo sino a quella di S. Pietro . La sola torre nominata Tor- 
longa nelle più vecchie carte , dove ora è il pubblico Osservatorio , 
appartiene a secoli più alti , ed è forse parte della prisca munizione 
della Città. 

Le 



48 ANNALI DELLA CITTA* 

y . 1286 Le nostre Cronichetle hanno lasciato memoria di una porta della 
Camera del Consiglio vecchio , che in quest' anno fu fatta , la quale , 
benché non sarà stata nò Sansovinesca , nò Palladiana , contuttociò agli 
occhi dello Scrittore è paruta degna di ricordanza . Nel tempo di que- 
sto medesimo Podestà furono cancellate e sdipinte le pitture de' notai . 
Quali esse fossero noi dice la Cronaca , ma un antico statuto ci por- 
ge qualche lume , onde poterle conoscere . Tommasino Giustiniano 
Podestà ordinò nel 1271. che fossero imbiancati i muri della Sala del- 
la Ragione , e che al disopra de' banchi , ove siedono i notai a scri- 
vere i loro atti , si dipingessero delle figure . Così fu fatto , e mi ri- 
corda di aver trovato , che dove il Podestà sedeva a tener ragione vi 
era pictura militis super equum . E queste a mio credere sono le pit- 
ture, le quali non so perchè si comandò che fossero spinte. 

E da dolersi che in un colle loro ©pere sieno periti i nomi di que- 
gli artefici , che a que' tempi qui lavorarono , poiché la storia delle 
belle arti non è meno interessante dell' altre , e hanno molto diritto al- 
le nostre lodi quegli scrittori , che colle loro scoperte sul buio di que' 
secoli spargono qualche lume. S'ingannerebbe d' assai chi credesse che, 
attesa la barbarie da cui fu soprappresa 1' Italia , 1' arte della pittura si 
fosse del tutto spenta ; perchè sebbene non è di quelle che sono ne- 
cessarie alla vita , è però strettamente legata colla religione , e gli uo- 
mini , che volentieri si lasciano attrarre dagli oggetti sensibili , avranno 
voluto vedere nelle Chiese le immagini de' loro Santi . Le voci barba- 
re Icona , Iconio. , cincona significanti figura e immagine sacra , le 
quali si trovano negli Scrittori di quel!' età , rendono testimonianza ai 
mio dire . Oltre a ciò non mancarono mai persone ricche e facolto- 
se , le quali avranno tenuto de' quadri ad ornamento delle loro case, 
rozzi bensì , mal disegnati , e peggio ancor coloriti , ma certamente 
opere pitturate . Tra noi in vero si hanno indizj che anche ne' secoli 
barbari ci sieno stati dei dipintori . Imperciocché lasciando di dire che 
nel secolo sesto si vedevano nella Chiesa di S. Giustina dipinte le azio- 
ni di S. Martino, come afferma Venanzio Fortunato, è notabile ciò 
che il nostro Rolandino racconta . Dice egli che nell' aitar maggiore 
della Cattedrale erano con molto artificio dipinti il Vescovo Milone , 
il Re Corrado, e la Regina Berta sua moglie, le quali pitture, se 
non vogliam dire che fatte fossero al tempo di que' Sovrani , almeno 
erano assai antiche . Nomi di pittori s' incontrano poi in lutto il seco- 
lo decimoterzo , benché de' loro lavori niente si sappia , e sono Italia- 
ni e non Greci , come da' nomi stessi apparisce . In quest' anno me- 
desimo di cui scriviamo Vicenzo q. Bartoloto dalla villa di Cambroso 
fa in Padova il suo testamento il dì 8. di settembre , e infra le altre 
cose ordina che sieno pagati i pittori che nelle Chiese di Rosara e di 
Cambroso dipinsero le imagini di S. Daniele e di S. Benedetto , ma 
i nomi degli artefici in questa carta sono taciuti . Non ho potuto fare 
che partendomi alquanto dal filo della storia non dicessi qualche cosa 

su 



DI P A D o r A . 49 

su questa materia , onde altri leggendo queste mie carte s' invogli di AN .iiS6' 
trattarla ampiamente . 

Oltre le fabbriche , delle quali abbiamo parlato , e' ò chi dice essersi 
dato principio in quest' anno al ponte de' Tadi , benché altri ne parli 
sotto Tanno seguente. Esso ha preso il nome da una nobile famiglia, 
che colà presso aveva le sue abitazioni ; famiglia che cominciata nelP 
undecimo secolo da un Giovanni causidico , cioè perito nelle leggi , 
diede per dugento e più anni molti uomini illustri alia patria . Ciò che 
narra ì' Orsato di Simone de' Tadi , ehe vinto in singolare combatti- 
mento da un Tanselgardo diede origine ai cognome dei Forzate , è 
favola da Romanzi. Altro non ci resta a dire di quest'anno se non 
che per due miglia fuori della Città intorno intorno furono posti de' 
termini , de' quali alcuno ho veduto in piedi nella mia gioventù . 



Il Vescovo Bernardo, del quale s'è detto, che nel febbraio del a s. izS 7 
1287. aveva avuto facoltà dal Papa di prendere a censo due mila fio- 
rini d'oro, a' 12. di novembre di quest'anno medesimo stando nel suo 
palazzo restituisce al procuratore di alcuni prestatori Fiorentini i55o. 
Eorini d' oro . Grande era in quel tempo la ricchezza de' Fiorentini , 
e di altri popoli della Toscana , i quali abbandonando le* loro patrie si 
sparsero come uno sciame d' api qua e colà per tutta l' Italia , e fuori 
eziandio di essa , succhiando a guisa di mignatte con enormi estorsio- 
ni il sangue de' Principi e de' sudditi bisognosi. Fa orrore il leggere 
nelle storie , o nelle antiche carte l' eccessive usure che si esigevano da 
costoro . Non contenti dei venti e del trenta arrivarono a tale d' in- 
gorda rapacità in qualche parte d' Italia , che si fecero lecito ritrarre 
d'interesse ( ciò che parrà incredibile ) sino il sessantacinque per cen- 
tinaio . 

Imponevano agli accattanti strane e durissime condizioni , come sa- 
rebbe dire , che se eglino dentro il termine accordato non avessero 
soddisfatto , quei frutto non corrisposto andasse in accrescimento del 
capitale ; ciò che presso i Romani chiamavasi anatocismo , ed era dal- 
le leggi vietato : che dovessero portarsi in un dato luogo , ed ivi trat- 
tenersi sino a tanto che per loro si fosse pagato il debito; ovvero an- 
dare raminghi fuor della patria, né prima farvi ritorno, che aves- 
sero le ragioni saldate. Nulla dirò delle persone che prendevano per 
istatichi , ed erano da essi gelosamente guardate , fra le quali de' figliuo- 
li de' Principi ne ricorda la storia . Ma non è da tacersi , che essen- 
do essi i principali cambiatori d' Europa , e creando compagnie e ra- 
gioni , e servendo la Corte di Roma per ritirare le sue rendite da va- 
rie parti d' Europa , e il soldo delle decime imposte , quasi tutto P oro 
e P argento conialo passava per le loro mani . 

Non maraviglia pertanto , se cosi adoperando ammassarono immense 
ricchezze , le quali poi versandosi la maggior parte in seno a Firenze 
non solamente abbellirono quella città colia erezione di magnifiche fab- 
briche , ma la portarono, come osservò il Muratori, a tal grado di 
Parte III. G pò- 



So ANNALI DELLA CITTA* 

«*! 1287 potenza e di forza , che potè dare la legge alle sue vicine . Dante 
però nel XVI. dell' Inferno si duole che tanti e sì subiti guadagni 
avevano generato in Firenze dismisura ed orgoglio . Un belP esempio 
della ricchezza acquistata col cambio abbiamo in Borromeo de' Bor- 
romei, il quale nel 1899. P ot ^ prestare a Giangaleazzo Visconti , 
quel gran Signor di Milano , ottanta mila fiorini d' oro . Questo gen- 
tiluomo originario di S. Miniato in Toscana , dove i suoi avoli pri- 
meggiarono , è uno degli ascendenti de' Borromei di Padova e di 
Milano . 

Anche noi abbiamo avuto nella Città e nel territorio di queste ra- 
paci arpie . Racconta Ho/andino (a) , che allora quando i Crocese- 
gnati liberarono Padova dal pesante giogo del tiranno Ezzelino , un 
certo Toscano chiamato Giovanni di Scania , volendo difendere la 
sua pecunia che prestava ad usura , fu morto da loro . Molti presta- 
tori Toscani ne' secoli XIII. e XIV. abitanti in Padova ed in Bassa- 
no , soggetto a questo Comune , nelle antiche carte ho ritrovato , e 
molti in Este e in Monselice , dove e' era un borgo dal nome loro 
chiamato . Anzi siccome i Toscani , e i Fiorentini principalmente , era- 
no usurieri per eccellenza , e avevano più degli altri acutezza d' inge- 
gno e sagacità per far bene i fatti loro, così tanto era dire in que' 
tempi Toscano che prestatore, cambiatore, banchiere: e questo nome 
si dava del pari a' Padovani che a' forestieri usurai , giacché non i so- 
li Toscani propriamente detti , ma de' nostri Cittadini ancora esercita- 
vano tal professione ; e tal famiglia vive oggi splendidamente , che i 
maggiori di essa davano il denaro ad usura . Belle leggi abbiamo su 
tal proposito nel nostro antico Statuto , ma non è di questo luogo 
parlarne , e basteranno le cose dette per illustrare la carta del Vescovo 
nostro Bernardo. 

Non si parlava nella Marca Trivigiana di guerra civile o domesti- 
ca , mentre alcune città della Toscana e della Lombardia per le con- 
trarie fazioni erano piene d' odj , d' incendj , e di ammazzamenti . In 
questo tempo di perfetta tranquillità , giacché per nulla contavasi la 
discordia col Clero , succedette un matrimonio assai riguardevole e de- 
gno di essere ricordato . Gerardo da Camino Signor di Trivigi , del 
quale all'anno 1283. s'è parlato, aveva una figlia per nome Agnese 
nata a lui da Silice da Vivaro sua prima moglie , e questa maritò a 
Niccolò Conte di Lozzo figlio di Guidone e di Costanza da Este, 
uno de' maggiorenti della nostra Città . Perchè chiaro s' intenda quan- 
to questo maritaggio fosse onorifico , mi convien premettere alcune co- 
se . So che scrivo in un tempo , nei quale per un male inteso prin- 
cipio di uguaglianza si vuole annullare la nobiltà , e abolire tutti i ti- 
toli , 



00 Lib. p. i, 



DI PADOVA. 5l 

foli | e le insegne di onore , che il valor militare , o la civile pnélen- * K . xa8j 
za ha procacciato ad alcune famiglie . Ma ciò non farà eh' io taccia 
quello che mi ho proposto di dire . Gli uomini spassionati mi faran 
ragione. E vero ciò che dice il Boccaccio, che la virtù noi, che 
tutti nascemmo e nasciamo eguali , primieramente distinse ; ed è vero 
ancora che la nobiltà fu da' Principi istituita per premio delle azioni 
virtuose . E comechè paia che tale lustro di rede in rede passar non 
dovesse , ma in quelle persone medesime aver fine , che con onorate 
fatiche acquistato 1' avessero , nondimeno diritto e lodevole consiglio fu 
quello de' Principi , i quali vollero che altrimenti avvenisse , sperando 
di eccitare colla ereditaria nobiltà buon numero delle persone a loro 
soggette a virtuosamente vivere ed operare . E se alcuni mal corrispon- 
dono al grado loro oscura e neghittosa vita menando , e ne' piaceri im- 
mergendosi , non è difetto della nobiltà ereditaria , la quale in se stes- 
sa è un possente stimolo alle opere virtuose , ma è colpa della prava 
educazione . Del resto per mio avviso la vera uguaglianza consiste in 
ciò che tutti indistintamente ricchi e poveri , nobili e plebei vivano sog- 
getti alla legge . 

Ma lasciando quest' odioso argomento a più dotta penna che la mia 
non è , seguiterò a dire del matrimonio accennato . Gerardo , oltre 
Agnese , ebbe due altre figlie di Chiara dalla Torre da lui sposata 
dopo la morte di Ailicc ; e furono Aica , o Gaia , la celebre donna 
che fu moglie di Tolberlo IV. della linea de' Caminesi di sotto , e 
Beatrice che nel 1297. si congiunse in matrimonio con Enrico Con- 
te dì Gorizia e del Tirolo , Ecco le belle affinità che contrasse Nic- 
colò imparentandosi con sangue principesco . Ma egli non era forse 
da meno di lei. Imperocché lasciando da parte le sue ricchezze , l'am- 
piezza de' poderi , le masnade , ed i servi , la sua famiglia , un ramo 
de' Conti di Vicenza e di Padova , discendeva , come fu egregiamente 
provato , dagli antichi Candiani Dogi di Venezia ; Guidone suo padre 
era marito di Costanza figlia del Marchese Obizzo a" Este ; e i suoi 
avoli furono tra' principali della nostra Città , prima che Ezzelino ne 
occupasse la Signoria . E per credere che le ragioni fossero pari , ba- 
sterà sapere che fu conciliatore di queste nozze il Patriarca Raimo?i- 
do . Esse furono celebrate in Trivìgi , e v' intervennero il suddetto Pa- 
triarca , il Marchese Obizzo, e una moltitudine di gentiluomini Friu- 
lani , Padovani , Ferraresi , e di altre città . Otto giorni durarono le 
feste , a capo de' quali il Marchese levò la sposa , con grandissima co- 
mitiva avviandosi verso Padova . Artico Tempesta Signor di Noale 
magnificamente accolse gli Sposi nel suo castello col loro seguito , do- 
ve impediti dalla dirotta pioggia dovettero pernottare . Egli allora non 
potea prevedere che la Caterina figlia di Guido figlio di Niccolò sa- 
rebbe stata moglie di Guecello suo discendente . A Padova le allegrez- 
ze si rinovarono , e nel Palagio del Comune si tenne più giorni corte 
bandita , alla quale io mi credo che da ogni parte saranno concorsi se- 

con- 



!J2 ANNALI DELLA C 1 T T A x 

Ty. 1287 condo i riti di quelle età a rallegrare la brigata buffoni , giuocolieri , e 
poeti popolari, che traevano all'odore delle mense nuziali, e ne par- 
tivano regalati signorilmente . 

Poco si trova di memorabile in questi anni , e perciò conviene che 
mi appigli a quelle cose grandi o piccole che mi si paran dinanzi . 
Un altro matrimonio , se non tanto solenne e magnifico quanto il pri- 
mo , meritevole però anch'esso che in queste carte sia registrato, sue- 
an. 1288 cedette nell'anno 1288. Era Podestà di Belluno Pietro da Carrara , 
che anche Perenzano chiamavasi , gentiluomo di specchiata nobiltà , e 
molto potente . Egli aveva più figlie , che maritò nelle primarie case 
di Lombardia, e V una di esse, che nelle carte è chiamata Rigoìtrua, 
diede ad Antonio Conte di Lozzo figlio di Niccolo . E poiché am- 
bedue queste famiglie godevano il favore de' Bellunesi sempre amici de' 
Padovani , e che perciò quasi lutti i loro Podestà da questo Comune 
toglievano, quindi molte feste, allegrezze e bagordi in quella città, al 
riferire dello Storico Piloni , in tale occasione si sono fatti . 

Di tale illustre donna abbiamo che rimasa vedova e senza figli , vo- 
lendo secondare le pie intenzioni del suo Consorte morto in Venezia , 
fondò nel 1346. in villa di Galzignano una Chiesa ed un convento per 
dodici Frati Minori, e dotollo co' beni di suo marito, e in parte co ? 
suoi , avutane prima licenza da lldébrandino nostro Vescovo , che di- 
morava in Avignone alla Corte del Papa , e da Iacopo da Carrara 
Signor di Padova e suo parente . Si noti che a ciò fare anche allora 
richiedevasi la permissione del Principe : legge se in ogni tempo salu- 
tifera per impedire che di troppo non si aumenti la massa de' beni de- 
gli Ecclesiastici , in quelli principalmente necessaria , ne' quali per la re- 
mission de' peccati , per rimedio e redenzione celi' anima facevano i fe- 
deli grandiose donazioni alle Chiese ed ai Monisterj . 

I nostri maggiori non furono degli ultimi a togliere o prevenire il 
disordine, che ne nasceva. Con uno Statuto del iSSg. ordinarono che 
beni stabili di qualunque ragione posti in Padova , o nel suo distretto 
non possano essere venduti , né dotati a persone o Collegj , che real- 
mente e di fatto non sieno soggetti ai pesi e alle fazioni della Città . 
E ogni volta che il Principe colla pienezza del suo potere voleva ciò 
permettere , protestavasi che per grazia speziale derogava allo Statuto . 
Una simile legge fecero i Fiorentini (a) , ma molto notabili sono due 
mezzi adoperati da loro a fin di vietare che i beni de' laici , passando 
nelle mani degli Ecclesiastici , esenti non fossero dalle imposte . Fu il 
primo di proibire che si facessero le volture in conto loro di que' be- 
ni che in essi fossero pervenuti a' libri delle Decime e delle Prestanze 
( noi diremmo ai libri degli Estimi ) dove erano già descritti in con- 
to de' sopportanti , talmente che questi , non ostante F alienazione fat- 
ta- 



ci Star. 1. 4. rubr. 4. 



DJ PADOVA. 53 

tane , fossero sempre tenuti al pagamento delle gravezze . L' altro di AN<12 8g 
render per sempre tribularj e ipotecati a favor del Comune per le gra- 
vezze imposte i medesimi beni , onde passassero col peso della gravez- 
za che sopportavano , in qualunque persona che gli acquistasse . Que- 
sta cautela era slata suggerita al Comune di Perugia da Bartolo Giu- 
reconsulto (a) . Ciò mi piacque di notare perchè si sappia , che le Re- 
pubbliche Italiane avevano aperti gli occhi, e molto innanzi che Fra 
Paolo illuminasse i Sovrani k le massime di quel Teologo erano cono- 
sciute , e si mettevano in pratica, ond' io quasi mi maraviglio che la 
Corte di Roma sul principio del Secolo XVII. per cose simili abbia 
fatto tanto scalpore contra la Rep: Veneziana . 

D' altro genere è la notizia , che ora soggiungeremo : essa appartie- 
ne alla nostra Università. L'Abate Engelberto tornando nel 1275. dal 
Concilio generale di Lione venne a Padova , ove dice di aver trovato 
uno Studio generale tanto grande e fiorito , che Papa Gregorio man- 
dò con sua Bolla gli statuti dì quel Concilio , non già ai Bolognesi, 
ma ai professori e scolari di Padova . La memoria di ciò si ha nel 
T. 1. degli Aneddoti del P, p ez . Tratto, com'è credibile, dalla fa- 
ma dì questa Università ci venne allo studio delle leggi nel 1282. Pie- 
tro Colonna Romano figlio di Giovanni canonico di una Chiesa di 
Francia , e dopo sei anni ài dimora in questa Città , ne' primi giorni 
di aprile di quest' anno vi prese la laurea (b) . Appena addottorato par- 
tì alla volta di Roma in compagnia del nostro Vescovo Bernardo , e . 
di Lodovico Capodivacca Canonico . Ma il Vescovo prima della sua 
partita avea confermato i privilegi , 1' esenzioni , e le consuetudini del 
Capitolo , come i suoi antecessori avean fatto . Non sappiamo quali sie- 
110 stati i maestri del Colonna , ma è molto verisimile che nella legge 
Canonica V abbia ammaestralo il JBovelino , Taddeo Pocaierra D. r dei 
decreti , che nelle carte è nominato semplicemente Taddeo da Cese- 
na , uomo che in que' tempi godeva di molta riputazione , e sino dai 
1275. viveva in Padova nella casa dell'Arciprete. Checché sia di ciò 
torna a grande onore del nostro Sludio l' avere avuto un cotale alun- 
no , che neìP anno medesimo del suo dottoralo da Martino IV. fu 
creato Diacono Cardinale del titolo di S. Eustachio . E lodevole il 
Papadopoli per averci dato un Catalogo de' chiari alunni della nostra 
Università , ma sarebbe più lodevole ancora , se frettolosamente scriven- 
do non fosse caduto in mille palpabili errori , e non avesse lasciati ad- 
dietro tanti letterati di sommo grido . 

La tranquillità mantenevasi in Padova , ma per private cagioni fu sul 
punto di perdersi. Era morto Ensedisio de' Guidotti nipote dell'altro 
Ensedisio Podestà di Padova per Ezzelino ed esecutore de' tirannici 

suoi 



(a) Della Decima . 

\b) Vedi le citate mie lettere 



54 ANNALI DELLA CITTA* 

», 1288 suoi comandi , e non avendo lasciato discendenza maschile , il Comu- 
ne di Trivigi , il Co. Rambaldo di Collalto , e Gerardo da Camino 
usurparono la sua ricchissima eredità , contuttoché Tommaso Capone- 
ro Padovano della schiatta dei Capodivacca vi avesse un giusto diritto 
come erede testamentario del morto . Egli fece tutto ciò eh' era pos- 
sibile a farsi da un uom privato , perchè gì' ingiusti usurpatori gli re- 
stituissero i beni occupati; ma né mediazione di autorevoli amici , né 
lettere replicatamente scritte , colle quali domandava che i suoi diritti 
fossero esaminati , produssero verun effetto . Ha dura impresa alle ma- 
ni chi litiga co' potenti. Vedendo egli pertanto che ogni suo passo 
era inutile , ebbe ricorso agli Anziani della Repubblica , i quali prese- 
ro la protezione e la difesa del loro cittadino , conoscendo esser giu- 
ste le sue ragioni : e prima con lettere , poi con una solenne amba- 
sciata di quattro onorevoli personaggi decretata dal maggior Consiglio 
instarono che al Capotterò fosse fatta ragione . Parve che i Trevigiani 
a ciò fossero disposti , e spedirono a Padova ambasciadori , ma ben 
presto s' avvidero i nostri , che nuli' altro essi cercavano , che dando 
buone parole tirare in lungo l' affare senza venire alla conchiusione . 
Allora stanco il Consiglio di tante dilazioni concedette al Caponero le 
rappresaglie contra il Comune di Trivigi , per ventimila lire T se den- 
tro il termine di due mesi non gii venisse fati a giustizia . Questo pas- 
so de' Padovani poteva intorbidare la pace , ma volle la buona ventura 
che non avesse conseguenze funeste . Il loro decreto su gli animi de' 
Trivigiani ebbe più di forza che le parole degli Ambasciadori , e si 
venne ad una amichevole composizione . Essendo spirati i due mesi 
Tommaso avea cominciato le ostilità , e perciò s' affrettarono quei di 
Trivigi , il Caminese f e il Collalto a nominare tre giudici che deci- 
dessero la quistione , e furono il sullocìato Taddeo da Cesena r Bar- 
tolommeo di Benvenuto , e Buonincontro da Arpo , accettati anche 
dal Caponero . Essi unitisi in S. Giorgio Maggiore di Venezia , ed 
esaminate con tutto agio le ragioni d'entrambe le parti, nella prima- 
vera dell'anno seguente pronunciarono la loro sentenza, in vigor della 
quale ebbe il Caponero la maggior parte de' beni contrastati , e così 
questa fastidiosa lite ebbe fine. 

Anche in quest' anno , nel quale era Podestà Otolino da Mandello 
Milanese succeduto al Fiorentino Corso Donati , si diede mano ad 
alcune fabbriche, poiché si continuò il lavoro del ponte de* Tadi , e si 
murò quello di S. Michele , che ora più non esiste , ma se ne vedo- 
no ancora in parte le coscie . Né altro di quest' anno ci resta a dire . 

N.1289 Spuntò felice l'anno 1289. per la Casa d' Este che fece un grande 
accrescimento di dominio e di gloria . Era molto tempo che Modena , 
colpa delle ostinate fazioni , viveva fra' torbidi e fra' tumulti : a vicenda 
i Guelfi ed i Ghibellini la signoreggiavano , ed ora gli uni , ed ora 
gli altri xì eran cacciati . Stragi , guastamene , ed incendj disertavano 
la Città non mono che il territorio. Se per opera di qualche amica 

Co- 



DI PADOVA. 55 

Comunità , o per la mediazione de' Religiosi degli Ordini de' Predica- AN . 1189 
tori e de' Frati Minori , che volontieri a que' tempi s' inframmettevano 
de' pubblici affari , tregua , o pace si stabiliva , questa era di poca du- 
rata v e ben presto le armi si ripigliavano . Tale era lo stato di quella 
partita Città, quando i Guelfi, che nel 1288. tenevano le redini del 
governo , conoscendo di essere esposti agi' insulti de' lor nemici , cer- 
carono un tale appoggio che rendesse il loro partito assai superiore al 
partito contrario. Gettarono gli occhi sopra di Obizzo Marchese 
cP Este e Signor di Ferrara, uno de' più forti sostenitori della parte 
Guelfa, e nel dicembre dell'anno passato inviarono il Vescovo con al- 
tri nobili cittadini a Ferrara ad offerirgli il dominio che fu accettato 
graziosamente . Nel gennaio poi di quest' anno andò il Principe a Mo- 
dena con grande comitiva di gentiluomini , e vi fu accolto da quel po- 
polo con trasporti di gioia , ed acclamato egli co' suoi successori Si- 
gnore della Città . E questo esempio non molto dopo fu imitato da' 
cittadini di Reggio , che nelle infelici medesime circostanze si ritrova- 
vano . Le Repubbliche Italiane de' secoli XIII. e XIV. non seppero 
viver libere : i loro errori facciano caute e prudenti le novelle Repub- 
bliche del secolo XVIII . Non pare che dovesse tacersi questo fau- 
sto avvenimento , che riguarda un Principe , non pur amico , ma 
cittadino della nostra Repubblica , che ne avrà sentito grande alle- 
grezza . 

A questi motivi di rallegrarsi se ne aggiunse anche un altro . Il 
Marchese Obizzo avendo perduto due anni innanzi Caterina dal Fie- 
sco sua moglie , si rimaritò in quest' anno con Costanza figliuola di 
Alberto Scaligero per dar successione alla sua famiglia . Quanto ma- 
gnifico e splendido Principe fosse Alberto lo dice la storia , e lo te- 
stimoniano le opere da lui fatte in Verona ; ma di animo non meno 
grande e generoso era il Marchese Obizzo . Ognuno pertanto può im- 
maginarsi da se quanto ricche e sontuose sieno state le feste fatte nel- 
la occasione di queste nozze prima in Verona, indi in Ferrara ed in 
Modena. Corti bandite, danze, giuochi, conviti, armeggiamenti, ba- 
gordi , spettacoli d' ogni maniera , preziosi doni di vesti , creazione di 
cavalieri , tutto concorse a rendere singolare oltre modo la pompa e la 
celebrità di que' giorni . Non ci mancarono gli ambasciadori delle città 
amiche , e sono certo che i nostri tanto affezionati al Marchese non 
saranno stati degli ultimi . 

Ma se quest' anno è stato fecondo di prosperi eventi all' Estense , 
tale non è stato per noi . Imperciocché un furioso incendio suscitatosi 
nel dì primo di luglio presso la piazza del Comune , ed estendendosi 
sino a S. Agnese ridusse in cenere la quarta parte della Città senza 
che si potesse porvi riparo . N' ebbe il popolo gran terrore , . e si po- 
se in arme ; e poiché la Città di fresco era stata scomunicata e inter- 
detta per le ragioni soprannotàte , attribuiva quell' incendio a gastigo del 
cielo. Passato lo spavento, e rassicurati gii animi si pensò alla riedi- 
fica-' 



56 ANNALI DELLA CITTA" 

,. IZ 8 9 Reazione delle case abbruciate ; furono imposte nuove gabelle , e col 
dinaro ritratto tutto in miglior forma fu risarcito . 

D'un altro fuoco molto maggiore che non fu questo parlano le no- 
stre carte , *e n' è registrata la memoria in un rozzo sasso , che fu col- 
locato sopra la porta della casa parrocchiale di S. Canziano , dove si 
legge MCLXX1V. Arsit Padua . Due mille seicento e quattordici ca- 
se rimasero incenerite , come si ha da alcuni versi latini , che paion 
fatti in quel tempo , e cominciano Marchia ploravi; paduam quod 
fiamma vorarit Né alcuno sia che si maravigli di tanto nu- 
mero di case incendiate , poiché allora la più parte di esse erano co- 
strutte di legnarne, e coperte di assicelle o di paglia, né si conosce- 
vano ancora quelle utili macchine , che l' umana industria inventò per 
estinguer gì' incendj . Certo è che per la rovina cagionata dal fuoco si 
disordinarono i confini delle parrocchie , e il buon Vescovo Girardù 
dovette mandare in giro uomini della sua Curia , che pienamente in- 
formati segnarono i termini delle sacerdotali giurisdizioni. 

Ma donde mai ebbe origine cotesto incendio ? Se ascoltiamo i no- 
stri Scrittori , nacque per la collisione di due contrarj partiti . Capo 
dell' uno era Losco Tanselgardino , uomo feroce , inquieto , di natura 
temeraria e precipitosa , protettore di briganti e di sgherri , dell' altro 
Giordano Forzate , giovane studioso e pacifico , di soavi costumi , e 
inclinato alla Religione , e che quanto era in lui sempre si opponeva 
pel bene della patria ai sediziosi tentativi dell' emolo . Per la qual cosa 
costui irritato o comandò , o permise che i suoi satelliti segretamente 
accendessero il fuoco nella casa di Giordano, che poi, come dicem- 
mo , sgraziatamente si propagò . Aggiungono i suddetti scrittori che 
atterrito Giordano a tale spettacolo , e gagliardamente tocco da Dio 
nel cuore , abbandonò il mondo , e vestì f abito religioso nel Moni- 
siero di S. Benedetto , di cui era Priore commendatario . Così lo Scar- 
deone , il Tomasini , e il P. Costantini nella vita del S. Abbate . Ora 
chi lo crederebbe ? tutti questi racconti non sono appoggiati ad alcun 
solido fondamento . 

Sentiamo ora di che guisa- narra la cosa un autore antico e più vi- 
cino a quei tempi. Egli dice che Losco de' Tanselgardi , e Giorda- 
ni degli Sieni , ossia degli Stefani, della qual famiglia ho dei docu- 
menti sino dall'anno 1126. mentre garzoncelli andavano insieme alle 
scuole di notte con fiaccole accese in mano secondo l'usanza del se- 
colo, mossi da giovanile arroganza, e da malvagio costume diedero 
fuoco ad alcune basse casette , ridendo e sghignazzando , e godendosi 
di vederle avvampare . Mentre si trattenevano nella scuola, ecco circa 
le tre o quattro ore della nolte levarsi immense grida popolaresche, 
perchè il fuoco . s\era dilatato in molte contrade, e gli uomini e le 
donne, invece di accorrere ad ammorzare V incendio ,< erano affaccen- 
dali a mettere in salvo le loro suppellettili , perchè avvenne che tre par- 
ti e le migliori della Città rimasero in preda alle fiamme . Tale è la 

nar- 



DI PADOVA. 57 



narrazione dell' anonimo Autore, la quale io credo conforme al vero, an. 12S9 
Ma i nostri romanzatoli hanno confuso un Giordano con un altro , 
e non contenti di questo sbaglio di due amici giovanotti scolari formarono 
due capipopoli rivali e nemici, e ciò che fu effetto d'una dannabile scon- 
sideranza, attribuirono alla vendetta e all'odio delle parti . Veda di gra- 
zia il cortese lettore come è stata trattata sinora la nostra storia . Ben più 
cautamente scrisse 1' autore delle lezioni , che ora si leggono dalla Chiesa 
Padovana nella Festa del B. Giordano : egli tace in tutto de' due partiti , 
e dice solamente che temendo egli l' ira divina manifestatasi col flagello 
del fuoco corse a vestire la cocolla monastica , ciò che puote esser vero . 

In quest'anno che fu per Padova malagurato , era nostro Podestà Pria- 
rivalle da Mondello succeduto ad Oltolin suo fratello nel Reggimento . 
Ma egli non ne seguì il lodevole esempio , né si guardò di aspreggiare il 
popolo con gravi esazioni e con aperte ingiustizie ; perchè avendo risa- 
puto che si formava processo eontra di lui , e temendo lo sdegno della plebe 
irritata , certo innoltre di dover essere da' sindici condannato , nascostamen- 
te fuggì. Fu perciò bandito a vita insieme co' suoi ufficiali , e si decretò 
che né egli , né veruno della sua famiglia potesse avere in Padova ufficio 
di sorte alcuna. Tommaso Queruli Veneziano gli fu dato per successore . 

Dovendo ora parlare dell'anno 1290. mi conviene richiamare i lei- AH ' IZ ? 9 
tori a ciò che s'è detto all'anno 1277. Ivi si è notato che in queste 
parti ci fu gran movimento per le cose di Terrasanta , avendo Papa 
Urbano IV fatta predicare la croce , perdonando colpa e pena a chi 
la prendesse . Ma era quasi spento quel religioso entusiasmo , dal qua- 
le infiammata V Europa un secolo prima si travasò per oosì dire nel!' 
Asia , e vi piantò non durabili signorie e novelli reami nelle terre da' 
Califi già possedute . À riaccenderlo nel cuor de' fedeli Martino IV. 
inviò nella Marca Trivigiana Bernardo Vescovo di Tripoli suo Lega- 
to , e commise al Ministro della Religion Francescana che predicasse 
la crociata nelle città della Marca , essendo il bisogno dì Terrasanta 
urgentissimo . Imperciocché il Soldano di Babilonia con una potentis- 
sima armata aveva invaso nel 1289. i territorj Cristiani, e occupata la 
città di Tripoli , minacciando di volersi impadronire a viva forza di 
tutte quelle contrade , che restavano ancora nelle mani degli Europei . 

Qui due eloquentissimi Frati del Convento del Santo , frate cintoli- 
nò da Castiglione , e Frate Paolino da Milano per comando del sud- 
detto Vescovo procurarono , e non senza frutto , d' infiammare i citta- 
dini alla santa impresa . E perchè i Viniziani implicati nella guerra col 
Patriarca d'Aquileia potessero contribuire colle loro forze marittime al 
buon esito della spedizione si offerse mediatore a rappacificarli ; e an- 
dato a Trivigi come a città neutrale ascoltò le ragioni delle parti , ma 
per 1' esorbitanza delle rispettive pretensioni non potè condurre a buon 
fine il desiderato accomodamento . Essi a dir vero i Veneziani videro 
mal volentieri sino dal principio quegl' inconsiderati e tumultuar; moti 
dell' Occidente , sì perchè le Crociate erano odiose ai Greci Augusti , 
Parte III. H oh' 



AM. I2^# 



58 ANNALI DELLA CITTA 

co' quali avevano comuni interessi , si perchè interrompevano il loro 
commercio coli' Egitto e colla Soria , e finalmente perchè temevano che 
le altre nazioni si venissero con tale occasione addimesticando alle co- 
se della navigazione e del traffico . Con tulio ciò pieni di civile pru- 
denza si accomodarono alle circostanze de' tempi t e messi insieme du- 
gento legni passarono anch' essi in Oriente , e vi fecero prove di ma- 
raviglioso valore cosi nella prima , come nelle seguenti Crociate . 

Anche in questa occasione secondando le pie intenzioni del Papa 
allestirono venti galee , e ne diedero il comando al prefato Vescovo , 
e a Iacopo Tiepolo . Su questi ed altri legni s' imbarcarono molti cro- 
ciati raccolti dalle città della Marca , e della Lombardia , ed altri molti 
in vece della persona offersero largamente oro ed argento . Passò un 
anno prima che questo apparecchio fosse compito, e in questo mezzo 
s' ebbe notizia , che il Soldano , oltre Tiro e Baruti , aveva preso Ao 
con , o sia S. Giovanni di Acri con grande mortalità de' Cristiani , sic- 
ché niente ad essi restava più in quelle parti di tutto ciò che con tan- 
ta profusione di oro , e tanto spargimento di sangue aveano acquista- 
to . A tal nuova fu sospesa la spedizione , imperciocché si conobbe che 
quegli aiuti sarebbero stati forse bastevoli a difendere quelle città dalle 
armi de' Saraceni , ma non a ricuperarle perdute . Con tulio ciò non 
si perdette d' animo il buon Pontefice , e con patetiche lettere rinovò 
ai Principi Cristiani le sue premurose istanze ; ma questi ammaestrati 
dai passati successi , e non sapendo sperare un più feiice avvenire con 
belle parole si sottrassero da ogni impegno . Si dee credere non per- 
tanto che nella opinione dei popolo non fosse disperato l' affare , poi- 
ché tra le nostre carte abbiamo dei testamenti , co' quali si lasciavano 
de' legati in auxilium et subsidium passagli de uliva mare si Jìet . 
Ma appunto più non si fece per la morte succeduta del Papa , e per- 
chè la S. Sede vacò di poi lungamente . Si pensò , è vero , negli an- 
ni dopo a novelle crociate : e Maria Sanudo detto Torsello , gentil- 
uomo Veneziano , che avea fatto molti viaggi in Oriente , ed assai be- 
ne conosceva le forze de' Saracini , sollecitava i Principi a soggiogare 
F Egitto , mostrandone la facilità dell' impresa . Tutto però fu inutile , 
né altre spedizioni si sono fatte . 

Dalle cose di oltremare che ci hanno di qua dilungato , venendo a 
quelle che ci appartengono più da presso , una lagrimevole scena ci 
apre in quest' anno Vicenza , di cui per alcuni anni taciuto abbiamo . 
Tra' molti gentiluomini , che fiorivano in quella Città , si distingueva 
per 1' egregie sue doti , e per la sua età veneranda Beroaldo di GuU 
done de' Conti, amato dal popolo, e assai riputato da' suoi nobili con- 
cittadini non meno che da' nostri medesimi Padovani . Ma siccome niu- 
11 a virtù è senza invidia , e quanto quella è più rara , tanto più questa 
si accende ne' petti de' malvagi uomini , così egli fu accusato al Pode- 
stà Bartolommeo Zacco di avere ordito un trattato per toglier Vicen- 
za dalla Signoria di Padova, e darla ad Alberto Scaligero* Ciò che 

si 



DJ PADOVA. £g 

si teme , agevolmente si crede ; e perciò il buon vecchio ottuagenario AN . TZjq 
fu posto in prigione , indi alla tortura , affinchè confessasse il delitto 
appostogli , e manifestasse i complici della congiura . O sia eh' egli fosse 
innocente , come gli storici Vicentini asseriscono o sia che conservas- 
se in quella cadente età un vigore maraviglioso di spirito , egli non 
diede indizio veruno di reità . Ma instando gì' invidi accusatori fu dì 
nuovo messo ai tormenti , nel mezzo de' quali , vedendo tornare inu- 
tile ogni sua discolpa , entrò in un amaro pensiero , e ad estrema dis- 
perazione condotto , presa la lingua co' denti , parte di essa sputò in 
faccia a' suoi giudici . A tale atto eglino s' impietosirono 4 e mentre du- 
bitasi e sospesi deliberavano sopra ciò che dovesse farsi , egli o per do- 
lore della ferita , o per lo spasimo sofferto , o per rabbia e dispetto 
se ne morì, né giunse a tempo di salvargli la vita un decreto del Con- 
siglio di Padova . Incredibile è stato il dolore col quale la sua morte 
fu intesa , e ad onorare la sua sepoltura con nobilissime esequie con- 
corsero tutti i magistrati, le milizie e ogni ordine di persone. 

Io non cercherò qui di difendere i Padovani dalle acerbe invettive ^ 
colle quali lo Storico Ferretto principalmente presa occasione da que- 
sto fatto si scaglia contra di essi chiamando il loro governo disumano 
e tirannico . Mi sia permesso però di riflettere , che tali accuse in boc- 
ca de' Vicentini non si acquistano molta fede presso gli uomini spas- 
sionati e imparziali , i quali ben sanno che una malevolenza invecchia- 
ta reggeva la penna loro , a cui dispiaceva altamente che Vicenza , do» 
ve poteva esser libera e governarsi da se , dovesse vivere soggetta a 
Padova . Pognamo che il Conte JBeroaldo fosse innocente , benché 
ciò negano i nostri Storici, io domando, chi furono gli accusatori di 
lui ? Sono stati forse de 5 nostri ? Anzi furono tre gentiluomini Vicen* 
tini , Morando Paninsacco 9 angelo Verlato , e Gabriele Bissar o . 
Si aggiunga che F autorità grande che il Conte godeva nella città , e 
la moltitudine di clienti , che di continuo a lui ricorrea , poteva rende- 
re in qualche parte la sua fede sospetta . Non è dunque da lagnarsi , 
se il Podestà , il quale dovea vegliare alla sicurezza comune , per istiga- 
zione di cotali accusatori lo sostenne . Né mi si dica eh' ei procedet- 
te barbaramente mettendolo alla tortura . Imperciocché tutti sanno , che 
questa era una legge del Codice Criminale , la quale a gran pena do- 
po tanti secoli per le grida de' filosofi è stata a' nostri giorni abolita . 
Finalmente il nostro Comune informato della cosa non ordinò forse 
che il Conte fosse immediate lasciato libero ? A che dunque accusare 
di crudeltà e di tirannide il dominio de' Padovani ? Se non che in tal 
modo si dovea scrivere , se si voleva giustificare la ribellione , che ap- 
presso pochi anni accadde , come a suo luogo racconteremo . 

Se le cose accadute in Vicenza possono essere dispiaciute al nostro 
Comune per le conseguenze, che forse ne potevano derivare, molto 
si sarà rallegrato nel vedere la Bolla di Martino IV. pubblicata nell' 
agosto di quest' anno in Orvieto , colla quale approvò e ratificò ciò 

eh' 



60 ANNALI DELLA CITTA 



an. 1290 di' era stato sentenzialo dal Card. Colonna nelle note differenze coi 
Clero , e pose fine alla celebre controversia . Abbiamo dei monumenti 
dai quali apparisce che i nostri proseguirono a punire i Cherici rei di 
qualche delitto , quando per nome di Cherici non si volessero inten* 
dere que' laici , i quali per essere esenti da' pubblici pesi , e godere il 
benefìcio del foro, o si tonsuravano, o vestivano qualche abito reli- 
gioso senza far professione di alcuna regola . E forse avranno gasti- 
galo de' veri preti su l' esempio de' Veneziani nostri vicini . Dopo che 
Piero Gradenigo chiuse il Maggior Consiglio , v' ebbe degli Ecclesia- 
stici , che di ciò malcontenti tumultuarono , e furono puniti . E mi 
ricorda di aver veduto alcun Breve di Bonifazio Vili, diretto all' 
Arciprete di Padova, e da essere intimato al Doge, perchè desistesse 
dal violare l'ecclesiastica immunità. Ma è slato come un predicar nel 
deserto , e i Veneziani non si astennero mai dall' esercizio della giu- 
stizia contro degli Ecclesiastici , quando lo avessero meritato . 

Se in onta de' pontifìej divieti essi difesero la loro giurisdizione, nh 
pare che sieno per ciò da riprendersi , non so poi quanto giusta sia 
stata la guerra , che in quest' anno mossero al nostro Comune . Il Dan- 
dolo accenna la cosa con brevi parole., dicendo che il Doge Grade- 
nigo fiaccò coli' armi la superbia de' Padovani , i quali avevano fabbri- 
cato un forte presso il luogo chiamato Peta di ho a intendimento di 
fare il sale . E infatti sotto l' imagine di quel Doge si legge , ud. fa- 
cendo salem Paduanos marte coegi . Quel luogo così detto era ne' 
nostri confini verso Chioggia , ed è spesso nominato insieme con Fo~ 
golana e Conche nelle antiche carte dell' estinto monistero della Santis- 
sima Trinità di Brondolo . Più d'una volta per quei confini ci fu di- 
scordia tra? Veneziani ed i nostri , e si venne anche all' armi , ma di 
poi con trattati le differenze si accomodarono . Più d' uno di questi 
trattati ho veduto , ne' quali però- non è fatta menzione alcuna del sa- 
le . Se nel nostro territorio , che ab antico si estendeva sino al mare , 
in prova di che abbiamo carte e diplomi , ci erano , come ci sono an- 
che oggi , delle valli d' acque salse , non vedo con quanta ragione ì 
Veneti volessero impedirò ai nostri di fabbricarsi del sale. Quando su 
tal proposito non ci fosse stata qualche convenzione tra' due popoli , 
che noi so, il vietare a' Padovani in casa propria 1' uso delle saline era 
una manifesta soperchieria . Vedremo che anche ne' tempi posteriori 
qualunque volta cadde in pensiero ai nostri di costruire delle saline , 
sempre i Veneziani gagliardamente si sono opposti coli' armi alla ma- 
no . Volevano essere privativamente fabbricatori del saie , e farne com- 
mercio colle mediterranee città ; ed ora che hanno perdute le saline 
dell' Istria faranno rivivere quelle di Chioggia , eh' erano quasi morte 
ed abbandonate . 

Seguirono in questo mezzo dalle rappresaglie da ambe le parti, ma 
non si ha che sia succeduto alcun fatto con morte o prigionia de' Pa- 
dovani ; e se ci fosse stato, il Dando/o non l'avrebbe taciuto, solito 

ad 



DI PADOVA. 6t 

ad ingrandire le vittorie de' suoi . Si trattò intanto 1' accordo , che fu" 
conchiuso nell'anno seguente 1291 . Durante la pratica il Consiglio 
maggiore di Chioggia , essendo Podestà Andrea J^allaresso , decretò , 
che chi avesse beni nel territorio Padovano dovesse partire dalla sala , 
dove si parlasse dell'affare di Padova: il qual decreto fu di poi modi- 
ficato così : che il Consigliere suddetto potesse starvi , ed eziandio arin- 
gare a sua voglia, ma tosto andarsene che fosse messo qualche parti- 
to . La qual legge dimostra che nella nota differenza quei di Chiog- 
gia avevano grande interesse. Ai i3. di maggio nel Consiglio di Pre- 
gadi fu stabilito che la base del nuovo accordo dovesse essere il trat- 
tato già fatto nel 12,68. tra il Doge Lorenzo Tiepolo , e Rolandino 
da Canossa nostro Podestà . Che ci abbia ad essere buona amicizia e 
fratellanza tra' Veneziani ed i nostri : che non si dovessero concedere 
rappresaglie : che le querele o quistioni tra' rispettivi popoli dentro un 
mese abbiano ad essere definite , in Vinegia da' giudici de' forestieri , 
in Padova da' giudici a ciò deputati: che il Doge e il Comune di Ve- 
nezia sieno tenuti a difendere e aiutare i Padovani con la persona e 
con l' armi così nel Padovano , come nel Vicentino centra qualunque 
potestà ecclesiastica o secolare che gì' insultasse : e che similmente i Pa- 
dovani sieno obbligati ad aiutare e difendere i Veneti per terra e per 
acqua nelle, loro guerre da Zara sino a Venezia, come ampiamente 
sta scritto in un secondo decreto de' 3. di giugno . E in conseguenza 
della concordia stabilita due ambasciadori del nostro Comune andarono 
a Chioggia nel marzo dell' anno seguente , e recatisi su la faccia de' 
luoghi in quistione piantarono di nuovo i confini con soddisfazione di 
entrambe le parti . 

Mentre i nostri accudivano a ristabilir la concordia co' Veneziani per 
poco non perdettero la città di Vicenza . Giordano di Serafico , os- 
sia Sarego , cognato del defunto Conte JBeroaldo , per vendicare la 
morte di lui tramò una congiura diretta a cacciare i Padovani da duel- 
la Città . Egli aveva gran seguito di cittadini malcontenti , che segre- 
tamente rodevano il freno , ed era prode e valentissimo delle mani . 
Il nostro Comune ammaestrato dalle cose seguite , e sospettando di ciò 
che potesse avvenire, avea mandato colà un buon rinforzo di milizie 
sotto la condotta di Paolo Dotto , uomo che alla nobiltà de' natali 
univa gran valor militare , e non minor zelo del pubblico bene . Ma 
niente per ciò atterrito F ardimentoso Sarego con animo più ostinato 
che savio , d' improvviso si presentò armato alla piazza co' suoi segua- 
ci , e gli venne fatto su la prima mossa di porre in fuga i soldati che 
vi erano di guarnigione . Paolo Dotto però montato a cavallo insie- 
me col Podestà, e Iacopo de Guarnieri capitano della fortezza, qual 
altro Orazio Coclite, si oppose validamente ai nemici, e fece tale re- 
sistenza , sebbene in più luoghi della persona ferito , che diede tempo 
alle milizie Padovane di accorrere , le quali , rinfrescata la battaglia , 
fecero un fiacco de' sollevati ? e gli costrinsero ad arrendersi prigionie- 



62 ANNALI DELLA CITTA 

ah, 1291 ri , fra' quali lo stesso sconsigliato Sarego , che fu insieme con altri 
meritamente decapitato . 

Grande è sfato il dolore e il pianto de' Vicentini per così fatta ese- 
cuzione , quantunque ella fosse giusla , e maggiore «fu la paura allora 
, che videro arrivare a Vicenza il Podestà di Padova Lambertuccio de' 
Frescobaldi Fiorentino , il quale al primo annunzio del tumulto segui- 
to con molti cittadini e soldati s' era partito . Giunto colà volle essere 
d' ogni cosa informato , e ristrettosi con alcuni ambasciadori di Padova 
venuti seco , e con que 5 Vicentini , eh' erano favorevoli alla nostra Re- 
pubblica , consultò sopra i modi da tenersi per la migliore e più sicu- 
ra custodia della Città . Nella disparità de' pareri finalmente fu preso di 
mandare a confine alcuni cittadini sospetti de' più potenti ; risoluzione 
che accrebbe il comune disgusto; e si credette con tale spediente di 
aver messa in salvo la pubblica tranquillità r ed assicurato il dominio . 
Tale era Io stile di que' tempi , e perciò le ciuà Italiane tutte avevano 
de' fuorusciti e banditi . Ma le vie del terrore non sono d' ordinario 
tanto utili quanto quelle della moderazione e della dolcezza ; e chi go- 
verna un popolo procuri dì renderselo amico ed affezionato, e si guar- 
di dall' irritarlo con soverchio rigore . Sono piene le storie de' mali ef- 
fetti che ne seguirono . A tante disgrazie de' Vicentini si aggiunse an- 
che quella di un incendio che cominciato presso ìe pubbliche prigioni 
divorò insieme con esse il palazzo maggiore della Città. 

I Padovani non si potevano persuadere che i movimenti rivoluzio- 
narj de' Vicentini fossero senza la segreta intelligenza dello Scalige- 
ro che avesse promesso loro assistenza . Quindi per fargli un dispet- 
to , ed anche per opporre un forte baluardo alle scorrerie de' Veronesi 
in tempo di guerra , si avvisarono di piantare un castello su 1' Adige » 
che denominarono Castelbaldo dal cognome , come credesi , del Pode- 
stà . Lo cinsero di mura e di torri , e lo munirono con altre fortifi- 
cazioni secondo 1' architettura militare di que' tempi . E ciò hanno fat- 
to in così breve spazio di tempo , che non sarebbe creduto possibile , 
se memorie autentiche noi confermassero . Reclamarono a tal novità i 
Marchesi d' Este e i Signori della Scala ; ma le loro rimostranze a 
nuli' altro servirono che a fare affrettare il lavoro . Io m' imagino che 
avranno risposto, come risposero intorno al 1143. agli ambasciadori dì 
Venezia , che venuti erano a richiamarsi di alcuni tagli fatti nella 
Brenta , pei quali le aprivano un nuovo corso , poter essi cioè nel prò» 
prlo territorio , come meglio volessero , avviare i suoi fiumi . Termi- 
nato il castello fabbricarono una Chiesa, e la dotarono di terreni e di 
decime , riserbandosi giusta i canoni 1' elezione dell' arciprete . Stette in 
piedi questa fortezza sino a tanto che i Veneziani la demolirono per 
valersi di quelle pietre nelle fortificazioni di Legnago . 

Appena fu stabilita in quest' anno la pace tra' Veneziani ed i nostra 
che se ne videro i buoni effetti . Ardeva , come abbiamo detto , la 
guerra tra il Patriarca d'Aquileia, e la Repubblica di Venezia con vi^ 

cen- 



DI PADOVA. 63 

cendevoli danni , e finora erano stali inutili tutti i mezzi adoperati per AN , u?l 
ridurli a concordia . Quantunque il Patriarca fosse amico del nostro 
Comune , e sul principio della discordia avesse ricevuto da noi qualche 
aiuto , perchè esso Comune s' era di fresco obbligato con un trattato 
per nove anni di soccorrere i Veneziani , lealmente procedendo man- 
dò loro un ragguardevole corpo di soldatesche . Con questo rinforzo , 
e con altri eh' ebbero da' Caminesi portarono i Veneti la guerra nel 
cuore degli Stati del Patriarca , e del Conte di Gorizia suo alleato . 
Se non che mossi i Padovani dall' antica amicizia e tocchi dal lagri- 
mevole aspetto di tante terre arse e saccheggiate , entrarono mediatori 
tra le potenze belligeranti , onde por fine ad una guerra desolatrice , 
che avea durato sì lungo tempo . Per ottenere l' intento andarono i 
nostri Ambasciadori in Friuli insieme col Vescovo Bernardo , ed o sia 
che le parti fossero stanche e spossate , o che all' autorevole mediazio- 
ne della nostra Repubblica la loro ostinazione siasi finalmente piegata, 
venne lor fatto agli n. di novembre in Cividal di Friuli di stabilire 
1' accordo , tranne poche differenze , che rimesse al Pontefice furono 
da lui poscia ultimate . 

Bernardo nostro Vescovo , eh' ebbe tanta parte in questa pacifica- 
zione , era Collettor generale della decima posta dal Papa m Lombar- 
dia ed altrove prò negotio regni Sicilice . Intorno a che si dee sape- 
re che s' era introdotto lo strano abuso di aggravare di decime i beni 
Ecclesiastici e di predicare la Crociata , non più per ricuperare la Ter- 
ra santa dalle mani degl' infedeli , che sarebbe stato un motivo lode- 
vole , ma per guerre non so come chiamate sante , quali erano quelle 
de' Francesi sovrani di Napoli contra gli Aragonesi padroni della Sici- 
lia . In quegl' infelici tempi si faceva servire la religione all' umana po- 
litica , e si lanciavano le scomuniche contra chi avesse ricusato di dar 
soccorso al Re Carlo di Napoli, a cui era venduta la Corte Roma- 
na, contra Pietro di Aragona . Nota il Muratori all' anno 1284. de' 
suoi Annali , che i Veneziani per questa sola ragione erano stati sco- 
municati da Bernardo Cardinale Legato in Bologna ; ed io ho trova- 
to che le Monache di S.Pietro di Vicenza circa il 1288. non peral- 
tro delitto erano incorse nelle censure . Prima che Bernardo andasse 
in Friuli cogli Oratori Padovani a' 1 5. di ottobre era in Genova , dove 
si sa per la storia che si ritrovava eziandio Carlo IL detto il Zoppo 
con due Cardinali a cercarvi aiuti . Quivi pagò egli grosse somme di 
denari raccolte dagli Ecclesiastici per la guerra della Sicilia ai proccura- 
tori de' mercatanti Sanesi , Fiorentini , Lucchesi , e Pistoiesi , che li ri- 
cevevano a nome del Papa . Da un rendimento di conti fatto in Pa- 
dova al suddetto Vescovo da Francesco de Cavallari Canonico Pado- 
vano , e Fr. Gerardino Priore di S. Sofia il dì 23. di Gennaio 1293. 
succolletlori di detta decima si viene a sapere , che in due anni ave- 
vano riscosso dalle persone ecclesiastiche esenti e non esenti della Città 
e diogesi Padovana diecimila e cinquanta sei lire di piccoli , quattro 

sol- 



64 'ANNALI BELLA CITTA 

r . 1291 soldi e undici danari, olire fiorini d'oro 21 , somma riguardevole per 
que' tempi . Molle memorie sono restate lidi' Archivio Capitolare di 
pagamenti successivamente fatti dal suddetto Bernardo , giacché Boni- 
facio Vili, che anch' egli s' era intestato di voler togliere la Sicilia 
alla casa di Aragona , aveva rinovato la imposizion della Decima . Ciò 
basti avere accennato affinchè si veda , che mentre volevano i Papi 
esentato ed immune il Clero da qualunque gravezza che pei pubblici 
bisogni il Principato potesse imporre, i Ministri della Sede Apostolica 
con varie maniere di colte e di sovvenzioni lo dipelavano . 

La fama sparsa dell' accomodamento seguito per opera de' Padovani 
tra'l Patriarca d' Aquileia ed i Veneti accrebbe loro molto di riputa- 
zione e di credito . Bardellone de' Bonacolsi succeduto nella Signoria 
di Mantova a Pinamonte suo padre insieme col fratello da altri chia- 
mato Traino e Carpio da altri , conoscendo che gli poteva esser utile 
F amicizia de' Padovani avea fatto lega con essi . Abbiamo dai Maf- 
fei negli Annali di Mantova , che neiP istrumento di alleanza erano 
compresi i Vicentini per parte di Padova , e Filippo Vescovo di Tren- 
to per parte di Mantova . Non durò lungo tempo la concordia de' 
due fratelli , poiché Bardellone non potendo soffrire dì avere un com- 
pagno nei governo , imprigionò il fratello , e solo prese a reggere la 
Città . Ma siccome a Traino di tanto fu la fortuna propizia , che po- 
tè fuggire dalla prigione , e ricoverarsi presso il Marchese eP Este in 
Ferrara , così Bardellone temendo di qualche sinistro avvenimento pro- 
curò di farsi amiche le vicine potenze, onde meglio rassodarsi nel do- 
minio dopo la fuga del fratello . Perciò , oltre una confederazione con- 
chiusa co' Veneziani , e co' Bolognesi rinovò in quest' anno la lega coi 
nostri; ma essendo egli privo d'ogni virtù, e immerso ne' più abbo- 
minevoli vizj, punto non valsero per sostenerlo le contratte alleanze. 

Sperava la Rep. Padovana che 1' esempio di rigore dato da lei nella 
morte di Giordano Serafico , e de' suoi complici dovesse conservare in 
Vicenza la pubblica quiete , e togliere a que' cittadini ogni pensiero di 
rubellarsi dalla divozione del nostro Comune ; ma la sua speranza fu 
vana. Non è il terrore, ripetiamolo pure, ma l'amore del popolo, 
che rende sicuri i governi ; e il fare de' malcontenti senza alcuna pub- 
blica necessità, è il pessimo de' partiti . Gli animi de' Vicentini per le 
cose succedute erano troppo innaspriti ed esacerbati , e quanto più il 
loro giogo diventava pesante , tanto più essi pensavano ai modi onde 
liberarsene . Tra le famiglie sbandeggiate si contavano i Trissin? , i 
quali si erano riparati nell' amena e fertile valle del Vicentino , che 
prese il nome da essi , o lo diede loro . Divisi in più rami erano an- 
che divisi di sentimenti per modo che due contrarie fazioni se ne for- 
marono sotto la condotta di Morando Panensacco , e di Enrico di 
Miglioranza . Fra questi due parliti , che di cuore sì odiavano , ogni 
dì nascevano risse e contrasti , e finalmente venuti essendo alle mani 
toccò ad Enrico di restare perdente, e fu cacciato dalla valle co' suoi 

segua- 



DI PADOVA. 65 

seguaci . Ma egli non si avvilì , e avuto ricorso a' Veronesi e da essil^Tz^T 
aiutato presenlossi alla sprovvista al castello di Valdagno , e P occupò : 
di che sorpresi i Padovani , e temendo che da questa favilla un gran- 
de incendio suscitar si potesse , senza indugio andarono col Podestà di 
Vicenza Manfredo Scrovegno a porvi P assedio . Enrico non aveva 
avuto né agio né tempo di fortificarsi com' era d' uopo per sostenere 
P impeto de' Padovani , e perciò dopo pochi giorni di difesa dovette 
arrendersi con tutti i suoi , a' quali come rei di stato fu mozzo il ca- 
po in Vicenza . Anche questa fiata la fortuna è stata favorevole ai 
nostri , ma lo spettacolo miserabile di tanti decapitati avrà ne' cuori de' 
Vicentini accresciuto P odio contra di loro . 

Seguì nel medesimo tempo che il Patriarca Raimondo principe di 
gran cuore , il quale per la mediazione de' nostri s' era rappacificato 
co' Veneziani volle ripetere dalla città di Trivigi le Terre da essa pos- 
sedute, che un tempo appartenevano alla mensa del Patriarcato . Già 
sino da' primi mesi che fu eletto a quella Sede Metropolitana , avea 
pensato a racquistare que' beni , e per tale oggetto avea convocato un 
sinodo de' Vescovi provinciali : ma sopraggiunta la lunga ed atroce 
guerra co' Veneziani non gli permise di colorire il disegno suo. Era- 
no quelle Terre state possedute dagli Ecelini , e i Trivigiani all' estin- 
zione di quella famiglia se n' erano impadroniti , come aveano fatto le 
vicine città Padova , Vicenza , e Verona di tutti gli allodiali di quei 
da Romano . Ma è da notarsi che gli Ecelini avevano avuto quelle 
Terre in feudo da' Patriarchi , e che perciò di ragione spettavano a 
quella Chiesa , onde i Trivigiani non ne erano legittimi possessori :, 
benché allegassero una Bolla di Alessandro IV. a loro favore . 

Il Patriarca fermo nella sua risoluzione inviò un suo Canonico al 
Comune di Trivigi a ridomandare le sue giurisdizioni , e somigliante 
domanda fu fatta a Gerardo da Camino Capitano generale di quella 
Città; e perchè gli era nota la loro renitenza previde che a vincerne 
V ostinazione sarebbe d' uopo usare la forza , opportunamente si pre- 
parò . Diede in prima di piglio all' armi spirituali , e fece pubblicare 
dal Vescovo di Trivigi la sentenza di scomunica contra Gerardo , e 
contra il Podestà e gli Anziani , e sottopose all' interdetto la città in- 
sieme col territorio ; dalla qual sentenza come precipitosa ed ingiusta 
il Clero e Cittadini si appellarono tostamente al Collegio de' Cardinali , 
e al futuro Pontefice , poiché la Santa Sede vacava . Scrisse anche al 
nostro Vescovo Bernardo , e a quello di Ceneda , e forse agli altri 
suoi Sufìraganei , che notificassero alle loro Diogesi, che i Trivigiani 
niente mossi dalle armi ecclesiastiche , e ostinati nelle loro usurpazioni 
erano meritamente incorsi in tutte le pene canoniche . Dopo ciò rac- 
colse genti , chiamò i suoi feudatarii , e si dispose alla guerra : Io stes- 
so fece Gerardo , e si rivolse ai Veronesi , e al Comune di Padova 
per aver dei soccorsi . Quelli avrebbono potuto aiutarlo , perchè gode- 
vano di una pace perfetta , ma Alberto già fatto vecchio , e datosi al- 
Parte III I le 



66 ANNALI DELLA CITTA 

lN . 12$>2 le opere di pietà non volle prender parte in quella contesa : i nostri 
poi erano implicati neh" aliare fastidioso della città di Vicenza , che so- 
pra abbiamo narrato , e perciò il Caminese nessuna assistenza potè ave- 
re da loro . Quello eh' egli operasse per sua difesa , e le vicende di 
quella guerra , e la pace di poi seguita non appartengono a noi . 

Oltre i disturbi eh' ebbe il nostro Comune per le cose Vicentine 
un altro affare lo tenne molto occupato . L' Abbate di S. Maria della 
Vangadizza , celebre Monistero dell' Instituto Camaldolese, godeva mol- 
te giurisdizioni nelle Diogesi di Adria , di Verona , e di Padova , con 
facoltà di eleggere il Podestà della Badia , e delle ville soggette , e di 
fare e mutare a sua voglia gli statuti di quella Terra come padrone 
indipendente da ogni Principe temporale . Vedevano i vicini con oc- 
chio bieco sì belle giurisdizioni nelle mani de' Monaci , ai quali la pie- 
tà de' religiosi Principi le avea donate , e per cagione di esse gli mo- 
lestavano , sì che fu mestieri che ricorressero a Papa Niccolò IV, da 
cui a freno de' molestatori ottennero lettere ad Alberto Scaligero , af- 
finchè pigliasse quella Badia sotto la sua protezione. Ciò però non 
trattenne i nostri dal sopraffare in molte guise 1' Abbate . V era una 
catena che attraversava l' Adige affinchè non passassero barche o mer- 
ci senza essere prima riconosciute , e pagar la gabella ; e i nostri la 
ruppero ricusando ogni pagamento , né di ciò contenti fecero delle rap- 
presaglie sul territorio della Badia . L' Abbate Bernardo o per libe- 
rarsi da tali vessazioni , o per fare un dispetto ai Marchesi d' Este , o 
per danari avuti , come la fama ottenne nel volgo , sottomise il suo 
Monistero alla protezione della Rep. Padovana , che nei linguaggio di 
que' tempi tanto significa quanto sottoporsi al dominio . 

Questo bastò perchè i nostri mandassero subito un Podestà al Ca- 
stello e alle ville soggette, indi obbligassero i Monaci alle fazioni del- 
la Città; di che essi fòrte sdegnati, e per altre soperchierie loro usata 
si rivolsero al Presidente Generale dell'Ordine, il quale avuta diligente 
informazione scomunicò l' Abbate Bernardo , e lo spogliò della sua 
dignità come spergiuro , guastatore e dissipatore de' beni del Moniste- 
ro . Ma non cessando perciò i Padovani dalle loro usate violenze , i 
suddetti Monaci ebbero ricorso ai Conservatori dell' Ordine assegnati da 
Alessandro IV. ed erano l'Abbate di S. Felice di Bologna, e l'Ab- 
bate di S. Pietro di Perugia . Quello di Bologna coli' assenso del suo 
compagno addì 6. di maggio scrisse una efficace lettera al Podestà e 
agli Anziani , fra' quali era quel Leonardo Boccaleca , che abbiamo 
sopra nominato , intimando loro sotto le pene canoniche di lasciare i 
Monaci in pace , e di rimettere le cose nello stato di prima . E poi- 
ché punto non si mossero i nostri a tale intimazione come se si fos- 
se parlato al muro, il dì i. di decembre i Conservatori inviarono una 
seconda lettera ancora più calda , essendo uno degli Anziani Guidone 
di Gabriel Negro , quelP uomo intrepido e di gran cuore , di cui s' è 
parlato quando fu Podestà di Vicenza ; ma ne meno questa produsse 

l'ef- 



DI PADOVA. Gy 

V effetto desiderato . Per la qual cosa i prefati Conservatori nel dì 5. AN . 12 . 9Ì 
di maggio dell'anno seguente 1293. pubblicarono la scomunica contra 
il nostro Comune. Quello cbe abbiano fatto i nostri in tali circostan- 
ze non lo sappiamo , ma si può credere che avranno seguito 1' esem- 
pio de' Trivigiani . Già le scomuniche per V indebito abuso , che se 
n'era fatto dai Papi, e per la facilità colla quale si toglievano, non 
eccitavano più ne' popoli quell' angustiante timore , che un tempo erano 
solite di risvegliare. Vedremo all'anno 1298. la fine di questo affare . 

Tra queste vicende non rallentarono i Padovani il proseguimento 
della fabbrica di Castelbaldo , anzi temendo di qualche opposizione per 
parte del Marchese d* Este , o di Alberto dalla Scala, raddoppiaro- 
no i lavori , obbligandovi a concorrere non solo i loro distrittuali , ma 
i Vicentini ancora ed i Bassanesi ; e tale fu l' ardore con cui F opera 
fu proseguita , che nella state di quest' anno 93. la tirarono a compi- an. 1293 
mento . Lo Scaligero amante della pace , comechè gli dispiacesse non 
poco di vedere al suo confine piantato un castello contra le conven- 
zioni ed i patti , non volendo romperla co' Padovani , prima che il la- 
voro fosse terminato, mandò ad essi una onorevole ambasceria a ri- 
chiamarsi del torto che gli facevano . Il nostro Comune ricevette gli 
ambasciadori di quel Principe colie maggiori dimostrazioni di onorifi- 
cenza e di stima , nò più lieta e cerimoniosa accoglienza si sarebbe ad 
essi potuta fare , se fossero slati inviati dell' Imperadore o del Papa . 
Ma tutto andò a terminare in belle parole , in proteste di amicizia , e 
in promesse che andarono vuote d'effetto; solito linguaggio de' politici 
d' ogni età . ^Liberto non ne mostrò alcun risentimento , o prudente- 
mente riserbò ad altro tempo il farne vendetta , poiché le sue armi era- 
no occupate a rimettere in Parma la fazione de' Bossi cacciata dai Pe- 
lavicini . Condottiero della spedizione è stato Canfrancesco suo figlio , 
meglio conosciuto sotto il nome di Cangrande , giovane valorosissimo 
di cui molto avremo a parlare , e che giusta la impromessa de' Rossi, 
tostochè furono restituiti alla patria , fu gridato Signore di quella città 
per Alberto suo padre . 

Forse ci sarà alcuno tra gli amatori delle belle arti che bramerà di 
sapere quai sieno stati gli architetti e gì' ingegneri soprantendenti alla 
fabbrica di Castelbaldo . Sebbene la storia non ci ha conservato i loro 
nomi , io mosso da ragionevoli conghietlure inclino a credere che sie- 
no stati Leonardo Boccaleca , e Fra Giovanni degli Eremitani , poi- 
ché ambidue furono soprastanti all' opera del Pizzone , come racconte- 
remo fra poco . Del primo s' è veduto che fu buono architettore , e 
di lui si hanno alcune fabbriche in Padova , e godette V onore dell' 
Anzianato : P altro era assai poco noto prima che io pubblicassi alcune 
memorie di lui nel mio Libro del Corso de fiumi (a), poi nell'Ali- 

to- 



0) Pag. 82, 



68 ANNALI DELLA CITTA* 

an. 1Z93 tologia Romana dell'anno 1777. n. 52. Io le registrerò in questo luo- 
go , perchè tornano ad onore della nostra Città , e non lutti possono 
avere quelle operette alle mani . Così potessimo conoscere que' valenti 
idrostatici , che in quei secoli tenebrosi r ne' quali niuno o scarso lume 
v'era di Matematiche, fecero ne' fiumi del nostro territorio tali ope- 
razioni, che si attraggono la maraviglia degli Scrittori dell'acque! 

Ma venendo a Fr. Giovanni, la prima notizia che ho trovato di 
lui è del 1289. ne ^ <l ua J anno addì 20. di giugno è presente alle divi- 
sioni fatte in Padova tra Pietro Conte , Albertino , Marsilio e Boni- 
fazio fratelli e figli del q. Iacopino detto Papajava da Carrara : 
presente fratre lohanne enzegnerio de ordine fratrum Heremitarum , 
Nel 1295. soprantendeva all' opera del Pizzone . Non lo trovo più no- 
minato nelle nostre carte per qualche tempo : ciò che rende verisimile 
il suo viaggio in paesi lontani . Imperciocché raccontano i nostri Scrit- 
tori , che tornato dall'Indie nel i3o6. diede agli Anziani il modello 
del coperto della sala della Ragione tanto ammirato da' forestieri . Nel 
1307. è soprastante al lavoro, che si faceva nella strada Vicentina, in 
compagnia di altri Frati , uno de' quali si fu Fr. Benvenuto dell' Or- 
dine de' Minori . Nel i3io. essendo Podestà il nobile uomo Gentile 
de' Filippesi da Orvieto volendosi alzare in Padova il prato della valle 
per uso della Fiera, e pel corso del palio, e per altri oggetti, ne 
venne affidata la soprantendenza a F. Giovanili suddetto : ed avendosi 
a dilatare la porta del Prato ( che allora era fuori della Città ) fu 
stabilito, che ampli etur in d et er minati one pr cedi di Fratris lohannis: 
e poco appresso , quod unus murus parvus et bassus de Consilio dicti 
Fr. lohannis fiat circa pratum vallis prwdictum . Tutto ciò si ha da 
una carta dell' Archivio di Bassano pubblicata e illustrata dal nostro 
Cittadino Pietro Pranzi, Veggasi il detto num. ite- dell' Antologia-. 

Nel i3i ! 4. mentre bolliva la guerra tra' Padovani e Cane Scalige- 
ro, Ponzino de' Ponzoni Cremonese nostro Podestà fece condurre al- 
la Città, una porzione della Brenta, mediante un canale fatto a mano, 
il quale cominciando a Limena s' unisce a Brusegana col Bacchiglie- 
ne , e questo canale fu chiamato Brentella , quasi piccola Brenta . Ciò 
fu fatto perchè i Vicentini con una rosta a Longare divertivano l' ac- 
qua del Bacchigliene sicché a Padova non discendesse . Ora io giure- 
rei che in* quest' opera abbia avuto mano il nostro ingegnere . Né so- 
lamente in Padova egli fu adoperato , ma eziandio fu chiamato a suo 
grande onere dal Comune di Trivigi . Imperciocché l'anno i3i6> 
avendosi a fare un ponte sopra la Piave erano discordi i pareri de' 
cittadini all'opera deputati, volendo alcuni che le teste del ponte fos- 
sero costrutte di legname, ed altri di pietra. Per consiglio di lui, e 
di altri ancora , fra' quali è probabile che sia stato Maestro Sarasinn) 
della città di Belluno , uno de' chiamati a dar giudicio , fu stabilito , 
che capita pontis Plavis debeant feri de lignamine , et non de mu- 
ro . Altri lavori furono fatti su la Piave l'anno 1814, e tutti col con- 
sono 



DJ PADOVA. 69 

sìglio e colla direzione di lui ; per la qual cosa terminato il lavorio del AN . 1293 
ponte accennato egli fu rimunerato dal Comune di Trevigi , e molto 
onoratamente mandato a Padova . Finalmente nel i3i8. soprantendeva 
alla fabbrica d' un Chiostro delle Monache di S. Pietro . In una nota 
di spese fatte nel detto anno da Madonna Agnese Badessa sta regi- 
strato : Item expendit libras tres parvorum donatas fratri lohanni 
de Heremitanis enzignerio . Dopo quel tempo non mi cadde sotto gli 
occhi altra memoria di lui , ed è verisimile , che in quel torno d' an- 
ni sia morto . Dalle cose dette si vede qual fosse il credito e la cele- 
brità di quel Religioso, dacché pare che nessuna opera pubblica in 
queste parti s intraprendesse senza il parere e 1' assistenza di lui . S' ei 
£osse vissuto a' nostri dì , ne' quali i Regolari , benché dotati di talen- 
to e d' ingegno , secondo la regnante filosofia , si reputano persone 
oziose e inutili allo stato , sarebbe morto dimenticato ed oscuro , 

Ma ritornando colà donde mi sono partito , de' due Principi , che 
potevano opporsi all' erezione di Castelbaldo , uno per le ragioni alle- 
gate si stette cheto , e 1' altro , cioè il Marchese Obizzo d' Este , dal- 
la morte fu prevenuto . Mori egli in Ferrara nel febbraio di quest' 
anno dopo avere con prospera fortuna ampliato il suo dominio , e la- 
sciò tre figli , Azzo , Aldobrandino , e Francesco , i quali tutti e tre 
secondo il testamento veduto dai Muratori avea dichiarati eredi de' 
suoi dominii . Azzo però primogenito col consenso o volontario o for- 
zato de' due fratelli minori fu eletto Signore di Ferrara , Modena , e 
Reggio, ed egli solo aveva il reggimento politico dello Stato, restan- 
do V utile dominio in parti eguali diviso . Durò poco la fraterna con- 
cordia , raro essendo che alle cessioni e rìnuncie di signoria non si 
veda succedere il pentimento . Aldobrandino marito di Alda Rango- 
ni , non si sa se a sommossa di Lanfranco Rangone suo Zio , che 
aveva facilitato ad Obizzo l 5 acquisto di Modena , o per paura che 
avesse concepita di Azzo suo fratello , poiché diversamente dagli scrit- 
tori il fatto raccontasi , segretamente se ne fuggì da Ferrara colla mo- 
glie e coi fi^il , e a Bologna si riparò , nel qual tempo il suddetto 
Lanfranco tentò inutilmente di levare a rumore contra di Azzo il 
popolo Modenese per torre al figlio ciò che al padre avea procaccia- 
to . Sperava il Principe che i Bolognesi in suo favore si sarebbero di- 
chiarati , ma niente avendo ottenuto fuorché onori e buone accoglien- 
ze , passò a Padova , dove trovò gli animi disposti a proteggerlo con- 
tro il fratello , E per impegnare vie maggiormente a sua difesa il no- 
stro Comune si offerse di cedergli i suoi diritti in Lendinara , Badia , 
e altri luoghi del Polesine , la quale offerta fu prontamente accettata , 
e addi 8. di giugno se ne rogò l' instrumento in Padova nella Chiesa 
di S. Benedetto Novello (a) . 

Fo- 



go Ant. Est. Voi. z. 



rjQ ANNALI BELLA C 1 T T^L 



ia 93 Foriere e precursore della rottura è slato il fatto seguente . Aveva 
il Marchese Obizzo indebitamente usurpato alcune possessioni del va- 
lore di sei mila lire alle Monache di S. Maria di Fistomba , e per al- 
cuni anni ne aveva goduto i frutti . Fistomba era uno spazio di ter- 
reno eh' ora in buona parte è fuori del Portello , e se ne ha memoria 
sino dal g5o . Quivi era un monistero doppio d' uomini e di donne , 
che fu diviso propter honcstatem religionis dal Vescovo Giovanni . 
I Monaci formarono un monistero da se , che fu detto degli Ognis- 
santi , ritenendo il gius parrocchiale ; e le donne si rinchiusero in quel- 
lo di S. Maria : donde poi essendo state trasferite intorno al 1460 , e 
incorporate col Convento di S. Stefano , fu convertilo quel Luogo in 
un Lazzeretto , che stette in piedi sino al tempo della spianata . Fin- 
che visse Obizzo le Monache o tacquero per timore , essendo quelle 
possessioni poste nella villa di Baone compresa nella giurisdizione de- 
gli Estensi , o le loro rimostranze furono vane . Ma dopo la morte di 
lui esse si presentarono al Podestà di Padova Gerardo da Tosano Cre- 
monese domandando giustizia , il quale udite le loro ragioni , e tro- 
vato avendo eh' erano giuste , condannò i Marchesi alla resliluzione di 
quelle terre , e de' frutti che furono computati ascendere a quattro mil- 
le lire . 

Dietro questo passo i nostri si apparecchiarono alla guerra , benché 
fosse la stagione autunnale, e prevennero il Marchese dizzo , che si- 
milmente s' era accinto a difendersi . Allestito 1' esercito andarono ad 
assediare le due fortezze di Calaone e di Cero piantate su la sommità 
di que' colli , antico patrimonio della Casa d? Uste , e dopo averle bat- 
tute e prese le distrussero da' fondamenti r poiché di mal' occhio le 
aveano sempre vedute , Per le dirotte pioggie che sopravvennero non 
potendo proseguire la guerra lieti a Padova ritornarono . 

In mezzo ai militari apparali non trascurò il nostro Comune di prov- 
vedere alle cose interne . Sta registrato nelle nostre Cronichette , che 
in quest'anno ogni collegio di artisti , da noi detto fraglia dal latin 
barbaro fratalea , fece il suo gonfalone colle insegne della fraglia me- 
desima e le arme del Comune. Ogni gonfalone aveva i suoi trombet- 
tieri salariati, che nelle processioni o nelle comparse pubbliche lo pre- 
cedevano . Il vessillo poi della comunanza fu dato al giudice degli An- 
ziani, de' quali in questo luogo per soddisfare agli amanti della storia 
antica brevemente dirò . Essi erano eletti ogni anno in numero per 
ordinario di sedici dalle fraglie medesime , ossia da' loro gastaldi , e 
nel giorno in cui si eleggevano, tutte le botteghe stavano chiuse da 
quelle in fuori che vendono vittuarie , e fino a' mugnai era vietato in 
quei tempo di macinare ; tanto era solenne quel dì . La cosa impor- 
tava molto , e il popolo sempre geloso della potenza de' magnati pro- 
curava che, esclusi quelli dal governo, cadesse l'elezione ne' popolari > 
e descritti nelle matricole delle arti , ciò che per aspirare agli onori 
non ricusavano di fare alcune volte anche i nobili, appunto come si 

pra- 



DI PADOVA. 71 

praticava in Firenze. Grande era Paulonia degli Anziani , poiché tut- AN . ll?ì 
ti gli affari , prima di farne proposta ai Consigli , erano ventilati nelle 
loro consulte ; essi ricevevano le lettere inviate al Comune così da' Ma- 
gistrati che risiedevano fuori , come da' Principi ; essi rispondevano agli 
ambasciadori ; essi insieme col Podestà rappresentavano la Repubblica . 
Una qualche imagine di essi furono i Deputati ora aboliti . Chi non 
era Padovano , e non pagava al Comune una tassata somma di lire per 
la dadia ( gravezza così chiamata ) tra gli Anziani non poteva aver 
luogo ; legge per mio avviso prudentissima , e degna di essere innova- 
ta ; perchè qual premura può avere del pubblico bene di una città chi 
le è straniero per nascita e per origine ? o come governarla con retti- 
tudine e disinteresse chi poco o nulla possedè , e non ha che perdere ? 
La povertà è stata sempre una mala consigliatrice . 

Un'altra novità s'è fatta, e vi diede occasione la guerra di cui ora 
si parla . Furono eletti dodici Savj detti di credenza , i quali avevano 
suprema balia, e non potevano stare nell'ufficio più di quindici gior- 
ni, passati i quali o erano confermati dal Maggior Consiglio, od altri 
in vece loro venivano eletti . Si fece ancora un cambiamento nei Po- 
destà , ma non se ne sa dalla Storia il motivo . Questi prima durava- 
no un anno nel Reggimento ; e fu stabilito che quindi innanzi vi stes- 
sero sei mesi soli , e avessero nondimeno quattro mille lire di salario , 
e quello di Vicenza due mille . V erano dunque in un anno due Po- 
destà , uno de' quali cominciava a S. Pietro di giugno , e i' altro al dì 
primo di gennaio . 

Durante P inverno stettero chete le armi de' Padovani , poiché non 
s' era ancora introdotto 1' uso , che s' è veduto a' nostri giorni , di cam- 
peggiare anche ne' freddi mesi vernali . In questo mezzo il Marchese^ 



^izzo non istette colle mani a cintola , e pose in piedi un buon eser- AM « IZ ?4 
cito raccolto da' suoi stati , ma invece di un solo nemico contra ogni 
sua aspettazione ebbe a combatterne due . Alberto Scaligero era per 
più ragioni disgustato di lui ; imperciocché ^4 zzo dopo la morte del 
padre avea trai tato così male Costanza sua matrigna , che le fu me- 
stieri partirsi di Ferrara , e ricoverarsi a Verona nella casa paterna ; ed 
oltre i mali trattamenti ricusava di restituirle la dote . Si aggiunga clv 
egli avea posti nuovi pedaggi e gabelle insolite sopra le persone e le 
merci che passavano pe' suoi stati con danno notabile di Verona e di 
Padova . Per tali giusti molivi ^liberto dimenticandosi il dispiacere 
avuto da' nostri per Castelbaldo , e desideroso di umiliare l' Estense fe- 
ce alleanza offensiva e difensiva col nostro Comune , e l' istrumento ne 
fu pubblicato addì 5. di aprile di quest'anno 1294. 

I nostri spuntata la primavera avevano già ricominciate le ostilità, e 
si erano presentati coli' armata dinanzi alla nobile Terra d' Este , Ter- 
ra munita da una forte rocca piantata sul dorso del colle , quando Gil- 
berto verme in persona col suo esercito in rinforzo de' Padovani . La 
Terra allora fu combattuta con ogni maniera di macchine , che 1' arte 

mi- 



72 ANNALI BELLA CITTA* 

a*. 1294 militare adoperava a quel tempo; incessanti e cosi violenti furono gli 
assalti , che disperando i difensori di potersi tenere , né vedendo com- 
parire venni soccorso dovettero arrendersi, e furono ricevuti a buoni 
patti di guerra . La rocca fu dirupata e spianata per ordine della Re- 
pubblica Padovana , acciocché dovendosi restituire la Terra , non potes- 
sero gli Estensi avervi sicuro ricovero , né difesa . Il Marchese ALzzo 
già s' era mosso colla sua armata per dare animo alla guarnigione di 
Este , ed era giunto all' Adige , quando seppe che la piazza aveva ca- 
pitolato . Nel tempo stesso vi arrivarono i due eserciti collegati dopo 
avere saccheggiate e incendiate tutte le ville all' intorno , e si posero 
all' assedio del castello di Venezze , che si crede fabbricato anticamen- 
te dagli abitatori dell' isole dell' Estuario . Il Marchese aveva perduto 
Barbuglio, Anguillaia e la Badia cadute nelle mani de' nemici , e tro- 
vavasi a stretto partito , avendo a fronte forze molto maggiori delle 
sue , onde non era sano consiglio appiccar la battaglia , e molto peri- 
coloso il ritirarsi in faccia ad un nemico vittorioso ed ardito . 

A trarlo d' impaccio vennero in buon punto due Frati Minori man- 
dati dal Patriarca d' Aquileia , religiosi di nota bontà , e di molta es- 
perienza nel maneggio de' gravi affari . Quel buon Prelato desideroso 
di por fine ad una guerra rovinosa spedì quegli ambasciadori , i quali 
senza indugio passando da un campo all' altro intavolarono trattati di 
pace , e destramente appianando le difficoltà , e togliendo gli ostacoli 
seppero condurre le parti guerreggianti ad un accordo , del quale ecco 
le condizioni . Il Marchese ^4zzo con suo fratello Francesco fu rice- 
vuto in grazia del nostro Comune , e promise solennemente di non 
più rialzare le demolite fortezze . La Badia , la terza parte di Lendi- 
nara , Lusia , Castel di Venezze , e Barbuglio restarono ai Padovani , 
Este ed altri luoghi occupati furono restituiti : i pedaggi e le nuove 
gabelle si levarono , a Jizzo si obbligò di restituire la intera dote a 
Costanza . Conviene confessare che la pace fu mollo svantaggiosa ai 
Marchesi , ma fu d' uopo sottomettersi alle leggi dell' imperiosa neces- 
sità , perchè se non avessero accettate le condizioni correvano pericolo 
di perder tutto . Grande allegrezza s' è fatta in Padova ed in Verona 
per questa pace , e solamente il Marchese Aldobrandino rimase oltre 
modo scontento, che si tenne deluso e beffato da' nostri, come dimo- 
stra una inutile protesta fatta da lui , la quale si legge presso il Mu- 
ratori nelle Antichità Estensi . Ma bene gli stette , se volendo spo- 
gliare il fratello de' suoi stati rovinò se stesso e la sua famiglia . 

L' allegrezza sentita da' nostri fu seguila da un' altra comune ad essi 
con tutto il mondo cristiano . Erano più di due anni che per la osti- 
nata discordia de' Cardinali vacava la Santa Sede , di che i buoni fede- 
li , che allora assai più che ora non fanno, veneravano i Papi, ne re- 
stavano grandemente scandalezzati , quando all' improvviso e contra o- 
gni aspettazione fu eletto e proclamato Papa Pietro da Morone , po- 
vero ma santo romito , che menava austerissima vita tra le montagne 

dei 



D 1 P A D O P A . 7J 

del territorio di Sulmona nella Terra di Lavoro . Egli prose il nome ax'izm 
di Celestino V, e alla sua consecrazione fatta nella città dì Aquila 
intervennero secondo gli Storici più di dugento mila persone : Tanta 
era stata a tal novità la maraviglia e lo stordimento . L' opinione di 
santità che giustamente si aveva di lui , fece sperare il ritorno de' pri- 
mi innocenti secoli della Chiesa . Se non che conoscendosi egli inca- 
pace per la sua decrepita età di reggere a tanta mole di affari , e te- 
mendo di non recar Forse danno alla Chiesa per la sua inesperienza , 
volentieri diede orecchio a chi lo consigliò di rinunciare il papato \ 
giacché per 1' altezza del grado non s' era scemata in lui la sua pro- 
fonda umiltà . Quindi pochi mesi dopo la sua elezione , essendo stata 
accettata da' Cardinali la sua rinuncia , in presenza loro si trasse la co- 
rona e il manto papale , e si ritirò dalla Corte desiderosissimo di ri- 
tornare all'amata sua solitudine. E se Dante nel III. dell' Inferno in- 
tese parlare di lui certamente ebbe il torto di attribuire a vii tate un ri- 
fiuto , che fu effetto d'una virtù inimitabile. Sul terminar di quest'an- 
no gli succedette nel Pontificato il Cardinale Benedetto Gaetano d' A- 
nagrii personaggio di somma sagacità , di grande elevatezza d'animo , e 
assai perito nelle leggi civili e canoniche , e si chiamò Bonifazio Vili, 

Benché Papa non ci fusse continuava il nostro. Vescovo Bernardo 
ad essere collettore della decima papale per le cose della Sicilia, e ab- 
biamo alcune carte delle consegne da lui fatte di grosse somme di mo- 
neta ai mercatanti Toscani . Nel mese di giugno di quest' anno Enri- 
co Scrovegno nostro ricchissimo gentiluomo , che aveva le sue case ove 
ora sono i Monti Vecchi prima che comprasse dal Dalesmanini l'A- 
rena , si presentò al suddetto Vescovo per ottenere la licenza di fon- 
dare un Monistero d' uomini dell' Ordine Cisterciense fuori di Padova 
nella contrada di S- Gregorio , obbligandosi di spendere due mille lire 
nella fabbrica della Chiesa e del Convento , e altrettante per la dote di 
esso : ciò che da Bernardo gli fu accordato sotto alcune condizioni, e 
col debito al Priore del Luogo di pagare ogni anno al Vescovado una 
libbra di cera nuova . La Chiesa doveva avere il titolo di S. Orsola , 
la quale passò di poi non so come ne' Frati Minori , e il Convento a' 
nostri dì fu distrutto . Questo gentiluomo figlio di Rinaldo era uno 
de' primarj Cavalieri Godenti , e tornerà P occasione di doverne parla- 
re . I Fondatori de' Luoghi pii hanno diritto di essere ricordati nella 
storia , come benemeriti dello stato del pari che della Chiesa . 

Quest' anno sarebbe stato per noi compitamente felice , se nell' au- 
tunno le smisurate pioggie , e i venti australi , che squagliarono le ne- 
vi sull' alpi , non avessero gonfiato per guisa il Po , che squarciati gli 
argini, e traboccato furiosamente recò immenso danno al nostro distret- 
to . E non solamente soggiacque esso a tale infortunio , ma e molto 
più ancora i territorj di Piacenza , di Cremona e di Brescia ; e fu al- 
lora giudicato che l' allagamento avesse superato tutti quelli , de' quali 
restava memoria . 

Parte III. K Qua- 



74 ANNALI DELLA CITTA 

AN , I2p4 Quasi mi era scordalo di aggiungere che ci fu qualche controversia 
tra i Trivigiani ed i nostri intorno ai confini , la quale è stata amiche- 
volmente sopita. Il Patriarca d' Aquileia , che sul principio di quest' an- 
no aveva indarno domandato al nostro Comune aiuto e consiglio cen- 
tra Gerardo da Camino , col quale guerreggiava , avrebbe voluto che 
i due popoli fossero venuti all' armi . Imperciocché se i Padovani aves- 
sero assalilo i Trivigiani alle spalle , portava speranza che Gerardo at- 
taccato da due parli non avrebbe potuto resistere ; ma gli andò fallito 
il disegno . 

Contuttoché il suddetto Gerardo fosse attualmente in guerra , e non 
ancora assolto dalla scomunica , fu chiamato con suo grande onore a 
Ferrara dal Marchese udzzo , il quale trovandosi possessore pacifico de' 
suoi stati desiderò di esser creato Cavaliere per mano di lui . Si porlo 
colà il Caminese con grandissima comitiva, e il dì d' Ognissanti nella 
Cattedrale di quella citta colle consuete cirimonie ornò u4zzo del cin- 
golo militare . Si tenne in tale occasione una sfarzosa corte bandita , 
e la magnificenza di quella festa è lodata a cielo dagli scrittori . Il Mar- 
chese dipoi creò cavalieri cinquantadue gentiluomini di Ferrara , Mode- 
na , Reggio e Padova tra' molti eh' erano concorsi ad onorare il suo 
novello Cavalierato , ed è per ciò che ne ho fatto un cenno . In que' 
tempi d' ignoranza quel grado , che nel nostro secolo illuminato più 
non si cura , era dalle persone nobili mollo ambito , come un distin- 
tivo che le fregiava . 

Tra le molte e varie occupazioni che tennero infaccendato il nostro 
t Comune , sì che pare non potesse attendere ad altro , non si scordò 
esso di racconciare le strade per comodo del commercio e de' viaggiato- 
ah, i2 95 ri . Se ne continuò il lavoro anche in quest'anno 1295; e oltre le 
strade fu terminata la torre presso il palagio degli Anziani , e in cima 
una campana vi fu sospesa , la quale si trovò nella rocca d' Este allor 
che fu presa da' nostri . Ma essendo Podestà per la terza volta Fati- 
cone de' Rossi sì diede principio ad un'opera molto più riguardevole. 
Sino dall'anno 1292. Bernardo Abbate della Vangadizza avea dato in 
feudo al nostro Comune cinque mansi di terra sterile e infruttuosa ol- 
tre P Adige rimpetto a Castelbaldo colla obbligazione di pagare ogni 
armo alla Badia una libbra di cera ; e colpa principalmente di questa 
infeudazione 1' Abbate fu tenuto distruggitore de' beni del Monistero . 
Per assicurarsi il dominio della Badia , e avere a loro voglia sempre 
libero e aperto il passo all' altra parte gettarono un ponte nelP Adige, 
e ne fortificarono le due teste con fosse, argini, bastioni e torri. 

Soprantesero a tutta 1' opera i due nostri architetti soprannominati 
Fra Giovanni , e Leonardo JBoccalecca . Queste fortezze non essendo 
più di alcun uso né per la guardia de' confini , né per la forma loro 
d' ordine del Senato Viniziano furono disfatte insieme con Castel- 
baldo . 

Nuovo mi riuscì del tutto in quest' anno un Magistrato in Padova 

su- 



DI .P A D O V A . 70 

super factis Romance Curice . Una carta dell' Archivio de' PP. Con-" 
ventilali me ne diede la notizia . La carta dice così : addì 24. di mag- 
gio nella Chiesa del palazzo del Comune di Padova Vitaliano notaio 
q. Galvano de' Basilii avendo giurato di stare ai comandi del Pode- 
stà , e de' Savj deputati dal Comune di Padova sopra i fatti della 
Curia Romana disse e confesso con suo giuramento che la compera 
di certi beni s' era fatta da lui co' denari di Frate Zuliano dell' Ordine 
de' Minori Inquisitore , e colla pecunia dell' Officio della medesima In- 
quisizione . Questo Frate era Padovano . Non so indovinare qual sia 
stato il motivo che indusse la nostra Città tanto divota alla Santa Sede 
ad eleggere un cotal Magistrato , eh' io credo temporaneo , e creato 
solamente per qualche fatto particolare , poiché in tante carte da me 
vedute non se ne trova dopo quest'anno menzione alcuna. Forse vi 
diedero occasione i riprensibili portamenti di alcuni Frati Inquisitori , 
la di cui elezione apparteneva alla Corte di Roma , i quali dimentichi 
del loro grado si abbandonarono a tali eccessi , che i nostri maggiori , 
dopo aver tollerato pazientemente qualche anno , furono costretti dì 
portare i loro lamenti a Bonifazio Vili, di che parleremo . For- 
se e' intervenne qualche altra ragione eh' io non ho tempo di rin- 
tracciare . 

Vacò in quest' anno la Sede Padovana per la morte del Vescovo 
Bernardo addì 21. di maggio secondo gli Annali Camaldolesi . Si cre- 
de che sia stato ucciso da un calzolaio , mentre discendeva dal suo 
palazzo , essendo divenuto odioso alla plebe come incettatore di grani 
in un anno di carestia . Anch' io lo credetti un tempo appoggiato al- 
la testimonianza del P. Canario , e scrissi fidatamente che tre de' no- 
stri Vescovi furono morti a ghiado , Ulderico ri eli' XI. Secolo , Bel- 
lino nel XII. Bernardo nel XIII . Ma a dir vero la cosa mi pa- 
re molto dubbiosa , se non anebe del tutto falsa . Fu seppellito nel 
mezzo della Cattedrale, e la iscrizione che gli fu posta, per lo scal- 
piccio de' piedi quasi consunta , è stata in errore maiuscolo attribuita 
all' altro Bernardo falsamente da' nostri inesatti scrittori chiamato Mal- 
traverso . 

Ad una notizia Ecclesiastica ne aggiungo un' altra . Fino dall' anno 
1076, in cui sotto il Vescovo Ulderico Ili miracolosamente scoperto 
il corpo del S. Martire Daniele , esso è stato trasportato alla Catte- 
drale , e riposto , come da qualche memoria raccogliesi , sopra Y aitar 
maggiore . Quivi stette sinché Giovanni degli Abbati Arciprete Pa- 
dovano gli eresse in quest'anno una nuova Cappella, e a' i5. di mag- 
gio giorno di domenica si fece la traslazione delle sante Reliquie , del- 
la qual traslazione si festeggiava l' annua memoria nella domenica terza 
di maggio , come dimostrano gli antichi Calendarj . Né contento Y Ar- 
ciprete Abbati di ciò che avea fatto ad onore del S. Martire fondò 
ancora , e dotò di buone rendite uno spedale chiamato appunto dal 
nome del Santo nel borgo di S. Giovanni ; e morendo volle essere 

se- 



AN.1295 



76 ANNALI DELLA CITTA 

an. 1295 sepolto nel Duomo a pie dell'altare da lui eretto, dove sino a' tempi 
del Canonico Scardeone si leggeva il suo epitaffio , già cacciato nelle 
fondamenta della nuova Chiesa , o in altra guisa distrutto con tante 
altre antiche memorie dalla ignoranza de' nostri preti . Questi è quel 
Canonico .Abbati, che restò escluso dal Vescovado di Padova , al qua- 
le , se si dovesse credere al P. M. Federici , il partito de' Ghibellini 

10 avea innalzato . Per uno statuto del nostro Comune ogni anno il 
Podestà cogli Anziani e colle Fraglie doveva visitare 1' arca di S. Da- 
niele con ceri e doppieri nel dì della sua traslazione; e per un somi- 
gliante decreto , oltre ciò che sopra s' è detto del B. Antonio Pelle- 
grino , altrettanto facevasi nel dì di S. Antonio Abbate alla sua Chiesa 
nel borgo di Savonarola, pie costumanze, ora abolite, che mostrano- 
la pietà e la religione de' nostri Antenati . 

Ciò che avviene ne' grandi dominii succedeva anche a' tempi , de* 
quali parliamo , nelle piccole Italiane Repubbliche gelose oltre misura 
della loro libertà e de' proprj diritti y vaghe di contendere e puntiglio- 
se . Come nato da lievi principii veduto abbiamo ardere il fuoco della 
guerra , e dilatarsi rapidamente , e tal fiala prima che levasse fiamma 
appena suscitato restare ammorzato ed estinto; così anche allora le con- 
tese di private persone tal volta divennero pubbliche , e diedero occa- 
sione a sanguinosi contrasti , e tal altra si sono felicemente sopite sen- 
an. 1296 za che le Comunità vi prendessero parte . Una controversia di pascoli 
tra' nostri pastori ed i Trivigiani nella villa di S. Martino di Lupari 
fu vicina ad accender la guerra tra' due amici Comuni di Trivigi e di 
Padova . Nacquero delle risse e degli omicidj , e vicendevoli ruberie . 

11 nostro Podestà conosciuto avendo gli autori dei delitti gli bandì da 
tutto il dominio Padovano. Ciò dispiacque assai al Comune di Trivi- 
gi , e volea mostrarne il suo risentimento con altro che con parole ; 
ma prevalse il saggio partito di usare le vie della dolcezza e della mo- 
derazione , giacché era ancora incerto qual esito potessero avere le con- 
ferenze de' giudici deputati dal Papa Bonifazio ad ascoltare le ragio- 
ni e a decidere le differenze tra Gerardo Signor di Trivigi , e il Pa- 
triarca Raimondo . Vennero ambasciadori a Padova per questo affare , 
e trovarono gli animi de' nostri inclinati alla pace . Furono scelti al- 
cuni cittadini a trattare co' Trevigiani, e in primo luogo fu stabilito di 
ribandire gli sbandeggiati ; poi udite le ragioni d' ambe le parti , e an- 
dati più volte all'accesso de' luoghi controversi decretarono di piantare 
grosse pietre per termini e confini de' due territorj da non esser mos- 
se sì agevolmente , sì che nessuno sbaglio potesse nascere in avvenire , 
e si togliesse ogni occasione di querele e di liti . 

D' altra maniera che co' Trivigiani procedettero i nostri coli' Abbate 
della Vangadizza Guidone succeduto al deposto Bernardo ; ma egli 
non aveva a sua difesa che le armi spirituali già per lungo uso spun- 
tate . Abbiamo sopra raccontato le violenze fatte dal nostro Comune 
a quel Monistero , alle quali indarno procurò 1' Abbate di opporsi . In 

quesl' 



D 1 P A D O jr A . 77 

quest'anno poi, ne si sa intenderne la ragione i per giunta degli altri ^1296 
mali i Padovani distrussero il castello della Badia ; e la cosa è tanto 
strana che potrebbe credersi favolosa, se le nostre antiche Cronichette 
non lo attestassero . Mosso , siccome è credibile , da tal novità P Ab- 
bate scrisse nel settembre una patetica lettera a Betto , o Brunetto 
Brunelleschi Podestà , e agli Anziani , acciocché desistessero dal mo- 
lestare il Monistero , e invaderne i suoi diritti . Dice in essa che la 
Città di Padova avea fiorito sino allora fra le nobili cittadi Italiche per 
1 osservanza della giustizia , e che sperava doversi conservare in florido 

stato , finché non avesse stese le mani alle opere d' iniquità 

Che perciò gli avea pregati amichevolmente di voler restituire i beni 
da loro occupati, amando esso il Comune di Padova come se stesso .... 
Che non solamente non erasi fatta la bramata restituzione , ma che 
nemmeno alla sua lettera avevano dato risposta .... E che non vo- 
lendo , come giustamente poteva , provocare lo sdegno del Pontefice 
contro di essi , il quale da altri era stato pienamente informato , si con- 
tentò di supplicarlo che volesse a lor provvedere . E benché alcuni at- 
tribuissero a viltà d' animo e dappocaggine iterare lettere e preghiere , 
egli nondimeno li pregava novellamente , che deposta ogni inconvenien- 
te ambizione per l' amore di Dio , e per la riverenza dovuta alla San- 
ta Sede volessero restituire alla badia tutti i suoi diritti ec. Non è ve- 
nuto a nostra notizia che cosa abbiano risposto i nostri a questa se- 
conda lettera dell' Abbate ; ma i dotti Annalisti Camaldolesi sono di 
parere che essa abbia disposto gli animi loro a quell' accordo che due 
anni appresso seguì . 

Era vacante , come s' è detto , per la morte di Bernardo la nostra 
Chiesa, e solamente in quest'anno da Bonifazio Vili, fu eletto Ve- 
scovo Fr. Giovanni Sahelli dell' Ordine de' Predicatori per dottrina e 
per bontà di vita chiarissimo . Ma perché parlando della sua elezione 
s'ingannano 1' Ughelli , il Cavacio , e il moderno Autore della Serie 
de' nostri Vescovi , recherò i fondamenti sopra i quali asserisco , che 
quegli Scrittori si sono ingannati , affinchè dalla loro autorità almeno 
per avventura non sia tratto in errore . La morte di Bernardo avven- 
ne addì 21. di maggio I2g5. come sopra abbiamo notato. Nel me- 
desimo anno nel dì 17. dicembre si trova in una carta dell'Archivio 
Capitolare Iohannes Bonus Vicarius Capi tuli Ecclesie Paduane va- 
cantis . Non basta: ai 29. di aprile del seguente anno 1296. Frate 
Enrico dell' Ordine de' Minori Vescovo di Chioggia concede indul- 
genza de conscnsu et voluntate archipreshiterì et Capitali Paduani a 
chi visiterà la Chiesa di S. Antonio. Ma nel prossimo seguente mese 
di maggio agostino Vescovo di Città nova sotto il giorno 17. accor- 
da una simile indulgenza, e dice di farlo consensu di'ti Nicolai Vica- 
rii domini Episcopi Paduani . Dunque è manifesto che il principio 
del Vescovado di Giovanni non dee stabilirsi nel I2g5. ma a' primi 
di maggio del 1296. Colla medesima chiarezza si dimostrerà che co- 
me 



yQ ANNALI DELLA CITTA" 

ah.iz 9 ó me quegli autori fallano nelP assegnare il principio , così sono errati 
nello stabilirne la fine. Ma di ciò poco appresso. 

Fioriva in questo tempo con fama di molta dottrina Altegrado de 9 
Catanei di Lendinara figlio di Crosna , la di cui nobile famiglia al 
tempo delle fazioni tra' Montecchi e Sanbonifazj cacciata da Verona 
si trapiantò in Lendinara ed in Padova . Egli era dottor dei decreti , 
e alcuni anni insegnò pubblicamente le leggi canoniche prima in Bo- 
logna , dipoi in Padova , benché il Papadopoli non 1' abbia conosciu- 
to , e T Abbate Faccio/ali appena appena lo nomini . Abbiamo dall' 
Abbate Tiraboschi che nel iz8g. fu eletto in Bologna a lettore di di- 
ritto canonico con salario di i5o. lire annue, mentre Dino da Mu- 
gello con onorario minore vi spiegava le leggi civili ; e furono essi i 
due primi che certo e determinato stipendio dal pubblico ricevessero r 
conciossiachè innanzi gli scolari pagavano i professori , come anche og- 
gi in qualche città di studio accostumasi , e patteggiavano con essi del- 
la mercede * Ma si dee credere che Altegrado poco siasi fermato in 
Bologna , forse chiamato a leggere nella nostra Università , poiché da 
una lettera del Podestà Carlo Canti Pistoiese a Papa Bonifazio ne' 
primi mesi del 1299. si ha che correvano nove anni dacché egli leg- 
geva in Padova. E in fatti nel 1294. io lo trovo presente alla licen- 
za data dal Vescovo Bernardi per fondare il monistero d^ S. Orso- 
la , di che sopra abbiamo detto , e nella carta è chiamato dottor dei 
decreti e Canonico Pxavennate . Nel 1297.. a' 3i. di maggio intervie- 

« ne nel Monistero di S* Pietro come testimonio alla elezione fatta da 

Agnese Badessa di Prete Zanbonetto alla Parrocchia vacante di S. 
Niccolò: e nel medesimo anno come giudice delegato del Vescovo no- 
stro Giovanni decide una causa nella Chiesa Cattedrale il dì 7. di ago- 
sto , sentenziando che il Parroco di S. Pietro di Padova non sia te- 
nuto a pagare decime , siccome quello che non avendo beni proprj 
della parrocchia viveva alla mensa del Monistero. Nel 1299. volendo 
andare a Roma venne raccomandato al Papa colla lettera che abbiamo 
accennato. Eletto Arciprete della Cattedrale non andò guari che dal 
Santo Pontefice Benedetto XI. nel r3o4» fu trasportato alla Sede Ve- 
scovile di Vicenza per degno premio della sua dottrina , e delle sue 
virtù ♦ E ciò basti per ora aver detto di lui , onde supplire al silenzio 
de' nostri Storici . 
AN . 1297 Circa questo tempo medesimo era Abbate di S. Giustina Gualperti* 
no Mussato fratello del celebre Albertino , ma di un genio molto dis- 
somigliante » Si racconta di lui che essendo di cuore franco ed armi- 
gero , e non potendo reggere alla disciplina del Chiostro si procurò la 
rettoria della Chiesa di Urbana , dove e' era un piccolo convento di 
Monaci , ed ivi contratta avendo cordial nimicizia con Niccolò Capo- 
divacca rilevò tali ferite , che n r ebbe a morire ; per la qual cosa ab- 
bandonata quella Chiesa , ottenne 1' altra di S. Paolo nella Città , dopo 
avere, come fu detto, tolto di vita col veleno il proposto Tobia . Eb- 
be 



DI JP A D O V A . 79 

be ancora due figliuoli d' una sua concubina, di che ntuno si maravi- * N% I29 jT 
gli , vivendo lui in tanta corruttela di secolo . Ma per amore della ve- 
rità si dee dire che fatto Abbate di S. Giustina, quanto era stato pri- 
ma scorretto , discolo e scandaloso , altrettanto diventò saggio , costu- 
mato , e osservante della vita monastica . Si vuole che Albertino tro- 
vandosi Ambasciadore a Roma per la Rep. Padovana da Bonifazio 
Vili, a cui era molto accetto, gli abbia ottenuta quella Badia, quan- 
tunque egli fosse dell' Ordine Cistercense . Altri raccontano in alt.ra 
guisa Ja cosa , ma il loro racconto non è verisimile . 

Gualpertino divenuto altro uomo da quel eh' era stato cominciò il 
suo governo dal prendere diligente informazione de' beni del Moniste- 
ro , e avendone visitate le possessioni conobbe che gli sarebbe stato di 
grandissima utilità il potere acquistare la penisola di Calcinara posta ai 
confini dell' Estuario tra il fmmicello Sciocco ed il Bacchiglione ; poi- 
ché sperava , che comodamente vi si potessero fare delle saline , onde 
avere il sale necessario per tutto lo stato Padovano senza ricorrere ai 
Veneziani . Perciò trattò coli' Abbate dell' antico monistero di S. Ci- 
priano di Murano , che n era il possessore , e l' ebbe a livello da lui . 
Tosto con grande spesa vi fece fare di molti lavori , co' quali rendet- 
te que' terreni tanto fruttiferi , che il profitto che ne ritraeva , V annuo 
censo superava di grandissima lunga . Lo seppero i nostri , e invoglia- 
ti di possedere quella penisola per la desiderata fabbrica del sale , la 
ottennero In quest'anno 1297. ^ a Gualpertino, avendovi acconsentito 
1' Abbate di S. Cipriano ; e per compensazione gli diedero alcuni fon- 
di , e certe decime nelle ville di Cona , i quali per essere vicini alle 
ville di Bosco e di Concadalbero , dove S. Giustina aveva molti ed e- 
stesi poderi, diventavano opportunissimi agF interessi de' Monaci . Ciò 
che ne seguì lo diremo poi . 

Non dobbiamo intanto dimenticarsi del Marchese ^tzzo . Egli dopo 
la pace conchiusa co' Padovani volendo risarcirsi degli discapili per es- 
sa sofferti aspirò al dominio di Parma, dove aveva un numeroso par- 
tito ; ma gli andò fallito il colpo , e conobbe che troppo tardi avea 
pensato ad insignorirsene ; poiché scoperta la mina dalla fazione con- 
traria avean fatto venire nuove truppe da Piacenza , da Milano e da 
Bologna , ed erano apparecchiati a sostenere qualunque assalto . Con- 
viene afferrare 1' occasione quando si presenta , altrimenti non tor- 
na più . Fra' principali alleati de' Parmigiani erano i Bolognesi , i 
quali eccitati , com' è probabile , dal Marchese Aldobrandino , e da 
altri nemici del Marchese udzzo colsero questa occasione di muover- 
gli guerra , sperando di poter dilatare il loro dominio . Di ciò for- 
te sdegnato udzzo , e collegatosi co' principali del partito de' Lam- 
bertacci cacciati di Bologna , e con alcune città della Romagna guer- 
reggiò con varia fortuna contra di essi , ora vittorioso ed or vinto . 
Mentre però i Bolognesi lo travagliavano sul territorio di Modena, era 
molestato da' Parmigiani nel distretto di Reggio , e n' ebbe tali rove- 
sci . 



80 ANNALI BELLA CITTA 



TZw sc ' » cne '° indussero a pacificarsi con essi . Liberalo da un nemico ri- 
volse le sue armi contro de' Bolognesi , co' quali era oltre modo irrita- 
to , avendo prima raccolto molla gente da' suoi stati , e avuto qualche 
rinforzo di truppe in quest' anno da Padova . Ma presto s' avvide che 
non avea forze bastevoli per sostenere la guerra , e ritiratosi a Mode- 
na intavolò trattato di pace anche col Comune di Bologna , che fu con- 
chiuso nell' anno seguente , essendo stati eletti arbitri delle differenze il 
sommo Pontefice Bonifacio , e il Comune di Firenze. Le cose degli 
Estensi ci appartengono in qualche modo , né io senza farne un cen- 
no doveva passare innanzi . 

Poco mi resta a dire di quest' anno , ed anche la cosa non è di gran- 
de importanza; ma quando non ci'sono fatti illustri, anche delle pic- 
cole notizie si dee tener conto . Se gli Storici dell' antichità Greci e 
Romani di certe minute cose ci avessero tramandata la memoria , che 
occupati in più grandi oggetti trascurarono di raccontare , non ci sa- 
rebbe tanta discordia tra gì' interpreti e i comentatori sopra il vero sen- 
so di alcuni passi che rimangono oscuri. Sebbene non si può nemme- 
no chiamare piccola cosa la fabbrica di una cancelleria fatta in quest' 
anno , la quale dovea raccorre tutti gli atti de' notai , ed essere il de- 
posito delle pubbliche e private ragioni . Così non fosse due volte sta- 
ta incendiata , che avremmo la serie delle riformazioni , e buona copia 
di scritture per tessere la storia Padovana, le quali sono sgraziatamen- 
te perite . Arse la prima fiata nel i3z5. quando Pollone de' Secca- 
detti Podestà restò ucciso in un popolare tumulto ; poi nel 1420. quan- 
do s' apprese il fuoco alla gran Sala della Ragione • 
8 Entrato Podestà nel nuovo anno 1298. Ongaro degli Oddi da Pe- 
rugia trovo che il nostro Comune fece il seguente statuto : se alcuno, 
o gli autori^ di lui avessero posseduto pacificamente una decima pel 
corso di 3o. anni , il Vescovo , se sia ricercato , debba dentro Io spa- 
zio di quindici giorni investirlo di quel feudo ; e posto ; eh' egli ricu- 
sasse di farlo , sia tenuto il Comune a mantenerlo nel suo possesso . 
Non sappiamo qual caso accaduto abbia dato occasione alla nuova leg- 
ge , mentre il Vescovo Giovanni era un prelato di santi costumi , e 
d'incorrotta giustizia. Egli fu che per facoltà ricevuta dal Papa lodò 
e ratificò 1' accordo seguito tra l' Abbate della Vangadizza e il nostro 
Comune . 

Già più d' una volta s' è parlato in queste Memorie delle differenze 
che correvano tra le due parti , le quali in quest' anno si sono final- 
mente sopite . Vide 1' Abbate Guidone , che nulla poteva ottenere col- 
le sue lettere , e considerando che sarebbe stato meglio per lui vivere 
in pace con un potente vicino, anzi che averlo nemico, tenne pratica 
che il nostro Comune ricevesse il monistero sotto la sua protezione , 
come altre Badie aveano fatto colle vicine città . Accettato assai volen- 
tieri il partito, e fermate le condizioni Alberto Monaco a nome dell' 
Abbate mise Beldomando Sindico de' Padovani in possesso di Badia , 

e del- 



DI PADOVA. 8l 

e delle ville da essa dipendenti , e di tutto quel tratto di paese di ra- ANf l29 % 
gione del Monistero che si estendeva verso Verona , onde molto sì 
venne a dilatare oltre P Adige il loro dominio . Cedette innoltre il di- 
ritto di mandare i podestà , di giudicare le cause civili e le criminali 
di esigere le pene delle condanne , e di riscuotere i dazj ec. Si riser- 
bò l'Abbate tutte le rendite, affitti, decime, quartesi , livelli, e altre 
obbligazioni de' fittaiuoli , e vassalli ; che dovessero esempigrazia pre- 
stare la debita riverenza a lui , e a' suoi Monaci , accompagnarli , ove 
l'ossero richiesti , senz' armi , o con armi , fuorché contro il Comune 
di Padova ; somministrare a lui secondo la consuetudine animali , pol- 
li , pesci , e legna quando il Legato apostolico , o il Prior Generale , 
o altri soggetti riguardevoli venissero ad albergare nel monistero ; ser- 
vire all'uopo con aratri, carri e barche; mantenere gli argini de' fiu- 
mi ec. Fu anche statuilo che P Abbate potesse giudicare di qualunque 
delitto , che fosse commesso dentro il recinto del Monistero ; che gli 
abitatori delle ville senza espressa licenza di lui non possano farsi cit- 
tadini di Padova , o di altra città , né alienare i beni soggetti al Mo- 
nistero se non ad altri abitanti delle medesime ville ec. Questa conven- 
zione fu approvata, come dicemmo, dal Vescovo Giovanni, il quale 
latto avendo un diligente esame trovò che migliorava la condizione del 
Monistero . Innoltre furono date sufficienti cauzioni per P osservanza 
de' patti , ma io non giurerei che i nostri gli abbiano sempre fedel- 
mente osservati . Ai grandi e potenti non mancano mai pretesti per 
non attenere quello che hanno promesso . 

Questa carta che porta la data dei 3o. di ottobre , convince di er- 
rore P Ughelli , il quale asserisce , che essendo stato trasportato alla 
Sede di Bologna il Vescovo Giovanni ne' primi giorni di quest' anno , 
subito nel febbraio seguente ebbe per successore Ottobono . E veris- 
sima la traslazione di Giovanni alla Chiesa Bolognese , ma è vero an- 
cora eh' egli seguitò ad essere nostro Vescovo non pur nelP ottobre di 
quest' anno , come si ha dal monumento Camaldolese , ma ancora ne' 
primi mesi del 1299. Lasciando altre prove, in una carta dell'Ar- 
chivio Capitolare anno millesimo ducentesimo nonagesimo nono indi- 
ctione XII. die quinto mense februarii è nominato Ven. pater dns 
Fr. Iohannes dei et apostolice sedis grada Paduanus episcopus . Ec- 
co pertanto che egli , quantunque eletto dal Papa alla Sede Vescovile 
di Bologna , sedeva tuttavia su la Cattedra Padovana . Ma come ciò ? 
Dispiaceva assai al Comune di Padova perdere un sì buon Vescovo , 
ed è credibile che , udita la nuova del suo trasferimento a Bologna , 
abbia fatto gagliarde istanze così al Vescovo , come al Papa , perchè 
ciò non seguisse. Dà peso alla conghiettura una lettera sopravanzata 
alle ingiurie de' tempi , colla quale il Podestà e il Comune si duole 
con Bonifazio VIII. che voglia levare Giovanni di qua , e trasferirlo 
a Bologna, e lo supplica umilmente di non far mutazione . Ma, qualun- 
que sia stalo il motivo, Giovanni nel febbraio del 1299. riteneva il titolo 
Parte III. L di 



&J ANNALI DELLA CITTA" 

129 8 di Vescovo Padovano . Nel marzo seguente però concedendo egli una 
indulgenza alla Chiesa del Santo usurpa il titolo di Vescovo Bologne- 
se , come si ha in una carta di quelF Archivio : Fr. Iohannes permis- 
sione divina Bononiensis episcopus — udnno millesimo ducentesimo 
nonag. nono , indictione XII. Dai. Padue in aula dni episcopi 
die cinerum de voluntate et £onsensu dni Othoboni Episcopi Padua- 
7U. E da questo tempo conviene prendere il principio del Vescovado 
di Ottobono , checché dicano in contrario alcuni Scrittori . E poiché 
siamo entrati in queste materie ecclesiastiche, le quali saranno lette vo- 
lontieri da alcuni , non tacerò che in quest' anno è morto nella Corte 
Romana Maestro Enrico da Padova Scrittore pontifìcio , che alla no- 
stra Repubblica non pochi beneficj avea fatti . Io non ho altra noti- 
zia di lui , salvochè lasciò in Padova un suo nipote chiamato Turisen- 
do , giovane di ottima indole , il quale dopo la morte del Zio andò a 
Roma caldamente raccomandato al Papa dal Podestà e dagli Anziani. 
Forse uscirà alla luce qualche documento , che ne farà conoscere que- 
sto benemerito Cittadino . 

Accresciuti i Padovani di potenza per le acquistate giurisdizioni del- 
la Vangadizza , e godendo pace e tranquillità racconciarono le strade , 
e quella principalmente che da Padova conduce a Vicenza , onde age- 
vole e comodo fosse il commercio tra le due città : e se quale fu da 
essi accomodata con sassi e ghiaia , tale , mediante qualche annuo la- 
voro , l' avessero i posteri conservata , non sarebbe stato d' uopo a dì 
nostri di spendere e scialacquare tanto denaro con aggravio de' suddi- 
ti , e arricchimento de' soprastanti ingegneri . Una colta che fu messa 
in quest' anno , giacché il nostro Comune non avea guerra di sorte al- 
cuna forse dovea servire per le spese necessarie di tali lavori . 

Abbiamo un' altra prova che la nostra Città a que' giorni lietamente 
e pacificamente viveva, ed è lo spettacolo che si diede nel carnovale 
di quest'anno in sul Prato della Valle, al quale intervenne dalle vici- 
ne città grandissimo numero di persone . Esso è stato un solenne tor- 
niamento di cavalieri con altre magnifiche feste e piacevoli giuochi : 
alle quali cose non sì può certamente pensare nel mezzo de torbidi e 
de' trambusti , o nel tempo travaglioso d'esterne guerre. Il Prato del- 
la Valle, dove lo spettacolo fu eseguito, era posto fuori della Città , 
e apparteneva al Monistero di S. Giustina , e se ne ha memoria sino 
dal secolo X . Cotesto luogo per la sua ampiezza è stato scelto da' 
nostri ad uso de' pubblici spettacoli ; e ne' secoli pagani aveva un Tea- 
tro chiamato Zairo , di cui nelle antiche carte si dice che Juit anti- 
quitus edijìcium magnum . Quivi il celebre Fr. Giovanni da Schio 
nel 1233. parlamentò con tetti i proceri della Marca e della Roma- 
gna ; e sei anni appresso Pier dalle Vigne Segretario di Federigo IL 
Imperadore concionò al popolo Padovano , mentre egli stava assiso in 
eminente luogo sopra il suo trono reale . Ricordano le nostre Croni- 
che un grande giuoco quivi fatto nel 1208 , e raccontano che nel Pra- 
to 



ni padofa. 83 

to suddetto sì radunava il popolo in certi giorni solenni , uomini e AN , i2 9 § 
donne, nobili e plebei vestiti di panni nuovi menando gran festa. Si 
sa che nel 1243. vi fu fatta nel dì di Pasqua la spirituale Rappresen- 
tazione dei mister] della passione e morte del Salvatore , la quale è sta- 
ta forse la prima che siasi veduta in Italia, certamente anteriore a quel- 
le di Toscana e di Francia , che ingiustamente si arrogano il merito 
dell' invenzione . Quivi poi fu introdotto il corso de' cavalli , e a que- 
sto fine sotto la direzione di Fr. Giovanni, come s'è toccato sopra, 
s' è alzato e coperto di ghiaia ; e 1' uso di farvi il palio de' barbari dal- 
la porta di S. Croce sino all' Università è lungamente durato . Qual sia 
poi divenuto , mediante il magnanimo genio di Andrea Memmo no- 
stro Provveditore , non è mestieri che da me si dica ; ne parlino i fo* 
restieri . _____ 

A chi scrive le Memorie di una Città, per quanto essa sia riguar- &x*\i$3 
devole , i tempi pacifici non somministrano grande materia di scrivere, 
non mosse di eserciti , non incontri di battaglie, non assedj ed espu- 
gnazioni dì castella , che la maggior parte de' leggitori amano di sen- 
tire . Un fiume che scorra placido e cheto tra l'erbose sue rive , seb- 
bene utile alla navigazione e al commercio , appena è degnato d' un 
guardo ; ma se alzato a dismisura per le pioggie cadute minacci romo- 
reggiante e spumoso di soverchiare gli argini , allora attira a se gli 
occhi di tutti. Così si dee dire delle Storie. Gli amici però dell' uma- 
nità , e ì filosofi che rimirano le cose con altro occhio che non fa il 
Volgo degli uomini, leggono con piacere alcuni fatti niente in vero ro- 
tti orosi , ma vantaggiosi alla Società . Tali sono le leggi emanate , e i 
saggi decreti presi pel buon governo delle città , e per la felicità de ? 
popoli, la quale dee essere l'unico oggetto de' legislatori . Ed è per- 
ciò ch'io fo volentieri ricordo di qualche statuto pubblicato in quest' 
anno 1299. dì somma tranquilli^ pel nostro Comune. 

Si risovvegna il lettore di ciò che s' è detto intorno la controversia 
della nostra Città col Clero , e il concordato Ragusrino che servì poi 
di norma ai provvedimenti , e alle riformagioni successivamente fatte . 
Non ostante quell'accordo e' erano alcuni frodatori della legge , i qua- 
li per sottrarsi ai pesi e alle fazioni della Città e delle ville vestivano 
l'abito religioso de' Frati Godenti , de' Pinzocheri , di quelli da Scope- 
to , xlal T. o simili: perciò nella podesteria di Neri Bardi da Firenze 
fu stabilito , che costoro debbano essere soggetti a tutte le contribuzio- 
ni , come se fossero laici , quando al Podestà , o ad alcuno de' suoi 
giudici sia fatta fede, che quelli dimoranti nelle ville lavorano le loro 
terre , e vanno là dove non conviene che vadano i religiosi : innoltre 
che le loro mogli e i figliuoli debbano similmente portare i comuni 
pesi, né questi possano difendere i padri, né quelle i mariti: final- 
mente se ricusassero di ubbidire, e comparissero altrove che innanzi 
al Podestà , ovvero a' suoi giudici , non godano del benefìcio degli Sta- 
tuti Municipali . Il predetto statuto è de' 6, di agosto , ma un altro 

ne 



84 ANNALI BELLA CITTA 

Au.1299 ne abbiamo niente meno importante de' 5. di maggio , mentre era Po- 
destà Carlo de' Canti. Ecco il tenore di esso . Affinchè si mantenga 
la libertà del popolo Padovano contra le persone non soggette alla giu- 
risdizione del Comune , e 1' ufficio dcgl' Inquisitori , si decreta , che se 
qualche malefìcio o violenza fosse fatta ad alcuna persona soggetta alla 
giurisdizione del Comune da altra non soggetta, o qualche questione 
venisse mossa dinanzi al Vescovo , o al suo Vicario , o al Capitolo 
de' Canonici , o altro giudice delegato; o ne fosse il Podestà legalmen- 
te informato ; debba egli in pena di mille lire mandare il suo Vicario 
accompagnato da' cittadini della Comunanza , e gastaldi delle fraglie al 
Vescovo, o al suo Vicario e pregarli che per amore del Po- 
destà e degli Anziani facciano opera , che la quistione mossa al tale 
cittadino si rimanga , e V autore della violenza , o della ferita sia gasti- 
gato . . . Innoltre sia tenuto nel primo Consiglio che si radunerà , far 
leggere la risposta del Vescovo , e proporre lo spediente da prendersi , 
e procedere secondo il volere dei Consiglio medesimo , purché niente 
si statuisca contra la libertà della Chiesa , e 1' ufficio degl' Inquisitori , 
E durante qualche controversia dinanzi qualunque giudice , se alcuno 
soggetto alla giurisdizione del Comune fosse spossessato violentemente 
da persona non soggetta alfa suddetta giurisdizione , sia obbligato il 
medesimo Podestà , tre giorni dopo che ne sarà stato ricercato , rimet- 
terlo , e mantenerlo nel suo possesso . Finalmente si decreta che sia 
pregato il Vescovo a tenere nella sua Curia notai Padovani , e non 
d' altra nazione . 

In questo statuto è notabile che non vi sono mai nominati gli Ec- 
clesiastici , sebbene , com' è manifesto , sia stato fatto contra di loro , a 
favore de' laici . E poiché le nuove leggi si fanno per togliere i nuo- 
vi abusi , così è probabile , che in onta dell 1 accordo fatto pochi anni 
innanzi i Cherici abbiano data occasione a questa novella riformagio- 
ne • E degna ancora à' esser notata la premura del nostro Comune per 
la conservazione dell' Ufficio degl' Inquisitori , la quale mostra quanto i 
nostri Maggiori fossero zelanti della purità della Religione : ma senti- 
remo fra poco i loro lamenti , non già contra l' ufficio suddetto , ma 
contro a que' Frati prevaricatori che indegnamente lo esercitavano . In 
un altro statuto acefalo , ma certamente di quest' anno , si comanda al 
Podestà , che ogni due mesi faccia leggere nel Consiglio i nomi degl* 
Inquisitori , e di tutti i loro uffiziali , e debba provvedere che l' Uffi- 
cio della Inquisizione , e le leggi imperiali contra gli Eretici sieno con- 
servate in pieno vigore , e non sia turbata la giurisdizione del Comu- 
ne dalle persone ecclesiastiche , come nello statuto de' cinque di mag- 
gio » Si vieta innoltre , tacendo di altre proibizioni y che non si possa 
violare lo statuto de sale faciendo : dalle quali parole raccogliesi , che 
avendo il Comune acquistato la penisola di Calcinara , come dicemmo , 
abbia decretato di farvi il sale , e forse sino da quest' anno a tale ope- 
x*a , che poi gli fruttò una guerra co' Veneziani , abbia dato principio . 

Se- 



DI PADOVA. 85 

Segui in quest' anno una grande mutazione in Mantova . Bardel- A n. 1*99 
Ione capitano generale di quella città, di cui s' è parlato all' anno 129 1. 
era diventato per le sue crudeltà e dissolutezze tanto odioso a' suoi 
sudditi , che lo riputavano un brutto e abbominevole mostro , e arden- 
temente desideravano di scuotersi da dosso il pesante giogo , che gli 
opprimeva . Perciò ci furono alcuni de' malcontenti tra' loro che invi- 
tarono Traino , il quale privatamente viveva in Ferrara alla Corte dei 
Marchese Azzo , acciocché venisse a cacciare il fratello dalla signoria . 
Ma nel tempo stesso aspirava a quel dominio Guido soprannominato 
Botticella figliuolo di Giovanni di Pinamonte , il qual Pinarnonte 
cacciati avendo col favore del popolo i Casalodi se ne fece tiranno \ 
Per recare il suo disegno ad effetto Guido andò nascosamente a Ve- 
rona, e tenuta segretissima pratica con Alberto Scaligero , gran poli- 
tico del suo secolo , ottenne da lui protezione , assistenza e favore ; né 
oi vollero molte preghiere per indurlo a ciò fare , bastandogli di aver 
saputo che il Marchese Azzo , di cui non era amico , aveva mano in 
quella rivoluzione . 

Già Traino era entrato in Mantova , e secondato da' potenti nobili 
della sua fazione aveva mosso a rumore il popolo contra il fratello 
sperando di cacciamelo ; e il suo sperare veniva intero , se Botticella 
non avesse nel tempo stesso dischiuse le porte alle genti Veronesi gui- 
date e capitanate dal medesimo Bartolommeo dalla Scala figliuolo 
R Alberto . Un avvenimento tanto improvviso ed inaspettato sorprese 
i due fratelli per modo , che sebbene deposti gli odii avessero in quei 
dubbioso frangente unite insieme le forze loro , non ebbero coraggio 
di opporsi al nipote , che baldanzoso scorreva per la città gridando : 
Muoiano i traditori , e fuggirono con precipizio a Ferrara , dove Az- 
zo onorevolmente gli accolse . Bardellone venne dipoi a Padova dove 
caduto in povertà visse tre anni trascurato e negletto , e quivi misera- 
mente morì , seppellito senz' alcuna memoria ; degno fine della scor- 
retta sua vita . Per contrario Botticella , che aveva molte virtù , e lo- 
devoli qualità , fu amato ed onorato non pur da' suoi , ma dagli stra- 
nieri ancora ; e grato ai benefìcj ricevuti da Alberto fece alleanza con 
lui , e sposò Costanza sua figliuola vedova del Marchese Obizzo 
d } Est e . 

Non lasciamo così tosto Alberto, di cui qualche cosa ci resta a di- 
re . Reggeva come Podestà la città di Vicenza Niccolò da Bozzo , 
marito della Caminese , uomo inquieto , desideroso di cose grandi , e 
Ghibellino di genio . Era amico di Alberto fautore della medesima 
parte , e perciò entrato Podestà di una città confinante col Veronese , 
si strinse maggiormente con lui . Nel Carnovale di quest' anno fece e- 
gli una grandiosa festa in Vicenza , e Alberto vi mandò ad onorarla 
molti destrieri bellissimi , e de' cavalieri nobilmente addobbati colle inse- 
gne della Scala . Ciò dispiacque a' Guelfi , i quali temettero che così 
stretta amicizia non desse per avventura origine a qualche disordine ; e 

i lo- 



86 ANNALI DEZZA CITTA 

Ati . n 99 i loro timori non erano mal fondati * poiché negli anni avvenire ve- 
tirassi quanto giustamente dovevano diffidare di Niccolò. Con tutto ciò 
niente nacque nella festa , che potesse turbare la pubblica quiete ; ma i 
Guelfi Padovani non. lo videro più di buon occhio , e lo tennero per 
uomo sospetto . 

Ora dobbiamo parlare di due fatti , che furono molto onorifici al 
nostro Comune . Fra le due emule Repubbliche di Venezia e di Ge- 
nova ardeva la guerra da qualche anno con varia fortuna, la quale in- 
terrotta per la tregua fatta di cinque anni ad istanza di Lodovico Re 
di Francia., con più furore e più rabbiosamente che prima si rinnovò. 
Seguirono de' combattimenti navali , ed uno infra gli altri Y anno pas- 
sato nel!' acque di Curzola , nel quale messa in rotta 1' armata Veneta 
ottennero i Genovesi una compiuta segnalata vittoria . In mezzo a sì 
grave disgrazia non perdettero i Veneziani la loro costanza , e ordina- 
rono tosto che si fabbricassero cento nuove galee; il qual decreto di- 
mostra quali fossero le loro forze marittime . Si voleva continuare la 
guerra , ma interpostisi il Papa , e Carlo II Re di Sicilia , e Matteo 
Visconte Sig. di Milano , questi maneggiò destramente gli animi delle 
due nazioni , e le ridusse in quest' anno a concordia . Neil' istrumento 
della pace stipulato a' 24. di maggio le due parti diedero mallevadori 
per l'osservanza de' capitoli, e per la Repubblica di Venezia fecero si- 
curtà i Padovani ed i Veronesi (a); e tale scelta non fu senza onore 
della nostra Comunità . 

L'altro fatto, che nessuno negherà essere stato decoroso alla Rep. 
Padovana., è dipendente dalla morte del Patriarca Raimondo . Questo 
degno prelato morì dopo un lungo e travaglioso governo ai 23. di feb- 
braio, e nello stesso mese , probabilmente stando in letto malato, rice- 
vette un' ambasciata de' nostri , F oggetto della quale m' è ignoto . Do- 
po là. morte di lui dalla maggior parte de' feudatarj fu eletto capitano 
della provincia Enrica Conte di Gorizia, ma ricusando le principali 
Comunità di riconoscerlo, e volendo egli mantenersi nel grado colla 
forza dell'armi, si suscitò un grande incendio di guerra . In questo 
mezzo Bonifazio avendo annullata qualunque altra elezione trasportò 
alla Sede Patriarcale Pietro Gerra da Ferentino, che dopo aver go- 
vernato alcune Chiese era attuale arcivescovo di Capoa , soggetto bene- 
merito per le varie legazioni dà lui sostenute a nome del Papa . Il nuo- 
vo Patriarca informato de' disordini che scompigliavano la patria del 
Friuli vi mandò subito Giovanni di Filippo suo vicario , il quale coK 
la sua prudenza mediante uno sborso di danari fatto al Conte seppe 
acchetare i tumulti della provincia , e ricondurvi la pace . Intorno alla 
festa di S.. Michele Arcangelo andò il Patriarca alla sua Chiesa , ma 
prima , cioè nel mese di luglio , con sua lettera data in Anagni il Pa- 
pa 

— - ■ ■ .... % l II I H I I I I. ! 1.1 I , .. . . , 

(a) Lor. de' Monaci lib. XI. 



3 1 PADOVA* 87 

pa lo aveva raccomandato al Comune di Padova ; cosa che torna in A w. 1299 
onore di esso . Ecco il fine della suddetta lettera : Rogamus itaque u- 
niversitatem vestram , et hortamur attente quatenus eundem Patriar- 
cham , et predictam Ecclesiam aquile gensem sibi commissam sic ha- 
heatis prò nostra et apostolice sedis reverenda in suis opportunitati- 
hus propensius comrnendatos , quod idem Patriarca vestro fulcitus au- 
ccilio et favore in commissa sibi cura pastoralis officii possit Dea 
propicio prosperari , ac vobis exinde a Deo vite perempnis premium 
et a nobis condégne provcniat graciarum actio . E con questa notizia 
ha fine il secolo XIII . 

Entriamo ora in un nuovo secolo fecondo di grandissimi avvenimen- '^ N> jtjj 
ti . Vedremo che le Repubbliche Italiane , le quali tanto fecero e tan- 
to sostennero per conservarsi indipendenti, o spontaneamente per libe- 
rarsi dalle divisioni intestine che le laceravano , o costrette da forza su- 
periore rimutarono governo , e caddero nelle mani di qualche potente 
lor cittadino che le signoreggiò . Ma non perciò trovarono quella pa- 
ce alla quale aspiravano , anzi furono per istrana guisa agitate e scon- 
volte . Que' Principi che ne avevano in mano le redini del governo , 
armati gli uni contra gli altri, erano implicati in continue guerre o per 
difendere ii proprio stato , o per occupare l' altrui . Con tutto ciò si 
dee confessare che in mezzo alle calamità indispensabili della guerra 
i ferrei costumi del secolo precedente non poco si raddolcirono , e le 
lettere, che aveano già cominciato a levare il capo , fiorirono abbon- 
devolmente , trovando protezione e grazioso accoglimento nelle Corti 
di que' Signori per modo che e nelle Università abbiamo avuto uomi- 
ni dottissimi in tutte le facoltà , e fuori di esse letterati di sommo gri- 
do , che col loro esempio destarono gli addormentati ingegni degP Ita- 
liani , sicché poterono in processo di tempo portare la luce delle scien- 
ze alle altre nazioni d' Europa . Non è di queste Memorie registrare 
i nomi e le opere di que' dotti Professori che illustrarono il nostro 
studio: altri già l'hanno fatto, e c'è ora chi ne ritesse la storia fin 
dalP origine , la quale sono certo che sarà esente da quegli errori , da 
cui sono imbrattate le carte degli Storici precedenti . E se io parlerò di 
qualcuno , ciò sarà solamente per correggere qualche loro solenne sbaglio. 

Cominciò quest'anno i3oo. da cose liete. Il Marchese ^4zzo avea 
conchiusa la pace co' Bolognesi come s' è detto . beatrice sua sorella 
era rimasta vedova di Ugolino o Nino Visconti Giudice di Gallura, 
e Signor della terza parte del regno di Sardegna : e in quest' anno fu 
dal fratello rimaritata con Galeazzo Visconti primogenito di Matteo 
Signor di Milano . Si celebrarono in Modena queste nozze con pom- 
pa straordinaria : e fuori d' una porta della città si piantarono molti 
ricchi padiglioni , ed una gran ringhiera di legno coperta di porpora , 
acciocché il popolo potesse vedere la magnifica corte che vi si tenne (a) . 

Da 



(*) Rer. Itil. T. XL e XV. 



88 ANNALI DELLA CITTA 



an. 1300 Da tutte le città della Lombardia e della Venezia grande numero vi è 
concorso di gentiluomini , e in ispezieltà da Padova , dove II Marche- 
se aveva molti stretti parenti ed amici . I Modenesi assai discontentl , 
perchè nella pace stabilita venivano a perdere due de' principali castelli 
che avessero nel territorio , alla veduta di tali solenni feste avranno for- 
se deposto lo sdegno , che aveano conceputo . Il popolo ama perdu- 
tamente gli spettacoli : e augusto eccellente politico non trovò mezzo 
più acconcio per fare che I Romani della perduta libertà si dimenti- 
cassero , che mantenere l' abbondanza in Roma , ed intrattenere i cit- 
tadini con frequenti giuochi ed allegre feste . 

Anche in Padova , benché non ci fosse occasione alcuna o di vit- 
torie ottenute , o di nozze , nel febbraio di quest' anno furono fatte 
grandi allegrezze e piacevoli intertenimenti . I nostri Cronisti altra ra- 
gione non ne rendono se non che si fecero in publicam Icetitiam prò- 
pter P aduce maximam libentatem . Balli , giostre , armeggiamenti , e 
giuochi sollazzevoli d' ogni maniera eseguiti non già sul Prato della 
Valle , ma nella pubblica piazza , rendettero quel giorno degno d' es- 
sere ricordato . Le gentildonne attillate ed in tutta gala vi assistettero 
da' ballatoi del palazzo nuovamente fatti , e colla loro presenza accreb- 
bero gaiezza e splendore alla festa , la quale terminò con un lauto ban- 
chetto di quattrocento persone tra nobili e popolari. Era allora Pode- 
stà Niccolò de' Monsignori da Siena . Quella nazione non dirò già che 
fosse vana , come la taccia Dante (a) , ma certamente fu dedita mol- 
to ai sollazzi ed ai passatempi , come 1 libri di Autori Sanesi ne fan- 
no testimonianza . Essa fu la prima , o almeno delle prime , poiché i 
Fiorentini le contrastano il merito dell' invenzione , che introducesse i 
fuochi arlifìziati nelle feste pubbliche , e da essa abbiamo i primi pre- 
cetti della pirotecnia . E pertanto verisimile che godendo la nostra Cit- 
tà un tranquillo e pacifico stato , il Podestà secondando il genio suo 
nazionale abbia dato eccitamento a' nostri cittadini affinchè dessero quel- 
lo spettacolo . 

Ad un Sanese nel secondo semestre succedette Podestà un Fioren- 
' tino , cioè Niccolò della illustre famiglia de Cerchi , che 1' anno ap- 
presso fu cacciata di Firenze . Questi nel suo reggimento rivolse 1' ani- 
mo ad opere più utili e più durevoli ; imperciocché fece fabbricare il 
ponte d' Ognissanti , e chiudere di muro la Città dal suddetto ponte al- 
la rosta. Era questa una traversa, detta anche Seralia in uno statuto 
del 1236. la quale impediva che l'acqua introdotta nel canale fatto a 
mano da Padova sino a Slra nel 1209, non corresse giù pel fiume 
vecchio che si scarica nella Conca di Brondolo . Oltre a ciò fece ac- 
conciare molte strade e argini di fiumi , e diede ordine , che giusta i 
decreti degli Anziani anche m Vicenza, dov'era Podestà Bartolom- 

meo 



00 Inferno e. 25, 



DI P A D O «r A • 89 

meo de' Verari ', ossia de' B razzoli , si facessero deMavorì, tra' quali T^T^T 
viene ricordata la porta di Campomarzo . Pare che un Podestà cosif- 
fatto avrebbe dovuto riscuotere la stima e l'approvazione della Repub- 
blica; ma la cosa andò altrimenti. Nel fine della sua reggenza tenuto 
a sindacato giusta il costume fu condannato a pagare quattro mila lire 
che esborsò pontualmente . Non si sa per quali suoi mancamenti ciò 
gli sia succeduto , poiché niente dicono le nostre Cronache delle sue 
colpe . Forse ha commesso delle baratterie e delle ingiustizie nel suo 
governo ; forse , presa occasione dalle fabbriche , si appropriò qualche 
somma del pubblico erario . Ciò è molto probabile , se que' tempi era- 
no simili ai nostri , ne' quali si sono veduti de' governatori di provincie 
procurare ingegnosamente che fossero loro commessi de' lavori pubbli- 
ci , onde avere occasione con alterar le partile di avvantaggiarsi . Sot- 
to questo medesimo Podestà fu fatta qualche mutazione nel numero 
degli Anziani , che furono ridotti a dodici . 

Abbiamo in Padova le reliquie di un antico anfiteatro chiamato Are- 
na sino da' più lontani tempi , e per tale riconosciuto da' più periti 
antiquarj , checché abbia scritto diversamente il Marchese Maffei, che 
procurò di togliere questo ornamento alla nostra Città . Questa fabbri- 
ca era posseduta dalla potente famiglia Dalesmanina , che ne' tempi ad 
Ezzelino anteriori spiccava tra le principali di Padova , e perciò fu da 
esso in parte distrutta. In quest'anno Manfredo qu. Guecili , a cui 
era toccata nelle divisioni , la vendette per quattro mille lire ad Enri- 
co Scrovegno figliuolo di quel Rinaldo . che arricchitosi colle usure 
fu posto da Dante nelP Inferno tra gli usurai , Quivi era una piccola 
cappella dedicata all'Annunciazione di Nostra Donna, e fino dal 1278. 
essendo Podestà Matteo Quirini nella ricorrente festa di lei si faceva 
la rappresentazione di quel misterio con dialoghi, suoni, e canti; la 
quale ravvivata e riconfermala con uno statuto i33i. continuò sino all' 
anno 1600 , nel quale per alcuni disordini nati è stata abolita . A tale 
spirituale spettacolo intervenivano il Vescovo col Clero secolare e re- 
golare , e il Podestà cogli Anziani , e col popolo distribuito sotto ì 
gonfaloni delie sue arti . 

Enrico divenuto possessore dell' Arena in luogo della suddetta Cap- 
pella fece edificare nel i3o3. la bella chiesa che presentemente si ve- 
de , e la dedicò a S. Maria Mater Domini. L' erudii issimo P. M. 
Federici (a) trovò eh' essa serviva all' uso de' Cavalieri Godenti , al qual 
Ordine Enrico era ascritto , e crede ancora di aver trovato il loro re- 
fettorio in un luogo sotterraneo dipinto . Se poi 1' abbia egli fabbrica- 
ta co' suoi denari per qualche soddisfacimento per le tante usure fatte 
dal padre , avutone il comando da Papa Benedetto XL che avea ri- 

ce- 



CO Storia de' Gaud. Voi. I. 

Parte III M 



90 ANNALI DELLA CITTA 

an. *3oo cevuto ospite e splendidamente trattato in sua casa, mentre era Cardi- 
nale; ovvero sia concorso alla spesa anche l'Ordine, che sino a quei 
tempo non avea potuto avere in Padova Chiesa propria per le note 
dissensioni , delle quali s' è parlato , non è cosa che meriti il nostro 
esame . Osserverò piuttosto che là dove Dante introduce Rinaldo Scro- 
vegno a predire che Vitaliano suo vicino sederebbe al suo sinistro 
fianco , mi pare che il vocabolo vicino sia da prendersi nel senso ov- 
vio e naturale, e non in significato di parente, come ha creduto il 
suddetto P. M. nel luogo citato . Il poeta avendo soggiornato in Pa- 
dova ben sapeva che nel i3oo , nel qual anno finge di aver fatto il 
suo misterioso viaggio , gli Scrovegni abitavano nella contrada di Stra- 
maggiore , e Vitaliano Dente , o de' Lemizzoni nella vicina di S. 
Polo ; onde Rinaldo potea chiamare Vitaliano suo vicino . Ma la- 
sciando ciò , la Chiesa dell' Arena conserva una delle migliori opere che 
abbia dipinto Giotto , quell' esimio ristoratore della pittura . Vi si veg- 
gono figure e storie dell' antico e nuovo testamento , e le bizzarre idee 
dell'Inferno di Dante, il quale era in Padova, mentre l'amico suo 
conduceva quell' opera , che sarà in breve illustrata da uri eruditissimo 
oltramontano . 

Sarei giustamente tacciato di negligenza e smemorataggine se non 
ricordassi che quest' anno fu memorabile per l' indulgenza pubblicata 
da Bonifazio Vili, col nome di giubbileo a chi visitasse le Chiese di 
Roma . A quel tempo le indulgenze plenarie erano molto rare, e per 
acquistarle era d' uopo prendere la croce , intraprendere lunghi e disa- 
strosi viaggi , e porre a ripentaglio la vita . Ognuno può imaginare da 
se il concorso grandissimo de' fedeli a quella città , che senza risico 
alcuno e con poca spesa potevano guadagnare sì gran tesoro . Riferi- 
scono autori contemporanei , che un formicaio di persone copriva tut- 
te le vie maestre d' Italia , e che si contavano in Roma ogni giorno 
dugento mila pellegrini , che colle loro limosine arricchirono la Chiesa 
di S. Pietro , e le borse de' Romani col consumo de' viveri . È cosa 
credibilissima che molti Padovani, se in altri tempi andarono oltrema- 
re per lucrar l' indulgenza , sarannosi trasferiti a Roma in questa oc- 
casione . 

Se volessimo parlare in queste Memorie solamente di cose grandi e 
importanti, ci sarebbe qualche anno, nel quale niente potremmo dire. 
Ma scrivendo io per istruzione de' miei cittadini posso registrare alcu- 
ne notizie , le quali se a' forestieri , che per avventura leggessero que- 
ste carte , parranno troppo minute ed inutili , tali non saranno forse 
giudicate da chi vuol essere informato de' fatti anche piccoli della no- 
stra Città . Quel Vitaliano , di cui qualche cosa s' è detta nelP anno 

ax. 1301 innanzi , in questo i3oi. vendette per ventidue mila lire di piccoli, 
somma assai considerabile , molte case e possessioni al nostro Comune 
nelle ville di Agna , Candiana , Cona , Desmano , Fossalta , e altrove . 
Egli era uscito dell' antica progenie de' Lemizzoni , che fioriva nel mil- 
le 



DI P A D O V u4 . gì 

le e cento , e Albertino Mussato Io chiama uomo grande (a) . Fu AN . l?j0t 
Podestà di Vicenza nel 1804. e maritò due sorelle assai nobilmente: 
Oremplase a Giacobino di Marsilio °Pappafava da Carrara , e Agne- 
se a Bartolommeo dalla Scala primogenito di Alberto Signor di Ve- 
rona , e fratel maggiore di Alboino e di Cane . Ebbe un figlio di 
Beatrice Scrovegna , che portò il nome dell' avolo suo Guglielmo , e 
nel i3u. era pupillo sotto la tutela di Albertino Mussato, e due fi- 
glie Agnese e Lucia, quella moglie di Iacopo Azzoni , uno de' prin- 
cipali gentiluomini di Trivigi , questa di Tolberto Conte di Collalto . 

Ritorniamo per un istante alla controversia da noi sopraesposta tra 
Princivalle de' Conti , e Giovanni degli Abbati eletti ambidue al Ve- 
scovado di Padova , perchè una carta di quest' anno ci ha conservato 
alcune circostanze di quelP affare . Odorico Abbate di S. Giustina fau- 
tore ed amico del Canonico degli Abbati aveva speso quattordici mil- 
le lire , parte delle rendite del Monistero , parte di denari presi a cen- 
so , nella lite agitala prima nella Curia del Patriarca di Aquileia , di 
poi nella Corte Romana per sostenere 1' elezione di lui . Morì 1' Ar- 
ciprete Abbati senz' aver saldato questo debito , e lasciò esecutori del- 
la sua ultima volontà il Priore de' Frati Predicatori , quello de' Frati 
Eremitani , e il Guardiano de' Frati Minori . Gualpertino Mussato , 
come abbiamo detto , era divenuto Abbate di S. Giustina , e trovato 
avendo questo credito del suo Monistero litigava contro ai Commissa- 
rj dinanzi a Pietro di Chioggia Vicario del Vescovo Ottobono , do- 
mandando la detta somma . Dopo alcuni atti finalmente vennero le due 
parti a un accordo alla presenza del Vescovo , nel quale convennesi 
che i commissarj pagassero de' beni- del morto lire mille e dugento ali' 
Abbate , colla qual transazione ebbe fine la lite . Ciò avvenne nell' ul- 
timo giorno di ottobre. 

Ma nel settembre precedente mori Alberto dalla Scala Principe di 
gloriosa memoria . Egli si può dire che sia stato il fondatore della 
grandezza della sua casa . Valoroso nell' armi , prudente e accorto po- 
litico , liberale e generoso seppe guadagnarsi 1' amore de' sudditi , e la 
stima de' suoi vicini . Le fabbriche da lui innalzate per difesa , o per 
ornamento della città sono una prova non fallibile dell' altezza dell' ani- 
mo suo. Egli s'era distinto ancora per opere di pietà, e di religio- 
ne , le quali virtù sono le sole basi , sopra le quali s' è piantato il Go- 
verno , può sperare diuturnità . Chi pensa altrimenti è ingannato . Ve- 
dendo Alberto avvicinarsi il suo fine per la grave malattia dalla quale 
era oppresso , vi si dispose con eroica fortezza . E siccome avvicinan- 
dosi la morte si veggono le cose con altro occhio da quello , con cui 
tra la nebbia delle umane passioni si sogliono vedere , così ordinò la 
restituzione di alcuni fondi alla Badia di S. Zeno , e nel suo testamen- 
to 



00 De Gest. Irai. I. IV, 



92 ANNALI DELLA C I T T sl % 

an. 1301 lo lasciò copiosi legati ai monisterj e alle Chiese . Morì compianto da 
tutti, e per la sua morte quasi tutta Verona vestissi a lutto. Fu sep- 
pellito in S> Maria Antica in un' Arca di pietra senza alcuna iscrizio- 
ne , benché veramente fosse degno di quegli elogj , che la vile adula- 
zione tributa non di raro ai malvagj Principi ed ai tiranni . Dopo la 
morte di lui fu- gridato Signore di Verona Barlolommeo suo figliuo- 
lo , principe di natura benigna e pacifica , e degno di vivere lunga- 
mente . 

Abbiamo accennato sopra , che i nostri anche dopo il concordato- 
fatto col Clero forse punivano i Cherici de' loro delitti . Quest' anno 
ce ne somministra un esempio . Nella podesteria di JBartolommeo 
Maggi Bresciano un Cherico reo d' omicidio fu condannato a starsi in 
una gabbia di ferro appesa alla sommità della torre rossa del Comune . 
Questa pena, che sembra strana, non fu rara in quel secolo . Nel me- 
desimo reggimento fu instituito il fondaco detto delle biade , perchè ci 
fosse nella Città un deposito di frumento ad uso del popolo : la qual 
salutare provvisione opportuna a togliere gì' incettatori , che affamano i 
poveri cittadini , ebbe luogo anche ne' secoli posteriori , né so intende*- 
sre perchè sia andata in disuso . 

Terminò quest' anno con un tremuoto che fece una vecchia paura 
a Padova , e a tutte le città della Marca , recando in molti luoghi non- 
piccoli danni . Dicono gli storici che non s' era sentito il si rm 'l e da 
lungo tempo , e in vero fu molto notabile là sua durata , perchè co- 
minciò il dì ultimo di novembre , e quasi ogni giorno si scosse la ter- 
ra sino a' dieci di decembre . E sebbene queste nostre contrade non 
vanno soggette a tale flagello, come altre dell' Italia meridionale» non- 
dimeno anche qui il terremoto più d' una fiata s' è fatto sentire . Re- 
sta memoria di uno assai terribile e spaventoso, per cui Fanno ii t 7~ 
nelf Ottava di S. Giovanni Evangelista cadde l' antica Chiesa di S. Giu- 
stina, e il campanile del Duomo; terremoto che formò epoca nelle no- 
stre carte, trovandosi in esse notato spesso a tempore terrcemotus . Ab- 
biamo dall' Annalista Sassone , e da altri antichi scrittori , che allora sì 
rovesciarono massi enormi di montagne , e occuparono il letto dell'Adi- 
ge , sicché non poteva più scorrere , come accadde ne' tempi nostri al 
Cordevole , uno de' maggiori influenti che abbia la Piave . Di tale sco- 
scendimento della montagna di qua da Trento parla anche Dante nel 

e. XII. dell'Inferno. 

an. 1302 Al tremuoto succedette nel seguente inverno un freddo grandissimo, 
per cui si gelò il Po , e le lagune di Venezia per guisa si agghiac- 
ciarono , che vi sì poteva camminare sopra con carri pieni senza peri- 
colo . Perirono alberi ed animali , e non andarono esenti gli uomini 
da gravissime malattie . Abbiamo veduto- anche noi un somigliante ghiac- 
cio in questi ultimi tempi , e lo videro più d' una volta l' età passate 
qui e in altre parti d' Italia , come si ha dagli Storici. Racconta per 
esempio Fra Salimbcne nella sua Cronica citato dal P, AJfà nella 

sto- 



DI ? A B O V A , g3 

storia di Parma, che nell'anno 1216. si congelò sì fattamente il Po , an,*?©* 
che le donne danzavano sopra il diaccio, e i Cavalieri vi giostravano , 
e il gelo durò due mesi . Ciò mi torna a mente che nel nostro Bac- 
chigliene indurato dal freddo ballarono uomini e donne nella villa di 
Pontelongo pochi anni sono , e per la novità della cosa trasse a vede- 
re que' balli una moltitudine di persone dalle ville vicine . Rari sono 
appresso di noi i verni tiepidi e dolci , ne' quali gli alberi mettano i 
loro germogli, e le rose e le viole fioriscano. Con tutto ciò di qual- 
cuno è rimasa memoria, e Pieno Valeriano nel libro I. dell'Elegie 
ci lasciò descritto quello dell'anno i5o5. Di altri simili parlano le 
Croniche . 

Per le cose dette di sopra è chiaro che i nostri Maggiori , siccome 
attaccatissimi alla Religione Cattolica , avevano in somma venerazione 
¥ Ufficio della Inquisizione sino a credere che senza di esso non po- 
tesse sussistere in florido stato la Repubblica , e perciò ne' loro decre- 
ti ne fecero più d' una volta onorevole ricordanza . Ma se in quest' 
anno fecero ricorso a Bonifazio T^III. contra gì' Inquisitori , non è 
colpa dell' Ufficio , ma di chi dimentico de' proprj doveri , e tralignan- 
do dal costume lodevole de' suoi antecessori indegnamente lo esercita- 
va . Frate Boninsegna da Trento , e Fra Pietro de' Brosemini dar 
Padova Inquisitori in Padova ed in Vicenza avevano commesse enor- 
mi ribalderie , convertendo a proprio profìtto somme riguardevoli di 
denari tratte da poderi e case vendute di cittadini per eresia con- 
dannati . 

Si aggiunga che nel verno di quest'anno Fra Paolino da Milano 
Guardiano de' Minori coli' assenso di Frate Antonio Inquisitore , e di 
Frate Bartolommeo Mascara Custode della provincia vendette alcune 
case poste nella contrada di S. Canzìano per due mille e* seicento li- 
re , che almeno ne valevano quattro mille : e ciò contra 1' espressa vo- 
lontà di udicardino di Litolfo Cavalier Godente , il quale nel suo te- 
stamento aveva ordinato che non fossero mai vendute, ma la rendita 
di esse fosse a' poveri ogni anno distribuita . Innoltre da una carta che 
si conserva afeli' Archivio del Santo , si ha che Scardino aveva la- 
sciato due commissarj e tutori di tre sue nipoti pupille sotto la dire- 
zione del P. Guardiano de' Minori , e di altri Frati , e che della sua 
eredità valutata comunemente dodici mille lire, que' buoni Religiosi se 
ne avevano appropriato due terze parti . Ho accennate alcune male azio- 
ni de' suddetti Religiosi , affinchè non si creda per avventura , che il 
ricorso fatto da' nostri procedesse da irreligione , o da ingiusta malevol- 
enza . I fatti erano notorj e pubblici , né si potevano tollerare in pa- 
ce dal nostro Comune r il quale ben sapeva che punto di pregiudicio 
non recano alla santità di un Ordine le trasgressioni di alcuni partico- 
lari , e che a paragone de' beni , che alla Chiesa ridondarono dalle Re- 
ligioni non meno che allo stato , i mali svaniscono ; ciò che alcuni in- 
discreti non vogliono confessare . 



94 ANNALI BELLA CITTA 

an. 1302 Andarono dunque per ordine del nostro Comune alcuni Cittadini a 
Roma insieme col Vescovo Ottolono , e presentarono al Papa le loro 
querele ; il quale volendo cautamente procedere in affare sì delicato 
diede commissione a Guidone di Nuovavilla Vescovo di Santes, eh' è 
il Mediolanum Santonum , di venire in queste parti , e di fare un 
rigoroso processo agi' Inquisitori accusati . Ubbidì egli , e venuto spe- 
dì lettere circolari alle Cattedrali di queste contraete , perchè fossero 
lette solennemente , e a tutti fosse nolo l' oggetto della sua missione , 
onde chi avesse qualche notizia a favore o contea i due processati , po- 
tesse deporta . Risulto dal processo che i Frati erano veramente col- 
pevoli ; per la qual cosa il Papa con due Bolle levò la Inquisizione a' 
Frati Minori, e la diede a' PP. Predicatori, il primo de' quali è stato 
Fr. Polidamente . Sisto IV. poi nel 1479. la restituì a' suoi France- 
scani nella persona di Fr. Marco da Lendinara , sempre esercitata con 
somma moderazione a difesa della purità della fede , finché in quest' 
anno 1797. quell'Ufficio è stato soppresso dopo 526. anni dalla sua 
istituzione . 

Il ricorso contra gì' Inquisitori non è stata la sola ragione , per cui 
il nostro Vescovo Ottohono se ne andò a Roma . Vacava la Sede Pa- 
triarcale di Àquileia per la morte di Pietro Gera , e due erano slati 
eletti da quel Capitolo , Paganino o Pagano dalla Torre Decano di 
quella Chiesa, e nipote del Patriarca Raimondo, e Ottone di Ortem- 
burg . A togliere ogni discordia Papa Bonifazio avendo annullate e 
cassate quel!' elezioni trasferì a quella Chiesa nel dì 3o. di marzo il 
Vescovo Ottobono , e creò nostro Vescovo il suddetto Pagano , che 
trovavasi in Roma per sostenere le sue ragioni sopra del Patriarcato „ 
Chi racconta questi fatti altrimenti non dice il vero . Ottobono nel 
breve tempo che resse la nostra Chiesa introdusse in Padova intorno al 
i3oo. i Padri Carmelitani , di che gli dobbiamo esser tenuti . 

Era passato molto tempo che non si parlava in Padova di rappre- 
saglie , quando in quest'anno furono concedute alla famiglia da Carra- 
ra contra de' Milanesi . Pretendevano i Carraresi una dote da' Signori 
della Torre, i quali per trattato di Alberto Scotto Signor di Piacen- 
za , cacciati i Visconti , erano rientrati in Milano . Questa dote appar- 
teneva ad Elena della Torre figliuola di Salvino ed erede di lui , e 
moglie di Niccolò I da Carrara , come si ha dalla erudita Disserta- 
zione sopra questa famiglia . 

Su la materia delle Rappresaglie abbiamo molte leggi nel nostro an- 
tico statuto. Se ne comincia a parlare all'anno 1258. e si concede ai 
danneggiati la facoltà di potersi risarcire de' danni sofferti sopra i beni 
di coloro che gli avevano inferiti, e di tutti i cittadini di quella Co- 
munità . Nel 1269. s * eccettuarono dalla legge gli Ambasciadori , e 
altri cittadini che venissero con essi a Padova per affari del loro co- 
mune , e parimente furono affidati i pellegrini e i romei . Ma per pro- 
cedere con più giustizia fu stabilito nell'anno 1271. essendo Podestà 

Tom- 



DI PADOVA. 95 

Tommasùio Giustiniani , che presentandosi alcun cittadino per otte- A n-. 130* 
nere le rappresaglie contra quel Comune o persona particolare, il Po- 
destà debba avvisarlo che dal tale cittadino vengono domandate le rap- 
presaglie , affinchè , se vuole , possa mandare nunzj e procuratori a di- 
re le sue ragioni , e difendersi perchè non sieno concedute ; le quali 
udite il Podestà o '1 suo Vicario si ristringa co' Savj deputati ad esa- 
minare la quistione . E se il Consiglio de' Savj chiamati deciderà che 
le Rappresaglie s' abbiano a concedere , allora il Podestà raunato il 
Consiglio maggiore , nel quale vi sieno almeno dugento consiglieri , 
farà leggere la petizione del Cittadino , e il consulto de' Savj , e pro- 
cederà secondo il volere di due parti del predetto Consiglio . Molti al- 
tri provvedimenti contiene il presente statuto diretti a togliere gli abu- 
si , e ad impedire che i richieditori delle rappresaglie non commettano 
ingiustizie , né esorbitanze . 

Abbiamo un bel consulto scritto nel 1266. da Bartolornmeo di Van- 
ni di Zacco , e Tommaso d* jdrena giudici, cioè uomini legali, e da 
Padoano Sanguinazzo laico a favore di Maestro Giovanni Manzio 
Padovano , Medico condotto a Ravenna , il quale tornando , come pa- 
re , a Padova era stato rubato e spogliato d' ogni sua cosa due miglia 
lontano da quella città , e domandava le rappresaglie contra il Comune 
e gli uomini di Ravenna per la somma di mille e dugento lire . C è 
l'inventario dei denari, e delle robe che gli furono tolte, e fra que- 
ste de' libri ancora , che erano un Avicenna , un Serapione , un Alman- 
sore , e qualche altra opera di medicina , o di Astrologia : documento 
dai quale impariamo , quanto scarsa suppellettile di libri bastava allora 
a saper medicare . Si vede innoltre nella medesima carta che il nostro 
Podestà non solamente avea scritto quattro lettere al Comune di Ra- 
venna , che rimasero senza risposta , ma aveva anche spedito colà degli 
ambasciadori , che infruttuosamente si ritornarono . È da notarsi che lo 
stesso Podestà di Bologna scrisse a quello di Ravenna per l' ogget- 
to medesimo : ma essendo tornate vane tutte le istanze finalmen- 
te il Podestà Giacobino de Rossi concedette al medico le rappre- 
saglie . 

In questo stesso anno i3o2. Niccolò di Guidone da Lozzo ebbe 
licenza di usare le rappresaglie , non si sa per quale occasione o mo- 
tivo , contra gli uomini di Belluno e di Feltre . Questa spezie di guer- 
ra , che tanto era comune in que' tempi ha diviso le opinioni de' poli- 
tici e giureconsulti , poiché alcuni la dichiararono lecita e da permet- 
tersi colle dovute cautele , altri per contrario come ingiusta e pernicio- 
sa la condannarono . In processo di tempo ne fu abolita del tutto la 
costumanza , per la quale si apriva la porta alle rapine ed a' ladronec- 
ci , e tante fiate avveniva che colpa di un solo una intera innocente 
popolazione era danneggiata . Ma se le rappresaglie più non ci sono , 
hanno trovato gli uomini altri modi di spogliare e assassinare i suoi 
simili , non pur nel bollor d' una guerra , che ciò forse saria compor- 
tai- 



9^ ANNALI DELLA CITTA" 

^TT^J" labile , ma m seno ancor della pace . Io non parlo tanto chiuso che 
chi legge non possa intendermi. 

Era qualche tempo che vicendevoli dispiaceri avevano amareggiati 
gli animi di Bonifazio Vili, e di Filippo il Bello Re di Francia . 
In quest'anno i3o3. crebbero le amarezze e i disgusti , e in una aper- 
ta nimicizia degenerarono , e il rancore e 1' odio del Re passò tutti i 
confini; poiché pubblicò 29. capi di accusa centra di Bonifazio, la 
maggior parte false e calunniose , riserbandosi a provarne la verità in 
un Concilio generale , a cui egli appellava . Chi sa dalle storie di quai 
animo elalo e superbo [osse quel Papa , e quanto intollerante d' ogni 
minima ingiuria che venisse fatta alla sua dignità , punto non si ma- 
raviglici^ , che commosso da sì malvagio procedere abbia scagliato tutti 
1 fulmini delle scomuniche contra Filippo . Ma egli invece di umiliarsi 
divenuto più fiero ed altero meditò una solenne vendetta; e spedì in 
Italia Guglielma di Nogareto , uomo di accortissimo ingegno , con 
buona provvisione di soldo , il quale avendo levato gente , e sedotti 
colf oro molti nobili della Campania Romana, e i medesimi cittadini 
d' Anagni , dove il Papa ignaro del tradimento viveva senz' alcun so- 
spetto colla sua Corte , il dì 7. di settembre all' improvviso entrò nella 
Città, secondato da alcuni della Casa Colonna, s'impadronì della per- 
sona di Bonifazio dopo una inutile resistenza de' suoi domestici , lo 
caricò d' obbrobri e dì villanie disapprovate sino da' Ghibellini , e lo 
tenne tre giorni sotto buona scorta , finché tocco da compassione il 
popolo d' Anagni a sì miserando spettacolo si levò a romore , e cacciò 
que' masnadieri che lasciarono il Papa libero. 

Si affrettò allora Bonifazio dì tornarsene a Roma, dove fu ricevuto 
con indicibile gioia . Ma gì' insulti da lui sofferti in quel funestissimo 
triduo gli avevano così travolta la mente , che pareva quasi uscito di 
senno , avendo sempre dinanzi gli occhi quella malnata canaglia , che 
tanto villanamente 1' avea conculcato . Disegnava egli di convocare un 
Concilio generale , perchè tutta la Chiesa unita pigliasse una sonora 
vendetta delle gravissime ingiurie fatte al suo capo , e 1' avrebbe effet- 
tuato se la morte noi preveniva. Parte per l'interno dolore che lo cru- 
ciava incessantemente , parte per lo veleno che gli rodeva l' anima , 
cadde malato , e in pochi giorni morì : pontefice adorno di esimie do- 
ti non senza la mescolanza di mondani difetti , ond' è venuto che le 
lodi del pari che biasimi dalla imparziale posterità ricevette . 

In luogo di lui nel dì 22. d' ottobre fu eletto dal Sacro Collegio 
Niccolò Bocassio dell' Ordine de' Predicatori Cardinale e Vescovo d' O- 
stia , nato in Trivigi , uomo di santa vita , umile e pacifico , e vera- 
mente degno di sedere nella Cattedra di S. Pietro , e prese il nome di 
Benedetto XI. Gran lesta fecero i Trivigiani per l'esaltazione del 
loro Cittadino , e spedirono ambaseiadori a Roma a congratularsi con 
lui , i quali furono accolti con tenere dimostrazioni di paterna affezio- 
ne e accomiatati con ricchi doni. Molta allegrezza hanno sentito an- 
che 



DI PADOVA* QfJ 

che I nostri , che se per la morte eli Bonifazio perduto avevano un amo-' 
revole protettore , dovevano sperare , che Benedetto gli avrebbe riguar- 
dati con particolare bontà . Egli era stato Reggente in Padova degli 
studj del suo Monistero , e da questo posto innalzato a maggior di- 
gnità : conosceva i Cittadini , ed era conosciuto . In quest' anno mede- 
simo tornando dall' Ungheria , ove Bonifazio 1' avea spedito con carat- 
tere di Legato a pacificare quel regno , fermossi in Padova , e vi con- 
sacrò insieme con nove Vescovi nel mese di aprile la Chiesa di S. Ago- 
stino , assegnandone l'anniversaria memoria alla domenica avanti l'A- 
scensione . Ecco perchè a' Padovani sarà giunto assai grato 1' annunzio 
dell' elezione di Benedetto . 

Quantunque la Lombardia fosse involta in un'aspra guerra, per cui 
^liberto Scotto uomo di doppia fede collegatosi con parecchie città 
inutilmente tentò di cacciare da Milano quegli stessi Torriani , che 
P anno innanzi a dispetto de' Visconti vi avea ricondotto , i Padovani 
benché sollecitati non vollero prendervi parte alcuna , in grazia forse 
del Vescovo nostro Pagano, ch'era della famiglia Torriana , come di- 
cemmo . Olire a ciò lutti i loro pensieri erano rivolti alle saline di 
Calcinala . La prosperità colla quale andavano gli affari de' nostri , gli 
aveva falli imbaldanzire per guisa , che posposto ogni dovuto riguardo 
non temettero d' irritare la potenza de' Veneziani . La somma delle 
cose era allora nelle mani de' popolari ad esclusione de' nobili Cittadi- 
ni , i quali siccome provveduti di miglior senno si sarebbero forse guar- 
dati dal voler cozzare con una forza superiore alla nostra . Non v' ha 
dubbio che già s'era cominciato a fabbricare in Calcinara del sale; e 
perchè forse avveniva che uomini di Chioggia pratichissimi delle saline 
venivano al servigio de' Padovani , il Podestà di quella città Giovanni- 
no , o Giovanni Zeno per impedire che ciò non facessero , nel di 6. 
di luglio di quest' anno fece uno statuto , che nessun Cittadino di Chiog- 
gia ardisca di lavorare nelle saline in alcuna parte sotto la pena di per- 
dere una mano . 

In questo mezzo i Padovani per proteggere le nuove loro saline riz- 
zarono un baltifolle nella villa di Conche inverso di Brondolo non lun- 
gi dal luogo che dicevasi Cesso di Canne . Questo sito è noto prima 
del secolo XI, poiché in una carta del 1064. *■ leggono alcune de- 
posizioni di testimonj , i quali asseriscono, che quei luoghi appartene- 
vano a Maurizio Mernmo , quando questi si rendè Monaco Cister- 
eiense nel Monistero della Santissima Trinità , e di S. Michele Arcan- 
gelo di Brondolo , ne inveslì P Abbate Domenico da Cesso di Canne 
sino alta case di Conche . In progresso di tempo ne fu investila dagli 
Abbati la casa Morosini della contrada di S» Giuliano. 

Credevano forse i nostri di aver diritto sopra que' luoghi , ed è certo 
che ne' secoli più antichi Io avevano , perchè erano compresi nel Re- 
gno Italico ; e perciò vedendo che nessuna opposizione facevasi ai loro 
lavori per parte de' Cittadini di Chioggia , andarono innanzi , e fecero 
Parte IH. N non 



AN. I3O3 



98 ANNALI DELLA CITTA 

AN , I3 o 3 non so che opera nel luogo chiamalo Tenzone , eh' è sotto l' argine 
detto Gastaldo , che era della giurisdizione di quella Città . E assai dif- 
fìcile additare con precisione que' siti , i quali parte per le successive 
mutazioni fatte dalla natura , parte per le operazioni degli uomini tal- 
mente cambiarono aspetto , che mal si possono riconoscere . A tale no- 
vità i Chioggiotti si scossero , e inviarono ambasciadori a Padova a do- 
lersi , e a richiedere, che si astenessero dall' occupare P altrui territorio. 
I nostri che si credevano forti abbastanza per disprezzare le rimostran- 
ze di quella piccola città , non diedero risposta alcuna soddisfacente agli 
ambasciadori : anzi come se venuti non fossero , proseguirono i loro 
lavori, e si accinsero a piantare un forte nel luogo detto Peta di Bo , 
che all'anno 1291. abbiamo nominato. I Veneti, che non potevano 
mirare con occhio indifferente queste mosse de' Padovani, spedirono 
ancor essi de' Ministri a Padova più d' una fiata , e prima di usare le 
vie di fatto vollero sperimentare , se potevano all' amichevole distorre i 
nostri dal loro mal conceputo disegno . Parlarono inutilmente , e dalle 
risposte che n' ebbero non fu difficile ad essi il conchiudere , che i no- 
stri non erano disposti ad un ragionevole accordo . 

Terminò coli' anno il suo Reggimento Andrea Vallar esso , il qua- 
le fu condannato a pagare dieci mila lire , quantunque , come raccon- 
an. 1304 tano le Cronichette , gli fosse usata misericordia . E da credersi che 
assai male abbia amministrato il suo governo , quando da' Sindici ebbe 
così grossa condannagione . Ne' primi sei mesi di quest' anno era stato 
Podestà Marino Badoer , ma per l'anno i3o4- vedendo i nostri pros- 
sima una rottura colla Rep. di Venezia chiamarono al Reggimento 
Bosso da Castello , e pel corso di molti anni più non vollero Pode- 
stà Veneziani . 

Sopravvenne l'inverno, e ambedue le parti si disposero a tentare la 
sorte dell' armi , giacché non poterono convenire ; parendo assai dura 
cosa ai nostri dovere abbandonare quelle saline dopo tanti lavori e dis- 
pendj fatti , come volea la Rep. Veneziana . In faccia di esse i Ve- 
neti alzarono un argine , e lo fortificarono con buon presidio : i no- 
stri vollero opporsi , e in alcune scaram uccie ebbero qualche vantaggio . 
S'ingrossarono dipoi i due eserciti , ed oltre i Vicentini, ed i Bassa- 
nesi venne in soccorso de' nostri Rizzardo da Camino con mille sol- 
dati . Il comando della nostra gente fu dato a Rossino figliuolo del 
Podestà , e a Simone da Vigodarzere , e dell' armata Veneziana a 
Pietro Gradenigo . Seguivano tutti i giorni zuffe ed ammazzamenti 
dall' una parte e dall' altra , e se vogliamo prestar fede alle nostre Cro- 
nichette , v' ebbe qualche fatto favorevole a' Padovani , che riportarono 
de' vantaggi , ed occuparono alcuni posti fortificati da' Veneti . Ma essi 
dopo averli ben presto ricuperati appiccarono un dì animosamente una 
mischia, la quale a poco a poco divenne generale, sicché tutte le gen- 
ti vi si trovarono impegnate. Dubbioso e incerto fu l'esito della bat- 
taglia per qualche tempo , combattendo i nostri con sommo valore , ma 

final- 



DI P A D O V A . 99 

finalmente, come volle la sorte , l'esercito de' Padovani rimase rotto e' 
sconfìtto . I Veneti ottenuta la vittoria , senza mettere tempo in mez- 
zo demolirono i battifredi , e le altre fortificazioni fatte da' nostri , e 
con certi loro ingegni divertirono l'acque dolci de' fiumi, che colà 
presso sboccavano nella laguna , sicché corressero sopra le saline , onde 
ne restassero per sempre distrutte . 

Il popolo , che in mezzo alle cose prospere diviene baldo e preson- 
tuoso , non sostiene con forte animo le avversità , ma d' ordinario si 
avvilisce e scoraggia . Così avvenne a' nostri , i quali dopo la rotta ri- 
cevuta si umiliarono a domandare la pace . E accadde in buon punto 
per essi , che il Santo Papa Benedetto , il quale ben conosceva P una 
e P altra Repubblica , si offerse mediatore a riconciliare , come padre 
comune , gli animi irritati de' due confinanti popoli . Siccome egli me- 
ditava d' intimare una crociata per la ricuperazione de' Luoghi Santi di 
Palestina , così molto gli stava a cuore , che i Veneziani , nell' aiuto 
de' quali per la immaginata impresa assai confidava non fossero da al- 
tra guerra distratti . Perciò spedì a Padova ed a Venezia Alberico IL 
Visconte Vescovo di Fermo , munito delle opportune istruzioni per 
trattare l' aggiustamento . La lettera del Papa è del dì 27. maggio (a) . 

Scelse il Vescovo per suo soggiorno Trivigi come luogo amico e 
vicino alle due città guerreggianti , ed ivi cominciò ad eseguire la sua 
commissione . Era egli uomo pratico de' maneggi , e godeva molta ri- 
putazione presso Papa Benedetto , che nel breve corso del suo ponti- 
ficato s' era in altri affari servito utilmente di lui . La sua prudenza 
congiunta a maniere grate e piacenti venne a capo di appianare ogni 
difficoltà , e di conchiudere un accordo tra le due parti con un istru- 
mento stipulato addì 5. di ottobre . Pestavano a stabilirsi i confini de' 
due terrilorj , intorno ai quali fu accordato , che sei autorevoli perso- 
naggi insieme con due Frati Minori , e due de' Predicatori facessero 
1' accesso de' luoghi , e dovessero avere pieno arbitrio di comporre ogni 
differenza . Le carte ci conservarono i nomi delle persone suddette . 
Per parte de' Veneziani furono eletti Giovanni Contarmi , Tommaso 
Viaro , e Pietro Zeno , e per parte de' nostri Giovanni Capodivac- 
ca , Aitino da Terradi/ra, e Guidone di Gabriele de' Negri più 
d' una volta nominato in queste Memorie . Tutti e tre erano stati Po- 
destà di Vicenza . 

Quest' uso di eleggere arbitri a terminare le discordie tra' Veneziani 
ed i nostri non era nuovo . Più d' una fiata , come tra' popoli confi- 
nanti suole naturalmente succedere , nate erano differenze e quistioni 
tra le due parti , e col mezzo di arbitri furon tolte . E per recarne 
un esempio nel 1232. il nostro Comune, essendo Podestà Bernardo 
de 9 Rivoli , a terminare una guerra , che fu anzi di ruberie che di 

con- 



00 Catalani de Ep. Finn. p. ip7. 



AN.I3°4 



IOO ANNALI BELLA CITTA 

n. 1304 conquiste , elesse Gerardo di Ugolino Gnanfo della nobile famiglia 
da Vo , e il Comune di Venezia elesse Tommaso Ccntranico , ai 
quali fu data balia pienissima . E in quella guisa che nell' anno pre- 
sente insieme cogli arbitri intervennero de' Regolari , così anche allora 
in tutti gli alti, che precedettero o accompagnarono il compromesso, 
ebbero luogo in Padova ed in Vinegia , oltre il nostro Priore Giordano 
de' Forzate „ eh' era C anima de' pubblici consigli , alcuni Frati d' entram- 
bi gli Ordini nominati. Tanto in que' tempi si deferiva alla Religione, 
Mentre si. trattava la pace presente Iddio chiamò a se nel mese di 
luglio in Perugia il piissimo Papa Benedetto XI. a ricevere il premia 
delle sue cristiane virtù , riè ebbe la consolazione di vedere la tranquil- 
lità tra' due popoli ristabilita . Con gran dolore fu sentita da' nostri la 
morte di lui , e più ancora da' Trivigiani , che perdettero un gloriosis- 
simo loro concittadino . Questo esimio Pontefice , che fu promosso all' 
onor degli altari , senza contare quello che operò Cardinale a prò del- 
la Chiesa , fece più di bene nel breve tempo del suo papato , che al- 
tri non fecero, in molti anni . E lasciando ciò che non appartiene a 
noi , gioverà toccare alcune azioni di lui che riguardano» la nostra pa- 
tria . E primieramente egli fu , che conosciuto il merito di Altcgrado 
da Lendinara, e la sua perizia nelle leggi Canoniche lo dichiarò Ve- 
scovo di Vicenza. Non vanno d? accordo gli scrittori intorno il vero 
tempo della sua elezione : il Ver ci tanto benemerito della storia , e il 
P. Barbar ano la fissano al mese di decembre del i3o3. e V Ughelli 
al mese di Marzo dell' anno presente , e la sua opinione mi par più 
probabile. Imperciocché in una carta de' 14. di giugno 1804. Aite- 
grado si chiama eletto di. Vicenza, e non è credibile, che se fosse 
stato creato Vescovo nel dicembre , non avesse ancora nel giugno se- 
guente preso il possesso della sua Chiesa . 

Era morto Giovanni Abbate del celebre monistero di S. Benedetto 
di Polirone , e Bonifazio VITI, ne avea data la cura e l'amministra- 
zione al Vescovo di Trento da ritenerla a beneplacito della S. Sede - 
Passato il suddetto Vescovo all' altra vita que' Monaci credendo di ave- 
re ricuperata la loro libertà elessero ad Abbate Nascinbene de* Bo riac- 
colsi della famiglia principesca di Mantova.. Ma Benedetto annullando 
e cassando l'elezione di lui per difetto d' età e per altri motivi trasfe- 
rì a quella Badia nel dì 27. di maggio Mauro Abbate del Monistero 
di Fraglia. Trovavasi alla Corte del Papa il nostro Vescovo Pagano, 
e colta l' occasione favorevole ottenne da lui l' amministrazione della 
rendite del suddetto Monistero . A ciò- si oppose gagliardamente Ben- 
venuto Abbate successore di Mauro , e Niccolò da Bozzo , la di cui 
famìglia da immemorabile tempo era investita dell' Avvocazia (a) . Si 

li- 

(a) Ad alcuni di questi Atti si trovarono - presenti. Abiatico di Milano , e 
Guidone de 1 Ferri di Mantova , a mbidue dottori de' decreti , e pubblici professori , 
non conosciuti dal Facciolati* 



DI PADOVA. lOT 

Htigò , e solamente nel i3c>7, terminò la quistione , nel qual anno si AN . 1304 
obbligarono i Monaci di Fraglia di pagare in due anni al Vescovo 
Pagano due mila e cinquecento lire di piccoli . Questo era minor ma- 
le che dare in commenda i Monisterj alle persone secolari , e fino al- 
le donne , che divoravano con gran lusso vivendo le sostanze lasciate 
da' fedeli pel culto divino , e pel sostentamento de' servi suoi , di che 
abbiamo non pochi esempj nella storia de 5 secoli barbari . 

S' è detto che il Vescovo Pagano era alla Corte del Papa ; non sa- 
rà fuor di proposilo il raccontare quale incombenza ebbe da lui . Ave- 
va Bonifazio Vili, con suo editto vietato quasi del tutto ai Frati 
Domenicani e Francescani il predicare , e 1' ascoltare la confessione de' 
fedeli , e il dare ad essi sepoltura nelle loro Chiesa , per la qual cosa 
non senza scandalo de' buoni nate erano m moltissimi luoghi acerbe 
liti e quistioni tra il Clero secolare , ed i Frati . Un simile divieto avea 
fatto nella nostra Diogesi il Vescovo Giovanni, come sopra s'è det- 
to, perchè ne fu agramente ripreso da Papa Alessandro IV '. Ripul- 
lulò in Padova la controversia, imperciocché sino dal 1291. il Vesco- 
vo Bernardo gran canonista de' suoi giorni proibì a Sansone Priore 
di S. Maria di Porciglia che non amministrasse i sacramenti a eerte 
persone dimoranti in un campo presso il Monistero , le quali egli di- 
ceva essere quasi come conversi ed obkli suoi , né le seppellisse nelle 
sue Chiese, e ciò perchè le parrocchie ne risentivano pregìudicio , e 
quella in ispezieltà di S. Tommaso Apostolo . Pagano il di 27. di 
gennaio di quest' anno rinnovò il divieto , ma il Priore avuto ricorso 
al Papa ottenne un rescritto favorevole il dì 7. di marzo. Dopo il gior- 
no 3i* di gennaio, nel quale Pagano approvò e confermò alcuni sta- 
tuti della Congregazione de' Parrochi , i quali allora dicevansi Cappel- 
lani , egli si partì andando alla Corte Papale, non so se chiamato, o 
per sua particolare venerazione alla persona del Santo Padre . In que* 
sto mezzo il suddetto Pontefice che amava i Regolari , nel cui seno 
era sfato educalo , volendo togliere ogni occasione di nuove discordie 
circa le confessioni e le sepolture , mitigò la costituzione di Bonifa- 
zio Vili, con una Bolla eh' è inserita tra le Stravaganti , e scelse a ■ 
conservatori ed esecutori della sua legge l'Arcivescovo di Ravenna, e 
i Vescovi ài Bologna, di Fermo, e di Padova. Questa delegazione 
di un santo e prudente Papa , qual era Benedetto , fa molto onore al 
nostro Pagano . 

Abbiamo lasciato Azzo Marchese d' Este , che avea maritata la so- AN , iy> ^ 
rella Beatrice con Galeazzo Visconte. In quest'anno i3o5. dopo la 
morte di Giovanna Orsini sua moglie , egli passò alle seconde noz- 
ze con Beatrice figliuola di Carlo II. Re di Sicilia : nozze malau- 
gurate e infelici , perchè secondo la testimonianza degli Storici il pa- 
dre la trasse a forza dal monistero per darla in consorte al Marchese . 
Neil' aprile di quest' anno fu condotta la sposa a Ferrara , e per tal 
matrimonio furono fatte solennissime feste , quali si convenivano ad una 

don- 



102 ANNALI DELLA CITTA" 

's. 1305 donna di prosapia reale . Giberto da Correggio Signor di Panna , che 
dopo la pace fatta dal Marchese co' Parmigiani era diventato amico di 
lui , e insieme con esso il Comune di quella città , inviarono a Mode- 
na due ambasciadori a rallegrarsi col Marchese , e a presentargli ma- 
gnifici doni . E cosa credibilissima , benché ne taccia la storia , che an- 
che la nostra Città , la quale per tante ragioni legata era con quella 
principesca famiglia, avrà mandato de' suoi ad onorare quelle nozze. 
Ma l' allegrezza di Azzo restò amareggiata non poco dalla subita par- 
tita del Marchese Francesco , il quale vedendo suo fratello privo di 
successione sperava che la signoria de' suoi stali dovesse ricadere a lui , 
ovvero a' suoi figli ; e temendo ora che per le nuove nozze il suo 
sperare tornasse vano, ne prese tanto sdegno, che in fretta si allon- 
tanò da Ferrara e occupò la grossa terra dì Lendinara , e colà si for- 
tificò , essendosi uniti con lui molti de' Ghibellini di Padova . -Azzo ten- 
tò subito di ricuperare quella Terra , ma Francesco difendendosi vali- 
damente rendette vani tutti gli sforzi di lui . 

Avrebbe egli con più grosso esercito ritentata V impresa , se una pe- 
ricolosa procella , che da qualche tempo si andava addensando sopra il 
capo di lui , non fosse improvvisamente scoppiata . Il suo novello ma- 
trimonio mise in grande gelosia i suoi vicini, 1" quali temettero che la 
sua alleanza con un principe così potente non tendesse per avventura 
a mettere loro il giogo . I suoi nemici per accrescere i sospetti , e ren- 
derlo odioso, avevano fatto spargere ad arte la voce, ch'egli insieme 
col Re di Napoli suo suocero avesse disegno di dividere l'Italia, e 
formarne due regni , cioè quello della Toscana per Carlo , e per se 
V altro di Lombardia . Si aggiunse eh' egli voleva assegnare alla regal 
sua consorte le due città di Reggio e di Modena come in compenso 
della ricchissima dote che gli avea recato . Queste voci disseminate , che 
da molti agevolmente furono credute vere, accrebbero il numero de' 
malcontenti , e suscitarono de' nuovi nemici al Marchese . 

Fabbricatore principale di tali novelle si vuole che sia stato quello 
stesso Giberto che poco dianzi abbiamo nominato . In una seconda 
congiura formata contra di fui per levargli il dominio di Parma , egli 
ebbe degP indizj , che fosse stata ordita coli' assenso dì Azzo , il qua- 
le segretamente aspirava alla sovranità di quella città . Non ci volle di 
più perchè Giberto meditasse dì cacciarlo da Reggio e da Modena . 
Egli spedì de' segreti messi ai Bolognesi , ai Mantovani , ai Bresciani , 
ed ai Veronesi , e strinse un' alleanza di questi popoli co' suoi Parmi- 
giani a' danni di Azzo senza eh' egli ne avesse sentore alcuno . Que- 
sto avvicendare or di favore , or di nimicizia era molto frequente in 
que' tempi , e fa vedere che gli articoli della pace erano osservati , fin- 
ché si credeva di non poterli impunemente violare . Ma questo male 
è stato forse di tutti i secoli. Venuto l'ottobre, senza premettere al- 
cun ayviso o disfida , come le leggi della guerra richiedevano , Giber- 
to co' suoi Parmigiani da una parte, e i Bolognesi dall'altra spinsero 

le 



DI VADOSA. 103 

le loro armi contra Reggio e conlra Modena, mentre intanto i Ve- AN . i 3 o S 
ronesi coi Mantovani stettero in posta , perchè i Cremonesi non des- 
sero aiuto al Marchese . Per buona ventura di lui la scalata che volle 
dare Giberto di notte tempo a Reggio non ebbe effetto , perchè le 
truppe Estensi si difesero con valore ; ed essendo tornato di poi entrò 
ne' sobborghi fermo di non partire finché la città non fosse presa; ma 
le pioggie autunnali sopravvenute 1' obbligarono a dare addietro e tor- 
nare a Parma . Né più felice fu P impresa de' Bolognesi . Scorsero essi 
quasi sino alle porte di Modena guastando e saccheggiando ogni co- 
sa , avendo seco molli esuli di quella ciltà ; e presero anche qualche 
castello , ma la guarnigione del Marchese usci loro incontro per com- 
batterli , e malgrado del tradimento di alcuni intrinseci , che segreta- 
mente favorivano i ribelli , tanto si sostenne , che Azza avvisalo del 
pericolo corse pieno di magnanimo ardire con pochi soldati raccolti in 
fretta , e giunse a tempo di salvare la Città . Ebbe anche in quest' an- 
no Lendinara vilmente cedutagli per dinari da sllbcruccio Zac- 
co , che la custodiva pel Marchese Francesco . Ma , come vedremo , 
gli affari suoi andarono poscia di male in peggio , sicché non sen- 
za ragione s' è detto , che le seconde nozze di lui furono malau- 
gurate . 

Innanzi che queste cose seguissero dopo undici mesi , ne' quali i 
Cardinali non si poterono mai accordare nell' elezione del novello Pon- 
tefice , finalmente fu eletto Bertrando dal Gotto Arcivescovo di Bor- 
deaux , che prese il nome di Clemente V. Come ciò avvenisse non 
sarà inutile brevemente raccontarlo . In due contrarj partiti era diviso 
il sacro Collegio , volendo alcuni un Papa Italiano , che fosse amico 
della memoria di Bonifazio Vili, ed altri un Papa Francese e par- 
ziale del Re Filippo . E noto per la storia lo spediente proposto dall' 
astutissimo Cardinal da Prato per accordare insieme i discordanti Car- 
dinali . Propose egli che la fazione degli Orsini addetta a Bonifazio 
Vili, nominasse tre soggetti oltramontani abili al Papato , e T altra 
de' Colonnesi amici della Francia eleggesse quello dei tre che più le 
piacesse. Piacque il partito, e gl'Italiani nominarono tre Arcivescovi 
Francesi creature di Papa Bonifazio , e primo di tutti quello di Bor- 
deaux , di cui sapevasi che per gravi disgusti era nemico del Re Fi- 
lippo , sperando che qualunque venisse eletto , avrebbe rispettavo la me- 
moria di Bonifazio . Ma lo scaltro e sagace Cardinal da Prato per 
segreti messi mandati in diligenza al Re gli fece sapere , che stava in 
sua mano 1' eleggere il Papa , e che procurasse sollecitamente di gua- 
dagnarsi 1' amicizia dell' Arcivescovo Bertrando . A tale inaspettato av- 
viso senza perdita di tempo andò il Re in persona a Bordeaux , e 
avendo detto all'Arcivescovo, che lo avrebbe fatto Papa, purché gli 
concedesse sei grazie , quegli per desiderio di vedersi sul capo la tiara 
pontificia si dimenticò in uno istante di tutte le ingiurie ricevute , pro- 
mise ogni cosa , e avvalorò con giuramento solenne le sue promesse « 

Ciò 



104 ANNALI DELLA C I T Tu* 

n. 1305 Ciò fatto rescrisse il Re al Cardinal da Prato che egli e gli altri della 
sua (azione eleggessero Bertrando , siccome avvenne . 

Non mi venga imputalo se avendo proposto di scrivere le cose di 
Padova, mi sono allargato nelle cose di Roma. Oltreché l'elezione 
del Papa dee interessare tutto il mondo cristiano , questa di Clemente 
V. è singolarmente notabile . Imperciocché avendo egli trasportata in 
Avignone la sede pontificia , nacquero in Italia infiniti disordini d' ogni 
sorte per la lontananza del supremo capo della Religione , e de' suoi 
Cardinali , come avremo occasion di vedere , cioè discordie tra la Chie- 
sa e l'Impero, nelle quali ebbe gran parte uno de' nostri letterati , se- 
dizioni di popoli, continue ostinate guerre, scoslumatezza nel Clero. 
e in fine un deplorabile scisma, che lacerò per molti anni la Chiesa . 
Ecco le funeste conseguenze che derivarono da una elezione fatta , non 
già secondo lo spirito del Signore , ma secondo le viste dell' umano in- 
teresse , e della mondana politica . 

In mezzo alla guerra che desolava gli stati del Marchese Azzo e 
in cui parecchie città prendevano parte , la nostra godeva il sereno d' una 



aìt. ijoé invidiabile pace. Fu in quest'anno i3o6. che secondo il modello pre- 
sentalo dall' Ingegnere Fr. Giovanni degli Eremitani fu fatta la volta 
della Sala della Ragione , e invece di tegole coperta di lastre di piom- 
bo , come s'è accennato all'anno I2g3. A questo superbo Salone am- 
mirato da' forestieri , di cui forse maggiore non conosce l' Europa , fu 
dato principio dalla Rep. Padovana l'anno 1172, e si vuole che ne 
sia slato architetto Pietro di Cozzo . Nel 121 9. la grandiosa mole era 
terminala , e abbiamo certezza che dentro quel secolo su le interne pa- 
reti qualche pittura ci fosse fatta : ma in questi anni Giotto Fiorenti- 
no che lavorava nella Chiesa dell' Arena , ridipinse tutta la sala secondo 
le curiose invenzioni dì Pietro d? aliano . 

E cosa certamente gloriosa per Padova che nel tempo stesso vi sog- 
giornassero i due lumi di Firenze, Giotto Principe della pittura , e 
Dante principe della poesia Italiana , e che a cotanto senno si unisse 
il nostro Pietro d' cibano . Questo grand' uomo nato di Costanzo no- 
taio nel i25o, quindici anni prima di Dante, dopo i primi suoi slu- 
dj viaggiò nell'Oriente, e fermatosi in Costantinopoli vi apprese la lin- 
gua Greca , cosa allora assai rara tra gì' Italiani , e conversando co' fi- 
losofi e medici di quella metropoli giunse a tal fama di sapere che vi 
ottenne una cattedra . Il nostro Comune desiderando di avere presso 
di se un così dotto cittadino lo richiamò con onorevoli lettere , le qua- 
li Michel Savonarola afferma di aver vedute , e credesi che venuto in- 
segnasse in patria la medicina: ma vago di vedere l'Università di Pa- 
rigi, che in que' tempi era l'Atene d'Europa, colà si trasferì, dove 
intorno a quelli anni spiegava le sacre lettere il nostro Frate ^liberto 
Eremitano cattedrante riputalissimo . Ivi il nostro Pietro compilò la sua 
maggior Opera , per la quale si acquistò il nome di Conciliatore : 
opera che sebbene ora giaccia polverosa nelle biblioteche, nondimeno 

fa 



DI PADOVA. 105 

fa vedere quanto studio aveva egli poslo ne' medici e ne' filosofi che A n.i 3 os 
lo avean preceduto . 

In Parigi prese la laurea di filosofìa e medicina , e vi compose altre 
opere , alcuna delle quali terminò in Padova . Oltre questi studj fu su- 
perstizioso coltivatore dell'Astrologia, senza la quale raro era che si 
trovasse a' suoi giorni un medico di rinomanza, o che nessuna impre- 
sa grande da' Principi si cominciasse , perchè anche i più dotti fra lo- 
ro , qual fu per esempio il Re Roberto di Napoli, salariavano qual- 
che astrologo . Tanta scienza di lui , e tanta sua incìinatissima propen- 
sione alla fallace astrologia lo fecero riputare uno stregone ed un ma- 
go , da che nacquero que' tanti favolosi racconti , che vanno ancora per 
la bocca del credulo ignorante volgo , e quelle tante accuse di resia , 
e d' ateismo , che a lui furono date anche in Francia , dalle quali fu 
assoluto da un Papa . Padova che in questi anni era nel fiore della 
sua grandezza mal sofferiva di restar priva d' un suo cittadino , che 
tanto onore le procacciava, «e in modo si adoperò , che dopo il i3o3. 
egli fece ritorno alla patria, e quivi scrisse l'altra sua opera sopra i 
veleni, che dedicò ad un pontefice. 

Ma anche in patria ebbe i suoi malevoli accusatori , fra' quali un 
certo Pietro da Reggio medico , che vedendosi superalo da lui nella 
fama e nel sapere , per invidia , vizio non molto raro tra' professori 
dell' arte salutare , lo dinunziò agi' Inquisitori Domenicani , e ci volle 
tutta la potenza del nostro Comune per salvarlo dalle loro branche . 
La Rep. Padovana con un solenne decreto lo prese sotto la sua pro- 
tezione in quest'anno i3o6. essendo Podestà Ponzino de' Pizzinardi 
da Cremona . Nel maggior Consiglio fu vinto che Pietro potesse eleg- 
gere tre de' principali Cittadini per quartiere , e che questo Magistrato 
di dodici Savj avesse il suo desco nella Sala della Ragione , e stesse 
pronto sempre a difendere Maestro Pietro con facoltà di spendere dei 
denari del pubblico . Lo Scardeone (a) nomina tra' difensori di lui il 
nostro Poeta Lupaio , Iacopo ^.harotto , e Pietro ^Llticlino . Il tem- ~ 
pò avaro ci ha invidiato questo decreto ; ma ne abbiamo un altro del 
dì 22. di maggio 1807. col quale il nostro Comune riceve sotto la sua 
protezione la celebre Badia di Praglia , e i suoi Avvocati Niccolò da 
Lozzo , e Niccolò da Castelnovo . Si noti che il decreto fatto per 
Pietro servì di modello all'altro fatto per Praglia, con un solo diva- 
rio che per la Badia non si poteva spendere , e per Pietro sì , da che 
si vuole inferire , che i Padovani facevano maggior conto della perso- 
na del filosofo , che di quel nobile e antico monislero . Ciò era da 
notarsi, perchè né il Mazzuchelìi , né il Tiralo sdii , da' quali si pos- 
sono avere copiose notizie intorno a Pietro , nulla seppero di tal de- 

cre- 



00 L. IL 

Parte III. O 



IoG ANNALI BELLA CITTA' 

:an. 1307 creto , che onora insieme il nostro Medico e la nostra Città . Del re- 
sto la professione di lede fatta da Pietro innanzi la morte, e la in- 
genua sua confessione circa la fallacia dell' Astrologia , lo purgano pie- 
namente da ogni taccia di miscredenza , che in Francia e in Italia i 
suoi nemici gli diedero . 

Ritornando alla guerra cominciata contra il Marchese Azzo , abbia- 
mo che Giberto da Parma , e il Comun di Bologna niente inviliti per 
la mala riuscita de' loro tentativi contro alle due città di Reggio e di 
Modena rinnovarono 1' alleanza co' Signori di Verona e di Mantova , 
a' quali di poi si aggiunse il Marchese Francesco con animo di spo- 
gliare il fratello di tulli i suoi Stali . Avevano essi delle segrete intel- 
ligenze co' principali Modenesi e Reggiani , sopra le quali fondata era 
la loro speranza di rubellare quelle città al Marchese. N è in fatti s' in- 
gannarono ; poiché il dì 26. di gennaio dell' anno presente Modena sol- 
levatasi costrinse la guarnigione Estense a partirsi , e si rimise in liber- 
tà : Pantaleone de' Buzzacarini Podestà mal veduto dal popolo fu ar- 
restato , e a grande stento campò la vita . Indarno Fresco figlio natu- 
rale di Azzo , ch'era poco lontano, udito il rumore delia sollevazio- 
ne corse a difesa della città con mille fanti e settecento cavalli ; imper- 
ciocché dopo un furioso conflitto col popolo armato , che animosamen- 
te combatteva per la sua libertà, restò prigioniero con molti de' suoi, 
essendosi gli altri rifuggiti nel Castello , dove per mancanza di acqua , 
poiché erano stali tagliati i condotti , dovettero arrendersi , e andarne a 
Ferrara . Il suddetto Castello piantalo dal Marchese Obizzo , e in- 
grandito dal figlio , fu diroccato sì che nessuna parte ne restò in piedi . 
La medesima scena fu rinnovata in Reggio , dove appena si seppe 
P accaduto in Modena , che levatosi a rumore tutto il popolo e prese 
le armi corse furiosamente per la città , aperse le porte ai fuoruscili , 
e obbligò il Podestà gravemente ferito a ritirarsi co' suoi soldati nel ca- 
stello dopo una vana resistenza . Anche in Reggio il castello fu de- 
molito , essendosi permesso 1' uscirne a quelli , che vi si erano dentro 
rinchiusi . È chiaro che questa catastrofe era preparata da lungo tem- 
po , benché arrivasse inaspettata al Marchese Azzo , il quale dal col- 
mo della sua gloria cadde in umile e basso stato , e a gran pena potè 
tenersi in Ferrara . Grande esempio della incostanza delle umane cose ! 
Chi avrebbe predetto mai^ che quelle due città, le quali nel 1288. 
avevano ricevuto Obizzo a loro Signore con tanto giubilo ed esultan- 
za come P Angelo della pace , dovessero appresso il giro di pochi an- 
ni vergognosamente cacciarne il figlio come un tiranno ? E invero co- 
me tale lo diffamarono in tutte le loro carte , benché falsamente ed a 
torto ; ma così conveniva che facessero a giustificare la lor ribellione . 
Vedremo che queste città medesime ricredute e pentite treni' anni do- 
po si gettarono di nuovo tra le braccia d' un nipote di quell' Azzo 
tanto da loro odiato , e sotto gli auspizj dell' Aquila Estense vissero 
alcuni secoli felicemente , e ci vivrebbero ancora , se un turbine di 

guer- 



DI VEDOVA. I07 

guerra funesto a quasi tutta l'Europa non le avesse involte nella co- an. 1307 
inune rovina . 

A tanti impensati disastri ognun crederebbe che il Marchese Azzo 
si fosse sbattuto d' animo , ma egli dopo avere dato sfogo al suo sde- 
gno facendo arrestare tuttociò che di ragione de' Reggiani e de' Mo- 
denesi potè trovare in Ferrara , coraggiosamente si apparecchiò alla di- 
fesa . I suoi nemici non erano contenti , se non arrivavano a spogliar- 
lo ancora di quella città ; e già avevano occupate alcune castella del 
territorio , e gettato un ponte sul Po s' inoltravano verso Ferrara coli' 
esercito capitanato dal valoroso giovane Can dalla Scala , di cui tanto 
avremo a parlare . Non sappiamo se il nostro Comune abbia anch' es- 
so dato soccorso ai due fratelli contra di Azzo ; ciò si sa unicamente 
dalie nostre Cronichetle , che essi gli diedero in proprietà Lendinara 
con la sua Curia, e con altri luoghi da essa dipendenti. E molto pe- 
rò probabile , che col Marchese Francesco tutti i Ghibellini di Pa- 
dova si sieno uniti , come fecero allora eh' egli di quella Terra s' im- 
padronì . 

Pareva che poca speranza dovesse restare ad Azzo di potere far 
fronte a tante forze insieme raccolte ; e se prestiamo fede ai Cortusi 
già meditava di abbandonare Ferrara , e fuggirsene , ma da' suoi più 
fedeli ne fu distolto . Egli mancava di denaro eh' è il nervo della guer- 
ra j come chiaramente risulta da due carte , una de' 28. di aprile , e 
1 altra de' 22. di maggio. Colla prima stando egli in Ferrara costitui- 
sce suo procuratore Zilio de' Mercadanti a ricevere in prestito da qua- 
lunque persona cinque lire Veneziane di grossi per occasione di alcu- 
ne spese da farsi in Padova , né sono specificale , in vigore del testa- 
mento di Ohizzo suo padre . Colla seconda prega alcuni suoi cari ami- 
Cl 5 che vogliano entrare mallevadori , e obbligarsi per quattro o cinque 
lire di grossi , che Zilio suo fattore in Este ha commissione da lui di 
trovare . 

Tale era il pericoloso e incerto stato di Azzo , quando una improv- 
visa rivoluzione di Bologna lo tolse avventurosamente dall' impaccio in 
r,ui si trovava . Clemente V. avea spedito suo Legato in Italia il Car- 
dinale Napoleone degli Orsini con ampia facoltà per pacificare le cit- 
tà divise tra contrarj palliti . Egli come ministro del Papa doveva es- 
sere favorevole al partito Guelfo , e per conseguenza al Marchese Az- 
zo , ma era nel suo cuor Ghibellino ; e tale si fece conoscere in Bo- 
logna , dove cominciò occultamente ad ordire una tela per abbassare la 
parte Guelfa ; di che a tempo avvedutisi i Bolognesi , levalo un gran 
rumore , lo costrinsero a fuggire dalla città . Allora i .Lambertazzi fu- 
rono cacciati , e il Legato ritiratosi ad Imola pubblicò 1' interdetto con- 
tra Bologna , la privò dello Studio , e dichiaro scomunicati quegli sco- 
lari , che ivi volessero addottrinarsi . Cotesto sconsigliato procedere del 
Cardinale diede occasione alla nostra Università di vie più popolarsi , e 
salire in riputazione , essendosi riparati a Padova alcuni professori co' 

loro 



io8 



ANNALI della citta 



a*. 1307 loro discepoli. Bologna ìntanlo passata a parte Guelfa, quella medesi- 
ma che tante allegrezze avea fatto per le disgrazie di Azzo , si di- 
slaccò dalla lega, e insieme co' Lucchesi , e co' Fiorentini si collegò a 
difesa di lui, ond' egli ha potuto poi, non dico racquistare le perdute 
città , ma sostenersi in Ferrara a dispetto de' suoi nemici . 

In quest' anno il dì i3. di giugno Michel Morosini Procurator di 
S. Marco vendette al Doge Pietro Gradenigo acquistante a nome del 
Comune di Vinegia pel prezzo di cinque mille lire tutte le terre , le 
acque, le paludi, e le valli, che possedeva in Cesso di Canne , in Fo- 
golana, ed in Conche, le quali Albertino padre di lui aveva acqui- 
stato dal Monistero di Brondolo . Questi sono que' siti medesimi, pei 
quali più d'una volta vennero i nostri a contrasto co' Veneziani * 

Succedette in quest' anno una strana novità , la quale sebbene acca- 
duta si-a \n paese da noi molto lontano , merita che se ne faccia ri- 
cordo . Fra le condizioni accordate da Clemente V, a Filippo il Bel- 
ìo Re di Francia, una si fu di processare i Cavalieri del Tempio, 
che possedevano grandi beni e ricchezze per tutta la Cristianità, a in- 
tendimento che fossero soppressi. Quest'Ordine era antico, e stabilito 
tra noi almeno dentro il Secolo XII, trovandosi nel testamento di Spe- 
ronella fatto nel 1192. un lascito di cento soldi allo spedale de' Tem- 
plari . Esso aveva case e possessioni nel nostro territorio , siccome ne 
avevano gli altri Ordini Militari , perchè , secondo che abbiamo notato 
ancora , i nostri Maggiori furono molto liberali colle Religioni . Per 
dare qualche colore alla soppressione di quest' Ordine , era d' uopo ac- 
cusarlo di gravi delitti veri , o supposti . Non mancarono accusatori 5 
che di enormi iniquità , e sino di apostasia gli diedero carico , né po- 
tevano mancare dove e' era di mezzo un Re : ma resta dubbioso an- 
cora dopo quasi cinque secoli , se le colpe, che a que' Cavalieri furo- 
no apposte sieno state immaginarie , o reali ; tanto sono svariate e di- 
scordi le opinioni degli Storici . Certo è che il gran Maestro , e mol- 
ti de' suoi Cavalieri , i quali furono crudelmente abbruciati vivi , o in 
altra guisa morti in Parigi , protestarono sempre di morire innocenti ; 
e molti credettero, che tutto fosse una invenzione di quel Re, il qua^ 
le non aveva troppo scrupolosa coscienza , per satollare la sua cupidi- 
gia co' beni loro . Comunque sia l' Ordine fu abolito nel Concilio dì 
Vienna , e furono confiscate le loro rendite a profitto del Papa e del 
Re . Essi le vendettero ai Cavalieri dello Spedale , oggi detti di Mal- 
ta , e a voler fare sì grossi acquisti dovettero caricarsi di gravissimi de- 
biti per denari presi ad usura . Dei delegati apostolici in Italia presero 
possesso delle Chiese de' Religiosi soppressi, e così fecero in Padova 
nel gennaio del i3io. (a) . 

Vi- 



(a) V. Bìbl. MS. S.Mich. di Murano 0.996. 



DI PADOVA. 109 

Vivevano i Padovani nel loro stato pacifico lontani da ogni rumore' 
di armi , mentre i Veronesi , i Ferraresi , ed i Trevigiani erano involti 
nel turbine della guerra . Perciò la nostra Repubblica intenta a render 
felici i suoi popoli meditò ed eseguì alcune cose utili e decorose . Fe- 
ce primieramente rifare la strada che da Padova porta a Vicenza se- 
condo il piano presentato dagl' Ingegneri , uno de' quali era certamen- 
te Frate Giovanni degli Eremitani , e 1' altro Fra Benvenuto dell' Or- 
dine de' Minori . Ecco come i Regolari in quel tempo erano utilmen- 
te impiegati nelle cose pubbliche . Si proseguirono i lavori della Sala 
della Ragione , ed anche a quest' opera furono soprastanti i Frati in- 
gegneri . Per ordine ancora del nostro Comune furono erette in Vi- 
cenza le magnifiche scale del palazzo pretorio , essendovi podestà Dente 
de' Lemici d'i stirpe nobilissima , come si legge nella Iscrizione , che 
resistette ai denti del tempo divoratore . 

Oltre a ciò nella Podesteria di Ongaro degli Oddi volendo la no- 
stra Città , che la Basilica di S. Antonio avesse il suo compimento , 
decretò nel mese di decembre , che si prendessero in prestito quattro 
mille lire da darsi a quel Frate Minore , che sarà deputato dai suo 
Provinciale alla fabbrica di quella Chiesa , e da spendersi unicamente 
per essa . Per supplire ai bisogni dello stalo era stato posto su la ma- 
cina un tanto di dazio per ogni staio ; quindi fu stabilito , che coi de- 
nari, i quali da tale dazio si ritraessero, prima si continuasse il lavo- 
ro del palazzo secondo la terminazione de' frati soprantendenti ; di poi 
si pagassero i creditori del Comune per occasione dell' incendio acca- 
duto nella casa e contrada di sintomo da Lozzo . Che se nulla so- 
pravanzasse , il Podestà sia tenuto di proporre la cosa al Maggior Con- 
siglio , e cercare i modi , onde il suddetto sborso delle quattro mila lire 
sia fatto. Veggasi ciò che abbiamo notato all'anno 126$ . 

Ottobono già nostro Vescovo, e da alcuni anni Patriarca d'Aqui- 
ieia ebbe un governo turbulenlissimo , e sempre agitato da discordie e 
da guerre , ora coi Conti di Gorizia , ed ora coi Caminesi . Rizzar- 
do da Camino succeduto nella signoria di Trivigi a Gerardo suo pa- 
dre morto 1' anno innanzi con fama di ottimo Principe , volendo ras- 
sodarsi nel novello dominio , e far gustare i soavi fruiti della pace a' 
suoi sudditi , dopo aver maneggiata una tregua col Patriarca , in quest' 
anno aggiustò le sue differenze con lui , e fu negli ultimi giorni di 
luglio stipulato e giurato 1' accordo . 

Nel mese innanzi Ottobono- ebbe l' amarezza di sentirsi citato dal 
Cardinal Napoleone Legato di Clemente V. a comparire come reo 
dinanzi a lui in Cortona . E poiché il Ch. Padre de Rubeis ne' suoi 
Monumenti della Chiesa Aquileiese niente parla di questo fatto , che 
per le sue circostanze dovette essere strepitoso , non sarà alieno dalla 
nostra storia il farne menzione . Il Cardinale adunque stando in Cor- 
tona a' 7. di Giugno scrive al nostro Vescovo Pagano della seguente 
maniera . Avendo noi creduta molte opportuna la presenza del Vene- 

rabi- 



AN. 1307 



HO ANNALI DELLA CZT&A* 

Tn.i3o 7 rabile Patriarca d' Aquileia per lo sialo della sua Chiesa , colpa e di- 
fello di lui , siccome da fededcgni abbiamo inleso , da flotti d' inquie- 
tudini perturbala , ed anche per a/Tari della noslra legazione , abbiamo 
commesso con noslrc lettere all' Arcidiacono d' Aquileia , che citasse 
il suddetto Patriarca a dover comparire dinanzi a noi dentro certo tem- 
po ec. : il quale Arcidiacono volendo eseguire le nostre commissioni 
mandò a Cividale di Friuli , dove il Patriarca soggiornava , le lettere 
di citazione per un suo proprio giurato messo , perchè fossero a luì 
presentate . Ma il Patriarca consapevole della cosa , fece chiudere le 
porte della sua casa , e avendo il messo veduto , che dopo avere più. 
volte ad alta voce gridalo , non poteva avere V ingresso , andò alla Chie- 
sa principale , e in presenza di molti , appresso di aver protestato che 
gli era tolto di vedere il Patriarca , depositò le suddette lettere sopra 
1' aitar maggiore . Di poi , come 1' esilo lo fece conoscere , essendo ve- 
nute a notizia del Prelato le prefate lettere egli comandò che fosse 
cercato il messo per tutta la città , e conciossiachè non si fosse trova- 
to , mandò i suoi familiari armati ad Aquileia , e ad altri luoghi , do- 
ve credevasi che l' Arcidiacono potesse passare, per prenderlo, i qua- 
li non avendolo ritrovato ruppero colle scuri le porle della sua abita- 
zione , e ne portarono seco le biade , il vino , i cavalli , e molle sup- 
pellettili ; ed ai predetti eccessi aggiungendo il dispregio* e la contuma- 
cia non si curò di presentarsi a noi dentro il termine stabilito , seb- 
bene Maestro Milanzio da Bologna suo procuratore dopo il predelto 
termine sia comparso nella nostra Corte proponendo alcune allegazio- 
ni , colle quali $ ingegnava di scusarlo dalla comparsa personale e dal- 
la contumacia, che noi come frivole e insussistenti abbiamo rigettate. 
E sebbene attesi gli eccessi di lui , e la sua ostinazione noi potremmo 
procedere contra di esso , nondimeno per convincere la sua malizia , 
non potendo a lui essere presentate le nostre lettere , presente una mol- 
titudine di fedeli lo citiamo , che dentro lo spazio di due mesi , che 
gli assegniamo per termine perentorio , comparisca presso di noi per 
purgarsi delle cose premesse , se potrà , e ubbidire ai nostri comandi : 
e affinchè il processo di questa citazione arrivi alla notizia di lui , e 
di tutti i fedeli lo abbiamo fatto affigere alle porte di S. Andrea di 
Cortona , e perchè egli non possa mai allegare nescienza , lo faremmo 
pubblicare , dove' meglio ci parrà , nelle feste solenni del Patriarcato . 
Dat. in Cortona addì 6. di giugno . Per la qual cosa in vigore dell' 
autorità che godiamo vi si comanda , che subito dopo la ricevuta delle 
presenti facciate pubblicare il suddetto processo di citazione così nelle 
Chiese , come nelle Scuole , e in altri luoghi della città di Padova , 
dove meglio vi parrà , e della seguita pubblicazione ci farete fede con 
vostra lettera. Dat. in Cortona addì 7. di giugno l'anno 3. di Cle- 
mente V. 

Io non trovo che il Patriarca si sia punto mosso dal Friuli , dove 
nuovi moti di guerra lo tennero fermo sino al maggio del i3og. nel 

qual 



DI PADOVA. Ili 



qual anno andò a Piacenza incontro al Legato Pontificio , che veniva AM . 1Z07 
in Italia per le cose di Ferrara , ed era secondo la Cronaca Estense 
Arnusio , o Arnaldo , e con lui si trattenne in Bologna ed altrove , 
e sul fine di quel!' anno ritornò ad Udine . Dei resto è da sapersi che 
le guerre fatte da lui , delle quali il Legalo Napoleone sembra che lo 
accagioni , non furono intraprese per capriccio , rna per ricuperare o 
difendere dalle mani d' ingiusti usurpatori i beni temporali della sua 
Chiesa . 

Abbiamo lasciato l'esercito de' Collegati , c!:e avvicinandosi il verno 
abbandonò la impresa di Ferrara , e si ridusse alle proprie stanze . In 
questo mezzo si rinnovò l' alleanza tra Parma , Brescia , Verona , e 
Mantova, e Francesco a 1 ' Este , come apparisce dall' istrumento stipu- 
lato in Mantova addì 14. di Marzo . Nuovi alleati ingrossarono la le- 
ga, cospirando tutti alla rovina del Marchese, e furono i fuorusciti 
Bolognesi , i Signori da Polenta , le città di Ravenna , e di Cervia . 
Pareva che più di tutte avessero dovuto le città di Reggio e di Mo- 
dena collegarsi ancor esse , potendo temere dello sdegno di Azzo ; ma 
comechè avessero ricovrata la libertà , non erano però cessati gì' interni 
tumulti , e cominciavano a portare la pena della lor ribellione . 

Arrivò frattanto in soccorso del Marchese un buon corpo di Cata- 
lani , che gli mandò il Re Carlo suo suocero , ond' egli ricevuto que- 
sto rinforzo co' suoi Ferraresi e co' Bolognesi entrò ostilmente nel Ve- 
ronese, e sugli occhi de' Veronesi accampali a Torre della Scala prese 
Ostiglia , e di poi Serravalle de' Mantovani , dove era stalo posto cóme 
in luogo di sicurezza tulio, il bottino fatto da' nemici sopra de' Cremo- 
nesi . Passerino de' Bonaccossi fratello del Signor di Mantova stava 
alla difesa di quel castello, ma tanto furioso è slato l'assalto delle mi- 
lizie Marchesane , che la guarnigione impaurita prese vilmente la fu- 
ga . Tutto il tesoro colà depositato venne alle mani del Marchese , il 
quale seguitando il corso della vittoria s' impadronì di tutto il navilio 
armalo de' Mantovani , e de' Veronesi , e in guisa di trionfante lo con- 
dusse a Ferrara . Questa strepitosa azione di lui sorprese i nostri Pa- 
dovani , i quali ammirando il valore e il coraggio di esso si dichiara- 
rono di voler entrare in lega con lui , e verso la fine di quest' anno 
l' istrumento di alleanza ne fu rogato . 

nizzardo da Camino desiderava ardentemente di riconciliare gli ani- 
mi de' fratelli Estensi , e a tal fine mandò a Padova a nome della Re- 
pub. Trivigiana due prestanti cittadini Valperto Calza , e Pietro di 
JBuonaparte . Ad accalorire il trattato d'accordo si sono uniti alcuni 
de' nostri maggioringhi , amici, o parenti di Azzo , Tisone da Cam- 
posanpiero , Iacopo da Carrara , e Niccolò da Lozzo . E sebbene 
il Marchese dopo la sua felice spedizione contro de' Mantovani , e de' 
Veronesi , e la sua lega novellamente fatta co' Padovani poteva avviva- 
re le sue speranze , e aspirare a più ridente fortuna , non si mostrò 
ritroso dal venire ad un onesto accomodamento ; se non che la mor- AN.1308 

te, 



112 ANNALI DELLA CITTA' 



"^i~le, la quale ogni cosa mortale interrompe , guastò in erba i disegni 
suoi . Cadde egli malato in Ferrara o pei sofferti disagi della campa- 
gna , o perchè era cagionevole alquanto , e debile di complessione i 
Per consiglio de' Medici , benché la stagione non fosse favorevole es- 
sendo il mese di gennaio , s' incamminò per andare ai bagni d' Aba- 
no , ma giunio ad Este ivi terminò la sua vita T ultimo giorno del 
mese slesso . 

Gioverà sentire alcune circostanze di questo fatto dalla Cronaca Ita- 
liana di Bologna (a) : „ Azzo Marchese d' Este essendo ammalalo di 
„ grandissima malattia , si faceva portare ai bagni di Padova , e aveva 
„ con lui Madonna Beatrice sua sorella con molli Cavalieri . Poscia 
„ che fu giunto ad Esle nel contado di Padova , scese in casa di Mes- 
„ ser Niccolò di Lucio . Allora il Marchese Francesco , e il Mar- 
„ chese Aldrovandino suoi fratelli , i quali lungo tempo erano stati 
„ nemici, vennero a lui con due suoi figliuoli, cioè Rinaldo e Obiz- 
„ zo , e visitarono il detlo Marchese Azzo . Quivi furono molti prie- 
„ ghi a lui fatti dal Marchese Francesco , dal Marchese Aldrovandi- 
„ no , da Rinaldo , e da Obizzo fratelli d* Este , da Madonna Bea- 
„ trice sua sorella , da Messer Tiso da Campo San Pietro , da Mes- 
,, ser Niccolò da Lucio , da Messer Iacopo da Carrara , e da molti 
„ altri amici di Padova , i quali fecero tanto che il dello Marchese 
„ Azzo si riconciliò , e fece pace coi fratelli , e coi nipoli . Allora 
„ esso Marchese con buona pace e volontà mutò il testamento , che 
„ avea fatto a Ferrara , e in questo ultimo testamento lasciò la Signo- 
„ ria di Ferrara ai delti suoi fratelli , i quali eziandio lasciò suoi uni- 
„ versali eredi . Prima avea lasciata la detta Signoria a Messer Fran- 
„ Cesco suo figliuolo bastardo . Poscia addì ultimo di Gennaio morì 
„ nel castello di Este esso Azzo , il cui corpo fu portato a Ferrara , 
„ e fu sepolto nel luogo dei Frati Predicatori " . Fin qui la Cronaca . 
Uà questo racconto si vuole inferire essere slata bugiarda la fama , 
che allora corse , che Azzo t'osse slato strangolato da suo fratello Al- 
drovandino , come senza alcun fondamento fu attribuito al medesimo 
Azzo di avere nella slessa guisa strozzato suo padre Obizzo . Egli non 
era uomo da commettere così grande iniquità : fu Principe valoroso e 
magnifico ; nudriva vasti disegni , che non potè poi colorire , poiché 
ne fu attraversato dagli amici, e da' congiunti più stretti, a' quali sep- 
pe perdonare cristianamente . Il Muratori dubita che non sia vero il 
secondo testamento a favore de' fratelli che la Cronaca accenna , e pare 
che alcuni fatti seguiti dopo la morte di lui vagliano a giustificare il 
suo dubbio . Checché sia di ciò , il Marchese Azzo , prima che il suo 
cadavere fosse trasportato a Ferrara , fu sepolto in Este nella Chiesa di 
S. Tecla ; e sa di favola il curioso aneddoto , che negli antichi Anna- 
li 



00 Script. Rer. Ital. T. XVIIL 



DI PADOVA. Il3 

li di Cesena si legge , cioè che la spoglia mortale del March. A zzo AS . 1308 
fu chiusa in una botte piena di miglio , e da alcuni Frati Domenica- 
ni trasferita a Ferrara , e seppellita nella loro Chiesa senza veruna 
pompa . 

Sarebbe utile per la storia letteraria sapere il nome di que' Medici , 
che consigliarono il March. A zzo a ricorrere nella sua malattia all' uso 
delle nostre acque termali di Abano . Uno potrebbe essere stato Mae- 
stro Dino del Garbo Fiorentino , che in questo tempo godeva altissi- 
ma riputazione , e mentre leggeva Medicina in Bologna fu chiamato a 
leggere nella nostra Università . Forse sarà stato consultato Pietro d' A- 
hano , l'oracolo de' suoi tempi. Ma non giova perdere tempo in tale 
ricerca . Ciò che mi pare certo si è , che il March. Azzo ne som- 
ministra una delle più antiche memorie dell' uso de' nostri Bagni dopo 
il risorgimento delle lettere. La celebrità di que' salutiferi fonti, che 
ne' tempi del paganesimo furono creduti fatidici , è stata grandissima ne- 
gli alti secoli. Gli scrittori antichi, le iscrizioni, e i superbi marmo- 
rei bagni colà disoticrrati ci fanno testimonianza del grande concorso 
delle persone , che per motivo di salute o di religione colà traevano , 
e delle fabbriche sontuose , le quali servivano ai bisogni , ed anche agli 
agi e alle delizie di chi si bagnava . Per la venuta de' barbari rimase- 
ro distrutti que' luoghi , e sotto le loro rovine sepolti . Appena alla me- 
tà del secolo XII. si comincia a trovare qualche memoria del Monte 
della Stufa, ossia Monte di S. Elena, ciò che però fa credere, chele 
persone ivi si bagnassero per rimedio de' loro mali . Ma nel Secolo , 
di cui scriviamo , le nostre Terme cominciarono a racquietare V antica 
fama, che le penne de' nostri Medici lor procacciarono, e illustri sog- 
getti vennero poscia a sperimentare la loro efficacia. Nel 1436. dove- 
va venirci il Sommo Pontefice Eugenio 1W^ ed io ho trovato ne' 
pubblici registri , che il nostro Comune aveva eletto 8. de' principali 
Cittadini per trovar denari da spendersi nel più magnifico accoglimen- 
to che potesse farsi al Santissimo Padre tanto benemerito della nostra 
Chiesa , e della nostra Università . 

Se la condotta del March. Azzo, mentrechè visse, è stata esiziale 
alla sua famiglia , che perdette la signoria di Modena e di Reggio , 
egli morendo le è stato molto più pregiudicioso , poiché col suo testa- 
mento diede origine ad una funesta guerra , per la quale la Casa d 1 Este 
fu anche spogliata del dominio di Ferrara . Fresco figliuolo bastardo 
di Azzo , come padre e tutore di Folco suo legittimo figlio , eh' era 
in minore età , e istituito erede dall' avolo , prese il possesso di Ferra- 
ra in nome di esso , e protetto dalle armi de' Bolognesi pigliò le redi- 
ni del governo . Ma il Marchese Francesco co' suoi nipoti vedendosi 
escluso dalla signoria occupò Este, Pvovigo, ed altri luoghi, e nella 
villa. -detta- Fratta diede una rotta alle genti di Fresco, che erano colà 
vellute per discacciamelo. Poi mal consigliato ricorse per aiuto a Pa- 
jta Clemente V , il quale pur assai volentieri abbracciò X occasione di 
Parte III. P por 



114 ANNALI DELLA C ITT A 

! N . 1308 por piede in Ferrara, non già per farne la restituzione ai fratel- 
li Estensi legittimi padroni , ma per ritenersela , come il fatto diede a 
vedere . 

Frattanto Fresco avendo di molto ingrossalo il suo esercito mandol- 
lo in Arquata , obbligando con tale mossa i Principi suoi avversari ad 
abbandonare quelle contrade e a ritirarsi ad Este sotto l' ombra de' 
Padovani . E siccome egli prevedeva cbe Clemente V. avrebbe assol- 
dato in Italia delle truppe contra di lui , così per non avere a com- 
battere con tanti nemici , procurò che i Veronesi ed i Mantovani , i 
quali si erano collegati contra di Azzo , cessassero di far la guerra es- 
sendo lui morto . In effetto vennero le parli ad un accordo che fu 
stipulalo in Padova , e^ pare a chiari indizj , che sia stata mediatrice 
la nostra repubblica . . E osservabile che di molti trattati di alleanze ~e 
di paci , che abbiamo riferiti in queste Memorie , una buona parte è 
stata conchiusa in Padova ; e ciò vuol dire che grandissima era in quel 
tempo 1' autorità di essa ne' più gravi affari di questa Marca . 

Ciò di che Fresco temeva , succedette ben presto . Era giunto sol- 
lecitamente a Ravenna il Cardinale Arnaldo di Pelagrua parente del 
Papa col carattere di Legato apostolico, e insieme con Lamberto da 
Polenta Signor di quella città apparecchiava i mezzi per sottometter 
Ferrara. C'erano quivi non pochi cittadini discontenti di Fresco, i 
quali sollevatisi contra di lui tentarono di discacciarlo ; ma egli seppe 
difendersi , e acquetare il tumulto . Ciò avendo inteso il March. Frati- 
Cesco prese cuore ed ardire , e segretamente avvicinatosi a Rovigo in 
una barca coperta entrò in quella città , e col favore del popolo affe- 
zionato a' suoi naturali Principi ne discacciò la guarnigione di Fresco , 
e se ne rendette padrone . Appena ciò gli venne fatto che vendette al 
Comune di Padova per dieci mila lire Rovigo col suo territorio, e 
Lendinara con altri luoghi all' intorno che gli appartenevano . Ragion 
vuole che si creda , che il Marchese Francesco abbia avuto da' nostri 
de' validi aiuti per la impresa di Rovigo , e che il patto della vendita 
già prima fosse stato concertato per aver benevola aiutatrice la nostra 
Comunità . Essa immantinente per assicurarsi de' nuovi acquisti ordinò 
che principalmente in Rovigo fossero fatte le necessarie fortificazioni . 
Parlano di questa vendita della Contea di Rovigo le nostre Croni- 
chette ripubblicate dal Muratori, alle quali non si dee negar fede, e 
de' lavori ivi ordinati dalla Rep. Padovana parla il documento 5o3. da- 
to fuori dal Verri . La Mantissa stampata dietro la Cronaca del Mo- 
naco Padovano dal dotto uomo Felice Osio , il quale la ricopiò da un 
antichissimo Codice, dice apertamente che Rovigo fu venduto a' nostri 
per dieci mille lire . Ebbe dunque ragione il Cortuso storico contem- 
poraneo di scrivere all'anno i3io. Sub dominio Paduce erant Vicentia 
cum toto suo districtu , Rodigium cum comi tatù , Lendinaria , et 
Abbatia. Come si potrà mettere in dubbio l'attestazione di lui? Per 
la qual cosa grandemente mi maraviglio , che l' Autore anonimo d' un' 

ope- 



DJ PADOVA. Il5 



opera pubblicata nell' anno 1792. in Venezia col titolo , Ragioni del an. 3308 
Polesine ec. abbia scritto alla pag. 80 . Io invito P Ab. Gennari a 
dar le prove che nel i3io. fosse Rovigo sotto il dominio di Pado- 
va . Se egli invece di seguire ciecamente il suo Nicolio , avesse con- 
sultato le citate opere coli' animo scevero da prevenzioni , avrebbe ve- 
duto , cbe io in quella mia Informazione Istorica ec. non dissi co- 
sa che vera non fosse. Si aggiunga che in quest'anno i3o8. fu vinto 
nel Consiglio di Padova che si mandassero Ambasciadori a Francesco 
e Rinaldo Marchesi d' Est e , i quali erano a Rovigo , acciocché ve- 
nissero a Padova , e che fosse intimato al Capitanio delle genti di Fre- 
sco , che tostamente dovesse ritirarsi da Arquala , e si guaiolasse dall' 
inferire alcun danno al territorio di Rovigo , perchè quelle terre erano 
allora soggette alla Repubblica Padovana . Che più ? abbiamo dei Po- 
destà mandati colà dal nostro Comune a rendere ragione a quel popo- 
lo . Né si dica, come altri ha detto, che ivi amministravano giustizia 
a nome dei Marchesi . Vaglia uno per tutti , e fu Alberto da Ponte 
nostro gentiluomo, il quale in una carta del i3i3. che si conserva 
nell'Archivio di S. Agostino T. LXXIII. si chiama potestas Rodigli 
prò Communi P aduce . Credo che basteranno queste ragioni a far sì, 
che il lodalo Autore , il quale da me le ricercava , resti pienamente ap- 
pagato . Non è del mio assunto seguirlo in altri punti della sua ope- 
ra , ne' quali per mio avviso il soverchio amor della patria gli ha fat- 
to velo al giudicio . G è chi ha maggior diritto , che non ho io , di 
confutare le sue nuove asserzioni. 

Mentreche i Padovani ampliavano il loro stato , il Legato del Papa 
«olle genti della Chiesa , e co' soldati di Ravenna , e de' fuorusciti Mar- 
chesi si apparecchiava a spogliare Fresco del suo . Già si andava av- 
vicinando a Ferrara , e Fresco , il quale prevedeva che non arebbe po- 
tuto far fronte ad un' oste così poderosa , massimamente perchè i suoi 
Ferraresi erano molto inclinati al partito de' loro legittimi Sovrani , eb- 
be ricorso alla Signoria di Venezia , e trattò di darle la città sotto al- 
cune condizioni. Le proposizioni furono prontamente accettate, e da' 
Veneziani fu mandalo a Ferrara un grosso corpo di truppe , le quali 
occuparono Castel Tedaldo , per la qual cosa maggiormente arrabbia- 
rono i Ferraresi , a' quali pesava molto dover passare sotto un dominio 
straniero . 

All' avvicinarsi del Legato coli' esercito Fresco per timore di qual- 
che sollevazione nel popolo si riparò nel Castel Tedaldo , e si gettò 
intieramente nelle braccia de' Veneziani . Insieme col Legato i Pado- 
vani s' erano approssimati a Ferrara a intendimento di difendere e so- 
stenere i diritti del March. Francesco ; ma prevedendo che correvano 
pericolo d' inimicarsi la Rep. Veneziana , colla quale ammaestrati dalle 
cose accadute negli anni addietro volevano vivere in pace , tornarono 
alle case loro . E fu opportuno il loro ritorno , poiché giunsero a Pa- 
dova tre Ambasciadori di Arrigo Re de' Rimani con una graziosa 

let- 



Ilo ANNALI BELLA CITTA 

an. 130S lettera di quel Sovrano , che partecipava alla nostra Repubblica la sua 
elezione , e la ricercava della sua amicizia . Non si dee tacere , coni' 
egli pervenisse a lai dignità , perchè di lui si avrà molto a parlare in 
queste Memorie . 

Dopo la morte succeduta in quest'anno il di 1. di maggio di Al- 
lerto d'Austria Imperadore , che non mai vide l'Italia, di che Dan- 
te ne lo rimprovera, essendo discordi i voti degli Elettori, venne il 
desiderio a Filippo il Bello di far cadere quella corona sul capo di 
Carlo di Valois suo fratello , e per dar calore alla sua domanda pres- 
so i Principi dell' Imperio disegnò di spìgnere una potente armata nel- 
la Germania , e di procurarsi ancora 1' efKcaci raccomandazioni del Pa- 
pa ► Ma questi subodorato avendo il disegno del Re , e niente piacen- 
dogli l' elezione di Carlo , seguendo il parere dell' accortissimo Cardi- 
nal da Prato , scrisse immediatamente agli Elettori che eleggessero a 
Re de' Romani Arrigo Conte di Lucemburgo Principe dotato di gran- 
virtù-, e veramente degno della corona imperiale. E così appunto av- 
venne, come- Clemente V, desiderava, di che n'ebbe il mondo gran 
maraviglia , poiché Arrigo era bensì di nobile e antica prosapia , ma 
povero e di pochi Stati Signore . 

Né solamente i Padovani tornarono indietro , come accennammo , 
ma i Veronesi ancora, i Bolognesi, ed i Mantovani, che si erano 
avvicinati' a Ferrara , non già per soccorso del March. Francesco , ma 
per impadronirsene , come credesi , se in mezzo a quelle turbolenze sì 
fosse presentata loro favorevole 1' occasione . Ciò però che a que' po- 
poli non venne fatto , ottenne Bernardino de' Signori da Polenta , il 
quale colle sue genti di Ravenna e di Cervia entrò una notte a tradi- 
mento nella città, e vi si fece gridar Signore per cinque anni avveni- 
re . Ma la sua Signoria non durò che soli otto giorni , ne' quali delle 
loro facoltà rimasero tonduti ed ignudi que' poveri cittadini . Vi entrò 
di poi senza verun ostacolo il Legato Pontifìcio , e vi fu ricevuto dal 
popolo con alte voci di giubilo , gridando tutti concordemente , Viva 
il March. Francesco . Crebbe allora a tale lo spavento di Fresco 9 
che cedette Castel Tedaldo , e le sue ragioni sopra Ferrara al Doge di 
Venezia , il quale con decrete del Maggior Consiglio donò a lui , e 
a' suoi discendenti la nobiltà Veneziana , e gli assegnò per compenso 
cento lire de' grossi da pagarsi annualmente . 

Dopo questo accordo tra Fresco , e la Rep. Veneta , essa tenendo 
Ferrara come eosa di sua ragione , spedì a Castel Tedaldo così pode- 
rosi rinforzi , che bastanti erano a difenderlo da chiunque voluto aves- 
se assalirlo . Non avendo 11 Legato sufficienti forze per tentarne 1' ac- 
quisto, fece uso delle armi spirituali, e mandò de' monilorj a Vene- 
zia , inlimando sotto gravi pene a quella Rep. che ritirasse le sue gen- 
ti , e abbandonasse l'impresa: anzi vi si recò di poi egli stesso in per- 
sona , sperando di poter muovere colla maestà del suo carattere , e coli' 
efficacia delle sue parole quegli ostinati Repubblicani . Ma s' ebbe a 

pen- 



DI PADOVA. 117 

pentire della sua sconsigliala risoluzione , poiché trovò gli animi cosi A n. isas 
fermi , e il popolo tanto innasprito , che se non fuggiva presto di là , 
correva pericolo di restar morto sotto un nembo di sassi. Tornato in 
fretta a Ferrara non potè più contenere it suo sdegno ; scagliò contra 
i Veneziani il fulmine della scomunica , e sottopose la città all' inter- 
detto , non eccettuando quelle persone , che gli aiutassero o favorissero 
in quella ingiustissima guerra . 

Era facile a prevedersi, che \ Veneti, i quali a maniera d'aspide 
aveano turate le orecchie alle parole del Legalo apostolico , non si sa- 
rebbero rimossi dal loro proposito per la scomunica . In fatti non la- 
sciarono essi di far la guerra , e di recare a' Ferraresi tutti i maggiori 
possibili danni . Restarono abbruciati alcuni borghi della città , non po- 
che ville incendiate , molte persone uccise o spogliate , perchè il Lega- 
to insieme co' Ferraresi disperando di poterne uscir con onore delibe- 
rò il dì 27. di novembre di domandare la pace, o almeno una tregua. 
Piacque a' Veneziani di conchiudere la pace, e restarono le parti d'ac- 
cordo, che Ferrara fosse del Papa, il Castello, e il borgo di sopra 
della Repubblica , e che il Podestà fosse Veneziano . Lasciamo per po- 
co Ferrara , e torniamo a parlare de' nostri , i quali', come detto è , 
non vollero avere alcuna parte in quella guerra . 

Essi pensavano intanto a pubblici lavori di strade e di fiumi per age- 
volare il commercio , uno de' fonti principali della ricchezza delle Cit- 
tà . L' Adige colla esorbitante piena delle sue acque aveva rotti gli ar- 
gini, distrutta in parte l'opera del Pizzone fabbricata negli anni ad- 
dietro , guaste le strade , e allagati i mansi , che dal Comune erano 
stati allivellati . Con uno statuto fu decretato , che fosse eletto un so- 
prantendente per rimediare a tanti disordini , e che tutte le ville del 
Padovano dovessero contribuire l'opera loro, con alcune discipline uti- 
lissime per 1' avvenire , che nel suddetto statuto sono contenute . Fece- 
ro innoltre scavare 1' alveo del fiume , che da' molini di S. Giacomo 
passando dinanzi al Monistero di S. Bernardo posto fuori della porta 
di Codalunga , ossia della Santissima Trinità arrivava alle scale dell'Ar- 
cella . Questo fìumicello si dicea la Bovetta , che ab antico aveva al- 
tro corso . Imperciocché giunto al sito , dove ora si scarica , o colà 
presso , piegava il suo corso a sinistra , e congiungendosi con un ra- 
mo d' acqua , che dalla porla Saracinesca correva a quella di Codalun- 
ga , dopo aver bagnalo a settentrione un ampio tratto di terreno , che 
appellavasi il Serraglio di^ Porciglia , andava a gettarsi nel fiume presso 
Ja porta d' Ognissanti . E degno di essere esattamente osservato dai 
professori della scienza dell' acque il corso de' nostri fiumi , e le varie 
loro diramazioni ad usi utili ed economici provvidamente fatte dalla 
Rep. Padovana ; di che ho parlato ampiamente nel citato mio libro . 

Viveva in questo tempo con fama di ottimo cittadino , e molto 
istrutto nel maneggio de' pubblici affari Giordano da Vigonza di una 
antica nobile famiglia , della quale si hanno notizie sino dal secolo XI. 

Egli 



Il8 ANNALI BELLA CITTA 

ah, 130S Egli da qualche anno stava a' servigj di Guidone Duca di Atene , ed 
era molto accarezzato ed onorato da lui . Ma abbisognando la nostra 
Città dell' opera sua per alcuni ardui e spinosi negozj , gli scrisse che 
quanto pili presto fosse possibile , ritornasse alla patria per eseguire colla 
sua solita diligenza quelle commissioni , delle quali avea decretato d' in- 
caricarlo . Siccome voleva però il nostro Comune , che ciò fosse fatto 
con licenza del Duca medesimo , da cui Giordano non si sarebbe mai 
partilo senza la concessione di lui , così Francesco di JB e Ionio Pode- 
stà a nome suo e degli Anziani gì' indirizzò una rispettosa efficace let- 
tera per impetrare al suo cittadino il ritorno desiderato . Non so se 
abbia ottenuto l'intento, poiché nella storia di questi tempi non ho 
trovato Giordano ; trovo bensì Giovanni da T^i gonza giudice Podestà 
di Vicenza , e adoperato dalla sua Repubblica in affari assai rilevanti \ 
ed è forse quel medesimo , che nell' antica copia di quella lettera da 
me veduta è chiamato Giordano * 

In questo stesso anno venne a Padova Guglielmo di Balaeto Ca- 
nonico di S. Asterio del Pengord mandato dal Papa in Italia per af- 
fari della S. Sede. Questi addì i3. di luglio dipositò nelle mani de* 
nostri Canonici a nome del suddetto Papa alcune casse , le quali con- 
tenevano degli arredi sacri d' ogni maniera 8 calici , pastorali , turiboli ,• 
mitre , pianette 7 paliotti d' altare , libri sacri e profani , che il suddetto 
Guglielmo insieme con Maestro Giovanni da Bologna cameriere del 
Papa aveva ricuperati da' Frati Predicatori di Venezia , a' quali erano 
stati consegnati dalla buona memoria di Pietro Patriarca d' Aquileia , 
C* erano inno] tre non pochi libri ricevuti da' Padri Inquisitori di Lom- 
bardia , e della Marca Trivigiana . I Canonici intervenuti a tale con- 
segna non furono più che otto, e lutti forestieri , Riccardo Piscia- 
vacca , Matteo Colonna , Giovannino aV Insola , Giovanaccio di Ro- 
ma , Gerardo di Trivigi , Stefano di Roma , Landolfo di Napoli , e 
Bertolino di Bergamo . 

Né alcuno si maravigli che net nostro Capitolo tanti stranieri ci fos- 
sero a un tempo stesso . Così non era ne' secoli precedenti : ma dap- 
poi che i Papi cominciarono a intaccare la giurisdizione de' Capitoli r 
a' quali per antico diritto apparteneva 1' elezione de' Canonici , prima 
pregando, e raccomandando, poscia sotto gravi pene comandando , in- 
trodussero de' forestieri ne 7 Corpi canonicali , assegnando loro anche in 
aspettativa quelle prebende che fossero per vacare , non che le attual- 
mente vacanti . 

Oltre i suddetti Canonici fu presente anche il nostro Vescovo Pa<? 
gano , e il suo Vicario generale Don Giovanni di Osenago Monaco 
di S. Dionigi della diogesi di Milano . E molto lontano da' nostri co- 
stumi , che un Monaco esercitasse i' uffizio del Vicariato . Le prime 
notizie che abbiamo di questa nobile dignità tra noi , sono sotto il Ve- 
scovo Giacomo di Corrado . Questi era stato Arciprete della Catte- 
drale , ed elesse a suo Vicario Deolocorra , che gli era succeduto nell' 

Ar- 



DI JP A D O V A . Iig 

Arciprelalo . Nella serie de' Vicarj Vescovili da me compilata trovo un AM . I30 g 
solo Monaco Viario del Vescovo Giovanni nel 1266 . Ma nei seco- 
lo susseguente si cominciò a chiamare frequentemente de' Monaci a ta- 
le uffizio , quando uno , e quando due , e durò il costume sino al 
1412. nel qual anno Lodovico Priore di S. Benedetto Novello era Vi- 
cario di Pietro Marce/lo . Dopo quel tempo si lasciarono i Monaci 
ne' loro Chiostri , né più si legge che fossero invitati da' nostri Vesco- 
vi a portare in parte i pesi del Vescovado . 

Non mi par che dovessi lasciar di raccontare le dette cose , le quali 
possono piacere a que' curiosi leggitori , che amano di essere informa- 
li delle antiche costumanze . Ora proseguiremo la storia della guerra 
Ferrarese , alla quale finalmente sono concorsi anche i nostri . La pace 
che tra' Veneziani , e il Legato s' era stabilita , non fu per parte di lui 
sincera, ma finta; figlia del timore e della necessità aspettava più feli- 
ci circostanze per levarsi la maschera. Egli non sospese le ostilità, né 
rivocò la scomunica , ed è credibilissimo che fosse pienamente istrutto 
delle sinistre intenzioni del Papa . Questo Pontefice stando in Avigno- 
ne pubblicò nel dì 27. di marzo contra de' Veneziani la più terribile an. 1309 
Bolla , che si fosse sentita mai . Imperciocché non solamente rinnovò 
contra di essi la scomunica e l'interdetto, ma li dichiarò tutti infami, 
e i loro figliuoli sino alla quarta generazione incapaci di qualunque di- 
gnità : ordinò che i loro beni in ogni paese del mondo fossero confi- 
scati , e le persone, dovunque si trovassero , sen:«.a separare gl'innocenti 
da' rei , fatte schiave . E quasi gloriandosi di così ingiusta persecuzione , 
ne diede avviso a tutta la Lombardia , e alle città della nostra Marca 
con sue apostoliche lettere . 

Poteva ^gli il padre comune de' fedeli per un affare semplicemente 
temporale far peggio contra una Repubblica benemerita della Santa Se- 
de , e costante difenditrice della Cattolica Religione ? E pure il suo sde- 
gno andò ancora più oltre . Commise al Cardinal Legato , che predi- 
casse la croce contro de' Veneziani , come se fossero Saracini , marra- 
ni , o giudei ; e sia per la cieca venerazione , che allora si prestava 
da' popoli al supremo capo della Chiesa, sia per l'avidità della preda, 
sia finalmente per 1' odio e per V invidia che da alcuni portavasi alla 
grandezza Viniziana , gli ordini del Papa , ciò che non si sarebbe do- 
vuto fare , furono messi ad esecuzione . Indicibili sono stati i danni 
che ne sofferse il Veneto commercio tanto in que' giorni fiorente , re- 
stando sequestrate le navi ne' porti della Francia , e nel reame di Na- 
poli principalmente , confiscate le mercanzie , e vendute all' incanto , 
e le persone medesime esposte a' trattamenti più barbari ed inumani . 

I Padovani , che fino a questo punto avevano rispettato i trattati di 
scambievole amicizia co' Veneziani , essendo Guelfi , cioè partigiani del- 
la Chiesa , si lasciarono svolgere dall' autorità della Bolla , e occuparo- 
no i beni loro , situati nel nostro distretto , e con agro e nimichevole 
animo procedendo inferirono ad essi di molli danni . Anche i Trivi-. 

gia- 



120 ANNALI DELLA CITTA 

ah. 1309 giani , oltre i loro privati disgusti , per riverenza del Papa non si asten- 
nero dal commettere grandi oltraggi ed ostilità : e questi ingiustissimi 
atti , come lodevoli e merilorj , furono benedetti e lodati da Clemente 
V. e dal suo Legato . Nò qui ebbero fine i movimenti de' popoli con- 
tro de' Veneziani . Imperciocché Pagano nostro Vescovo andò ad in- 
grossare l' esercito Pontificio con mille e cinquecento soldati , e altret- 
tanti ve ne condusse ^Lltegrado Vescovo Vicentino . Il loro esempio 
,fu imitato da Tebaldo Vescovo di Verona , che con una schiera di 
valorosi gentiluomini cavalcò anch' esso verso Ferrara ; e secondo lo 
storico Ferreti non ci fu Prelato delle città poco lontane da Venezia, 
che non si movesse a soccorso del Papa , come se non fosse egli 1' as- 
salitore , ma P assalito . Si vide in tale occasione rinnovarsi V. abuso de' 
tempi antichi , il quale durava ancora a' giorni di Carlo M. quando i 
Vescovi consacrati in ispezial modo al Dio della pace , commutando 
colla spada il pastorale, e il rocchetto episcopale colla corazza s' im- 
brigavano de' sanguinosi affari della milizia . 

Abbiamo detto , che fu bandita la croce addosso a' Veneziani , e la 
cosa è certissima , quantunque qualche Romano la nieghi ; ed è pari- 
mente certo , che per guadagnare la promessa remissione de' peccati 
molle genti della Lombardia, della Marca di Trivigi , di Romagna , e 
di Toscana sono concorse a crociarsi . Attesta il citalo Ferreti , che 
de' soli Bolognesi circa otto mille combattenti andarono al campo , pre- 
mendo a quel Comur^. di ricuperare la perduta grazia del Papa , cui 
grandemente aveva oltraggiato nella persona del Cardinal Napoleone , 
di che s'è detto all'anno i3o6 . 

Assistilo il Legato da tante forze, che successivamente andavano ar- 
rivando , nel mese di aprile ruppe 1' accordo fatto , e cominciò di nuo- 
vo la guerra ; ciò che prova che avea fermato la pace , ma non con 
animo di osservarla . A tali notizie il Doge di Venezia non si smar- 
rì , ma considerando che per resistere ad un così potente nemico facea 
mestieri di mandare a Castel Tedaldo de' grossi rinforzi , vi spedì as- 
sai gente armata , e provvigioni , e macchine da guerra con navi e ga- 
lee . Ma perchè questi aiuti non vi arrivassero, il Legato passò coli' 
esercito a Francolino, e quivi si accampò, fabbricando sopra barche 
legate insieme con catene di ferro un ponte sul Po secondo il disegno 
del valoroso March. Francesco , non ostante che i Veneziani gagliar- 
damente vi si opponessero . Poiché il ponte fu terminalo e posto in 
difesa , essi tentarono più fiate di vincere gli ostacoli , e di aprirsi il 
passaggio , ma fu fatica perduta . Nacquero de' sanguinosi conflitti con 
varia sorte , in uno de' quali i Bolognesi rilevarono una grave percos- 
sa . In questo mezzo i nostri, oltre i soldati spediti al campo, impe- 
dirono , quanto fu ad essi possibile , che nessuna sorte di vettovaglie 
dal territorio Padovano o per acqua , o per terra fosse portata all' oste 
nemica , della qual cosa Papa Clemente li ringraziò con suo Breve dei 
24. di agosto. 

Ven- 



DI PADOVA. 121 

Venne finalmente il giorno , e Tu quello di S. Agostino il dì 28."7^7 3 ^" 
di agosto, nel quaie una battaglia generale decise del destino di que- 
sta guerra. Il Cardinal Pelagrua ordinò , che fosse attaccata la (lotta 
Veneziana esistente sul Po , ed ebbe la sorte tanto propizia che , quan- 
tunque i Veneziani con grande ardire ostinatamente si difendessero, 
essa restò del tutto disfatta , e venne in potere de' Ferraresi con tutte 
le macchine , e 1' armamento . Seimila Veneziani in circa si contarono 
tra uccisi e sommersi nel fiume . Questa segnalata vittoria accompa- 
gnata da immenso bottino accrebbe a dismisura il coraggio de' Ferra- 
resi, e de' loro ausiliarii, sicché avendo assalito Castel Tedaldo, dopo 
una sanguinosissima zuffa , vi entrarono dentro per forza ammazzando 
senza pietà quanti nemici vennero alle loro mani . Parte della flotta" 
Veneta , che non avea potuto per l' ostacolo del ponte aver parte nell' 
azione , udita la novella della grande sconfitta, si fuggì piena di spa- 
vento a Venezia a recarne l' infausto annunzio . Intanto il pio Lega- 
to per ringraziamento a Dio della vittoria ottenuta fece appiccare tutti 
que' Ferraresi , che trovò essere stati complici de' Veneziani . 

Tal calamitoso fine ebbe la guerra, che intraprese Clemente V* 
contro la Pvep. Veneziana sotto colore di proteggere i Principi Esten- 
si , ma in vero per disporre di Ferrara come di cosa sua . Tutti avreb- 
bono creduto , che egli presa la città ne avesse dato il Vicariato al 
March. Francesco , che tanto operato aveva colla mano e col senno 
per racquistarla . Ma il Legato per ordine della Corte , senz' avere con- 
siderazione alcuna degli Estensi , né ascoltare le giuste loro istanze , ne 
investì Roberto Re di Napoli , il quale vi mandò per governatore Dal- 
rnasio con uno stuolo d' indisciplinati Catalani , che ben presto fecero 
provare ai cittadini di Ferrara il duro giogo d' un governo tirannico , 
e sospirare la signoria de' loro legittimi Principi . Le truppe accorse 
da varie città d' Italia in aiuto della Chiesa tornarono indietro ; e di 
questo novero sono stati anche i nostri . 

Accadde nel corso di questa guerra che Fantino Abbate del Mo- 
nistero di S. Leonardo situato sul lido di Malamocco, e distrutto da* 
Genovesi nella guerra di Chioggia , per essersi dimostrato fautore del 
Papa, fu dal Doge Pietro Gradenlgo scacciato dal suo Cenobio, sic- 
ché fu d'uopo che si riparasse a Padova. Quivi trovò due de' princi- 
pali cittadini amici suoi Tlsone da Camposanplero , e jLltlcllno degli 
jLltlcllnl giudice , che mossi a compassione di lui lo prolessero vali- 
damente . Scrisse il primo una calda lettera al Cardinale Arnaldo Le- 
gato , affinchè desse le opportune commissioni , onde ^1 suddetto Ab- 
bate Fantino dimorando in Padova potesse godere delle rendite spet- 
tanti al suo monistero , delle quali era stalo spogliato, e che ad ese- 
guire i suoi ordini destinasse Frate Alticlino Priore di Celvarese , o 
altro Cittadino di Padova . Il secondo al nobile e sapiente uomo dot- 
tor di leggi Pietro di Doza suo singolare amico , perchè efficacemen- 
te raccomandasse il prefato Ab. Fantino al medesimo Cardinale . Da 
Parte III Q que- 



122 ANNALI BELLA CITTA 



TTo^ questa leltera apparisce che Pietro l'osse persona intrinseca del Legato . 
Si aggiunga il nome di Fantino agli altri Abbati di S. Leonardo \ 
de' quali paria il benemerito Canonico Vianelli nel Voi. I. della Serie 
de Vescovi di Malamocco e di Chioggia . 

La guerra, come dicemmo, era terminata, ma le calamità de' Ve- 
neziani duravano tuttavia . Non essendo ancora ritrattata la Bolla Pon- 
tificia , nò riconciliato il Papa con loro, essi erano esposti all'odio del- 
le nazioni, perseguitati e spogliati in ogni parte del mondo. Tante e 
sì gravi traversie suscitarono cosiffatte turbolenze in Venezia , «he pub- 
blicamente i cittadini fremevano, e accusavano senza riguardo gli au- 
tori di quella infelicissima guerra . Vedremo che nell' anno seguente 
gli animi de' malcontenti si esacerbarono a tale , che la Repubblica ne 
fu per perire . iddio allora ia volle salva dall' imminente pericolo: ma 
quest' anno in cui -scrivo , permise egli per gì' imperscrutabili suoi giu- 
dicj , che quella medesima nazione, della quale era Papa Clemente , 
dopo quasi dodici secoli di libero governo, in pochi giorni senza ca- 
var la spada dal fodero la distruggesse ; ciò che indarno il Re Pipino 
ha tentato coli' armi sul principio del IX. secolo , quando essa ancora 
non era adulta . Il quale inaspettato e sorprendente avvenimento , per 
le strane circostanze che lo precedettero ed accompagnarono, farà fa 
maraviglia di lutti i tempi avvenire. 

Il nostro Vescovo Pagano eh' ebbe parte nella guerra descritta , nel 
mese di ottobre dovette andare a Milano per rimediare ad una scan- 
dalosa discordia tra' suoi consorti . Guido dalla Torre Signor di Mi- 
lano , del quale abbiamo parlato sopra , avendo preso sospetto , che 
Gastone ossia Cassone dalla Torre suo parente , arcivescovo di quella 
città avesse congiuralo contra di lui per torgli il dominio e insieme la 
vita , io fece imprigionare , e poi condurre nella Rocca d' Anghiera con 
tre suoi fratèlli . Soggiornava allora in Bologna il Cardinal Pelagrua •■, 
che al primo avviso della violenta carcerazione dell' Arcivescovo scomu- 
nicò Guido , e sottopose la città all' interdetto^. Pagano , come dicem- 
mo , volò tosto a Milano per riconciliarlo co' suoi parenti , e ottenne 
che fosse tenuto un parlamento nel Duomo , al quale intervennero , 
oltre gli ambasciadori di Como , e di Bergamo , i Signori di Pavia , 
di Lodi , di Novara e di Crema . Ivi fu conchiuso che fosse rimesso 
in libertà l'Arcivescovo, e gli altri Torriani , a condizione che questi 
andassero a confine; ciò che fecero ricoverandosi a Padova all'ombra 
del Vescovo loro consanguineo . Ma questo ingiusto procedere di Gui- 
do fu cagione che poco appresso perdette la signoria . 

Mentre Pagano promoveva il bene della sua famiglia , non trascu- 
rava i suoi proprj interessi . Aveva egli fatte notabili spese nella guer- 
ra di Ferrara mantenendo molti soldati a servigio della Chiesa , ed era 
stato oltraciò zelante esecutore del Papa nel mandare de' monitor; alla 
Rep. di Venezia. Sul fondamento di questi suoi meriti ottenne da 
Clemente J^. per un compenso una imposta sopra il olerò di Vene- 
zia, 



DI 1 * JL n O V ^4 . 12J 

zia , e sopra quello della Diogesi Castellana . Io avèa trovato tra le car- AN . i 3 o 9 " 
te delle Monache di S. Pietro ehe nell'anno i3ii. pagarono al Ve- 
scovo Pagano una dadia d'i L. i5 : io; così chiamano la imposizio- 
ne , ma non sapeva intendere per qual motivo . Ma da un' altra car- 
ta del idi 2, 1-4. di gennaio ho potuto scoprirlo . 

In questo si legge che Episcopus et eius familiares et nuncii ste- 
/en/nt cum multi s arma ti s in obsidione. Ferrar ice prò Ecclesia Ro- 
mana , et ibi fecit dictus dominai Episcopus multas expensas , pro- 
pter quod datus et deputa'tus fuit clerus Venetiarum et Castellando 
civitatis et diocesis ad contrihuendum ipsi dào episcopo propter prce- 
dictas expensas. 11 Clero della Diogesi Castellana s'era opposto, e il 
nostro Vescovo litigava per questo aliare dinanzi a Frate Morando 
Abbate di S. Cipriano e giudice delegato , Ho parlato di questa cosa 
sotto quest' anno , benché probabilmente il Breve del Papa , con cui 
volle risarcire Pagano , sìa deli' anno seguente . Del resto mal si può 
intendere \ come egli abbia voluto obbligare il Clero Castellano al ri- 
sarcimento di un Vescovo che si era mostrato tanto avverso al Vene- 
to nome . 

La nostra Città nel corso di mezzo sècolo , dacché morto Ezzelino 
tornò libera , crebbe tanto in potenza ed autorità , che non è punto 
esagerato 1 ? elogio che all'anno i3io , del quale ora dobbiam parlare , AN . J3IO " 
si legge presso i Cortusi (a). All'anno i3io. ( sono loro parole da 
me volgarizzate ) „ era Padova piena d'arme e di cavalli, e d'altre 
,, infinite ricchezze; era munita di torri, e di begli edifìci adorna, 
„ Sotto il dominio di lei stava Vicenza col suo distretto , Rovigo col 
„ suo territorio , Lendinara , e Badia . La Toscana , e la Lombardia le 
£ domandavano i Podestà, Principi e Re a tutti preferivano i Pado- 
„ vani . Di personaggi sapienti , di dottori in qualunque facoltà , di re- 
„ ligiosi uomini rìsplendeva ". Lunga cosa sarebbe, se per dimostrar 
verissimo il racconto de' Cortusi , volessi ora tessere il catalogo degli 
uomini letterati che in questo tempo fiorivano presso di noi con fama 
di molto sapere , o di coloro , che a grande onore di Padova chiama- 
ti furono a reggere le città della Lombardia, o della Toscana. De' 
primi, se non tutti, ho già nominato i principali, che allora e dipoi 
illustrarono la nostra Città in un' altra mia operetta , e di tutti insieme 
ha fatto ricordo il Ch. Ab. Cesarotti, vindicando l' onor della patria 
dalla calunniosa penna di un Ab. Piemontese Professore di Berlino . 
Quanto ai secondi io potrei seguendo l' esempio del Doge Foscari- 
m (b) rammentare non pochi de' nostri , che ammaestrati nella giuris- 
prudenza da' professori della nostra Università esercitarono con lode 
nelle città Italiche il magistrato principale , cioè F ufficio di Podestà . 

Ma, 



00 Lib. I. 

(*) L. I. Lett. Viri,. 



AS, 1310 



124 ANNALI DELLA CITTA 

Ma , come dissi , non è affare da compiersi con poche parole , e sono 
costretto d' andare innanzi per le molte cose che debbo dire . 

E poiché mi venne nominata l'Università, non lascierò di riferire 
una prova della grande premura che avevano i nostri , perchè provve- 
duta fosse di eccellenti maestri . Godeva in questo tempo fama di egre- 
gio Giureconsulto Iacopino de' Rujfini da Parma , delle cui lodi risuo- 
nava tutta l'Italia, e desiderando il nostro Comune di averlo profes- 
sore nel nostro Studio , il Podestà Tolomeo de' Cortesi da Cremona a 
nome suo , degli Anziani , e del Consiglio , e a petizione ancora dei 
Rettori della Università , e degli altri Dottori lo invitò ad una Catte- 
dra straordinaria di diritto civile , mandandogli una onorevole lettera 
per un Sindaco espressamente inviato . Dice il Facciolati di non sa- 
pere , se Iacopino abbia tenuto Y invito : io credo di no , perchè nes- 
suna menzione ho trovato di lui nelle carte antiche . Per una opposta 
ragione io dico che ne' primordj del nostro Liceo Pietro Spagnuolo 
professore delle Decretali in Bologna chiamalo a Padova con una let- 
tera divolgala dal P. Sarti certamente ci venne , e già nel 1229. lo 
troviamo tra noi . Il Ch. Tiraboscìii ne dubita assai perchè non ha 
potuto vedere le carte de' nostri archivj . 

In mezzo a questi pensieri suggeriti dall' amor della patria troviamo 
degli altri decreti non meno utili. Il prato della Valle, dove nel tem- 
po delle Fiere erano obbligale le Fraglie di recarsi colle loro manifat- 
ture , o con vittuarie d' ogni ragione , e dove i mercatanti forestieri 
esponevano in vendita le loro merci , era un terreno basso ed uligino- 
so , sicché quando pioveva assai, per l'acqua e per la fanghiglia non 
vi si poteva stare comodamente . Innollre la porta che dalla città con- 
duceva al Prato , era stretta ed angusta . Perciò fu decretato , essendo 
Podestà Gentile de' Filippesi da Orvieto , che secondo il parere del 
nostro Frate Giovanni fosse alzato con terra e ghiaia , e . scaglie de' 
nostri monti insieme colla strada dove correvasi il palio , e che l' aper- 
tura della porta suddetta fosse ampliata . Né sia chi si maravigli al sen- 
tire , che ivi fosse una porta . Sino dall' undecimo secolo un argine o 
vallo chiudeva in quella parte i borghi della città \ ed una porta ci do- 
veva essere, che ne' secoli posteriori fu chiamata di S. Daniele dalla 
Chiesa vicina . Siccome poi la primaria gioventù Padovana per suo 
diporto su quel Prato si esercitava a cavalcare , ed ivi provava la bon- 
tà de' destrieri , e talora avveniva che cavalli focosi e sboccati trascor- 
ressero malgrado a' giovani cavalcatori sotto i portici delle case , che 
anche allora circondavano il suddetto Prato, con grave pericolo delle 
persone , così fu ordinato , che conforme al disegno del più volte Io- 
dato ingegnere fosse alzato intorno intorno un muricciuolo che impe- 
disse cotal disordine . 

Non furono questi i soli lavori fatti in quest' anno , poiché i prov- 
vedimenti del nostro Comune si estesero anche ai ponti e alle strade 
del territorio . Si comandò che quelli fossero accomodati secondo il 

bi- 



DI PADOVA. 125 

bisogno , e queste racconciale a dovere , e spezialmente quella che da J AN . ijiT 
Cittadella sino a Padova si distende. Aveva irrigo VII. fatto sapere 
alle città Italiane , che dentro quest' anno sarebbe calato dalla Germa- 
nia , e che a tale uopo dovessero riparare i ponti e le strade , ed as- 
sicurarle da' malfattori e facinorosi . Forse i Padovani credettero eh' et 
potesse discendere per la Chiusa , eh' è sopra Bassano , come vi era di- 
sceso Arrigo il Santo, quando nel 1004. venne a spogliare Ardui- 
no del Regno d' Italia . E quindi avvenne che ordinossi di rifare la 
strada di Cittadella, la quale quanto è soda, ghiaiosa ed asciutta sino 
a Bassano, altrettanto soleva essere umida e limacciosa verso Padova . 
E forse miravano allo stesso fine gli accennati lavori del Prato , essen- 
do probabile assai , che , se quel Sovrano fosse venuto a Padova , la ma- 
gnificenza Padovana non arebbe lasciato di dimostrarsi con qualche so- 
lenne spettacolo in quel luogo medesimo . 

Finalmente Arrigo VII, avendo stabilito il tempo della sua parti- 
ta , e concertato 1' affare della sua incoronazione col Papa , inviò am- 
basciadori alle città Italiane, avvisandole del suo disegno , perchè fos- 
sero pronte a riceverlo colle onorevolezze al suo sublime grado dovu- 
te . Vennero a Padova nel mese di luglio a nome di lui Gerardo Ve- 
scovo di Costanza , Si/redo Vescovo di Coirà , Tigone di Vico milite , 
e Maestro Enrico di Asti, interpreti delle intenzioni di esso; e furo- 
no accolti con quelle dimostrazioni di rispetto , che si convenivano ai 
Ministri di sì gran Principe . All' ambasciata da loro esposta nel gene- 
rale Consiglio della Città rispose il dì 23. di luglio il nostro Podestà 
a nome degli Anziani , essendo presenti il Vescovo Pagano , e Nic- 
colò da Lozzo Podestà di Vicenza : che i due Comuni molto si ral- 
legravano , e rendevano grazie a Dio dell' esaltazione di un così vir- 
tuoso He , a cui desideravano lunga , e gioconda vita : che essi furono 
sempre cattolici e divoti della Santa Madre Chiesa , e tali vogliono es- 
sere perpetuamente ; che dopo la loro liberazione dalla tirannia del per- 
fido Ezzelino , nella quale tanta parte ebbe la Romana Chiesa , egli- 
no sono vissuti in piena libertà ed in pace , la quale ad onore della 
Santa suddetta Chiesa , e del Sacro Imperio intendono di conservare 
per sempre : ed essere loro risoluta volontà per onore di Dio , e della 
S. Chiesa , e per la conservazione dello stalo pacifico delle due città 
di fare tutto ciò che crederanno essere conveniente a farsi ad esalta- 
zione e riverenza della S. Chiesa , e ad onore del Re , e a difesa della 
libertà , e della pace che godono . 

Tale è stata la risposta fatta agli Ambasciadori di Arrigo , la qua- 
le , se è vero , come dice una delle nostre Cronichette , che intenzio- 
ne fosse deli' Imperadore di dar legge e padroneggiare, non è favore- 
vole certamente . Intorno a che è da sapersi , che varie e diverse era- 
no le inclinazioni delle città rispetto alla venuta dell' Imperadore , co- 
me varie e diverse eran le voci che correvano di lui > e contrarie ed 
opposte fra loro le fazioni de' popoli Italici . Dicevasi eh' egli era un 

Prin- 



1Z6 ANNALI BELLA CITTA" 

,n. 1310 Principe di poveri slati, ma di antica nobiltà, ma grato al Pontefice, 
e dotato di singolari virili, che avrebbe ricomposto ie travolte cose 
d' Italia lasciate in abbandono da' suoi antecessori ; ed estinte le pesti- 
fere sette, che ne laceravano il seno. Ma d' altra parte spargevasi la 
fama», ch'egli voleva fai' rivivere i diritti dell'Imperio, e frenare l'in- 
grandimento di Roberto Re eli Napoli ,, capo e sostegno della fazione 
Guelfa., il quale lenendo quasi dipendente da se la Corte llomana in 
Avignone era giunto a farsi riconoscere Signore di molte città impe- 
riali nel Monferrato, nella Romagna, e nella Toscana . 

Anche in Padova erano le opinioni divise. La somma del potere 
stava presso gli Anziani quasi tutti plebei, e divotissimi al Papa, e giu- 
rati Guelfi , e perciò in questo articolo di cose concorsero volonterosi 
ad accettare l'alleanza proposta loro dalla Bep Fiorentina parimente 
Guelfa. Era ad essi odioso il nome degP Imperadori , e sospetta Ja lo- 
ro potenza . Si ricordavano quanto sangue i loro maggiori avevano do- 
vuto spargere per sostenere la libertà contro gli sforzi del primo Fe- 
derigo ,_ e fresche ancora si può dire che fosser le piaghe ricevute da 
Ezzelino protetto da Federigo II . Per contrario i nobili desideravano 
la, venuta di irrigo, sperando di aprirsi la strada agli onori, e òr 
avere la precipua parte nel governo,. Essi non andavano ai pubblici 
Consigli che di rado, disperando di poter togliere l'Anzianato ai ple- 
bei , dal quale eglino , come persone sospette , restavano sempre escili^ 
si . . L' unico mezzo per ottenerlo sarebbe slato quello di accarezzare 
la plebe, e farsi de' clienti e de' partigiani , ciò che per la loro alte- 
rezza la maggior parte de' patrizj ricusavano di fare . Non era di que- 
sto numero Giacomo da Carrara. ,_ il quale co' suoi modi urbani e 
cittadineschi cercò di guadagnarsi E affetto del popolo : costume che 
durò ne' Pappafavi suoi discendenti, gentiluomini popolari^ e sempre 
amati ed avuti in pregio dal popolo Padovano, 

Si vede pertanto che i nostri, L quali teneano le redini dei gover- 
no , affezionati alla S. Sede , pigliavano ombra della venuta di ^Irri- 
go , e avrebbero voluto eh' ei non. calasse in Italia. E forse segreta- 
mente s'intendevano con Arnaldo Legalo pontificio, eh' era in . Bolo- 
gna , poiché ho trovato, che essi gli spedirono Enselmino àie 'Raffi 5 
Palamede de' Vitaliani , Giovanni di Vigonza , e avveduto degli- 
Mngelardi con scerete commissioni . E sebbene non si sappia di quali 
affari doveano trattare i suddetti ambasciadori , è però facile indovinar- 
li ; ed io sono d'avviso che appunto la loro ambasciata avesse per og- 
getto di esplorare la mente del Cardinale intorno all'arrivo dell' Impe- 
radore, ed avere da lui istruzioni, come dovessero regolarsi.. Dovevano 
essi sapere che il Papa , quantunque mostrasse di favorirlo , e avesse già de- 
stinati dei Cardinali , che gli dessero in R.oma la corona imperiale, e scrit- 
te lettere ai Vescovi , e a' Principi d' Italia a favore di lui , con tutto ciò 
era risolutissimo dì non voler disgustare il Re Roberto sostenitore delia- 
fazione Guelfa., e perciò da buon politico, come dicesi, barcheggiava. 

Non 



DI P A D O V A . 127 

Non so se il timore della prossima venula eli irrigo, o altra ca- * w . I3i o 
gione sedò in quesf anno le discordie , che la città di Genova divide- 
vano . Obizzino Spinola Signor di Monaco era fuoruscito co' suoi 
consorti , ed aveva occupate alcune Terre della Repubblica rovinandole 
-da' -fondamenti . Egli secondo l'accordo fatto restituì tutti i luoghi pre- 
si , e quaranta mille lire furono pagate agli Spinoli . I partigiani di 
Obizzino uscirono di bando, e poterono rientrare inclita, e solamen- 
te a lui per due anni ancora fu prolungato il confine . Di questa se- 
guita pace il Comune di Genova ne diede con sue lettere avviso al 
'nostro , ciò che prova in quale considerazione fosse tenuta da' Geno- 
vesi la nostra Città . Pvispose il Podestà Tolomrneo de' Cortesi a no- 
me degli Anziani e del Consiglio con affettuosa lettera rallegrandosi 
con quella Repubblica della concordia tra' cittadini ristabilita , e renden- 
dole grazie di averne per un messo a posta mandato la grata notizia, 
e offerendosi pronto ai servigj e comodi dì quel Comune .. 

Ma se 1' aspettata venuta di irrigo è stata in Genova conciliatrice 
della concordia , per contrario in Ferrara suscitò de' tumulti . I Ghi- 
bellini , che vi erano ritornati appresso la partita de' Principi Estensi ., 
sentendo vicino T arrivo deli' Imperadore , fatti orgogliosi e sollevati a 
nuove speranze si armarono tutti per levare quella città dall' ubbidien- 
za della Chiesa . Dicesi che fossero sostenuti da qualche numero di mi- 
lizie Mantovane , e forse ancora delie Veronesi . Pronta così ed uni- 
versale è slata la sollevazione, che i tumultuanti Ghibellini corsero la 
città commettendo ammazzamenti principalmente degli odiati Catalani , 
e ruberie senza fine, incendiando sino i palagj delli stessi Marchesi. 
Corse al primo avviso il Cardinale Pelagrua soggiornante io Bologna 
■conducendo seco moite milizie di quella città , ed entrò in Castello Te- 
daldo , ricovero di que' pochi soldati , che si Sottrassero colla fuga dal- 
le spade degli ammutinati . Il Marchese Francesco , che co' suoi ni- 
poti Rinaldo ed Obizzo dimorava in Rovigo, udito 1' ^inaspettato ca- 
so , accorse anch' egli in aiuto del Legato con le genti Padovane , che 
ivi stanziavano , e con molti suoi amici di questa Città , che vollero 
accompagnare. Allora i sollevati vedendosi condotti in cattivi termini, 
perchè , come avviene nelle città sediziose , ognun comandava , e nin- 
no ubbidiva , non trovarono altro scampo alla loro salvezza , che do- 
mandare umilmente perdono , e ricorrere alia clemenza del Legato . 
Ma questi volle prima aver nelle mani un buon numero de' principali 
della Città; poi senza niuna misericordia usar loro permise, che le sue 
truppe unite co' Guelfi e coi Catalani commettessero mille cose nefan- 
de , e dessero il sacco , non che alle case , anche alle Chiese ed ai Mo- 
nisterj , di che gli storici gli danno gran carico . 

Vicenza , la quale nelP anno vegnente ci darà ampia materia di par- 
lare , vedeva sussistere, da lungo tempo una contesa tra il Clero e la 
Città per occasione di un bosco , che 1' una parte e l' altra sosteneva 
essere di sua ragione . La differenza fu rimessa in quest' .anno all' ar- 

hi- 



AN. 131° 



128 ANNALI DELLA CITTA 

bitrio del nostro Comune , avutane licenza dal Cardinale Arnaldo Le- 
gato del Papa , senza il cui assenso , dove traltavasi di beni di Chiesa , 
allora nessuna quislione da' laici si poteva decidere : tanto a dir vero 
erano divenute eccessive le pretensioni deli' autorità pontifìcia . Senten- 
ziò il nostro Comune, che quel bosco di pieno diritto apparteneva al- 
la Città , e per quelle ragioni , che il Vescovo Altegrado diceva di 
avere , ordinò che fossero comperate alcune possessioni , e a lui dona- 
te in perpetuo ; e così fu eseguito . 

Nelle Iscrizioni che conservarono la memoria di questo fatto si dà 
molta lode a Manfredo de' Dalesmanini Podestà di Vicenza , e a 
Marsilio Piedilegno suo Vicario , colla mediazione de' quali la contro- 
versia ebbe fine . Era Manfredo uscito d' una delle più nobili e più 
antiche famiglie di Padova, la quale si spense avanti il 1440. Suo 
Padre fu Guecili , suo avolo Manfredo soprannomato Ricco, marito 
di una Caminese , che portò il nome di Guecili nella famiglia ; il bisa- 
volo fu Artusino , tutti de' maggioringhi della Città . Conlava tra' suoi 
maggiori la celebre Speronella , che non impropriamente fu detta 1' E- 
lena di queste contrade . Esso giovane d' anni , ma di prudenza ma- 
tura morì nel settembre del i3ii. lasciando eredi due uniche figlie 
Tommasina e JDalesmanina , le quali dopo acerbissime liti portarono 
buona parte del patrimonio paterno nella casa da Peraga , e ne' Con- 
ti di C oliali o . 

Airrigo frattanto si andava avvicinando ali' Italia accompagnato dalla 
Regina Margarita sua moglie, e da molti Principi e Baroni dopo di 
avere mediante un matrimonio procaccialo il regno di Boemia a Gio- 
vanni suo figlio . Sul fine di ottobre giunse a Susa con due mille sol- 
dati in circa , di poi a Torino , dove , come attesta il nostro Mussa- 
to , pose un Vicario Imperiale, e a' io. di novembre pervenne ad 
Asti . Quivi fu visitato da Matteo Risconti , o Maffeo , come altri 
lo chiamano , che travestito per non battute vie colà si portò . Non 
dispiacerà d' intendere come ciò avvenisse . Egli era sbandito da Mila- 
no , e in una villa privatamente viveva aspettando miglior destino . Aven- 
do inteso che Arrigo dovea calare in Italia , mosso dalla fama che del- 
la sua clemenza suonava intorno , cercava persona che andasse in Aie- 
magna , e lo raccomandasse alla protezione di quel Sovrano . Trova- 
vasi allora in Padova alle pubbliche scuole Francesco da Carbognate 
giovane Milanese scacciato dalla patria , e vi conduceva poverissima vi- 
ta . Egli era accorto , manieroso , disinvolto , e di molto spirito , e pro- 
priamente il caso per aiutare Matteo . Vendette i suoi libri , ed itone 
in Germania seppe destramente introdursi nella Corte di Arrigo , e 
potè non una volta parlare con quell' umanissimo Principe , lodando a 
cielo il Visconti, come il più savio , attivo , ed onorato uomo che 
fosse in tutta la Lombardia, che avrebbe potuto utilmente adoperarsi 
in servigio di lui . 

Quando Arrigo fu in Asti gli venne desiderio grande di conoscer- 
lo , 



DJ PADOVA. 129 

lo , e il Carbognate , che teneva segreta corrispondenza con esso , pron- AN . i 3IO 
tamente ne lo avvisò . Fu ricevuto dall' Imperadore con molta affabili- 
tà , e confermandosi ogni dì più quel Sovrano nella buona opinione 
che aveva di lui concepula , gli fece dimenticare in breve le gravi in- 
giurie della nemica fori un a . Mi ricorda a questo proposito di aver 
letto nelle storie di Francia un caso , che ha qualche somiglianza con 
questo. Quando il celebre cortigiano Monluc persuase colla sua de- 
strezza alla Regina Caterina di Francia di tentare che fosse eletto a 
Re di Polonia il Duca d' Angiò suo figlio , di poi Enrico III. sta- 
va tutta la difficoltà nel trovare persona , che sapesse cautamente dis- 
porre gli animi de' Magnali Polacchi a tale elezione . Certamente non 
potevano mancare in Parigi uomini pieni di avvedutezza e di senno , 
atti a ben condurre Y affare . Con tutto ciò Monluc fissò lo sguardo 
sopra di Balagny giovane Francese , che dimorava in Padova per am- 
maestrarsi nelle scienze , poiché molti di quella nazione frequentavano 
allora le nostre scuole . Dalle panche della Università passò egli in Po- 
lonia , e le pratiche da esso colà tenute ebbero un felicissimo effetto , 
come quelle del Carbognate . Così due scolari del nostro Studio ad 
uno ottennero un reame, all'altro un nobile principato. Ma torniamo 
ad irrigo , e seguitiamolo ne' suoi passi . 

In Asti ricevette Principi , Vescovi , ed altri Signori che andarono 
ad ossequiarlo , offerendosi prontissimi a' suoi comandi , e gli ambascia- 
dori di molle Città Italiane y e nominatamente quelli di Alboino e Ca- 
ne dalla Scala Signori di Verona , da' quali , come scrive il nostro 
Mussato , era stato eccitato a venire in Italia . Tra' molti Italiani che 
facevano corteggio ad irrigo, i Guelfi guardavano di mal occhio il 
Visconte , e parlavano ancora villanamente di lui , e sotto varj prete- 
sti trattenevano quel Sovrano dall' innollrarsi . E irrigo medesimo sta- 
va dubitoso ed incerto di ciò che dovesse fare , essendo informato dell' 
animo avverso ed oslile di Guido Tornano, che avea proposto una 
lega contra di lui, e diffidandosi di tulli gl'Italiani, che avvezzi da 
lungo tempo a vivere in pienissima libertà , ed indipendenza , non avreb- 
bero voluto vedere un Imperadore in Italia , che loro venisse a dar 
legge . Ma il Visconte che ben sapeva quanto potea ripromettersi de' 
Milanesi , tolse ogni dubbiezza dall'animo di lui , e lo consigliò a non 
differire più' oltre la sita entrata in Milano . Era giunto opportunamen- 
te in Asti anche l'Arcivescovo Gasion dalla Torre già esilialo, il qua- 
le stabilita avendo pace ed amicizia anche a nome de' suoi fratelli col 
suddetto Visconte , fece sperare ad ^Arrigo un lieto successo. Si mos- 
se egli dunque da Asti , e per Casale , Vercelli , e Novara s' avviò a 
Milano , accolto in ogni luogo dai popoli con dimostrazioni della più 
viva allegrezza . Fuori della Città fu incontralo da varie schiere di no- 
bili cittadini , che lieti e festeggianli gli baciarono i piedi ; e allora 
i. avvide che ottimo consiglio gli avea dato il Visconte . Entrato in 
Milano il dì 23. di quel mese con tutti i fuorusciti volle il dominio 
Parte III. R della 



l30 ANNALI DELLA CITTA* 

an. 1310 della città , e il Tornano , il quale procedendo in altra guisa che non 
fece, avrebbe potuto preservarsene la signoria, o per superbia o per 
ignavia la perdette per sempre . Attese poscia il Regnante a disporre 
le cose per la sua incoronazione avendo destinato a tale solennità il dì 
dell'Epifania dell'anno seguente. 

Dice un antico proverbio , i sogni non sono veri , e i disegni non 
riescono . Ciò si verificò anche in irrigo . Egli era venuto in Italia 
con animo di abolire le fazioni , di rimettere i fuorusciti nelle loro 
città , di stabilirvi la concordia e la quiete ; ma ciò non gli venne fat- 
to, come vedremo, e morendo lasciò l'Italia in preda ai tiranni, e 
più scompigliata che mai . Esso scrisse a tutte le città , che inviassero 
Ambasciadori a Milano per assistere alla sua incoronazione ; e la sua 

an. 1311 lettera giunse a Padova il dì 1. dell'anno i3ii. Per tale ambasciata 
furono eletti dal nostro Comune Enrico Scrovegno , Rolando de' 
Guarnerini, Giovanni da Vigonza , Pietro de' Murfi , Gio. Enrico 
Capodivacca , Barico di lÀnguadivacca , e Albertino Mussato , chia- 
mato per soprannome il Poeta , alcuni de' quali erano cavalieri , ed al- 
tri dottori . Anche le altre città della Marca di Verona , e della Lom- 
bardia mandarono i loro ambasciadori , e i due fratelli Scaligeri vi an- 
darono personalmente con molla pompa , e furono accolti da Cesare 
con reale magnificenza . Ma né i Lucchesi , nò i Fiorentini , né al- 
cune città del Piemonte ne vollero imitare l'esempio; queste soggette 
a Roberto Re di Napoli , quelli perchè Guelfi di professione , e amici 
ed alleati di lui . I Bolognesi eziandio temendo di accrescere la poten- 
za di irrigo ad essi molto sospetta, se fossero andati ad ossequiarlo, e 
ad offerirsi a' servigj di lui , si diedero invece ad ammassare gente , e a 
fortificare la loro città , provvedendola di tutto il bisognevole , e queste 
rivoluzioni si debbono attribuire ai segreti maneggi del medesimo Re. 
Seguì la suddetta funzione, come era stato stabilito, il dì dell'Epi- 
fania nella Chiesa di S. Ambrogio di Milano , e irrigo con Marga- 
rita sua moglie furono incoronati da Gastone dalla Torre Arcivesco- 
vo . Il popolo di Monza co' suoi Canonici fecero ogni opera , perchè 
andassero colà a prendere la corona del ferro, antico ornamento dei 
Re d' Italia , che nella loro Basilica di S. Giovanni Batista per antico 
privilegio conservano ; ma i Milanesi prevalsero , e la cosa non era 
senza esempio . Ad accrescere la solennità di quel giorno , e la gioia 
comune irrigo diede la cintura cavalleresca a dugento nobili in circa 
di varie città d' Italia , fregio che in que' tempi era molto ambito e 
desiderato . Fatto ciò tenne un generale parlamento , nel quale dichia- 
rò essere suo volere che ogni città ricevesse un Vicario Imperiale elet- 
to da lui , come gli avea già messi in Torino , in Asti t in Milano , 
ed altrove ; la qual sua disposizione cominciò ad alienare da lui gli 
animi degP Italiani , che per le cose sofferte sotto i due Federighi odia- 
vano cotal nome , e si credevano per quel decreto lesi nelle loro con- 
suetudini e privilegi . 

Le 



DI PADOVA. l3l 

Le città Lombarde , e quelle della nostra Marca adombrale , e te- AN . 1311 
menti per la loro libertà cominciarono a mulinare per trovar modo di 
preservarla . Sotto il primo Federigo avevano posto in piedi la famo- 
sa lega , che fu detta Lombarda , la quale potè umiliare la superbia di 
quel potente Sovrano , e condurlo a condizioni di pace molto vantag- 
giose per esse . Così pareva che dovessero fare anche in questa occa- 
sione , e collegarsi tra loro , massimamente avendo per capo del loro 
partito un cotal Re , qua!' era Roberto . E così parmi che meditasse- 
ro di fare ; se non che i Milanesi senza aspettare le risoluzioni delle 
altre Comunità improvvidamente attaccarono i Tedeschi presso il palaz- 
zo di Guido Tornano , ove dopo un sanguinoso combattimento i par- 
tigiani di lui furono rotti e dispersi , ed egli co' suoi consorti fu co- 
stretto a fuggire , e andare in esilio senza poter più rivedere la patria . 
GÌ' infuriati Tedeschi diedero il sacco a' palagj di lui ; le ricche sup- 
pellettili , ornamento e decoro della famiglia , andarono a ruba , e le vi- 
cine innocenti case soffersero anch'esse lo spoglio . Questo fatto , eh' è 
certo ne' suoi effetti , viene raccontato diversamente quanto alla sua ori- 
gine ; e non mancano storici , i quali scrivono , che la trama sia stata 
ordita dall' accorto Matteo Visconte col fingersi amico di Guido , e 
disposto a secondarlo nella sua impresa per poi abbandonarlo nel mag- 
gior uopo , sicché restasse esposto al giusto risentimento di irrigo . 
E ciò non è inverisimile , conciossiachò Guido stando in Milano era 
uno stecco e una spina grandissima all' occhio di Matteo , onde dovea 
cercare che fosse allontanato , come intervenne . Passati pochi giorni 
lo stesso Visconte per invidia di alcuni Magnati Milanesi , vizio co- 
mune delle Corti, quantunque si fosse mostrato fedele all' Imperadore, 
fu accusato d' infedeltà , e mandato a confine ad Asti , e Galeazzo suo 
figlio a Trivigi . Ma il suo fido amico Francesco da Carbagnate sep- 
pe destramente dileguare dall' animo di irrigo i mal conceputi sospetti , 
sicché non andò guari di tempo , che fu richiamato e rimesso in grazia . 
Pareva che l' Italia pacificata dovesse essere il più bel trionfo di Ce- 
sare , avendo egli ordinato, che , tutti i fuorusciti potessero ritornare 
alle loro patrie ; ma questa sua gloria non fu durevole . La caduta de' 
Torriani capi del partito Guelfo in Milano seguita a' 12. di febbraio 
mise tanto spavento in molte città , che temendo di essere soggiogate 
ed oppresse da lui quasi generalmente si sollevarono . Affrettò questa 
loro rivolta la prepotenza e P ingordigia di alcuni Vicarj , e la prima 
città , o tra le prime è slata Reggio che alzò lo stendardo di ribellio- 
ne . Così nel 11 64. Padova, Trivigi, Vicenza, e Verona aspreggiate 
dagli ufficiali Cesarei al tempo di Federigo Barbarossa deliberarono 
di unirsi insieme , e cacciarono i Governatori Imperiali . E come allo- 
ra i Veneziani ingelositi della potenza di quel Monarca aiutarono sot- 
tomano le città collegate, così ora i Fiorentini ed i Bolognesi, che bra- 
mavano aver de' compagni , parte co' denari , e parte co' maneggi pro- 
curavano de' nuovi nemici ali Imperadore . 

Al- 



AN.I3H 



l32 ANNALI DELLA CITTA* 

Altre città però , le quali erano pronte ed apparecchiate ad entrar 
nella lega , cioè Trevigi , Feltre , e Belluno , poiché inlesero con quan- 
ta crudeltà Arrigo dimentico della sua naturale clemenza trattati aveva 
i Cremonesi a lui ribellatisi , pensarono di sottomettersi volontarie , an- 
zi che aspettare di farlo forzatamente . E giacché ei voleva che rice- 
vessero un Vicario da lui , credettero , che , se la scelta fosse caduta 
sopra il loro capitano generale Rizzardo da Camino , poco o nessun 
pregiudicio risentito avrebbe la loro libertà . A tal fine spedirono am- 
basciadori a Cesare , e avendogli offerto sedici mila fiorini , mediante 
questa valida raccomandazione, ottennero il desiderato diploma. Già 
s' è detto che Arrigo era povero ; non maraviglia pertanto se si la- 
sciava abbagliare dallo splendore dell' oro . Collo stesso efficacissimo 
mezzo della pecunia anche i due fratelli Alboino e Cane furono e- 
letti Vicarj Imperiali in Verona ; e così avvenne in altre città , nel- 
le quali in processo di tempo i Vicarj signoreggiarono come prin- 
cipi . 

Ma i nostri Padovani sviscerati della libertà non sapevano come ac- 
comodarsi alle voglie deli 5 Imperadore . La lunga pace da essi goduta 
avea fatto crescere la Città di ricchezze e di popolo , e per essere si- 
gnori di Vicenza e di altri Stati erano venuti in tanta superbia ed or- 
goglio , che sì credevano sconsigliati di poter cozzare con Cesare . Do- 
po avere ondeggiato tra la varietà de' partiti scelsero quello di manda- 
re a lui de' Religiosi de' Minori e de' Predicatori per impetrare da esso 
la conservazione della intera loro libertà ; ma questi non bene accor- 
dandosi neh" eseguire le avute commissioni delusero le speranze de' Ma- 
gistrati che gli aveano spediti . Allora si avvisarono d' inviare alla Cor- 
te due uomini di fede sperimentata Antonio Vigodarzere , e Alber- 
tino Mussato , ambidue dell' ordine de' plebei . Di questo secondo , uno 
de' primi ristoratori delle latine lettere in Italia , avremo frequente oc- 
casione di favellare . Andarono i due Ambasciadori , e trovarono che 
P Imperadore era forte sdegnato co' nostri , perchè mostravano di non 
volersi prontamente conformare a' comandi di lui . Ebbero molte con- 
ferenze co' principali cortigiani , ed Albertino , eh' era eloquente ora- 
tore , trattò con molto zelo la causa della sua patria , ma P esito non 
corrispose a' suoi desiderj . Arrigo dichiarò , che voleva salva la mae- 
stà regia , né avrebbe accordata a' Padovani la imperiale sua grazia se 
non sotto le condizioni seguenti , dure a dir vero e fuor di modo one- 
rose ad una città innamorata dei viver libero . 

Egli voleva in primo luogo che la Rep. Padovana a quel tempo in 
cui suole eleggere i Podestà , nominasse quattro persone fedeli ali' Im- 
perio , una delle quali sarebbe poscia scelta da lui a suo Vicario ; di 
poi che per avere la città di Vicenza in feudo perpetuo , com' era dis- 
posto a concederla , dovesse pagare ogni anno quindici mille fiorini 
d' oro , e che di presente gli facesse un dono gratuito di sessanta mi- 
la , onde supplire alle grandi spese della sua incoronazione in Roma ; 

final- 



DI PADOVA. l33 

finalmente che a pagare i soldati al Preside della provincia contribuisse AN . ijh 
ogni mese mille fiorini . 

Udite dagli Ambasciadori le suddette proposizioni , e congedatisi dal- 
ia Corte le riportarono ai Magistrati di Padova , indi al maggior Con- 
siglio ; era questo una raunanza del popolo convocato al suono di una 
campana grossissima . Ma queste non prima furono sentite da esso , 
che fu interrotto il parlare degli Ambasciadori da un rumore e schia- 
mazzo grandissimo , prorompendo quasi tutti in urli d' indignazione , 
la grida e fischiate contumeliose . Quetato il tumulto presero a dire al- 
cuni , essere quelle condizioni inique , ingiuste e tiranniche , non po- 
tersi ammettere senza grave iattura della libertà : tornar meglio far cau- 
sa comune co' Vicentini , ammassar truppe , presidiare le fortezze , e 
scavare ai confini profonde fosse , munirle di genti , e accingersi alla 
difesa ; aver i loro maggiori , quando non erano signori di così esteso 
dominio , fatto fronte a più potente Sovrano ; ciò solamente potersi 
concedere ad irrigo , che il Podestà prendesse il nome di Vicario . 
Altri però di più mansueta natura e più saggia rispondevano, che non 
si doveva correre a furia in un affare così rilevante ; doversi soprasse- 
dere , e aspettare dal tempo qualche felice opportunità ; intanto non 
trascurare i maneggi , e attendere le risposte degli ambasciadori spedi- 
ti al Papa ; essere incerti e dubbiosi i casi della guerra , e maggiori 
che non si crede le forze dell' Imperadore ; ed argomento di trop- 
pa arrogauza non ammettere né pur una delle condizioni da lui pro- 
poste . 

Piacque ai più questo secondo partito , ed era in effetto il più sag- 
gio . Imperciocché era facile a prevedersi , che irrigo non avrebbe 
potuto fermarsi lungamente in Italia , e allontanandosi lui , le città , al- 
le quali fosse stata diminuita da Cesare la giurisdizione, agevolmente e 
senza pericolo avrebbono potuto ricuperarla . Innoltre senza contare il 
Re Roberto , e alcune città della Toscana , ^Irrigo aveva non pochi 
nemici , che contra gli avevano suscitato il Turriano , ed altri capi de 1 
Guelfi ; e già Lodi , Cremona , e Brescia alzato avevano Io stendardo 
di ribellione. Quindi ottimo consiglio era aspettar l'esito di tali turbo- 
lenze , e destreggiando con irrigo scansare i pericoli , anzi che di- 
chiararsi apertamente nemici , e ricorrere all' armi . 

Non era ignota a Cesare la renitenza de' nostri , ed era disposto a 
gastigarneli severamente , ma voleva prima pigliar vendetta di Cremona 
e di Brescia , quando se gli offerse una bella occasione di toccarli nei 
vivo . Stava Vicenza da tanti anni sotto la signoria de' nostri , ma era 
governata in modo , che dal Podestà in fuori che da noi riceveva , e 
da alcune gabelle eh' era tenuta a pagare , potea quasi dirsi , che si reg- 
gesse da se . Ma per la incostanza degli umani appetiti talvolta viene 
a noia anche il bene , che bene grandissimo era certamente la pace da 
lei goduta . Nò per qualche invendicato sopruso fatto ad alcun Vicen- 
tino da' nostri era ^da muovere sedizioni e garbugli per rimutare lo 

sta- 



l34 ANNALI DELLA CITTA 



AN. 13 



"Tstato , non essendovi Governo , in cui simili inconvenienti non avven- 
gano qualchevolta . 

Le principali mosse però vennero da alcuni Cittadini la maggior 
parie di fazione Ghibellina , i quali o per delitti commessi , o come 
persone sospette erano banditi dalla città , e aspiravano a ritornarvi , e 
al primo arrivo di Cesare in Italia avevano già cominciato a macchi- 
nare come potessero levarsi dall' ubbidienza de' Padovani . Accadde irat- 
tanto che Sigelfredo di Novello Conte di Ganzerà , che da vent' an- 
ni era fuoruscito , uomo cui lunga esperienza di aver maneggialo af- 
fari di slato avea fatto prudente , venne in queste parli ambasciadore 
del Re di Cipro al Papa , e passò in abito mentito a Vicenza , così 
confortalo da Bugamante de Proti suo genero , il quale lo assicurò , 
che nessuno de' Padovani , de' quali a ragione ei temeva , P avrebbe cer- 
tamente riconosciuto . Né in Padova , né in Vicenza non si fermò , 
ma inteso avendo dal genero lo slato delle cose , il numero , e le for- 
ze de' congiurati , prese il carico sopra di se di parlare con Cesare . 
Lasciato avendo da parte per poco le incombenze addossategli dal suo 
Re , si avviò in Lombardia , e trovò che l' Imperadore dopo aver sog- 
giogata Lodi era incamminato verso Cremona . 

Poche cose potevano arrivare tanto gradite agli orecchi di irrigo , 
come fu il trattato di rubellare ai Padovani la città di Vicenza . Egli 
accettò prontamente 1' invito fattogli da Sigelfredo , e fu maneggiato 
F affare con tanto di segretezza , che non n' ebbe verun sentore il no- 
stro Comune , essendosi ad arte fatta correr la voce , che le armi im- 
periali erano altrove dirette . Ad .Aimone Vescovo di Ginevra fu af- 
fidata P impresa , che la condusse a fine felicemente . Andò egli a Ve- 
rona con alcune squadre preceduto da Sigelfredo , e comunicò ai fra- 
telli Scaligeri il suo segreto disegno . Cane , giovane feroce e violen- 
to , nemico de' Padovani , e molto caro a Cesare pel suo valor milita- 
re sentì la cosa con inesplicabile gioia , e offerse la sua persona , e le 
sue genti a' servigj del Vescovo . 

Dopo tre giorni di riposo egli rinforzato dalle milizie di Vanni 
Zeno da Pisa si mosse insieme con Cane , e la mattina del dì 14. di 
aprile giunse improvviso alla porta di Vicenza , che gli fu aperta da' 
congiurati . Allora senza frapporre indugio corsero tutti alle piazze , 
gridando Viva Cesare, e tanta fu la sorpresa e l'avvilimento del Po- 
destà Giovanni da Vigonza , che non seppe ne far difesa , né pren- 
dere alcun partito animoso . Molti de' nostri soldati si rifuggirono in 
un luogo forte sull' Isola , dove avrebbono potuto fare una valida re- 
sistenza ; ma Cane non diede lor tempo di riconfortare lo smarrito 
e confuso animo , e combattendo ferocemente gli costrinse ad arren- 
dersi , e non attenendo dipoi i patti ne mandò alcuni prigionieri a Ve- 
rona per averne la taglia . Altri si nascosero , ed altri vilmente fug- 
gendo trovarono la morte ne' gorghi del Bacchigliene gonfio per le 
pioggie cadute . Dice qualche Scrittore che anche il Vescovo Alle- 
gra- 



DI PADOVA» l35 

grado impaurito fuggì , ma vecchia Cronaca da me veduta lo niega ."I N . 1311 
Così il giorno de' i5. vide Vicenza su le sue torri inalberate le inse- 
gne reali, dopo che i nostri per molto tempo n'ebbero la signoria. 

Chi ha veduto de' fanciulli , che rimasi senza guida e senza mae- 
stro vanno per le strade impazzando , avrà una debile immagine di ciò 
che fece allora il popolo Vicentino . Gallonava per allegrezza , per 
tutte le vie si facevano cerchi , le botteghe erano piene dì gente che 
favellavano di cose di stato , e chi voleva una cosa , e chi 1' altra , e in 
ogni canto si vomitavano contumelie ed ingiurie contro de' Padovani , 
e guai a chi gli avesse nominati senza una iuona dosa di beffe e di 
vilipendj . Ma i più saggi e i più moderati , e i più attaccati al par- 
tilo Guelfo avevano dentro un intenso dolore , cui per timor della ple- 
be s'ingegnavano di ricoprire. Prevedevano essi gravi disastri , ai qua- 
li andava incontro la loro patria , e i disordini , che ne dovevano fuor 
di dubbio seguire . Perciò alcuni de'-principali si ritirarono a Padova , 
ove furono amorosamente accolli, e vi piantarono le loro famiglie, 
delle quali ora che scrivo non credo che più alcuna sussista. E ciò 
apertamente dimostra , che nò tutti i Vicentini erano discontenti del 
governo de' Padovani , né tutte sono vere le accuse , delle quali gli sto- 
rici di quella nazione hanno empiute le loro carte. 

Giunta a Padova la infausta novella della ribellione di Vicenza chi 
può dire quali diversi effetti agitarono l' animo de' Cittadini ! Da pri- 
ma non la credettero vera , e armati andarono in fretta sino a Barba- 
no , villa posta poco oltre il nostro confine verso Vicenza . Ivi risep- 
pero che non era da dubitare della perdita di quella città , e animosa- 
mente sarebbero andati innanzi , se le acque , le quali più che ora non 
fanno allagavano quelle strade , non avessero ad essi impedito il cam- 
mino . Tornarono indietro pieni di dispetto e di rabbia con animo di 
vendicarsi della perfidia de' Vicentini . Convocarono tosto il Consiglio 
per proporre ciò che in tali dolorose circostanze dovesse farsi , e pron- 
tamente deliberare . Gilberto da Castello nostro Podestà raccomandò 
a' Consiglieri , che ponessero da parte le rabbie e gli odj particolari, 
avendo solamente dinanzi agli occhi la salute della Repubblica ; e con 
due decreti del Consiglio ordinò che si mettessero in istato di buona 
difesa tutte le fortezze del territorio, e fosse ben munita e custodita 
la Città ; e poiché aveva a reggersi ad una spesa grandissima , preve- 
dendosi imminente una guerra pericolosa , che si facessero denari per 
ogni via . Perciò si raddoppiarono le gabelle , si vendettero i beni del 
Comune all' incanto , e si aggravarono di colte e d' imposizioni le case 
de' Religiosi . Furono assoldati fanti e cavalli , ed estratto il carroccio 
fu condotto alla piazza , dove ad alta voce per bocca del banditore fu 
invitato ognuno che volesse salva la libertà della patria a seguirlo ver- 
so Vicenza . 

A tale invito ragunossi quantità grande di nobili , di artisti , e di 
contadini delle ville vicine , e frettolosi si avviarono a quella parte . 

Co* 



l36 ANNALI DELLA CITTA 

1311 Cane Scalìgero però , e il popolo Vicentino punto non atterriti a tal 
nuova , come seppero dalle spie il poco ordine , col quale marciavano 
i Padovani , e la sicurtà tenuta da loro senza veruna prudenza , usci- 
rono tutti sino alle donne fuori della città per dare ad essi battaglia 
quasi certi della vittoria. Il fallo d'arme è stato aspro e furioso , com- 
battendo gli uni rabbiosamente per ricuperare il perduto dominio , e 
gli altri con pari ostinazione per conservare la libertà. Ma la fortuna, 
cbe sempre è l'arbitra dell'esito delle battaglie, è stata favorevole a' 
Vicentini , e i nostri rotti e sconfitti si diedero a vergognosa fuga ; 
non già perchè non avessero combattuto con mollo ardire , ma perchè 
tanta moltitudine d' uomini poco ordinala e peggio capitanata doveva 
cedere al valore di genti disciplinate , quali erano quelle condolte da 
Cane . 

I Vicentini superbi per 1' ottenuta vittoria quasi sotto le mura della 
loro Città diedero la caccia a' Padovani , e ne uccisero , o imprigiona- 
rono quanti sgraziatamente caddero nelle loro mani ; e a perpetuare la 
memoria di sì prospero avvenimento ordinarono che si celebrasse ogni 
anno con una corsa di barbari , il qual costume durò lungamente ; e 
fecero scolpire nella torre del palazzo pretorio alcuni versi a lode di 
Cane dalla Scala , e di Sigelfredo , da' quali riconoscevano la libertà 
della patria . Né contenti a questo per fare maggior danno ed onta al 
nostri andati a Longare divertirono con argini le acque del Bacchigìio- 
ne sì che più non corressero a Padova ; e tanto era 1' odio loro cen- 
tra de' Padovani , che gastigarono con pena di morte que' loro concit- 
tadini , che portate avevano 1 armi a favore de' nostri , ed erano stati 
presi nella battaglia; e ciò con troppo più di crudeltà che a siffatti 
tempi non conveniva , imperocché nella mutazione degli stali quasi sem- 
pre avviene , che molti favoriscono i primi Signori , né pare giusto che 
perciò si debban mettere a morte . Con tutto ciò quell' esempio di 
estrema severità fu rinovato a' dì nostri , ne' quali 1' amore dell' umani- 
tà esercita le penne de' filosofi , quando , permettendolo Iddio per le 
colpe degli uomini , una universale vertigine travolse le menti d' innu- 
merabili cittadini . 

Per la perduta giornata non si smarrirono i Padovani , ma divenuti 
più furibondi sfogarono il loro sdegno contra il territorio di Vicenza , 
saccheggiando e ardendo le ville , e depredando gli armenti , e in simil 
guisa adoperarono quei di Vicenza , dando il guasto al nostro distret- 
to . Per questi danni sofferti , e pei saccheggi delle case della Città , 
che lo Scaligero contra ogni diritto a' suoi soldati permise di com- 
mettere , i Vicentini cominciarono ad avvedersi, che la loro condizio- 
ne non era divenula migliore , come aveano sperato , e già il fuoco 
dell' entusiasmo , che aveva accesi i loro animi , a poco a poco anda- 
vasi raffreddando . Perciò da un antico Scrittore non impropriamente 
furono assomigliati alle colombe della favola , che per difendersi da' loro 
nemici ricercarono 1' aiuto dello sparviere . 

In 



DI PADOVA. l3"J 

In questo mezzo trovatasi ^dirigo in Cremona già soggiogata da Ast . 1}Il 
lui , e per la sua ribellione acerbamente punita , nella quale occasione 
si dimenticò egli di quella clemenza , eh' era il fior delle sue virtù , e 
moveva l' esercito per sottomettere anche Brescia ; onde molto oppor- 
tunamente gli arrivò il dono di cinquanta mila ducati , che i Vicentini 
gli fecero per consiglio di Vanni Zeno da Pisa loro Podestà , perchè , 
come altrove dicemmo , quel Sovrano era sempre necessitoso . Per la 
impresa che meditava domandò egli soccorso di gente a tutti i suoi 
Vicarj , e Cane infra gli altri, lasciata Vicenza, raggiunse e ingrossò 
l'armata imperiale colle sue truppe. Lungo, disastroso , e per varj casi 
accaduti notabile è stato 1' assedio di Brescia , nel quale rimase ucciso 
Valevano fratello di irrigo , giovane valoroso , con grandissima do- 
glia di lui , e di tutta l' armata , e con solenni esequie fu seppellito in 
Verona nella Chiesa di S. Anastasia . 

Non appartiene a me descrivere le vicende di quell' assedio , che da 
molti Storici sono raccontate . Basterà notare che i Padovani giusta- 
mente temendo che , dove Brescia fosse presa da Cesare , tutta la mole 
della guerra sarebbe piombata sopra di loro , e oltre a ciò consideran- 
do che le loro divisioni intestine snervavano e indeboh'vano le forze 
della Repubblica , cominciarono a pensare se si po.tesse venire con esso 
a qualche convenzione che non fosse del tutto inonesta . Mentre così 
pensavano accadde in buon punto , che il Vescovo di Ginevra ritor- 
nalo a Vicenza si profferse a* nostri d' interporsi a loro favore presso 
di irrigo , e di ottenere ad essi il perdono delle cose passate . Ac- 
cettata pur assai volonlieri l'esibizione, segui nella villa di Barbano un 
abboccamento tra il Vescovo suddetto , e i primarj cittadini di Pado- 
va , nel quale fu conchiuso che si mandassero ambasciadori a Cesare 
per chiedergli venia dell' errore commesso , e per implorare comporta- 
bili condizioni di pace . 

Gli Anziani e il maggior Consiglio raunato al numero di mille ap- 
provarono ciò che nel suddelto congresso era stato stabilito , e ne fu 
persuasore Ubertino Mussato . Sei ambasciadori furono eletti , e fra 
questi .Antonio da Vigodarzere , e il predetto ^libertino , che altre 
volte veduto avevano quella Corte , e conoscevano que' principali per- 
sonaggi che intorniavano il trono . Essi due ricordevoli ài essere stati 
accusati d' ignavia dal popolo allorché ritornarono a Padova colle con- 
dizioni proposte da Cesare, non volevano accettare il carico per verun 
patto ; ma le preghiere degli Anziani , e principalmente la carità della 
patria gli svolse dal loro proposito . Essendo due degli eletti , V uno 
per malattia, l'altro per giuste cagioni, restati indietro, si avviarono 
tutti e quattro verso Bologna , ma quando furono presso alla città quel 
Comune fece ad essi intimare che tostamente si tornassero indietro, 
poiché aveva dichiarata nimicizia con quel Re , al quale eglino an- 
davano ambasciadori . Con tutto ciò poco appresso avendo avuto libe- 
ro il passo , forse pentiti essendosi i Bolognesi dell' atto ostile usa- 
Parte III S to 



l38 ANNALI DELLA CITTA 

r#I j IP to con una amica città , si presentarono all' Imperadore nel campo solto 
Brescia . 

Parlò ^Albertino a nome di tutti , e procurò favellando di scusare , 
quanto era possibile, la condotta de' Padovani , e di placare con lusin- 
ghevoli artificiosi modi V animo adirato di Cesare . L' orazione delta da 
lui si legge nella sua Storia, la quale anche per ciò è molto pregie- 
vole , che a luogo e tempo presenta dei monumenti originali . Tacque 
irrigo tre giorni , pigliando tempo a rispondere ; e in questo mezzo 
Margarita sua moglie , i due fratelli di lui , Amedeo Conte di Savoia^ 
il Vescovo di Ginevra , ed altri ragguardevoli Signori della Corte s' in- 
tromisero pregando a favore de' nostri . Non ottenne poco il Mussato 
avendo impetrato da Cesare la remissione delle ingiurie passate ; per- 
chè sebbene egli fosse di buon naturale , e alla clemenza sommamen- 
te inclinato , a ragione temevasi , che come avea fatto coi Cremonesi , 
così potesse dimenticarsela co' Padovani , e trattarli colla più rigida se- 
verità . Diede dunque loro il sospirato perdono , ma insieme rendette 
più pesanti e più dure le condizioni , che aveva prima accordate . 

Imperciocché stando fermo eh' essi nominassero quattro soggetti , uno 
de' quali sarebbe eletto da lui Vicario , volle che pagassero ogni anno 
alla regia Camera venti mila fiorini d' oro , e dentro il termine di al- 
cuni giorni ne sborsassero cento mila in riconoscimento della grazia 
impetrata , per un dono da farsi ali' Augusta sua consorte , e per le 
grandiose spese che gli costava la impresa di Brescia . Inserì il Mus- 
sato nella sua storia il diploma imperiale dato dal campo sotto di Bre- 
scia il dì 9. di giugno . Sapendo egli inoltre le gravi discordie susci- 
tate tra le due città di Vicenza e di Padova , e le vicendevoli rappre- 
saglie , ordinò , che a' nostri fossero restituite le possessioni state lor 
confiscate , quando cacciati furono da quella città , salvo che quel Co- 
mune , o le persone di esso a giusto prezzo, se avessino voluto, po- 
tessero comperarle ; e quanto ai mobili stati tolti , fosse ad essi rendu- 
ta ragione dal Vicario Imperiale . Volle che somigliantemente facesse- 
ro i Padovani rispetto ai beni stabili e mobili posseduti da quei di Vi- 
cenza nel nostro distretto . Comandò in fine che i prigionieri fatti da 
essi fossero rilasciati , e i debiti d' una parte e dell' altra , come ragion 
vuole , pagati . Anche questa sua volontà sta espressa in un diploma 
di lui riportato dal Mussato . » 

Lieti della grazia ottenuta ritornarono a Padova gli ambasciadori , e 
il maggior Consiglio con pienezza di voti approvò le condizioni pro- 
poste esaltando il merito di ^libertino , che in tanto turbamento di co- 
se avesse saputo i suoi fini condurre a porto , cioè conservare in qual- 
che modo la libertà e la forma della repubblica . Poco dipoi venne a 
Padova il Vescovo di Ginevra, e il dì 21. di giugno ricevette a no- 
me dell' Imperadore il giuramento di fedeltà , e di sommessione . E 
osservazione del Mussato , che nel giorno medesimo , nel quale i no- 
stri cinquanta sei anni avanti liberandosi dalla tirannide di Ezzelino 

si 



DI vedova. i3g 

si erano partiti dalP ubbidienza dell' Imperio , novellamente ad esso sÌTnTi777 
soitomisero . Aggiungo io cbe nello stesso mese di giugno l'anno 1164. 
il nostro popolo cacciò gli ufficiali Cesarei , da' quali era per islrane 
guise aspreggiato , e diede forma di repubblica al suo governo : da cbe 
forse è venuto in processo di tempo , cbe P elezione dei Podestà suc- 
ceduti ai Consoli appunto in questo mese facevasi . 

Si riputarono i Padovani felici di aver comperato , sebbene a caro 
prezzo , !a loro quiete : beatissimi in vero se avessero saputo conser- 
varla per lungo tempo ! Ad accrescere la loro gioia giunsero in que- 
sto mezzo Barico Linguadivacca dottor , e udnselmino degli slnsel- 
mini milite spediti in Avignone al Papa , i quali riferirono essere in- 
tenzione di lui , cbe le città ubbidissero ai comandi dell' Imperadore fi- 
glio della santa Romana Chiesa; la quale risposta racconsolò i nostri, 
che dalla Santa Sede bramavano di dipendere . Questi ambasciadori 
erano stati fermati e trattenuti nel campo di Cesare , accusati di avere 
villanamente parlato della sua augusta persona dinanzi a Clemente V , 
né prima ebbero licenza di restituirsi alla patria , che le note differen- . t 
ze fossero state composte . Ciò che dissero i due sopraddetti , confer- 
marono ancora Giovanni di Vigonza giudice , e Rolando de' Guar- 
nerini milite ritornati dalla corte papale , dove dal nostro Comune era- 
no stati inviati . Questa spedizione di ambasciadori mi torna alla me- 
moria che nel 1276. fu fatto uno statuto dal nostro Comune , col 
quale si stabilisce lo stipendio da darsi a que' cittadini , che andassero 
Inviati alla Corte del Papa , dell' Imperadore , o di altro Re . In esso 
decretasi che tale ambasciadore abbia dalla pubblica cassa sessanta soldi 
ogni giorno, e debba condurre seco almeno cinque cavalli. Né paia 
per avventura ad alcuno che tale assegnamento fosse scarso e meschi- 
no . Conviene risalire col pensiero a que' tempi , e vedere quali erano 
i prezzi delle derrate per , intendere che quella provvisione era conve- 
nientissima . Imperciocché per recarne qualche esempio , una libbra di 
cera in quegli anni costava otto soldi , una d' incenso dieci , un mog- 
gio di calcina tre soldi e mezzo , finalmente la limosina d' una messa 
non oltrepassava due soldi. Siccome però dall'anno 1276. al i3ir. 
del quale scriviamo il prezzo delle cose gradatamente è cresciuto , co- 
me mi sarebbe facile di provare , così è credibile che a' nostri cittadi- 
ni , i quali andarono in Francia , sia stato accresciuto il soldo . 

Mentre le cose così procedevano , Cane Scaligero dopo aver sottratto 
Vicenza al dominio de' Padovani pensò ai modi di umiliare la baldanza 
di que' gentiluomini , i quali possedendo rocche e castella fortificate nel 
territorio Vicentino , non contenti di viver liberi all' ombra delle leggi , 
volevano maggioreggiare , e arditi per le loro giurisdizioni erano pronti 
alle sedizioni , e alle guerre civili . Egli accortissimo quanto altri mai fosse 
a' suoi tempi persuase al Consiglio della Città di fare una legge , in 
vigor della quale sotto la pena di due mille marche di argento tutti i 
cittadini dovessero nel termine di due mesi demolire e distruggere tut^ 

te 



140 ANNALI BELLA CITTA 

>s. J3" te le torr * » e i palagj incastellati , che avessero nel distretto . Cosi egli 
toglieva ai nobili que' luoghi di rifugio , dove nel bollore delle fazioni 
erano soliti di ripararsi . Convien però credere che tale statuto ad al- 
cuni de' primar) cittadini abbia scottalo assai , restando per esso privi 
di quel lustro che fu lascialo loro dagli avoli ; poiché non andò molto 
tempo che congiurarono conlra di Carte per rimettere la città sotto 
1' ubbidienza de' Padovani . La trama fu a tempo scoperta , come av- 
viene d' ordinario , quando i complici sono numerosi , e ad altri de' 
congiurati costò la vita , ad altri V esilio , e la confiscazione de' beni . 

Poco appresso arrivò a Vicenza il Vescovo di Ginevra , che tor- 
nava dalla sua legazione di Venezia , ove era stato inviato da irrigo 
per oggetti politici , e per corrispondere alia gentilezza di quella Re- 
pubblica , la quale nel primo giugnere di lui in Italia gli aveva spediti 
Ambasciadori con grandiosi regali . Allora eh' ei venne a Padova per 
ricevere il giuramento, fu pregato dagli Anziani, che volesse inter- 
porsi presso i Vicentini , affinchè lasciassero scorrere il Baeehiglione 
per 1' usato suo letto , dal quale con una rosta a Longara F avevano- 
distornato. Parve a lui giustissima la domanda de' Padovani , e prese 
volentieri il carico di maneggiar la bisogna ; onde tornato ora a Vin- 
cenza, chiamati i cittadini al Consiglio propose loro il desiderio de' 
nostri , e procurò con buone ragioni e con ornate parole , che accon- 
sentissero alla ragionevole inchiesta . Ma tanto acerbo era 1' odio de' 
Vicentini contra di noi, che superbamente risposero di non voler com- 
piacer al Prelato . Allora egli commosso da giusto sdegno si protestò 
pubblicamente , che quando non volevano determinarsi a fare il suo 
volere , egli arebbe operato in modo , che alla barba loro lo avrebbon 
fatto . Le quali parole come per le bocche de' cittadini furono intese 
dal popolo, mosse tumulto, e corse armato al palazzo dove il Vesco- 
vo soggiornava , e senza alcun riguardo avere o al sacro di lui carat- 
tere , o alla sua stretta parentela con Cesare , o a' benefic] che avea 
ricevuto, furiosamente lo investì. Accorsero al primo avviso i princi- 
pali cittadini , e più favoriti dal popolo , e poiché la plebe incitata diffi- 
cilmente si può contenere, a gran pena poterono acquetare il tumul- 
to , e assicurare la persona del Vescovo , che co' suoi domestici e par- 
tigiani a gran fatica da una torre si difendeva. Ei partì tostamente, 
parendogli un' ora mille che fosse fuori di quella ingrata e sconoscen- 
te città . 

Una ingiuria così grande doveva giustamente inasprire non solo l' a- 
nimo del Vescovo , ma quello ancora di Cesare , che vedeva lesa e ol- 
traggiata in questo suo ministro e parente la sua stessa real maestà . 
Non furono tardi i nostri a cercare di trar qualche profitto alle cose 
loro da tale avvenimento. Imperciocché inviarono sei ambasciadori ad 
irrigo, e tra questi c ? era il Mussato, con otto bellissimi destrieri da 
presentarsi quattro all' Imperadore , due ad Amedeo Conte di Savoia , 
e due a Guidone Conte di Fiandra , che furono molto graditi . Sino 

da' 



DI PADOVA. 141 

da' più antichi tempi questa parte d' Italia , che allora Venezia chiama- TnTTjTT 
vasi , nudriva razze di generosi cavalli , e dopo tanti secoli non n' è 
ancora del tutto spento il costume ; e perciò potevano i nostri agevol- 
mente trovare dei destrieri degni di quel Sovrano . 

Ma non è stato meno sollecito il Comune di Vicenza a mandare 
quattro primarj Cittadini per iscusare dinanzi a Cesare l' eccesso del 
popolo . Egli trovavasi intralciato nel!' assedio di Brescia , la quale di- 
fendendosi ostinatamente rendeva vani gli sforzi di lui , nò giovava a' 
suoi disegni usando rigore alienare da se gli animi de' Vicentini . Ol- 
tracciò , come dianzi s' è detto , egli era a somiglianza di Giulio Ce- 
sare inclinatissimo alla clemenza , e amava meglio di perdonare che di 
punire . Si aggiunga che , quantunque la storia noi dica , è assai veri- 
simile che i Vicentini sapendo che ad irrigo mancavano i denari , 
qualche ricco dono gli avranno fatto . Non è perciò maraviglia che il 
delitto del popolo Vicentino non abbia avuto il meritato gastigo , e che 
anzi Cesare siasi interposto per riconciliare con quella città il Vescovo 
offeso ed inimicato . 

Aveva in questo mentre V Imperadore eletto suo Vicario in Padova 
Gerardo da Enzola, uno dei quattro nominati dalla Rep. Padovana 
giusta le convenzioni , essendo già stato congedato Rodolfo da S. Mi- 
niato Podestà . Gerardo chiamavasi da Enzola , eh' è una terra del di- 
stretto di Parma , presso la quale nel i3o8. Giberto da Corregio rup- 
pe e disfece 1' esercito de' Parmigiani . Venuto al governo procurò to- 
sto di sopire le discordie, sbarbare gli odj , e ricondurre la tranquilli- 
tà . Tentò ancora con amichevoli modi di raddolcire gli animi de' Vi- 
centini , e piegarli alla restituzione de' beni de' Padovani da loro occu- 
pati , e far che lasciassero libero il corso alle acque del Bacchigliene ; 
ma benché egli a questo fine fosse autorizzato dall' Imperadore , tornò 
inutile ogni suo maneggio . Era Vicario in Vicenza ^dtldrighetto di 
Castelbarco , il quale o che non avesse buon animo verso di noi , o 
che fosse istigalo da que' cittadini , non solamente non diede mano al- 
la pratica dell' accordo , ma anzi accrebbe 1' odio e la molavolenza de' 
nostri promulgando una sentenza colla quale condannò, il nostro Co- 
mune a pagare una grossa somma di soldo , del quale secondo lui era 
creditrice Vicenza per alcune spese fatte , quando i Padovani signoreg- 
giavano quella città , e recò al fìsco molti loro beni in Montegalda e 
Montegaldella o per dote avuti , o per compera , o per eredità , o in 
altra guisa , acquistati . 

Seguiva in questo tempo medesimo 1' assedio di Brescia , e il valore 
di que' cittadini, che avevano ributtato più assalti dati da Cesare, ren- 
deva sempre più diffìcile la buona riuscita di quella impresa . Ma egli 
che s' era fìtto in capo di voler umiliare la superbia Bresciana intimò 
a tutte le città della Marca di Trivigi , e della Lombardia , che doves- 
sero mandare nuove genti a rinforzare il suo esercito . Gli occhi per- 
tanto degP Italiani erano tutti rivolti a Brescia > dove come quasi ad 

uno 



142 ANNALI DELLA CITTA 

In. 1311 uno scoglio parea che dovesse rompere la fortuna di slrrigo . Olire i 
molli soldati, ch'egli avea perduti in varj infruttuosi attacchi, s'era 
introdotta ne' suoi accampamenti una febbre pestilenziale , che mieteva 
ogni dì numerose vile . AITerma uno storico , che nello spazio di un 
mese vi morirono sette mille persone . E ciò che sopra tutto si dee 
contare , egli non aveva più soldi da pagare le truppe per continuare 
la guerra . In così dubbie cose , dove e il ritirarsi era inglorio , e Io 
fermarsi non era senza pericolo per altri nemici che occultamente mac- 
chinavano conlra di lui , la fortuna propizia condusse al suo campo 
tre Cardinali \ cioè i Vescovi d' Ostia e d' Albano , e Luigi dal Fie- 
sco , mandati dal Papa per dargli in Roma la corona imperiale . Que- 
sti unitamente al Patriarca d' Aquileia , eh' era colà capitato , come di- 
remo , si profFersero a Cesare a" indurre i Bresciani ad arrendersi , e 
chieder perdono ; e sebbene trovarono in quel popolo bellicoso grande 
durezza ed ostinazione , pur alla fine i loro maneggi ebbero l' effetto 
desiderato. Fu stabilito l'accordo, che fossero salve le vite e gli averi 
de' cittadini , che pagassero settanta mila fiorini , e che in pena della 
ribellione fossero smantellate le mura della città . Anche il primo Fe- 
derigo diede un esempio simile . Volendo egli sfogare il suo rabbioso 
odio contra de' Milanesi comandò che fossero riempiute le fosse , get- 
tate a terra le torri , demolite le mura . 

Entrò irrigo in Brescia nel dì 22. di settembre conducendo seco 
molti fuorusciti , e poiché fu entrato aggravò di nuovi pesi que' citta- 
dini contro ciò che aveva espressamente promesso al Cardinale dal 
Fiesco . Tanto è vero il detto di quelP antico : Che le leggi , e i patti 
che hanno vigore di leggi sono simili alle tele de' ragni , alle quali re- 
stano presi ed avviluppati i piccioli insetti volanti , ma non i grandi. 
Pochi giorni fermossi in quella ciltà , indi passò a Cremona , e Piacen- 
za , e di là trasferissi a Pavia , sede degli antichi Re d' Italia , e vi 
aperse un generale parlamento . Erano con lui molti Principi e Baro- 
ni , e gli ambasciadori delle città Italiane, e a nome della nostra Re- 
pubblica v'intervennero Rolando da Piazzola dotto giureconsulto, Ia- 
copo degli JLlvar otti , Gio. Enrico Capodivacca anch'essi dottori, e 
Albertino Mussato , il quale per esperienza e destrezza di maneggiare 
le faccende non cedeva ad alcuno . Con tuttociò avendo egli parlato a 
Cesare delle discordie ancora vigenti tra la nostra Ciltà e Vicenza , non 
potette allora ottenere , che fosse posto fine alle controversie . Altri af- 
fari si trattarono in quell' assemblea , ed io sono di questa opinione , 
che egli vi abbia molte cose proposte intorno al suo viaggio di Ro- 
ma , il quale voleva che fosse magnifico oltre modo e pomposo . Im- 
perciocché sappiamo che invitò ad accompagnarlo con soldati e con ar- 
mi molti Principi di Lombardia per sua maggior sicurezza ; ed è noto 
del pari che fece intendere agli ambasciadori delle Italiche Comunità 
che ancor essi dovessero assistere alla sua incoronazione in Roma . 

Pochi de' Signori Lombardi tennero 1' invito di Cesare , dubbiosi gli 

altri 



DI PADOVA. 143 

altri ed Incerti dell'avvenire, ma tra' più fedeli di lui dimostrassi Can- AN . ijt* 
grande, che trasse seco una nobile comitiva, disposto a seguirlo sino 
alle rive del Tevere . irrigo da Pavia era passato a Genova , dove 
fu accolto con grandi dimostrazioni di onore , ed anche ivi proccurò 
di ridurre a concordia le due nemiche fazioni degli Spinola e dei Do- 
ria , e mettendovi un Vicario imperiale obbligò quel Comune a pagargli 
sessanta mila fiorini . Mentre lo Scaligero sì tratteneva colà spiando 
accortamente gli opportuni mezzi per colorire i suoi disegni , i quali 
erano di aggiugnere al suo dominio Vicenza , dovette improvvisamen- 
te partire con la permissione di Cesare , avendo ricevuto P infausto an- 
nunzio , che Alboino suo fratello e collega per male contratto nel cani- 
pò di Brescia era giudicato da' medici . Corse a Verona , e trovò che 
ad jdlboino restavano poche ore di vita , sicché appena potè raccorre 
dalla bocca di lui 1' ultime sue volontà . 

Morì ai 18. di novembre , e secondo altri nel dì ultimo di quel 
mese , e fu seppellito nella Chiesa di S. Maria antica entro l' arca del 
padre con poca pompa , avendo egli così ordinato . Lasciò di Beatri- 
ce da Correggio sua moglie due figliuoli ^liberto e Mastino , e due 
femmine Alboina e Verde ; ed altri n' ebbe delle sue concubine , vi- 
zio assai comune a quel tempo . Convengono tutti gli storici eh' ei sia 
stato un Principe buono , religioso , e sincero , e dotato di molta af- 
fabilità , ma poco alto alle cose del governo , siccome quello che ne' 
suoi migliori anni era stato uomo di Chiesa. Cane, siccome avea pro- 
messo al fratello , dichiarò suo Collega nel comando il primogenito ni- 
pote udlberto , la qual cosa recò a' Veronesi un' allegrezza grandissi- 
ma , amando essi la memoria del padre , che colle sue maniere popo- 
lari si conciliava il comune affetto . 

Sbrigatosi Cangrande di questi affari , come seppe che i Guelfi si 
andavano radunando per ribellare Brescia , e toglierla di nuovo all' Im- 
peradore , subito colle sue genti cavalcò a quella parte , e giunsea tem- 
po per dissipare e disperdere que' sediziosi , e avendo mantenuto quel- 
lo stato nelP ubbidienza di Cesare , si rendette sempre più degno della 
riconoscenza di lui . Mentre succedevano queste cose i nostri amba- 
sciadori con grave dispendio della Repubblica , e loro incomodo se- 
guivano la Corte di irrigo , ed erano già passati più di tre mesi sen- 
za che avessero potuto ottenere udienza da lui , non che vedere il fine 
desiderato delle differenze co' Vicentini . Conoscendo essi di gettare 
inutilmente il tempo domandarono di poter tornare alla patria , ma ciò 
non fu loro permesso . 

Ora è da render ragione, come abbiamo promesso, perchè il Pa- 
triarca Ottobono fosse andato anch' esso agli accampamenti di Brescia . 
Si fece in quest' anno il Concilio generale di Vienna , al quale sono 
intervenuti circa 3oo. Vescovi . 

Papa Clemente lo aveva intimato per 1' ottobre dell' anno anteceden- 
te , ma per gravi cose sopravvenute ne differì l' apertura all' ottobre di 

quest' 



144 ANNALI BELLA CITTA 

a m. 13 11 quest' anno . Non mi discosto dalla storia nostra parlandone brevemen- 
te . Invitato con lettere circolari del Papa il Patriarca d' Aquileia Ot- 
tobono convocò secondo il costume un Concilio provinciale , avendo 
prima intimato a' suoi suffraganei , che in un Sinodo diocesano stabi- 
lissero tutto ciò che al maggior bene delle Chiese credessero convenien- 
te da essere poi esaminalo e confermato coi voti di tutti i padri. In- 
noltre gli esortò con sue lettere a contribuire un aiuto di denaro , on- 
de egli che da' suoi nemici era stato violentemente spogliato così delle 
sue rendite , come ancor de' suoi mobili potesse supplire alle grandi 
spese del viaggio oltremonti . E da notarsi la quantità del sussidio da 
lui ricercato , eh' era a norma della procurazione che si pagava ai Le- 
gati apostolici. Sotto questo nome erano intese a principio le spese 
che si facevano da' Cherici inferiori al Vescovo , allorché visitava la 
diogesi . A poco a poco s' introdusse il costume che si dessero anche 
ai Legati del Papa , che fossero mandati in qualche provincia . Indi 
invece di pranzi e di cene vollero esigere i Legati una certa somma 
di soldo a titolo di procurazione ; e la stessa anche il Patriarca esige- 
va . Il nostro Vescovo Pagano fu tassato a pagare per la sua Chiesa 
cinquantaquattro fiorini d' oro , ed egli a raccorre tal somma tassò le 
Chiese della sua diocesi . Non è nuovo che i Vescovi per pagare le 
pubbliche imposte aggravassero i sudditi . Se occorreva che il nostro 
Vescovo fosse invitato ad accompagnare F Imperadore , mentre andava 
a Roma a pigliare la corona , o voleva da tal viaggio essere dispensa- 
to mediante una somma da pagarsi al Sovrano, F avvocato del Vesco- 
vado convocava la curia cosi detta de' vassalli , i quali erano tassali a 
proporzione de' loro feudi ; e ciò secondo F uso di que' tempi dicevasi 
facere adiutorium Episcopo . Ciò sia detto per chi ama di conoscere 
gli antichi costumi . 

Ottobono andando al Concilio passò per Padova , e rivide i primieri 
suoi diocesani , indi presentossi ad Arrigo implicato nelP assedio di 
Brescia , e ottenne da lui che i privilegi della sua Chiesa fossero con- 
fermati . Molto si doveva trattare nel suddetto Concilio degli abusi che 
regnavano nel Clero , e nella stessa Corte papale , ma non se ne ri- 
trasse quel bene , che dagli zelanti aspettavasi , essendo anzi cresciuti 
enormemente i disordini . E degno però di memoria , che a Papa 
Clemente, e alla sagacità de' suoi Cardinali venne fatto, che Filippo 
il Bello si rimovesse dalle calunniose accuse cantra la memoria di Bo- 
nifazio Vili, di che s'è parlalo all'anno i3o3 . 

Tornando ad Arrigo , la di cui storia mal si può separar dalla no- 
stra , mentre che si stava in Genova , morì Margarita la real sua con- 
sorte , e fu seppellita nella Chiesa de' Frati Minori . Fu attribuito da' 
medici la cagion del suo male all' aria pestilente di Brescia , che tante 
illustri persone avea tolto di vita. Accadde la morte di lei il dì i3. 
di decembre dopo sei giorni di malattia . Sofferse egli con grande for- 
tezza d' animo questa percossa della fortuna , e quantunque amasse te- 
ne- 



DI PADOVA* 145 

neramente la moglie, non fa veduto in pubblico sfogare la sua doglia A w. ijh 
con una stilla di pianto . In questo mezzo non trascurò i suoi affari , 
essendo venuti a trattar con lui gli ambasciadori de' Pisani., del Re 
Roberto di Puglia , e di Federigo Re di Sicilia ; i nostri poi rinova- 
rono le loro istanze per fare ritorno alla patria . Albertino , che go- 
deva la grazia di irrigo, colto un favorevole momento, tanto disse, 
che finalmente , avuta una tacita permissione , potè partirsi co' suoi 
compagni , portando seco un favorevole diploma dato il dì 27* di gen- A m. 1312, 
naie , col quale il Monarca ordina risolutamente che sieno eseguiti i 
suoi comandi tanto per ciò che riguarda il corso del Bacchigliene , 
quanto rispetto ai beni de' nostri ingiustamente da' Vicentini occupati ,, 

Appena giunti gli ambasciadori , Albertino espose al Senato l' esito 
della loro legazione , e lo stato presente di irrigo , e delle cose d' Ita- 
lia . V'ebbe, come suole avvenire nelle numerose popolari adunanze, 
diversità di opinioni, e varietà di consigli: altri, ed erano i più tem- 
perali e prudenti , proponevano , che si conservasse la pace e l' amici- 
zia con Cesare; altri, ed erano gl'inquieti e torbidi amatori di politi- 
che novità non temettero d' insinuare , eh' era giunto il tempo di scior- 
re le -catene , e rimettersi in libertà . Senza nulla decidere si sciolse 
quell' assemblea . Ma ecco nel giorno appresso giungono lettere dì 
Cangrande dirette al nostro Comune, colle quali lo avvisa di essere 
stato creato Vicario di Vicenza , rimosso Aldrighetto di Castelbarco , 
che contra il voler di irrigo manteneva viva la discordia tra le due 
città . Nel tempo stesso bugiarda fama ottenne nel volgo , non si sa 
donde uscita , che lo Scaligero non solamente fosse stato dichiarato 
Vicario Imperiale di Vicenza, ma di Padova ancora, di Trevigi , e 
di Feltre . Ciò solo bastò senza fare altri esami ed indagini , perchè il 
popolo Padovano da non pensalo terrore preso , come se avesse i ne- 
mici alle porte , radunasse il Senato per proporre i partiti da prendersi 
in tali frangenti . 

Due erano a quel tempo gli uomini in fede del popolo , e molto 
da lui favoriti , Rolando Piazzola , e Albertino Mussato . Rolan- 
do leggeva intorno al i3oo. le leggi civili competitore di Iacopo 
d'Arena in questa Università, e ricevuto nel Collegio de' Giudici l'an- 
no 1285. Scrisse sopra de' Feudi , e quest'opera è citata dal nostro 
Iacopo degli Alvarotti nel suo Trattato sopra la stessa materia . Com- 
pilò ancora un Opuscolo de Re gibus y e lo indirizzò ad Arrigo VII . 
Passò dalla Cattedra alle pubbliche legazioni a nome della patria , e fu 
inviato al suddetto Impcradore , e a Clemente F, e si narra di lui, 
che avendogli il Papa conferita una ricca badia per un suo fratello ec- 
clesiastico , ei non la volle accettare , e si tenne contento di un pic- 
colo beneficio , dicendo che suo fratello non meritava di più ; raro 
esempio d' un più raro disinteresse . Questi pertanto , poiché fu radu- 
nato il Consiglio maggiore , salito in bigoncia parlò in questo modo . 

„ Tornato col divino aiuto dalla Corle , ove un perpetuo terrore 
Parte III. T M mi 



146 ANNALI DELLA CITTsf 

7n. 1312 5» mi tenne sempre chiusa la bocca , ora rinfrancato al vedere ì vostri 
„ graditi aspetti , o prestantissimi cittadini , alla libera parlerò . Ho 
„ veduto sì questo Re , ho veduto i suoi costumi , e mi duole di aver 
„ veduto questo flagello mandato da Dio per distruzione del mondo . 
„ Né maraviglia che m' incresca di averlo veduto , quando gli stessi 
„ elementi lo hanno in odio ed in abborninio ; poiché né la terra die- 
„ de i consueti suoi frutti , e l' aria infetta ha soffocato le vite d' infi- 
„ niti viventi , e il fuoco ha consunte innumerabili case . Ho veduto 
„ città , già prima fioritissime , ora cacciatine i cittadini povere e rovi- 
„ nate, e fertili campagne d'ortiche, e di spine coperte, e i volti de' 
„ nobili per lunga inedia smunti e inselvatichiti , e la plebe morta di 
„ fame . Ahi vergogna ! La Lombardia , quella feracissima terra , ora 
„ in preda a' tiranni , che sotto lo specioso nome di Vicarj Imperiali 
„ si coprono , rassomiglia a un selvoso diserto . Né qui si fermò la 
„ calamità, ma a guisa di fuoco distruggitore penetrò sino a Genova. 
Sì Genova , o Cittadini , città d' uomini egregj piena , di ricchezze 
fornita , e d' ogni ben provveduta , io la vidi bella e formosa , e ap- 
presso tre giorni deforme e brutta ; bella per l' allegrezza spirante dal 
volto de' cittadini allorché ricevettero questa falsa imagine di felicità; 
deforme per esser mutata la faccia del popolo che viveva a comune , 
cangiati i costumi , e le consuetudini antiche . Come se accomiatato 
., questo nostro Presidente , fosse un uomo ignoto a lui sostituito , e 
„ i vostri decreti e le vostre leggi abrogate fossero , e questo Senato 
„ disciolto , e questi Anziani vergognosamente deposti ; così fate conto 
„ che a Genova è intervenuto , dove il Podestà fu cacciato , l' Abbate 
„ conservatore della città rimosso , dispersi gli ordini de' popolari , le 
„ antichissime costumanze abolite . Ma che ? tardi si avvidero di tai 
3, cambiamenti que' cittadini , piangendo i presenti danni , e accusando 
„ la loro inerzia , che dove avevano allontanato da' proprj confini l' Im- 
„ peradore Federigo armato e possente, costui debile e disarmato in- 
„ trodussero nella Città . Ma coteste sono vane querele . Imperciocché 
„ infievoliti e spossati sottomisero il collo al giogo , e pagarono al re- 
„ gio fisco sessanta mila fiorini . Ma lasciamo ire costoro , e si parli 
„ del Re . Qual ragione v' è mai perchè abbiate a temer di lui ? Non 
„ è forse vero che per divino flagello di tutte le sue genti fu dispo- 
„ gliato ? Risovvengavi del guasto che fece del suo esercito la pesti- 
„ lenza sotto le mura di Brescia. Con dugento soldati , che gli riman- 
„ gono , dico dugento , minaccia a tutto il mondo rovina : e questa 
„ gente da sei mesi non pagata la vidi io stesso schiamazzare alle por- 
„ te del regio palazzo , e domandare i suoi salarj arrogantemente . E 
„ perciocché egli era povero in canna , ordinò che tutte le cariche , e 
„ tutti gli ufficj venduti fossero per trarne denari . Che credete ? fu 
„ per soldo avuto , che non si vergognò di costituire , contra ogni spe- 
„ ranza a noi data , Vicario di Vicenza quel ribaldo di Cane . E lo 
„ fece ancora , perchè costui v' abbia a trarre sotto un governo tiran- 

,, ni- 



DI J> -4 D O V ^L . 147 

„ nico , e suscitare una guerra intestina nel seno medesimo della vo- an. 1312. 

„ stra patria . Tornivi a mente il miserando eccidio de' vostri Maggio- 

„ ri allorachè quelP esecrando Ezzelino da Federigo precessore di que- 

* sto irrigo fu posto qui ministro delle sue crudeltà . Ahi dolorosa 

„ memoria ! Questi principi troverete a quei somiglianti , se vi piaccia 

,, considerare la vita e i costumi di questo Cane , eh' è di Ezzelin più 

„ feroce . Taccio com' egli abbia bruttate le sue mani col sangue de' 

„ suoi : pensate ora se esso vorrà perdonare al vostro , avendovi sem- 

„ pre odiato , sempre abbonito , nato ed allevato in una città , dove 

5 , undici mille de' vostri padri furono in un sol giorno martoriati ed 

„ uccisi . Dunque che si dee fare ? Io per 1' amore che ho inverso la 

„ patria , dirò quanto reputo che sia a giovamento di lei . Dico esse- 

„ re mio consiglio che debbiate negare ubbidienza ad Arrigo , cancel- 

>M lare le Aquile in tutti i pubblici e privati luoghi , fortificare a vo- 

„ stra difesa la Città , e le castella del territorio , ed offrire ad ogni 

„ risico le vostre vite per soslenere la libertà " . 

Come egli ebbe finito di parlare si levò un fremito nel Senato , il 
quale era chiaro segno , che la maggior parte de' consiglieri aderiva all' 
opinion di Rolando . Allora Albertino Mussato rizzatosi in piedi così 
prese a dire . 

„ Non si attribuisca , o cittadini prestantissimi , ad insano ed arro- 
„ gante ardimento , se ora oso dal vostro petto voler disvellere que' 
„ sentimenti , che le parole di Rolando vi hanno impressi profonda- 
la mente , o cerco almeno di persuadervi ad intraprendere con più di 
„ cautela e moderazione una cosa ardua mollo e difficile ; né v' incre- 
„ sca di chetamente ascoltare chi di non avere ascoltato altre fiate vi 
,, ripentiste , e 1' efficacia della ragione raffreni V ardenza de' vostri af- 
„ fetti . Non negherò essere stato mal suggerito al Re , che dichiarasse 
„ Cane Vicario di Vicenza , ma egli non sapea certamente quanto di 
„ male e di disunione questa scelta potesse seco portare. Ma che al- 
„ tro intorno a ciò si può dire se non che egli di una cosa sua fece 
„ ciò che gli parve meglio ? Ciò che importa si è decidere che cosa 
„ noi dobbiam fare : questo è_J' articolo da esaminarsi . Rolando mos- 
„ so , come non dubito , dalla carità della patria vi esortò alla ribel- 
„ lione : vi dipinse questo Re povero , abbandonato , e odiato da' po- 
„ poli . Confesserò che ciò in parte sia vero ; ma esso ancora mi dee 
„ concedere eh' egli non è oppresso per guisa , né gli affari suoi tanto 
5 , male avviati , che non possa in assetto rimettersi , e rialzare il capo . 
„ Ma ditemi , o Cittadini . Forsechè la Romana Chiesa non lo favo- 
„ reggia ? non lo aiuta ? non lo sostiene ? Lo attesti Rolando , che 
„ vide cogli occhi proprj quattro Cardinali inviati dal Papa sedere os- 
„ sequiosi a' lati di lui : Io dicano i nostri ambasciadori che tornarono 
„ da Avignone . E se i Re di Francia e di Puglia non accettarono i 
„ trattati intavolati di matrimonio , come abbiamo inteso , nemmeno del 
„ tutto li rigettarono. Se egli vorrà loro concedere alcuni doni rega- 



148 ANNALI BELLA CITTA* 

an. 1312. „ li, cioè al Re di Francia il Regno di Allea, e quel tratto di pae- 
„ se, che si stende dal Rodano sino ai confini dell' Alemagna, e se a 
„ Roberto Re di Puglia vorrà concedere eh' ei sia Presidente di To- 
„ scana e di Lombardia , ciò che a sua voglia può fare , ecco due Re 
„ polenti a difesa di lui , ecco libera e aperta la strada di Roma , do- 
„ ve la corona imperiale lo attende . Non può , credetemi, provare Ro- 
„ landò , che questo Re sia così dieaduto , e a vii fortuna ridotto , 
„ quando tutta, la parte Ghibellina d' Italia a lui tiene volti gli occhi 
„ come a sua stella , e nelle stesse Guelfe città piene di parti e di pas- 
„ sioni da non pochi* è desiderato. Abbiate per certo che si avrà sem- 
„ pre a> temer di lui finché viva-, e finché sappiano le nazioni esser 
„ lui il Re e rimperador de' Romania Volete un giusto ed efficace 
„ rimedio alle cose vostre, e confonde alla diritta ragione? Rolando 
„ vuole persuadervi a ribellarvi dal Re: non piaccia a Dio che ciò av- 
n venga con vostro grave danno e vergogna . Lodate piuttosto gì' im- 
„ periati rescritti, co' quali esso Re comanda, che il Bacchigliene deb- 
„ ba scorrere per 1' alveo antico , e i nostri beni, e le nostre castella, 
„ che sono in Vicenza , ei sieno restituite . Chi è quegli che benefì- 
n cato , come siam noi , non risponda almeno con qualche cenno al 
„ suo benefattore? E noi vorremo invece ribellarci da lui , e con enor- 
„ me ingratitudine unirci con que' nemici che gli fan guerra ? Se i Vi- 
„ centini , com'è credibile, vi restituiranno le cose tolte , allora posse*- 
n dendo voi rocche- e castella nel loro contado chi di essi potrà far 
„ fronte alla vostra potenza ? Ma pognam caso , che indurati nella 
„ loro protervia ricusino di ubbidire : allora portate al trono di Cesa- 
„ re le vostre giuste querele , allora coleste vostre forze, nelle quali 
„ tanto confidate, usatele in nome del Sacro Imperio per riavere i vo- 
„ stri fondi , e per rimettere V antico corso del Bacchiglione . Operate 
„ sotto lo scudo della giustizia ciò che Rolando vi esorta a fare eoa 
„ disprezzo della Real Maestà. A che sdipingere le Aquile, com' 
„ ei vi consiglia? Ghe importa ciò ? Opere virtuose ci vogliono, non 
„ vane ostentazioni boriose . Seguite e favoreggiate sempre la giustizia 
„ anche sotto d' un Re non giusto , perchè essa è costante e immor- 
„ tale , e il Re di sua natura caduco e mutabile , come i fiori di pri»- 
„ rnavera , vien meno e sparisce . Vi ricordo , o Cittadini , che non i 
„ consigli , p quali impetuosamente nascono , ma quelli giovano che 
„ con prudenza si fanno . Conchiudo pertanto che si debba ubbidire 
„ al Re, ed insistere colle parole, e coli' opere affinchè gl'Imperiali 
„ Rescritti abbiano» adempimento . Ciò facendo non solamente terrete 
„ lontano cotesto Cane vostro odiato nemico, ma lo stesso real giudi- 
„ ciò , se mai fosse alieno dalla retta ragione , comparirà in faccia al 
„ mondo iniquo ed ingiusto . E ciò è quanto oggi mi occorre di dir- 
„ vi in consigliare la salute pùbblica " . 

Restarono commossi dalle parole del Mussato alcuni de' più tempe- 
rali e prudenti uomini , i quali andavano dicendo non doversi precipi- 
tata- 



DI VEDOVA. 149 

latamente alcun partito abbracciare , d' uopo essere che insegnali dalle AH . J3?~ 
passate cose aspettassero i cittadini qualche giorno a deliberare finché 
i successi delle cose aprissero la via a salutari provvedimenti . E que- 
sto era il miglior consiglio : ma vinse il parer di Rolando , e fu ap- 
provato da' più. per V umor del popolo inclinato alla ribellione , e ri- 
soluto a pigliar grandi e pericolosi consigli . La bassa plebe , prima 
ancora che V assemblea si sciogliesse , avendo inteso 1' esito delle pub- 
bliche deliberazioni , si a/Frettò a cancellare le Aquile da tutti i luoghi 
con tal furore , che parrebbe incredibile , se a' dì nostri qualche cosa 
di somigliante non si fosse veduta . Ciò fu a' i5. di febbraio . 

Io non posso giustificare il passo ardito , anzi temerario de' nostri , 
che dimentichi del loro giuramento si trassero addosso lo sdegno e la 
nimicizia di un potente Sovrano assistito da' suoi Vicarj validamente , 
e in particolar modo da Cane Scaligero r Non si vuol però tacere a 
lume della storia, che oltre le forze loro, le quali erano considerabi- 
li , speravano i Padovani de' grandi aiuti dalle Repubbliche di Firenze 
e di Bologna, e, come da' fatti si vide poi, anche Trivigi , Feltre , e 
Belluno , e lo stesso Patriarca di Aquileia avevano promesso di far cau- 
sa comune con essi . Ma V impulso maggiore venne da' Fiorentini . 
Que' feroci repubblicani collegati col He Roberto sollecitavano tutte le 
Città Guelfe con occulti messi a non ubbidire a Cesare . Spargevano 
tra i popoli esser venuto il tempo di risvegliare l'antica gloria, e l'a- 
vito valor militare , mentre andavano alla peggio le cose di Arrigo per 
la pestiìenzia , che gli rapì tanta gente ^ e mentre agli stessi amici era 
in odio, non tonduti , ma scorticati da lui; la virtù e la bellica disci- 
plina, colla quale i Romani avevano soggiogato il mondo, essere pa- 
trimonio delle genti Italiane . Non pel valore de' barbari , ma per le 
nostre discordie essere addivenuto che 1' onor dell' Imperio sia passato 
a man forestiere , e che armate transalpine frequentemente ci opprima- 
no. Averle gl'Italiani stessi chiamate, aver essi spontaneamente som- 
messo H collo al giogo straniero ; che se concordemente e con pari 
coraggio si fossero opposti , non arebbe osato Arrigo- di calare dall' 
alpi . Non poter esso più a lungo sostenere la guerra sprovveduto 
corn' è di denari , e i Principi suoi parenti , e i soldati accattati d ? al- 
tronde doverlo in breve lasciare . Stare contra di lui il Re Roberto 
d'arme, di soldati, di ricchezze, e di senno largamente provvisto, a 
cui alleali non mancano, da tutti gl'Italiani, tranne pochi Lombardi, 
favoreggiato . I Fiorentini primi di tutti- esser pronti a sacrificare le 
sostanze e la vita per la libertà dell' Italia . Queste voci disseminate tra 5 
popolari contribuirono anch' esse non poco a dar vinto il partito a 
Rolando ; e perciò convenne prepararsi alla guerra . Fu ordinato a De- 
metrio Conti che con una schiera di soldati afforzasse la Motta di 
Montegalda , e similmente a Martino Cane altro gentiluomo , che m-ct- 
tesse in Camisano una valida guarnigione , poiché prevedevasi che a 
quella parte sarebbero cominciate le ostilità , essendo lo Scaligero eor- 
so 



*&> ANNALI BELLA CITTA 



an. 13 12 so a Vicenza tantosto che seppe la ribellione de' Padovani . In fatti 
volendo egli prevenire le mosse de' nostri con un corpo di Vicentini 
e di Veronesi attaccò Montegalda con tanto impeto, che se ne ren- 
dette padrone colla prigionia dei difensori : ma Camisano tenne forte , 
e rispmse con bravura i replicati assalti dell' inimico . Cane, abbando- 
nata l'impresa, fortificò Montegalda, e di là spinse grosse partite a 
saccheggiare il nostro contado . 

Pronti i Padovani a rivendicarsi devastarono il territorio di Vicenza, 
e mandato un esercito sul Veronese , eh' era capitanato da Vinciguer- 
ra Conte di S. Bonifazio , diedero il guasto a quante ville si trova- 
no tra 1 Alpone e Legnago . Poi ripiegando segretamente verso Vi- 
cenza , giunsero al ponte di Quartesolo , eh' è a tre miglia dalla città; 
ne questa loro mossa fu senza ragione . Sapevan essi che e' era gran 
miseria in Vicenza , che vi regnava lo spavento e la confusione , che 
1 Guelfi erano discontenti del nuovo governo ; e perciò era entrata nell' 
animo loro qualche fiducia , che avvicinandosi essi alle mura , quei di 
dentro avrebbero tumultuato , e poiché la fortuna nella guerra può 
sempre molto , a un bel bisogno avrebbero potuto racquistare quella 
città . 

Spedirono pertanto innanzi una parte dell' esercito per Ispiare se al 
loro avvicinamento alcun movimento nascesse tra' Vicentini , ed erano 
un miglia fontani dalla città , quando videro venir loro incontro bal- 
danzosa a bandiere spiegate la milizia Vicentina. I nostri , benché fos- 
sero in picciol numero , presa co' nemici battaglia con grande animo- 
sità li ributtarono, ed essi credendo che ivi ci fosse tutto il grosso dell' 
esercito Padovano , soprappresi da vii timore a vergognosa fuga si die- 
dero . La maggior parte della prima loro schiera fu tra presa ed uc- 
cisa , e tra' prigionieri di conto si annoverarono il Conte di Bagna- 
cavallo 9 e Masio degli Scannalecchi ambidue bandierai v quegli dell' 
Aquila Imperiale, questi della Scala, e molti de' principali gentiluomi- 
ni Vicentini . Tutti i prigionieri insieme colle spoglie del campo fu- 
rono condotti a Padova , di che assai il popolo si rallegrò . Cane non 
poteva darsi pace della percossa ricevuta , e si andava immaginando che 
ciò fosse accaduto più per tradimento de' Guelfi Vicentini eh' erano 
nella sua armata che per valore de' nostri . E fisso in questo pensiero 
ne fece, imprigionare non pochi, e metterli alla tortura; e quindi nac- 
que che alcuni ebbero mozzo il capo, altri ad una pena pecuniaria 
furon condannati , ed altri che fuggendosi eran salvati , furono capital- 
mente banditi . 

Ottenuta da' nostri a Quartesolo con poco sangue una felice vittoria 
pareva che dovessero appressarsi alle mura di Vicenza per tentarne 
F acquisto ,. ch'era l'oggetto primario delle loro mosse. Ma ciò non 
fecero , ossia che sapessero esservi dentro lo Scaligero apparecchiato 
alla difesa con tutte le sue genti , ossia che scoperti i trattati , e pu- 
niti i rei non si tenessero forti abbastanza/per prenderla a forza d' ar- 



mi . 



DI PADOVA* l5l 



mi . Invece passato 1' Astìco guidarono l' esercito sotto Marostica , ter-"7^ 
ra grossa e importante, e ne presero il borgo, e vi diedero fuoco, 
ma non poterono aver la rocca ; indi occuparono il castello di Anga- 
rano , benché fosse piantato in cima del monte , e lo demolirono ; poi 
dispersi per le ville del Pedemonte Vicentino mandarono a sacco e a 
ruba ogni cosa con grandissimo danno de' coltivati . 

Cangi ande volle rendere la pariglia ai nostri, e vedendo già posta 
in sicuro Vicenza si mosse di là colle sue schiere di Vicentini e di 
Veronesi, e per la diritta via se ne venne inverso Padova, incendian- 
do Arlesica , Mestrino e Rubano . Sommo fu lo spavento de' Padova- 
ni , i quali temettero eh' ei non venisse a sorprendere la Città , che per 
essere lontano V esercito si trovò in molta confusione ed in gran peri- 
colo . Ma egli che non avea forze sufficienti per tale impresa , retro- 
cedendo s'avviò a Montagnana, sperando che, se fosse giunto colà im- 
provviso , avrebbe potuto impadronirsene agevolmente . La bisogna an- 
dò altrimenti eh' ei non pensava ; imperciocché i Padovani V avevano 
fortificata , e di buon presidio munita , e v' era alla difesa nizzardo 
del Conte Vinciguerra Sanbonifazio , giovane valorosissimo , che ren- 
dette inutili gli spessi e gagliardi assalti di Cane , sicché egli, dopo 
avere incendiati i borghi di quella terra, colla sua gente da quei con- 
torni si allontanò . 

Mentre tai fatti succedevano , accadde in Trivigi la tragica morte di 
nizzardo da Camino Vicario Imperiale di quella città, di Belluno , e 
di Feltre . Stava egli giuocando agli scacchi nella loggia del suo pa- 
lazzo , quando un villanzone non osservato vi entrò , e postosi dietro 
alle spalle di lui gli diede sì forte d'un tagliente roncone sul capo, 
che cadde tramortito a terra , e per la grave ferita sei giorni appresso 
morì . Il ministro di tanta scelleratezza secondo alcuni Storici fu fatto 
in pezzi da' circostanti , e secondo altri tra la sorpresa loro e la con- 
fusione potè fuggire . Rizzar do era un Principe generoso , zelatore 
della giustizia, nemico delle violenze, partigiano della Chiesa , e ben- 
ché alle guerre sanguinose preferisse la pace , e il quieto vivere de' suoi 
sudditi , quando l' uopo lo richiedeva , si diede a conoscere valoroso 
soldato . Ma coteste sue virtù erano in parte oscurate da eerta intem- 
peranza de' piaceri di Venere , dietro i quali con somma imprudenza 
perdutamente correva ; e di qua venne principalmente la sua disgrazia . 
Imperciocché avendo disonoralo la moglie di dlliniero degli tizzoni , 
mentre era Podestà di Belluno , e una figlia del Co. Rambaldo di 
Colialto , e altre donne delle più nobili famiglie che avesse Trivigi , 
si formò una segreta congiura contra la vita di lui . Non avendo egli 
lasciato alcun discendente di Giovanna sua moglie , eh' era figlia di 
Nino Giudice di Gallura , e di Beatrice sorella del Marchese udzzo 
d' Este , gli succedette nel dominio delle tre città , e ne' copiosi allo- 
diali Guecello suo fratello . Questi chiamato alla successione dal con- 
senso 'del popolo rinovò l'amicizia e l'alleanza co' Padovani , e in 

iscrit- 



ti! 



l52 ANNALI DELLA CITTA* 

n.ijiz iscritto si obbligò di aiutarli , e venne egli slesso in persona a difesa 
loro nella guerra con Cane , alla quale ritorno . 

Avendo inteso il nostro Comune che la impresa dello Scaligero con- 
tra di Montagnana era mal riuscita , ordinò che le milizie , le quali 
avea prontamente spedite al soccorso di quella Terra, tornassero indie- 
tro , e si fermassero in Este a presidio di quel castello , acciocché , se 
il nemico avesse voluto assalirlo , vi trovasse una vigorosa resistenza . 
Intanto fu inviato Niccolò da Lo zzo a Noverata grossa villa del Vi- 
centino , che immediatamente fu presa e data alle fiamme . Non era a 
dir vero paragonabile F armata di Cane a quella de' Padovani , che ol- 
tre le proprie schiere avevano ricevuto de' rinforzi dal Sig. di Ferrara» 
da' Trevigiani , e da' Bolognesi-; e perciò volendo egli continuare la 
guerra , richiese , ed ottenne dall' Augusto Arrigo , che da Genova era 
passato a Roma , alcune squadre ausiliarie sotto il comando di un ge- 
nerale Tedesco detto Guarnieri di Oemburg . Con queste e colle sue 
genti entrò ne' fini del Padovano, e abbruciò alcune ville poste ne* 
nostri colli , e diroccò Montegalda . Barbaro costume di quelì' età , in 
cui nessuna guerra facevasi senza incursioni, senza incendj e dirocca- 
menti di case e di ville . 

Mentre queste cose passavano si suscitarono da' Guelfi de' nuovi tu- 
multi nelle città di Lombardia, e formossi una lega contra di Arrigo, 
promossa da quel Giberto da Correggio medesimo , eh' era stato posto 
da lui suo Vicario in Reggio , e che avea comperato da Cesare il go- 
verno di Parma ; perchè fu mestieri , che il Generale Teutonico ab- 
bandonasse queste contrade per accorrere alla difesa del partito impe- 
riale pericolante . I nostri intimoriti alquanto per la venuta di quelle 
genti avevano chiamato a se da Ferrara il March. Francesco d' Esle 
loro cittadino , ed oltre Guecellone da Camino di cui s' è detto , an- 
che altre città Guelfe avevano inviate truppe a loro soccorso . Veden- 
do essi ingrossato il loro campo , e le schiere di Guarnieri partite , si 
mossero verso Vicenza, e giunti al ponte di Quartesolo fecero alto a 
intendimento di riposarsi per dar poi l' assalto a quella città . Ma Ca- 
ne che avea preveduto il loro disegno , vi si era rinchiuso dentro con 
un numeroso presidio di cavalli e di fanti , risoluto di difendersi sino 
all' estremo . E in vero tali apparecchiamenti avea fatti , che i princi- 
pali capitani dell' esercito andati a fare la scoperta riferirono al Podestà 
Gerardo da Enzola lo stato delle cose , consigliando che fosse da ri- 
moversi dall' impresa , la quale certamente non si sarebbe potuto man- 
dare a buon fine . 

Riconosciuto prudente il consiglio , e levalo il campo si partirono i 
nostri di là, spinti anche a ciò fare da una epidemica malattia , che in- 
trodottasi nelP esercito gran numero di soldati se ne portava . A que- 
sta disavventura un'altra se ne aggiunse, colpa della fortuna, da cui il 
più delle volte gli avvenimenti delle guerre si reggono . Una nostra 
schiera era ita a Longare, e quivi fu sorpresa da Cane, che vegliava 

atten- 



DI P A I) O T r A . I 53 

attentissimo sopra tutti i movimenti dell' osic nemica, e coli' industria TSTmTT 
suppliva alla scarsezza delle sue forze . Entrato lo spavento nelle no- 
stre genti, furono poco meno che tulle sbaragliate od uccise , e la stra- 
ge sarebbe stata maggiore, se non iosse arrivata un'altra schiera in 
aiuto, che rincorò i fuggitivi, e li ricondusse alla pugna, onde tutti 
insieme riordinati poterono rispingere l'inimico, ricuperare il terreno 
perduto , e innoltre fortificarsi al ponte di quella villa . Era loro pen- 
siero passare al di là , ma alla veduta delle bandiere Scaligere svento- 
lanti oltre il fiume, dopo qualche inutile tentativo, da fare altre prove 
si ritennero , e contenti di aver dato il sacco ad alcuni villaggi ritor- 
narono a Montegalda . 

Andava la fortuna della guerra alternando , ora lieta , ed ora trista 
mostrandosi . Una banda di milizia Padovana , che da Bassano usciva 
frequentemente a depredare le vicine ville del Vicentino , ed ivi come 
in luogo sicuro il suo bottino depositava , poco lungi da Camisano fu 
rotta e fugata colla morte del Capitano dal medesimo Cane , che al- 
cune nostre bandiere portò seco a Vicenza a rallegrare quel popolo . 
Ma quasi in quel tempo stesso le nostre schiere guidale da Niccolò 
da JLozzo , da JBiaquino da Camino , e dal Conte Vinciguerra es- 
sendosi approssimate a Cologna , con uno stratagemma trassero a poco 
a poco nell'insidie tese il presidio Veronese di quella nobile terra , che 
circondalo ed oppresso dal maggior numero fu immolato all' odio rab- 
bioso ed ostinato de' vincitori . Quattro insegne della, Scala furono ac- 
quistate , colle quali il nostro esercito forte di ventimila uomini in cir- 
ca senza conlare le guarnigioni di tanti luoghi , dopo avere ben presi- 
diato Montegalda , si ridusse a Padova vittorioso sul fine di giugno . 

Era Montegalda per la sua situazione quasi come un baluardo del 
Padovano contra le incursioni de' Vicentini a quella parte , e un luo- 
go di sicuro ritiro alle nostre genti dopo aver saccomannato il paese 
nemico . Similmente Bassano poteva dirsi la chiave del nostro territo- 
rio e del canale di Brenta, per cui tanto legname necessario a' pubbli- 
ci e privati usi della Città ci venia portato . Perciò i nostri Repubbli- 
cani , nulla trascurando di ciò che servir potesse alla loro difesa , pru- 
dentemente ordinarono , che questi Luoghi , ed altri ancora del nostro 
distretto con nuovi lavori fossero fortificati , e ben custoditi , e vetto- 
vagliati , sicché punto non avessero a temere di ostili assalimene . 

Era già del mese di luglio quando infermatosi Tisane da Campo- 
sanpiero figlio di Tisane il Grande , onoratissimo gentiluomo di que- 
sta Città , con universale cordoglio in pochi giorni morì . Fu riputata 
una vera disgrazia , eh' ei morisse nelle presenti circostanze di guerra 
viva , poiché non meno per la civile prudenza , che pel valor militare 
ereditato dagli avi era avuto in gran maraviglia . Racconsolò alquanto 
il comun dolore la viva speranza , che il giovinetto Guglielmo nipote 
di lui camminando per l' orme de' suoi maggiori arebbe sostenuto I' o- 
nore della famiglia . 

Parte III V Dopo 



1^4 ANNALI DELLA ClTT^i 

AN . i 3I z Dopo aver dato qualche riposo alle truppe ì Padovani ripresero le. 
armi . Cane della Scala era andato in aiuto di Passerino e di Bu~ 
tirone de' Bonaccolsi Vicarj Imperiali in Mantova , e chiamati al go- 
verno di Modena , i quali facevano guerra ai Guelfi di quella Città 
assistiti dal Comune di Bologna . A difesa de' suddetti Guelfi ripiglia- 
rono i nostri il consueto loro costume di scorrere ostilmente il tcrrito- 
rio Veronese , entrandovi per la parte di Montagnana , e mettendo a 
ferro e fuoco tutte le ville che sono attorno a Cologna , e raccoglien- 
do gran preda , onde lo Scaligero fosse obbligato di tornarsene indie- 
tro . Più oltre sarebbero andati i Padovani , se non si fossero scoperti 
neh" esercito alcuni traditori , che occultamente favorivano le parti di 
Cane . Per tale scoperta pensarono i condottieri dell' armata di dare 
addietro , e giunti a Padova fecero in guisa , che que' cittadini sospetti 
chi qua chi là furono confinati . 

Non molto dopo uscì di nuovo l' esercito , e si spinse a gran passi 
verso Longarc , troppo importando ai comodi della Città che il Bac- 
chigliene tornasse a bagnarla colle sue acque, poiché quelle della Te- 
sena non erano sufficienti al bisogno . Fu dato l' assalto al castello con 
tanto impeto , che la guarnigione atterrita attese a salvarsi , e 1' abban- 
donò . Era intanto succeduto nella podesteria a Gerardo da Enzola 
Iacopo de' Rossi , il quale per ordine del Senato pubblicò un solenne 
editto , con cui invitava i Vicentini a ritornare alla divozione della 
Rep. Padovana , usando cortesi espressioni di amicizia e di alleanza , 
e promettendo una intéra dimenticanza delle ingiurie passate , con che 
però scacciassero il Signor di Verona . Ma la maggior parte di que' 
cittadini ricevettero quell' editto con risa e disprezzo , o perchè 1' odio 
e la malevolenza contro de' Padovani avesse gettate ne' loro cuori trop- 
po profonde radici , o perchè diffidavano di sì larghe promesse . Irri- 
tati i nostri per lo scortese rifiuto si vendicarono con orribile diserta- 
menlo di ventisette villaggi dalla valle di Tressino sino a Schio , e di 
colà sino a Bassano ; né andò esente dal sacco la caverna celebre di 
Costoza ne' monti Vicentini , dove i contadini di quelle contrade colle 
mogli loro, e co' figliuoli , e co' vecchi , e colle migliori sostanze s'era- 
no per salvezza ricoverati . Indi ruppero gli argini , che impedivano 
il vecchio corso del Bacchigliene , senza che Cane , il quale mirava 
dall' alto del monte le molte e spesse rovine , osasse di opporsi . 

Egli non credette a proposito di prendere battaglia co' nostri, quan- 
tunque fosse da essi in più guise provocato , e lasciava che sfogassero 
la loro rabbia col territorio , tenendosi in questo mezzo ben fortifica- 
to in Vicenza , poiché sapeva esservi in quella città non pochi discon- 
tenti del suo governo, e tanto inclinati alle proposte de' Padovani , che 
cospirarono in favore del loro partito , onde fu mestieri , eh' egli pu- 
nisse con severissime pene i rei convinti di quella trama . Lungo sareb«- 
be voler descrivere a parte a parte tutti gli attacchi fatti da' nostri , e 
i guastamene e gì' incendj , che desolarono i due contadi di Vicenza , 

e di 



DI P A Ù O V A . lob 

e di Verona , de' quali il Mussato e il Ferreto Sforici contemporanei A s. 1312 
ci hanno lasciato memoria . Dirò solamente che incendiarono i villaggi 
intorno a Lonigo , ma non poterono aver la rócca di quella Terra va- 
lidamente difesa da un presidio Veronese ; e che Poggiana , villa mu- 
nita d' un buon castello , cedette dopo due giorni al valore de' nostri 
animati dall'esempio del suddetto Mussato , il quale portava la insegna 
del Quartiero di Ponte molino , avendo egli in tale occasione fatto co- 
noscere , che sapeva adoperare la spada del pari che la penna . 

Si scosse finalmente il Signor della Scala j e tentò un colpo mae- 
stro , che se riusciva a bene , la nostra Repubblica era perduta . Men- 
tre le nostre milizie erano intórno a Poggiana , si mosse improvviso da 
Vicenza con cinquecento cavalli , e mille fanti , e venne sino a Curta- 
rolo sette miglia in circa da Padova portandovi là rovina , ed il sac- 
cheggio . Egli avea forse in pensiero di sorprendere la Città sprovvedu- 
ta allora di Conveniente presidio , ma essendosi trattenuto a predare il 
paese, perdette il momento favorevole, e diede tempo ai Padovani di 
armarsi . Imperciocché al primo avviso Guecellone da Camino , Paga- ^ 

no dalla Torre nostro Vescovo , e Gualperiino Abate di S. Giustina 
per ovviare il soprastante pericolo raccolsero in fretta quel maggior nù- 
mero di domestici , di clienti è di amici che fu possibile , e montati a 
cavallo si avviarono animosamente al soccorso di Ctirtarolo, onde Cane 
conoscendosi inferióre di forze j abbandonato il bottino , a guisa di fug- 
gitivo rìlornossi a Vicenza , e i nostri Prelati a Padova a foggia di trion- 
fanti . 

Questo prospero avvenimento rinfiammò gli animi de' Padovani , sic- 
ché uscirono novellamente in campagna nel mese di agosto , ed era còti 
essi Guècello da Camino , a cui per gratitudine dell' aiuto prestatogli 
avea dato il nostro Comune l' arbitrio di eleggere il nuovo Podestà ih 
luogo di Iacopino de' Rossi , e fu Bornio de' Samaritani gentiluomo 
principalissimo di Bologna . Questa volta il nostro esercitò indirizzò i 
suoi passi verso Bassano , ed entrato per quella parte nel Contado Vi- 
centino arse e con ogni guasto è distruggimento bruttò non pòche vil- 
le \ empiendole tutte di terrore e di fuga . Lo Scaligero anche ad ón- 
ta di tale disertamente si stette cheto m Vicenza , é si tenne pago di 
aver difeso i sobborghi , che erano stati assaliti dai nostri . 

Né già è da credersi , che vii paura lo ritenesse da venire a giorna- 
ta col nostro esercito; ma sapendo egli, che le armate più spesso dall' 
impeto della fortuna che dalle spade degli uomini sono sconfitte , pru- 
dentemente non Volle arrischiarsi ad un fatto d' armi . Si aggiunga che 
egli cos'i operando intendeva di stancare i nemici , i quali lungamente 
non avrebbero potuto campeggiate , e insieme d' impedire ogni occulta 
mossa de' Vicentini , che non sapevano compor 1' ànimo a sopporta- 
re la servitù , còme non seppero godere della libertà . Sciolti dal pe- 
sante giogo di Ezzelino , e divenuti liberi , per le interne loro discor- 
die volontariamente si sottorfcisero ai Padovani . In processo di tem- 

po 



l5G ANNALI DELLA CITTA 

Tn. 13 12 pò parve loro insopportabile il nostro dominio , e congiurarono non 
una volta contra di noi , ma ciò non servì ad altro che ad accrescere 
i loro mali . Finalmente venne lor latto di sciorre le catene , e di met- 
tersi all' ombra dell'Aquila imperlale, sperando di diventare compitamen- 
te felici; ma le loro speranze andarono fallite, imperciocché il Signor 
della Scala li teneva oppressi per guisa , che , non che altro , appena 
potevano respirare. Oltre le continue incursioni de' Padovani al di fuo- 
ri , erano nell' interno infestati dalle truppe forestiere assoldate da Ca- 
ne r le quali non risparmiavano né l'onore, né le sostanze de' cittadi- 
ni , ed era costretto egli dalle dure circostanze de' tempi a tollerare t ali- 
ta sfrenatezza di voglie » E quindi venne che molti Guelfi non poten- 
do tante ingiurie soilerire più oltre si fuggirono al campo de' Padova- 
ni , di che sdegnatosi lo Scaligero, dopo un rigoroso processo fatto , 
li dichiarò traditori della patria , e ribelli del sacro Romano Imperio . 

Giovanni di Val di Taro non ignobil poeta , che fioriva sul prin- 
cipio del Secolo XIII , in alcuni suoi versi fatti scolpire sopra la porta 
di Torreselle , raccomandava a' Padovani di vivere tra loro in pace , se 
volevano esser sicuri da ogni esterno nemico . E se avessero seguito il 
saggio consìglio di lui , non sarebbe accaduto ciò che meno estimavano 
poter avvenire . Ma lo spirito delle fazioni , che avea diviso gli animi 
de' cittadini , era una perenne sorgente di odj e di rancori tra le fami- 
glie , le quali cercavano la, depressione 1' una dell'altra, e di acquistar 
maggioranza . Invano i reggitori della Città , creando de' Magistrati a tal 
uopo , si affaticavano per togliere le civili discordie , che le parti Guel- 
fe e Ghibelline ,, come i capi dell'idra recisi da Ercole, ripullulavano, 
e il disordine era giunto a tale che inordinabile poteva dirsi . Accadde 
in questo mezzo che fu ucciso Guglielmo Novello de' Paltanieri di 
nobilissima schiatta, eh' era tenuto il principale tra' Ghibellini . Questo 
miserevole fatto , e la dissensione f eh' era nata tra' capi del nostro eser- 
cito y fu d'impedimento, perchè esso, sebbene numeroso, nulla ten- 
tasse degno di memoria contra lo Scaligero. 

Ma ciò che principalmente raltenne i Padovani da nuove belliche spe- 
dizioni, è stata la congiura di Niccolò da JLozzo felicemente scoperta. 
Costui vero canchero e pestilenza della Repubblica , come fu Catilina 
della Romana, ebbe molta somiglianza con lui e per la specchiata no- 
biltà , e pe' suoi malvagi costumi . Guido Conte di Maltraverso fu pa- 
dre di Niccolò , sua madre Costanza de' Marchesi d Est e , sua moglie 
Agnese di Gerardo da Camino . La natura lo avea dotato di grande 
ingegno , e di maravigliosa eloquenza, la quale abusava nel Maggior 
Consiglio sostenendo le cause peggiori r e comperando i suffragi per 
avere il partito vinto ; ora difensore de' nobili contra la plebe , ed ora 
favoreggiatore di questa contra le prepotenze de' Grandi , da' varj suc- 
cessi delle cose come da onde portato . Un modo di vivere sciolto , la 
piacevolezza e la grazia lo faceva amare dalla gioventù, e la smoderata 
largita accarezzare dal popolo . Ambizione ed invidia gli divoravano il 

cuo- 



DI P -4 D O V A . i:>7 

cuore , sicché non potea patire ne uguali , nò superiori . Nitino miglior ax.i3« 
di lui, se non la virtù, ma il caso lo avesse indirizzato al bene, niu- 
no più feroce se ad alcuno voleva nuocere . Aggiratore e imbrogliato- 
re solenne mostrava in pubblico un grande amore per la libertà , un 
sommo odio per Cesare, e tale avversione dallo Scaligero, che pero- 
rando ottenne dal Senato di Padova la pubblicazione di un editto, col 
quale si promettevano dieci mila fiorini d' oro con certi privilegi a chi 
lo avesse ammazzato . E pure nel suo segreto era sviscerato partigiano 
di Cane , e teneva con esso occulta corrispondenza col mezzo di Bal- 
lar dino Nogaro/a suocero di suo figlio . 

Si cominciò a sospettare di lui sino da quel tempo che fu Podestà 
in Vicenza ; crebbero i sospetti allorché si perdette quella città , cre- 
dendosi dal popolo, ch'egli vi avesse avuto non poca parte , e se non 
erano alcuni autorevoli Guelfi , i quali quetarono il popolo, che doman- 
dava la sua morte , forse era spedilo . Cominciò egli allora a sparlare 
di Cane con modi indecenti , e ad avvilirne la nobiltà della stirpe sino 
a chiamarlo disceso da un venditore di olio ; ma non perciò abbando- 
nava le sue pratiche . Il primo passo eh' ei fece fu di staccare Guccello 
suo cognato dall'amicizia de' Padovani, e di conciliarlo con Cane . Al 
qual effetto fornire lo persuase a chiedere ai Padovani non solamente 
palagi altissimi nella Città , ed ampie possessioni de' cittadini rubelli , le 
quali cose con grato animo il nostro Comune gli concedette , ma d' 
essere ancora eletto Capitano generale di quella guerra con pieno e in- 
dipendente potere , che per gelosia della libertà non gli volle concede- 
re . Di qui è proceduto però ch'egli inimicato co' nostri perdette la si- 
gnoria di Trivigi , avendo quella città ripudiato il dominio Caminese , 
e ripigliato il governo repubblicano . 

Per tal contrattempo non preveduto volendo proseguire Niccolò 1' or- 
dita macchinazione si rivolse col mezzo de' suoi confidenti a Dalma sio 
governator di Ferrara per la Santa Sede , Catalano di nazione , e bar- 
baro di costumi , a cui fu imputato la crudel morte del Marchese Fran- 
cesco a 1 ' Este ucciso con inesplicabile dolore di tutti i buoni , mentre 
tornava dalla caccia dello sparviere . Procurò , benché senza effetto , ch r 
ei rompesse guerra ai nostri, significandogli che avea diritto di farla, 
perchè possedevano alcune Terre, che al territorio di Ferrara apparte- 
nevano. Trattò ancora segretamente co' nostri Ghibellini confinati a Ve- 
nezia , e gli esorlò di andare a trovar lo Scaligero e acconciarsi a' ser- 
vigi di lui * Cooperatore dell' orribile tradimento era Antonio da Cur- 
tarolo di una famiglia spenta non sono ancora due secoli; giovane di 
corrotti costumi , e amalo intemperatamente da Niccolò , simulatore co- 
me lui , come lui bello parlatore , e comechò fosse Ghibellino nel cuo- 
re , portato da' Guelfi , che lo credettero lor partigiano , al grado di Go- 
vernatore di Este . 

In questo mezzo Gi/ecello s' era abboccalo col Conte di Gorizia , e 
con altri macchinatori , e tutte le loro consulte erano indirizzate contra 

la 



l53 ANNALI DELIA C2TT^ 

ah. 1312 la Rep. Padovana . Il Sig. di Verona per segreti messi informato di 
ogni cosa mostrò di gradire la proicrla di Niccolò , il quale niente me- 
no gli avea promesso , che di aprirgli la strada al dominio di Padova , 
a- cui la sua grande ambizione aspirava . Fu stabilito concordemente , 
che nel tempo stesso te genti di Cane entrassero in Este e in Monse- 
liee, e che egli le avrebbe ricevute nel suo castello di Lozzo , onde i 
Padovani privi di tali fortezze e sprovvedutamente assaliti non si po- 
tessero difendere . Era il castello di Lozzó piantato sopra un alto mon- 
te de' nostri Euganei , le cui radici bagnate sono da quel ramo del Bac- 
chigliene che corre ad Esle . Non aveva che una sola strada da ascen- 
dervi dalla parte del Vicentino , dirupato e scosceso negli altri lati . Ol- 
tre le antiche fortificazioni Niccolò vi aveva aggiunte nuove difese di 
fòsse, di steccai/, e di battifolli , e Favea munito d'un buon presidio 
di soldati a piedi e a cavallo. E ciò fece co' denari de' medesimi Pado- 
vani , a quali aveà dato a credere che lo Scaligero volesse occupare 
quella fortezza . 

Ma la perfidia e malvagità di Niccolò non potette stare lungamente 
celata . Gih il popolo ne bociava Su pe' Canti , maravigliandosi che tan- 
ta iìeàe si avesse ad un uomo sospettò e pericoloso . Consultandosi il 
caso dai Governatori della Città , i più furono di parere , che non si do- 
vesse irritare Un cittadino potente e fazioso, ma dissimulando ogni cò- 
sa si pregasse di venire a Padova sotto colore , che la patria aveva gran- 
de bisogno de' suoi consigti . 1)' altro avviso fu ^libertino Mussato , il 
quale a non oscuri indizj quasi certo del macchinato tradimento accor- 
dava bensì che con pubbliche lettere si richiamasse , ma instava che is- 
sofatto si mandassero de' soldati a Lozzo prima che fosse dato in ma- 
no degl'inimici, e si lasciasse all'arbitrio di lui il Venire o il fermarsi» 
Vinse la peggior sentenza, e furono inviati a lui due ragguardevoli cit- 
tadini Marsilio Polafrisana Cavaliere, Palando Piattola, a' quali egli 
rispose con piacevoli e accorte parole , che dentro tre giorni sarebbe 
venuto a Padova , e là medesima risposta ebbe Zanbotietto Gapodivac- 
cd , che la Repubblica atea mandato alla custodia ài quel castello . 

Egli allora vedendosi scoperto, dopo avere ondeggiato tra varj pen- 
sieri, affrettò l'eseguimento del suo trattato, e diede pronto avviso a 
Cane del periglioso stato in cui ritrovaVasi . Questi àvèa chiamato il 
Conte Guarnieri eolie coorti lasciate a guardia di alcune città Imperia- 
li, dandogli speranza che avrebbe fatto vendetta della ribellione de' Pa- 
dovani gii meditata da Cesare colla occupazione di Monselice e d' E- 
ste , é fórse àncora della Città . E sebbene per la vigilanza de' nostri 
quelle dtfe Castella fossero state fornite di numeroso presidio , né si po- 
tesse sperarne F acquisto, non credette egli di dover differire più oltre, 
e mosso F esercito da Vicenza, Venne a Lozzo, luogo opportunissimo 
a' suoi disegni , ove fu ricevuto da Niccolò . Ciò fu il dì 22. di de- 
cerfibfé . 

Grande costernazióne fu 1 in Pàdova quando vi giunse l'infàusto an- 

nun- 



DI PADOVA. I$9 



nunzio. Si chiamarono subito i cittadini a Consìglio, e il Conte Nic- an.jjÌT 
colò , e Antonio da Curtarolo con tutti i loro aderenti , «e seguaci fu- 
rono dichiarali rubeiii , banditi in perpetuo , distrutte le loro case , e 
posti al fìsco i poderi. Il palazzo dì Niccolò era situato dov' è la piaz- 
za delle legne ; e il ponte vicino , ora detto del Portelletto r chiamavasj 
col npme di questa famiglia . Indi fu eletto un magistrato di otto Sayj , 
come in somiglianti circostanze si praticava, a' quali appartenesse <Ji va- 
gliare sopra la sicurezza della Repubblica, ed avessero piena balia, quan- 
ta già n' ebbero i dodici Savj , che si appellavano di credenza . 

Mentre queste cose si consultavano,, il popolo impaziente prese le 
armi , imperciocché ogni cittadino era soldato , e militava sotto il gon- 
falone del suo quartiere, e s'incamminò frettoloso ad Este per espu- 
gnare il castello di Lozzo . Avviandosi colà vide da lungi il fumo de' 
villaggi incendiati da dintorno da Curtarolo, e udì le strida de' conta- 
dini di quelle contrade , che spaventati fuggendo cercavano <Ji .salvarsi 
coMoro migliori effetti . Ma hen presto l'impeto de' nemici fu rintuz- 
zato; imperciocché il coudotliere Antonio cadde colle sue genti in u- 
na imboscata fatta da' noslri , sicché appena per disusate vie potò a Loz- 
zo tornare , dond' era uscito , con pochi de'suoi , essendo gli altri in nu- 
mero di seicento poco meno che tutti uccisi , o condotti via prigionie- 
ri . Tal vittoria accrebbe l'ardimento de' nostri , e già coli' apparalo mi- 
litare di macchine d'ogni maniera s' inoltrarono per assalire il castello; 
e lo avrebbero senza dubbio espugnato , se una veemente procella di 
alcuni dì non avesse impedite le operazioni, e costretto i nostri ad ab- 
bandonare l'assedio, E con questa spedizione finì l'anno i3i2. 

Ma per tornare un poco più sopra v'ebbe in quest' anno nel mese 
di aprile una convenzione tra i Veneziani ed j nostri , la quale trala- 
sciai di riportare per non interrompere il filo della narrazione, Era 
nata qualche differenza Ira' due popoli pel corso della Brenta . Questo 
fiume , che o per opera della natura , o per le mani degli uomini sof- 
ferse tali e tante variazioni quante nessun altro in Europa, fu sorgen- 
te di conirasti e di guerre tra i Veneti , e i Padovani . La storiacene 
ricorda principalmente due, una del ino? e l'altra del 1 140. sotto il 
Doge Polani , quando i nostri diedero un nuovo corso a quel fiume , 
tagliandolo di sotto a Noventa , onde per un nuovo alveo sboccasse nel- 
le lagune, dolevano essi, che scorrendo per ubertose campagne fosse 
regolato in guisa , che nessun nocumento ne risentissero , e credevano 
che nel loro proprio territorio fosse ad essi lecito indirizzarlo come mè- 
glio ad essi tornava . Ma i Veneziani la intendevano altramente , e pa- 
droni delle foci del fiume non potevano patire , che recasse alcun dan- 
no colle sue torbide alle loro lagune , e si opposero armatamente ad o- 
gni novità , e costrinsero i nostri con forze superiori a fare la voglia 
loro . Intorno a che è da sapersi che la Brenta discendendo da Bassa- 
110 , e giunta a Fiesso si divideva ab antico in due rami : col tronco 
maggiore attraversava per ostro scirocco la fertile provincia di Sacco , 

del- 



l6b ANNALI DELLA CITTA 

an. 1312 delta Sacclsica ne' tempi di mezzo, e radendo il celebre Monislero di 
S. Ilario distrutto da alcuni secoli sboccava nella laguna di Brondolo , 
il di cui castello dal nome di essa fu detto Brintalis almeno sin dall' 
ottavo secolo . Imperciocché sebbene a' tempi Romani il suddetto fiume 
si chiamasse Medoaco maggiore , cambiò di poi il nome in quello di 
Brinta o Brenta , di che non si saprebbe rendere ragione , e il primo 
che tra gli antichi 1' abbia così nominalo , e Venanzio Fortunato Scrit- 
tore del VI. secolo . 

Coli' altro ramo minore scorrea la Brenta per Grecolevante, e si sca- 
ricava nell' Estuario presso Fusina , e questo ramo nelle antiche carte è 
chiamalo Una . Tra un ramo e P altro molti rami più piccioli , e ca- 
nali , e fosse tagliavano il paese , Fossa ruga , Seuco , Laroncello , Fos- 
sa Gambaria , Visignone , Cona , Avisa , Malanotte , Clarino , Lupa , 
Vigo , Cornio ec. , e sopra queste diverse acque qua e colà piantati e- 
rano de' mulini . Oltracciò si trovano ne' vecchi documenti i nomi di 
Brenta secca , di Brenton vecchio , di Brenton nuovo ec. e ciò fa ve- 
dere le grandi alterazioni , alle quali sino da rimoti tempi andò sogget- 
ta la Brenta , per guisa che chi volesse tra le tenebre di que' secoli in- 
dicarne con qualche precisione P antico corso , entrerebbe in un labirin- 
to da non poterne uscire sì agevolmente ; tanto è mutata la faccia de* 
luoghi . Certo è che il ramo , il quale passava per S. Ilario , rimase 
asciutto; e credesi che i Padovani co' loro tagli abbiano introdotta nell' 
altro alveo che discende a Lizza Fusina la maggior parte dell'acqua, 
che mettea foce nella conca di Brondolo , e quindi a poco a poco quel 
canale , per cui si faceva la maggior navigazione da Chioggia a Pado- 
va, restò derelitto e interrato. Imperciocché si legge bensì, che colla 
mediazione dell' Irnperadore ^Irrigo seguì la pace tra il Doge Polani , 
ed i nostri , ma non si legge che le cose sieno state rimesse nello sla- 
to di prima ; e le operazioni fatte da' Veneziani sul margine della La- 
guna per escludere le nostre acque pare che lo confermino . 

Premesse queste brevi notizie non sarà difficile V imaginarsi onde pos- 
sa esser nata la quistione tra Veneziani e Padovani, a sopir la quale 
si venne in quest' anno ad un amichevole accordo . L' eruditissimo Sig. 
Co. Filiasi nelle sue eccellenti Memorie de' Veneti (a) racconta che nel 
. 1012. volevano i Padovani fare de' tagli su la Brenta , ma i Veneziani 
gli costrinsero a rimettere il fiume come prima . Cotesto racconto di 
lui non è secondo la verità , ed è smentito dall' antico documento che 
abbiamo . Questa fiala non usarono i Veneziani la forza secondo il lo- 
ro costume , ma le vie del maneggio , e con un trattato terminarono le 
differenze . Con esso fu stabilito che fossero eletti due Sapienti per par- 
te , i quali dopo aver fallo più volte l'accesso del luogo decretassero 

coa- 



(*) T. VI. P. II. 



DI P ~4 B O jr A . 1 6 1 

concordemente dentro lo spazio di un mese, dove e come si potesse A n. 131 
dare un nuovo letto alla Brenta col minor danno ed aggravio de' Pa- 
dovani , e col maggior comodo de^ Veneti : che I' opera dovesse esser 
fatta a spese comuni senza verun pregiudicio degli antichi confini j e 
che vi si desse principio avanti le calende di agosto . Non sappiamo 
dalla storia che alcun nuovo alveo sia stato scavato, ed io porto pare- 
re , che attese l' emergenze succedute in Padova il decreto in questa 
parte non si sia mandalo ad effetto. 

Dico in questa parte , perchè altri articoli quel trattato contiene , de' 
quali , benché allora non sieno stati eseguiti , qualche cosa dee dirsi 
sotto quest'anno. Si risovvenga il lettore., che quando i Viniziani fu- 
rono scomunicati da Clemente V. per le cose di Ferrara , i nostri a- 
nimati dal Papa inferirono ad essi de' gravi pregiudicj , spogliandoli de' 
be«i mobili e stabili che possedevano nei nostro distretto , e m altre 
guise ostili dannificandoli . Perciò con questo accordo fu stabilito che 
ìe possessioni occupate sieno restituite , e i danni risarciti giusta 1' e- 
«atta stima da farsi ; e ad agevolare cotesta ammenda furono assegnati 
alcuni dazj esigibili da' Veneziani sopra tutte le mercanzie., che entras- 
sero nel nostro territorio ,. Innoltre che la navigazione dell' Adige do- 
vesse esser libera a' Veneti da ogni vessazione e molestia , pagando essi 
le solite imposte; e che il Comune di Padova facesse tali provvedimen- 
ti , che il legname di Bassano potesse essere condotto per la Brenta si- 
no a Chioggia ; da che s' inferisce che sino a quel tempo il ramo sud- 
detto del nostro fiume o era ancora navigabile , o almeno v elevasi che 
tale fosse renduto da' nostri. In fine fu accordato, che i Padovani po- 
tessero avere da Chioggia tanto sale quanto ad essi occorreva , e con 
quelle medesime condizioni che erano prima in vigore . E questi patti 
furono riconosciuti dagli ambasciadori delle due città essere quegli stessi 
eh' erano stati fermati nella riformagione fatta nel Maggior Consiglio 
di Padova il dì 7. di marzo. E da notarsi ultimamente, che i suddetti 
articoli non potevano obbligare i nostri prima che i Veneziani fossero 
stati assoluti dalle terribili censure di Clemente V, ciò che da lui non 
ottennero se non il dì 14. di gennaio dell'anno seguente collo sborso 
di cento mila fiorini d' oro . 

Quasi tre anni erano passati dacché i Veneti tanti damili sofferti a- 
vevano per colpa de' nostri , e l'avere procrastinato sino a quest'anno 
a domandarne il debilo risarcimento non è stalo e/Tetto d'una inerte in- 
dolenza , ma delle dure circostanze de' tempi . Già s'è detto da noi, 
che terminata infelicemente la guerra di Ferrara , gli autori di essa e- 
rano venuti in tanto odio e malevolenza del popolo , <:he ne fremeva 
pubblicamente, e gli accusava come traditori . Da ciò prese occasione 
Malamente Tiepolo -di antica casa patrizia , uomo inquieto e di gran- 
dezza desideroso , di unirsi con altri nobili delle famiglie Badoera e 
Qu trina , e macchinare una mutazione nello Stato , mosso a ciò lare 
non già dall' amore della patria , che non puote approvare le sedizioni 
Parte III X e i 



iBj annali della citta* 

an. isiz e i garbugli, ma dall'odio eh' ei portava alla casa Dandolo , e al Do- 
ge Pietro Gradenigo , da cui era favoreggiata . Pietro era stato 1' au- 
tore di chiudere il Maggior Consiglio , per la qual cosa molti erano i 
malcontenti in Vinegia , rimasi esclusi da quella adunanza , onde fu a- 
gevole al Tiepolo ritrovar de' seguaci . I congiurati il di i5. di giugno 
si mossero armati per dare esecuzione al loro disegno : volevano essi 
impadronirsi del palagio ducale , uccidere il Doge , e i suoi aderenti , 
occupare la zecca, e in una parola rimutaro lo Slato. Né il cielo bur- 
rascoso, che con fragore di spaventevoli tuoni , e con lo spesso lam- 
peggiare di baleni e di fulmini parea che inorridisse all' empio loro 
attentato , né il sapere che la cospirazione era già scoperta , rattenne i 
temerarj lor passi . Se ne sparse subitamente la fama per la città , e 
gridatosi all'armi, tutti coloro che volevano salva la Repubblica, si u- 
nirono insieme pronti a difenderla. L' una parte e l' altra venne alle 
mani su la piazza di S. Marco , e combattendosi con animo ostinato e 
rabbioso fu dubbia per buona pezza la battaglia ; finalmente i congiu- 
rati furono vinti , e volti in fuga , e 1' autore della perfida trama a gran- 
de stento scampò dalla morte . Molti pagarono il fio del loro delitto 
per mano dal carnefice , molti salvatisi colla fuga nobili e popolari fu- 
rono sbanditi capitalmente , ed ebbero i beni confiscati ; e tale è stato 
il numero di costoro , che poche città d' Italia di cotesti sciamati ospiti 
non hanno avuto . 

Divolgatasi dalla fama velocemente ; e ingrandita , siccome in fai casi 
avviene , la sedizione di Venezia , le tenne dietro la ribellione di Zara . 
che per la settima volta , cacciato il presidio Veneto , si diede agli Un- 
gheri . Furono obbligati i Veneti a far massa di genti terrestri e ma- 
rittime per assediare quella città, la quale appresso qualche tempo co- 
stretta ad arrendersi dovette ricevere le pesanti leggi dei vincitori . Ma 
in questo mezzo que' Repubblicani già venuti in disgrazia del Papa, 
sempre in sospetto per le interne non appieno estinte fazioni , e impli- 
cati nella guerra al di fuori , e non sapendo qual fine potessero aver le 
cose , dovevano mirarsi intorno , e temere , né potettero allora pensare 
alle loro querele co' Padovani . 

an. 13x3 Coli' entrare del nuovo anno i3i3. a Iacopino de 1 Rossi Podestà e- 
ra succeduto Bornio de' Samaritani Bolognese , eletto , come fu detto 
sopra , da Guecello da Camino , quando era in soccorso de' Padova- 
ni . Egli trovò la Città intrigata in una rabbiosa guerra , e non senza 
qualche sollecitudine per la venuta del Conte Guarnieri a Verona co' 
suoi Lombardi . Si depose perciò allora il pensiero dell' acquisto di Loz- 
zo , e attese il nostro esercito a fortificare le due castella d' Este e 
Monselice , dalle quali potea dipendere la salute della Repubblica , e il 
Podestà medesimo , sapendo quanto puote 1' esempio , lavorò colla zap- 
pa alla mano intorno le fosse e le mura delle due fortezze . Cane di 
ciò avvertito non mosse già le sue genti contra quelle ben presidiate 
castella , ma uscito di Vicenza tacitamente piombò sopra Camisano , e 

lo 



DI PADOVA. l6o 

lo prese d'assalto, e lo diede alle fiamme insieme col palagio di Mar- AN . j 3 i 2 
tino Cane, essendosi poco prima riparati a Bassano alcuni gentiluomi- 
ni Vicentini banditi , cui lo Scaligero sperato avea di sorprendere . 
Fallitogli il colpo si volse egli verso di Lozzo , e tutte le ville di Pe~ 
devenda a ruba e a sacco ne andarono; nò il castello di Boccone , seb- 
bene valorosamente difeso da Albertino di Niccolò da Castelnovo del- 
la nobile stirpe de' Maltraversi , potè risistere al fiero urto delle milizie 
Veronesi , onde quel Signore colla sua famiglia fu condotto prigionie- 
ro a Lozzo . 

La prosperità colla quale Cane principiato avea la campagna , e il 
vedersi fiancheggialo dal Co. Guarnieri , lo fece montare in tanta -su- 
perbia , che forse credendosi d' intimorire i nostri , eh' erano tornati a 
Padova , mandò lettere al nostro Comune sfidandolo a voler decidere 
con un fatto d' armi le antiche contese . Non erano i Padovani gene- 
razion di conigli : bolliva ad essi nel petto quel magnanimo ardire , col 
quale i loro antenati dato avevano luminose prove di esimio valore si- 
no da' primi secoli della Pvomana Repubblica . Maravigli ossi il despota 
Veronese all' intendere , che posta a partito nel Maggior Consiglio la 
sua disfida , fu accettata con pienezza di voti . Fu dunque stabilito il 
luogo ed il giorno per la battaglia , ma poiché i nostri non avevano 
potuto nel breve spazio di un dì raccorre tutte le loro truppe , doman- 
darono la dilazione di due giorni . Cane però forse pentito di essere 
corso troppo innanzi , o che avesse voluto fare una bravata a creden- 
za , negò di accordare così breve indugio , e tenendosi disobbligato di 
stare alla sua parola tornò a Vicenza , e accommiatò le genti del Conte . 

Avvenne in questo articolo di cose , che Dalmaso Governator di 
Ferrara a nome di Clemente V. alla fine fu licenziato da lui . Tante 
querele di quel popolo aspramente tiranneggiato erano giunte agli orec- 
chi del Santo Padre , che s' egli voleva esser giusto , non doveva più 
oltre sofFerire quelP empio ed abbominevole mostro . Cacciato costui dal 
governo , il Papa non diede già agli Estensi , come parea che la ra- 
gione volesse , la Città di Ferrara in feudo , ma la diede a Roberto 
He di Napoli col pagamento di un annuo censo , di che è in qualche 
parte degno di scusa. Imperciocché dimorava egli su le terre de' Reali 
di Francia , e non poteva disdire , senza esporsi a gravissimi dispiaceri , 
le loro inchieste . Lo Storico Mussato ci ha conservato la lettera , col- 
la quale il suddetto Re partecipò alla Rep. Padovana il suo novello ac- 
quisto , che fu inteso con grande allegrezza da' nostri , come dalla loro 
risposta raccogliesi che si legge appresso lo stesso Mussato . 

Come seppero i Padovani , che il Conte Guarnieri era tornato in 
Lombardia , venne ad essi il desiderio di ritentare la impresa di Loz- 
zo , eh' era quasi come una spina negli occhi loro . Ma informati da 
fidati esploratori , che lo Scaligero avea guarnito il castello di tutte le 
cose opportune e di un valoroso presidio , e che Niccolò ed Antonio 
da Curtarolo avevano occupato con buon nerbo di genti gli accessi più 

di- 



*$4 ANNALI D'ELLA CITTA 

an. J3 13 disastrosi e difficili , onde impedire ai nostri V avvicinarsi , mutalo pen- 
siero si avviarono a Legnago per la strada di Castelbaldo , ove giunti 
improvvisamente, e disperando di poter prendere la fortezza eh' era 
ben guardata , si dispersero a saccheggiare i villaggi dell' inimico , né 
prima posero fine al predare , che gli avessero spogliati , e raccolto un 
immenso bottino , che fu portato all' Abbazia della Vangadizza , indi a 
Padova con grande allegrezza del popolo . 

Rimisero i Padovani ad altro tempo la impresa di Lozzo poiché 
nuova occasione che sopravvenne , li rimosse da quel pensiere . All' ca- 
riente della. Città Solimano de* Rossi di antica e nobile prosapia a- 
vea fabbricato nella villa di Brazzolo una torre , e a poco a poco V 
avea circondata di profonde fosse , e con altre guise di difese fortifica- 
ta . Uomo ardito d' animo, imprudente, ricco assai, Ghibellino benché 
nato di padre Guelfo , non era contento del grado cittadinesco , desidera- 
va grandezze, pronto non solo a difendersi da' suoi nemici, ma a coz- 
zare ancora colla Città , quando ella fosse in altre guerre implicata . E- 
gli non pagare le colte , non andare ad oste come gli altri , non ub- 
bidire ai decreti del Comune sino a lasciarsi atterrare per ostinazione 
il suo palagio nella Città . Si tacque per alcun tempo, ma finalmente il 
popolo s' infocò a vendetta , e domandò che tanta baldanza fosse re- 
pressa . Gli Otto sopra la guerra lo chiamarono a Padova : ei venne, 
e presentossi a Gualpertino Abate di S. Giustina, uno de' più autore- 
voli Guelfi, dicendo se non aver macchinato niente contro la patria ; 
esser pronto a dare in ostaggio il figliuolo che aveva seco ; lo flagellas- 
sero pure e 1' uccidessero ancora , s'egli mai si rubellasse al Comune: 
pregar solamente l' Abate che volesse proteggerlo e difenderlo da' suoi 
nemici, né permettesse che per odio di alcuni malevoli fosse demolito 
il suo palazzo in Brazzolo . 

Lieto F Abate condusse il padre col figlio agli Anziani , ove rino- 
vate le proteste , data e ricevuta la parola, parve che 1' affare fosse fi- 
nito. Solimano dopo i essersi trattenuto due giorni tra' cittadini , lascia- 
to il figlio all'Abate, ritornossi a Brazzolo : al Podestà però, che coli' 
esercito avea fatto ritorno a Padova , sembrò dura ed indegna cosa, 
che un cittadino , dati ostaggi, si lasciasse vivere a voglia sua contra i 
costumi e gli ordinamenti della Città . Fu perciò tostamente citato , e 
non comparve sotto colore di malattia . Allora il Podestà temendo che 
egli ad esempio di Niccolò da Lozzo forse non si apparecchiasse me- 
glio alla ribellione , col consiglio degli Otto spedì nel cuor della notte 
a Brazzolo la milizia del Quartiero di Torreselle insieme col figlio, eh' 
era dato per istatico , e con due tenerelle fanciulle r da essere appese 
alle forche, ed esposte ai colpi delle saette paterne, se egli prontamen- 
te non si arrendesse . 

Alla improvvisa comparsa de' nostri soldati Solimano punto non si 
atterrì , avendo prima rafforzato il castello con uomini di quella villa , 
con fuorusciti Padovani , e parenti suoi , anzi gli obbligò- ad allontanarsi 

^i con 



D I PADOVA. l65 

con molto sacramento . Gran rumore sì fece in Padova di questo fai- A n, 1313 
to , e nelle vicine città, e Cane ne senti contento grandissimo, spe- 
rando di poter opprimere più agevolmente i Padovani tra se divisi . Ma 
il Podestà senza mettere tempo in mezzo fatte apparecchiare manganel- 
le e trabocchi , ed altre macchine militari si avvicino al castello per com- 
batterlo , quando Solimano con sottile astuzia escogitò un modo di di- 
fesa inaspetiatissimo . Finse egli di voler parlare di dedizione coli' Aba- 
te di S. Giustina che chiamava suo padre, e con Zanbonetto Capodi- 
vacca suo stretto parente , a' quali fattosi incontro con lieto viso sul li- 
mitare delia porta, tosto ch'ebbero passalo il ponte, egli fece levarlo, 
e quelli prigioni se gli menò . Fremettero i nostri , ed arsero di gran- 
de sdegno . Gridava intanto Solimano da' merli delle mura , che areb- 
be vendicata la morte de' figli coli' uccisione de' due ritenuti . Dispiace- 
va altamente ai nostri vedere in si grave pericolo due riguardevoli cit- 
tadini ; ma dovendosi ad ogni altra cosa antiporre il ben della patria 
cominciarono lavorare alle trincee per approssimarsi alle mura , e dispo- 
sero balestrieri e frombolatori per togliere le difese al nemico . Ciò ve- 
dendo il Rossi domandò di venire a patti; se i nostri ricusassero , a*- 
vrebbe esposto il Capodivacca , e l' Abate Gualpertino alle saette ne- 
miche . 

In tale non preveduta circostanza tra Bornio Podestà , e i principa- 
li Padovani ci fu gran variare di consigli . Dicevano alcuni , essere in- 
degnità e vergogna della Repubblica , e segno di poca fermezza lascia- 
re impuniti gli scellerati attentati di un perfido cittadino ; darsi così ar- 
dire e baldanza ai malvagj d' imitarne 1' esempio ; doversi 1' autore di 
così grave delitto , checché ne segua , a terrore de' tristi dannarsi al 
sommo supplizio . Altri per contrario consideravano esser mestieri che 
molti muoiano per superare le fortificazioni di quel castello per natura 
e per arte munito ; tornare a grave danno della Repubblica che peris- 
sero l'Abate Gualpertino, da cui la Città più fiate era stata difesa, e 
il Capodivacca cittadino innocente ; non meritarsi Albertino Mussato 
per la sua carità verso la patria, che suo fratello resti sacrificato ; final- 
mente non disdire un onesto patteggiamento . Ito questo secondo par- 
tilo rimase vinto, e fu accordato che Solimano se ne andasse salvo co' 
suoi. Rassegnalo il castello , messi in libertà i due prigionieri , e otte- 
nuto dal Podestà un libero passaporto, mentre esso saliva a cavallo, fu 
con molte ferite morto dagli amici di Zanbonetto 7 lui permettente, in 
quel sito medesimo dove aveva ingannati que' due ; e il suo cadavere es- 
sendo sfato gettato nelle fosse della fortezza , si avverò ciò che di se 
avea predetto più volte, che non sarebbe perito altrove che nelle fosse 
di Brazzolo . Entrò in grande collora il Podestà per l' omicidio segui- 
to contro la fede de' patti, e avrebbe gastigato il Capodivacca severa- 
mente , se non si fosse nascosto . Intanto il popolo , a cui non dispia- 
ceva che la frode con altra frode fosse stata punita , obbligò il Podestà 
a lacerare il processo . 11 castello fu spianato da' fondamenti , e i figli 

di 



l66 ANNALI DELLA C I T T -4 

m. 1313 dì Sol/mano banditi , e spogliati de' loro averi dal fìsco portarono la 
pena della paterna malvagità . 

Alla demolizione di questo castello succedette 1' altra di quello di Loz- 
zo. ho Scaligero uscito in campagna, dopo aver dato il guasto ad al- 
cune ville, lo fece atterrare, ossia che troppo gli costasse il difenderlo, 
e la spesa vincesse P entrata , ossia perchè aveva inteso , che i Padova- 
ni con grande apparato di macchine sarebbero andati per espugnarlo . 
Lo storico Ferreto racconta, che fu il medesimo traditor Niccolò, il 
quale disperando di poterlo conservare , lo diede alle fiamme, e consu- 
mò in brevi ore P opera di molli lustri ; e ciò forse puotc esser vero . 
Già costui si vedea dispregiato da Cane e da' Veronesi per quelP anti- 
ca ragione che il tradimento piace , e il traditore si odia . Né alcuno 
appoggio poteva avere né da .Dalmaso suo amico cacciato da Ferrara , 
né da suo cognato Guecello , il quale perduta la signoria di Trivigi , 
e ridottosi a Serravalle abbisognava egli stesso dell'assistenza ed aiuto al- 
trui . Si aggiunge che per maggiore onta di Niccolò in tale occasione 
furono disotterrate e sparse al vento le ossa di Guidone suo padre, le 
quali riposavano nella Chiesa di Lozzo . Ciò fecero per vendetta alcuni 
Veronesi , persuasi , eh' ei fosse stato uno de' maggiori nemici di ^/- 
berto e Mastino della Scala , e che nella morte di questo avesse avu- 
to le mani ; certo essendo che avea protetto gli uccisori di lui ricove- 
ratisi a Padova , come dianzi s' è detto . Non si può negar £ede al Mus- 
sato che ciò racconta ; con tutto ciò è da credersi , che quelle ossa sie- 
110 state raccolte e a Padova trasportate , vedendosi nel Chiostro della 
Chiesa del Santo una bell'arca di marmo con iscrizione in versi, la qua- 
le attesta esser ivi seppellito Guidone. 

Non mancò di qualche carico Io Scaligero per avere acconsentito , 
che violato fosse il sepolcro di Guido , cosa santa e religiosa anche ap- 
presso i pagani . Imperciocché pochi giorni appresso , mentre egli con 
due soli compagni , forse per ispiare le cose nosU^e , scorreva malardi- 
to la nostra campagna , ed era arrivato a due miglia dalla Città , tre vil- 
lani assalendolo gli uccisero il cavallo sotto , ond' egli caduto a terra sa- 
rebbe restato morto , se i due compagni non lo avessero prontamente 
soccorso . Divolgatasi la (ama di questo fatto si mossero i nostri , e di- 
sposero in varj luoghi delle insidie colla folle speranza di poterlo sor- 
prendere, spingendo alcuni sin sotto le mura di Vicenza che lo provo- 
cassero a battaglia con ordine di dare addietro , affinchè cadesse negli 
agguati a lui preparati ; ma tutto è stato vano ed inutile , perchè dal 
passato pericolo egli aveva appreso ad esser cauto e guardingo. 

Abbiamo lasciato in Genova l' Imperadore irrigo , di cui è tempo 
che si ripigli la storia , Si trattenne egli più di due mesi colà succian- 
dosi quello Stato con enormi contribuzioni . Cercava egli bensì di ri- 
condurre la quiete nelle città Italiane partite dalle fazioni , ma insieme 
di riacquistare gP imperiali diritti . Di là su le galee de' Pisani e de' Ge- 
novesi approdò a Pisa , essendogli interchiusa dalla lega de' Toscani la 

via 



DI PADOVA. 167 

via di terra . Dopo varie vicende arrivalo a Roma colle sue genti , e Aìf . 1313 
assistito dai Coionnesi Ghibellini trovò che Giovanni fratello del Pve Ro- 
berto aveva occupato con molla milizia i principali luoghi di quella cit- 
tà non sua , secondato ne' suoi disegni dalla famiglia Orsina , e da al- 
tri Guelfi , onde ci furono varie battaglie con uccisione di una par- 
te , e dell' altra . Non potendo il suddetto irrigo cacciare i suoi ne- 
mici dal Vaticano si fece col consenso del popolo incoronare Impera- 
dore nella Basilica Lateranese , e ciò avvenne il dì 29. di giugno dell' 
anno passato . Ma essendosi diminuito il suo esercito per le molte fa- 
zioni , e ingrossato quello de' suoi nemici, deliberò di partirsi da Ro- 
ma , e passare in Toscana ; dove appresso un assedio di tre mesi , a- 
vando fatto a' Fiorentini collegati col Re Roberto il peggio che seppe 
lare, senza frutto a Pisa si ritornò. Quivi stando colla penna de' suoi 
giureconsulti pubblicò un processo gravissimo contra il suddetto Re , 
dichiarandolo traditore , nemico del Sacro Romano Imperio , e usurpa- 
tore delle terre imperiali ; innoltre privandolo de' suoi stati , e profferen- 
do contro di lui sentenza di morte . Altre terribili condanne promulgò 
contra quelle città , che ad esso si erano ribellate , e tra queste fu Pa- 
dova , cui mise al bando dell' Imperio , spogliandola di tutte le prero- 
gative , immunità, diritti, feudi ed onori, che dagli augusti suoi pre- 
cessori avea ricevuti. E sebbene de' bandi imperiali si ridevano comu- 
nemente i nemici dì irrigo, a' quali era noto, eh' ei non aveva for- 
ze bastanti a rendere efficaci le sue minaccie, con tutto ciò all'infau- 
sto annunzio si commossero i Padovani , e maggiormente si esacerba- 
rono contra di Cane creduto da essi il promovitore di quella sentenza . 
Un' altra disgustosa notizia si aggiunse ad accrescere il turbamento 
de' Padovani . Riseppero essi che 1' Imperadore , il Re di Boemia , En- 
rico Conte di Gorizia , Cane dalla Scala , il Vescovo di Trento , e 
i Signori di Castelbarco si erano collegati insieme contra i nemici dell' 
Imperio ; onde cominciarono a temere che tante forze unite non gli 
potessero opprimere . Oltre a ciò non erano tranquilli per conto de' 
Trivigiani loro amici , a' quali il Conte di Gorizia domandava il passo 
per venire a favore di Cane contro di noi . Niente dovea temere quel 
Comune per parte del Caminese , che dopo Trivigi perduto avendo an- 
che Feltre e Belluno , città tornate a governo repubblicano , s' era ac- 
comodato alle circostanze de' tempi , e avea fatto una pace onorevole 
co' Trivigiani ; ma la nostra e la loro angustia proveniva dalle ostinale 
istanze del Goriziano di voler passare colf esercito a nostri danni . An- 
che in que' tempi la politica suppliva dove mancava la forza . I Trivi- 
giani per trarsi d' impaccio mandarono ambasciadori al nostro Comune ; 
affinchè esso ancora chiedesse licenza di attraversare il loro territorio 
per andare col suo esercito contra il Conte ; sperando che dove avesse- 
ro negato il passo ad entrambi , e" si fossero dimostrati neutrali , cessalo 
avrebbero ogni pericolo . Vedremo poi se questo consiglio abbia ad essi 
giovalo . 

Pri- 



lG8 ANNALI DELLA CITTA 

Tn. 131$ Prima che l' Imperadore a Pisa si ritornasse , trovandosi intricato e 
male condotto nella di/Iicile guerra contra la lega Toscana , domandò 
pronti aiuti a' suoi amici e dipendenti di Lombardia, e avvegnaché al- 
cune città si scusassero per varie ragioni , lo Scaligero , e Passerino 
Vicario Imperiale di Mantova gì' inviarono in soccorso alcune squadre 
di cavalli . Ma queste genti a caso scontratesi per istrada nella cavalle- 
ria de' Lucchesi molto più numerosa furono accerchiate , vinte e fuga- 
te con morte e prigionia di molti soldati , e perdita di alcune bandie- 
re , sicché pochi poterono arrivare al campo di irrigo . Ben ebbero 
miglior successo le nostre milizie spedite in aiuto de' Fiorentini nostri 
alleati, poiché senza verun intoppo vi giunsero felicemente, di che il 
medesimo Imperadore nella sua prefata sentenza ci diede gran carico . 
Intantochè si andava destreggiando da' Trivigiani per non concedere 
il passo al Conte di Gorizia , i Padovani punti sul vivo pel bando di 
irrigo , e animatissimi a far vendetta di Cane si determinarono di por- 
targli la guerra in casa sua propria . L' esercito andò a Montagnana , 
e lasciata indietro Cotogna , e passato 1' Alpone s' indirizzò per diritta 
via a Verona . Vinciguerra Sanbonifazio impetuoso ed ardente con u- 
na schiera di stipendiar] da lui comandala s' inoltrò sino alle porte del- 
la città , e si dispose all' assalto . Egli era desiderosissimo di rientrare in 
Verona , donde la nobilissima sua famiglia , che con tanto lustro vi a- 
vea primeggiato , era slata scacciata ; ond' è agevole 1' invaginarsi con 
qual coraggio avrà combattuto . Cangrande era lontano, e ciò accresce- 
va la speranza di Vinciguerra; ma vegliava a difesa della città Fede- 
rico dalla Scala uomo valoroso , e confermato nella pretura . Durò il 
combattimento sino al cader del sole , e se 1' assalto è stato furioso, non 
è stato meno valida la resistenza, e niente a Vinciguerra giovo l'aver 
fatto alto suonare il suo nome per muovere gli antichi aderenti della 
sua famiglia , poiché nessuno óe Veronesi tumultuò . Abbiamo dal Fer- 
reto che all' annunzio della inopinata aggressione Cane impallidì per 
paura, dubitando che il favor del popolo, com'è voltabile di leggieri, 
potesse dichiararsi pel Conte . Terminata la battaglia Bornio nostro Po- 
destà fece suonare a raccolta , e ritirò le sue truppe; e poiché i Pado- 
vani, che nell'ardire e nella celerità la loro fiducia avean poslo , privi 
erano delle macchine necessarie ad un regolare assedio , di quella speran- 
za caduti , che gli avea colà tratti , non replicarono nuovi attacchi ne' 
dì seguenti , ma si dispersero pel Veronese ardendo e saccheggiando vil- 
laggi e castella , e sfogarono principalmente la loro rabbia sopra i pa- 
lagi e le possessioni della famiglia Scaligera in Montorio , Caldiero , e 
Soave , ed in altri luoghi . 

Avrebbero continuato i nostri a riempire di orrori e di stragi il ter- 
ritorio Veronese , se le mosse del Conte di Gorizia non gli avessero 
richiamati alle case loro . Egli non pago delle risposte de' Trivigiani era 
giunto a Sacile col suo esercito , instando che gli fosse conceduto il 
passaggio , e poiché gli venne novellamente negalo , si preparò ad ot- 
te- 



Ti I JP A D O r A . 1% 

tenerlo per forza . I Trivigiani risoluti di opporsi chiedettero aiuto ai A N,i3»r 
nostri , i quali per la vicinila del pericolo spedirono prontamente de* 
soccorsi ai loro alleali , avendo invialo nei tempo stesso fanti e cavalli 
a Bassano e Cittadella ? onde guardare le rive della Brenta , e rispinge- 
re Cangrande , se avesse tentato di passarla . Le truppe delle due Re- 
pubbliche si accamparono alle rive del Montegano , picciolo fiume ol- 
tre la Piave , e a' 14. di luglio comparvero anche le schiere del Con- 
te . Vennero alle mani le due armate , e la fazione fu grossissima ; 
entrando i Tedeschi nelP acqua per guadare il fiume , e rispingendoli 
ì nostri animosamente , e obbligandoli a dare addietro. Dubbioso era 1' 
esito della battaglia , quando entrato lo spavento nelle genti alleate , per- 
chè i nemici in altra parte passato avevano il fiume , disordinatamente 
fuggendo attesero solo a salvarsi . De' nostri vi rimasero morti infra gli 
altri due prodi giovani Zanbanetto Capo dirocca testé nominato , e U- 
gone de' Macarufi* 

La vittoria ottenuta dal Conte gli apriva la strada per andare alla vel- 
ia di Cane , ma egli invece di seguirne il felice corso diede in preda 
a' soldati quel tratto di ubertoso paese , ^^è^ posto tra il Montegano e 
la Piave, e poi valicato questo fiume lasciò scorrere le saccheggiatrici 
sue truppe sino quasi alle porte della città di Trivigi . Fu credulo eh' 
egli si rimanesse dal progredire, perchè un grosso esercito di Padova- 
ìli accampalo tra Cittadella e Bassano lo aspettava a pie fermo per con- 
trastargli il passaggio ; né era prudente consiglio arrischiarsi ad un fat- 
to d' armi in un paese nemico , e tanto lontano dalle sue Terre . I 
Trivigiani intanto intimoriti per la percossa ricevuta e incerti dell' av- 
venire mandarono due ambasciadori a Padova per aver soccorso e con- 
siglio , né furono lenti i nostri ad accorrere alla loro difesa - 

Ma in mezzo a questi guerreschi apparecchi di quel Comune , sicco- 
me si trovavano in Trivigi i legati di Cesare , che non cessavano di c- 
sortaiio con larghe promesse a ritornare all' ubbidienza di lui , cosi per 
tema di peggiori avvenimenti il dì 20. di luglio gli prestarono il giu- 
ramento di fedeltà non senza grande maraviglia de' Padovani , a' quali, 
tal deliberazione giunse inaspettatissima . A tale novella il Goriziano 
tornò a Sacile sospendendo il corso alle ostilità ., e cominciò a girare 
una pratica d'accordo con lui, nella quale il Caminese suo cognato eb- 
be mano , e di poi fu rotta . Imperciocché i Trivigiani più saggi cre- 
dettero meglio convenire all' interesse del loro Comune novellamente 
stringere un' alleanza di difesa e di offesa co' Padovani , la cui leale 
amicizia avevano utilmente sperimentata , che abbracciare la lega pro- 
posta dal Goriziano poco dianzi dichiarato nemico . Si vinse pertanto 
nel loro Maggior Consiglio questa provvisione , e alla metà di agosto fu 
stipulalo 1' instrumento di alleanza , nel quale i Trivigiani eccettuarono 
T Imperadore , al quale giurato avevano fedeltà . 

Stava in fra due quella Repubblica per sospetto del Conte di Gori- 
zia,, del quale ricusalo avea l'alleanza, e per timore della indignazio- 
Parte III. Y ne 



170 ANNALI BELLA C1TTA S 

an. 1313 ne Cesarea, che conosceva di meritarsi . Imperciocché, quantunque si 
trattasse 1' accordo»,, non erano ancora stabiliti i patti eie condizioni, che 
i Messi Imperiali soggiornanti in Venezia , dopo avere appianate Ite dif- 
ficoltà , finalmente fermarono . Segnata la convenzione gli ambasciadori 
destinati a Cesare partirono , e già erano arrivati a Bologna ; quando 
ecco* recata da più corrieri giunse V inaspettata novella , che i' Impera- 
dorè Arrigo improvvisamente era morto il dì 24. di agosto a Buon- 
convento nel distretto di Siena . Corse non certa fama , la quale , per- 
chè gli uomini sono inclinati a credere anzi II male che il bene , fu 
tenuta per vera , eh' egli fosse stalo avvelenato nell' ostia da un Frate 
di S. Domenico suo Confessore . Ma lasciando che questo fatto con di- 
verse circostanze vien raccontato , il nostro Albertino Mussato , ed J al- 
tri storici contemporanei affermano eh' ei morì di morte naturale , cioè 
di febbre e di peste : e di ciò fece poi un autentico attestato Giovanni 
Re di Boemia e figliuolo del medesimo Arrigo con sua lettera pubbli- 
cata dai Baluzio a sgravio dell' Ordine Domenicano da quella calun- 
niosa accusa infamato . 

Aveva B Imperadore raunato un copioso esercito di genti Italiane e 
Tedesche , e assistito da' Pisani e da' Genovesi , e da Federigo Re di 
Sicilia con grande stuolo di galee t voleva pollar la guerra nel Regno 
di Napoli , e far pentire il Re Roberto di avere , non provacato , 
proceduto tanto ostilmente contra* di lui . E' certamente era spacciato 
quel Re , se la morte non interrompeva il corso di quella guerra . 
Grandissimo fu il dolore de' Ghibellini , che si videro allora perdu- 
ti , ma le città Guelfe esultarono per allegrezza. Gracidi feste, illumi- 
nazioni , e falò si fecero anche in Trivigi , ed in Padova , e pubbli- 
che processioni in rendimento di grazie a Dio, e il popolo, come se 
avesse, riportato una insigne vittoria, tripudiava per le vie di nuovi pan- 
ni vestito . Tanto potè 1' odio delle fazioni . Eppure Arrigo a confes- 
sione de' medesimi Guelfi era un ottimo Principe , e il solo che avreb- 
be potuto rimediare ai mali incancheriti d' Italia , se stati fossero rime- 
diabili . Egli aveva delle eminenti virtù ; giusto, religioso, valoroso-^, 
clemente , intrepido ne' pericoli , costante nelle avversità ; e se fu smu- 
gnitore de' popoli , non per avarizia ciò fece , ma costretto da urgenti 
bisogni . 

Ma lasciate ire le azioni di lui , e a' casi nostri tornando si trovava* 
a Montebello la nostra armata sempre aspirando a ricuperare Vicenza , 
ed era comandata da Niccolò da Calbolo Forlivese, succeduto a Bor- 
nio nella pretura . Quivi intese la nuova della morte di Arrigo , onde 
con tanto maggior coraggio avvicinatosi: a; quella città pose F assedio al 
castello di Barbarano , ma non gli venne fatto di conquistarlo pel va- 
lore dei difensori , e parimente assalii senza frutto quello di Longare , 
alla cui difesa lo Scaligero aveva spedito buon numera di soldati . In- 
velenito per la mala riuscita de' suoi tentativi sfogò la sua rabbia cen- 
tra, alcune ville, e poi malcontento tornossl a Padova». Cane, che non 

pò- 



DI P A D O V ud . 171 

poteva osteggiare contro de' Padovani a lai molto superi-ori di forze, si AN , i 3 i 3 
leone pago , senza prendere battaglia con essi di fare delle incursioni 
sul nostro territorio , e in gualche modo ricattarsi de' danni ricevuti da' 
nostri - Ci furono per verità alcune zuffe minute e leggieri con varia 
fortuna , ma tralascio di riferirle per non dare noia a' lettori . Basti sa- 
pere che la morte dell' Imperadore, non che scemasse in lui P ardimen- 
to, accrebbe anzi la ferocia dell'animo suo; ed ei si credette, come 
Vicario Imperiale , autorizzato a proseguire la guerra cantra de' nostri . 

Accadde in mezzo a quesle cose che il Conte di Gorizia ruppe col 
Patriarca di Aquileia OMohono * il quale impensatamente assalito , e 
sprovveduto d'i genti ebbe ricorso ai due Comuni di Trivigi e di Pa- % 

dova , co' quali erasi collegato . Gli furono spedite alcune truppe , ana 
il Conte per addormentare i Padovani sicché si rimovessero dal soccor- 
rere il Patriarca , propone ad essi col mezzo d' un Inviato un trattalo 
di pace, nel quale anche i Trevigiani erano compresi . Seguì una 
tregua di quindici giorni % terminata la quale furono ripigliate le osti- 
lità , e fa pace coi Patriarca non fu conchiusa se non alla fine dell'an- 
no , quando dopo varie disastrose vicende quel Prelato , non ostante 1' 
aiuto che ricevette da Trivigi e da Padova , si vide condotto a sì estre- 
mo punto , che non poteva più oltre resìstere . 

Prima che succedesse cotesta pace avvenne in Padova un cambiamen- 
to notabile mei governo . Dopo che coli' aiuto della Chiesa Homana eb- 
bero i nostri Maggiori ricuperala la liberlà perduta per la tirannia di 
^Ezzelino , si formò una Repubblica 9 nella quale tulli i cittadini indi- 
stintamente godevano de' primi onori , e la fazione de' Ghibellini rimase 
ad tutto spenta . Erano allora saggi e regolati i costumi , moderate le 
voglie , concordi i consigli ; la temperanza e la parsimonia fiorivano 
nelle famiglie. JVTa una pace di mezzo secolo e più, non turbata che 
da piccole guerre , avendo accresciute a dismisura le nazionali ricchez- 
ze , e guasti ,gli antichi usi , a poco a poco il partito de' Ghibellini per 
connivenza dell'altra parte nascosamente ripullulò. Alcuni uomini ple- 
bei arricchiti col traffico e colle usure , venuti grandi presso il popolo 
.si arrogarono tutta P autorità ad esclusione de' Grandi , cui rendevano 
odiosi e sospetti ; e i Tribuni , ossia i Gastaldi dell' Arti le faccende 
pubbliche governavano a loro arbitrio , a' quali alcuni Nobili faceano 
spalla . Quindi nacquero contenzioni „ risse , sette , invidie , omicidj . 
Già s' è detto che per opera de' Guelfi era .stato ucciso Guglielmo de' 
Paltanieri , ed altri cittadini incolpati di Ghibellinismo furono mandati 
a confine . Ora sul terminare di ottobre fu abolito il Magistrato Tri- 
bunizio , e il potere ne' principali Guelfi fu trasferito . Di questi for- 
mossi quasi tutto il Senato ; di questi sì creò un nuovo Magistrato con 
ampia facoltà di soprantendere alle cose della guerra, e di eleggere i 
quattro Anziani conservatori della libertà , e gli Otto Sapienti , a' quali 
fosse raccomandato il governo politico ; in fine di poter anche annul- 
lare i decreti del Senato , se il pubblico bene lo richiedesse . S' impo- 
se- 



I7 2 ANNALI DELLA CITTA 

"in. 1313 sero pene gravissime a chi pronunciasse il nome Ghibellino , e fu fatta 
la legge , che parte Guelfa e Comun di Padova fosse una medesima 
cosa * Credettero i nostri Repubblicani di aver provveduto in tal guisa 
alla interna quiete , ma il male era troppo invecchiato , e perciò gli o- 
dj e le discordie rigermogliarono . 

Essendo le cose interne così ordinate arrivarono a jPadova due Messi 
di Cangrande per intavolare qualche tra-ttato di accordo . Erano le 
due parti stanche e spossate dai dispendi di sì lunga guerra ; e ciò Ia- 
cea sperare che agevolmente sarebbero venute a concordia . Fatta per- 
tanto una tregua , e dati i necessauj passaporti si abboccarono insieme 
nella campagna, che soggiace al monte V'arda, Marsilio Polafrisana 
Cavalier , e Albertino Mussato per parte dxr-Padovani , Bailardino 
Nogarola , e Parente degli Stornazani da Pisa par parte dello Scali- 
gero* Si trattò in questo congresso degli art ifoli- della pace; ma quan- 
do si venne al punto principale della città di Vicenza,, instando i no- 
stri con improntitudine che fosse restituita , e negando gli altri ad ogni 
costo di cederla , si sciolse il colloquio' senza niente concbiudere , e con 
grave danno di queste provincia r e massimamente de' Vicentini la guer- 
ra continuò anche nell' anno seguente , come diremo . 

m, 13 14. Vacava il Romano Imperio per la morte di Arrigo*, e Papa Cle- 
mente credendo di aver diritto sopra il Regno d' Italia allorché moriva 
]' Imperadore , elesse Vicario dell'Imperio in tutte le parti d ? Italia al 
medesimo Imperio soggette il Re Roberto di Napoli , di cui giustamen- 
te poteva dirsi che fosse ligio. Questa fu 1' ultima azione di quel Pon- 
tefice , che poco appresso mori, cioè nel dì 20. di aprile dell' anno 
x3i4. lasciando di se poco grata memoria, agl'Italiani principalmente, 
d quali doleva che egli , abbandonata Roma , avesse trasportata in Fran- 
cia la sede pontificia , e riempiuto il sacra Collegio di Cardinali oltra- 
- montani con pericolo che si perpetuasse la residenza de' Papi di là da' 
monti , e. cori; grave danno dell'ecclesiastica disciplina. Passò molto tem- 
po prima che gli fosse dato un successore, come a suo luogo diremo, 
Per 1' elezione del Re Roberto a Vicario pareva che il partito Ghibelli- 
no in Italia fosse spacciato . Imperciocché signoreggiava queJ Principe 
non solamente in Napoli ed in Provenza , ma in alcune eittà ancora 
del Piemonte e della Toscana ; aveva suoi alleati i Bolognesi ed i Pa- 
dovani , e dalla, cupidigia del regnare occupato aspirava ad accrescere i 
suoi dominj . Innoltre nulla aveva a temere per parte dell' Imperi© , do- 
ve due Imperadori eletti ad un tempo, disputandosi quella corona , su- 
scitate avevano in Alemagna rovinose discordie . In somma sarebbesi 
detto esser venuto il momento favorevole, in cui i nostri di parte Guel- 
fa avrebbero ricuperato Vicenza , e condotto in cattivi termini lo Sca- 
ligero : ma spesso> errano* gli umani giudicj r e non, avvenne ciò che si 
stimava dovesse avvenire . 

Aveva cominciato il nuovo anno con pioggie continue dirotte , alle 
quali succedettero freddi e diacci grandissimi , che ogni operazione rai- 
. s li- 



1)1 PADOVA. 17,3 



litare impedirono. Poscia nella primavera apparirono de' gran prodigj e" 
portenti in ciclo , che il nostro Mussato descrive nella sua Storia , cre- 
duti dall'ignorante volgo annunciatori di gravi calamità. Nell'ozio del 
verno i Padovani , che chiamato avevano Dino da Rimino al reggimen- 
to della Città , pensarono a meglio rassodare la loro amicizia col Co- 
mune di Trivigi , sempre in sospetto de' segreti maneggi di Cane , che 
in quella città niente meno che in Brescia aveva aderenti ed amici , co' 
quali teneva occultissime pratiche. Nel tempo stesso attese lo Scaligero 
a ristorare la sua provincia afflitta da una fìerissima carestia , alla qua- 
le tenne dietro una grande mortalità , che quasi la quarta parte degli 
abitanti se ne portò, se non è esagerato il racconto degli Storici Ve- 
ronesi . Quantunque egli mostrasse di desiderare la pace , non però si 
rimase di procurare le cose che alla guerra appartengono . 

Si sperava che la pace si potesse conchiudere , poiché il Duca di Ca- 
rintia s' era offerto di essere mediatore , e aveva spedito un Messo al 
Senato di Padova per esplorare la di lui volontà , e nel tempo mede- 
simo era venuto con esso anche un Ambaseiadore del Conte di Gori- 
zia non solamente per trattare la pace co' nostri , ma per proporre e- 
ziandio una lega offensiva e difensiva . In un affare tanto rilevante 
niente vollero stabilire i nostri senza prima interrogare col mezzo di 
Ambasciadori i Trivigiani loro amici ed alleati di quale avviso essi fos- 
sero ; i quali , dopo quattro giorni di controversia e dibattimento per 
la varietà de' consigli , al fine risposero , che la pace si poteva abbrac- 
ciare 9 ma non l'alleanza, che tra' popoli di contrario partito non po- 
teva aver luogo . Intanto quegl' Inviati o infastiditi dall' indugio , o in- 
degnati- per la ripulsa delia lega , o perchè fossero poco sincere le loro 
commissioni partirono a negozio rotto da Padova. I nostri incolparono 
Cane del cattivo esito della pratica , ed egli ne diede carico a' Trivi- 
giani, che per privati loro interessi sturbato l'avessero. Anzi volendo- 
ne fare .risentimento , benché la stagione fosse ancora fiera e intratta- 
bile , ordinò a' suoi soldati stanziati in Vicenza , che passata la Brenta 
entrassero ne' fini del Trivigiano , e vi dessero il sacco . Ciò fecero im- 
mantinente , e diedero il guasto ad alcune ville nel distretto di Castel- 
franco con sorpresa e paura insieme de' Trivigiani , che tale visita non 
si aspettavano , onde senza mettere tempo in mezzo rafforzarono quel 
castello. Conluttociò i trattati si ripigliarono di consentimento de' no- 
stri, e appresso varie conferenze ch'io lascio di riportare, in un con- 
gresso tenuto in Ceneda si tolsero tutte le difficoltà , e la pace col Con- 
te di Gorizia fu stabilita . 

Usciti a bene i Trivigiani di quel!' imbarazzo ebbero qualche con- 
troversia colla Repubblica di Venezia , e colla città di Brescia , che fu- 
rono di poi composte , nò a me , come di cose straniere al mio argo- 
mento , tocca di farne parole . Ma non mi pare ragionevole trapassare 
con silenzio , che i Padovani domandarono a loro , che restituissero a 
Giacomo da Carrara alcune possessioni situate nel Pedemonte Trivi- 

gia- 



A». 1314 



*74 ANNALI DELLA CITTA 



Tai. 1314 giano . La domanda era avvalorata dall'autorità del Senato , che riguar- 
dava le ocose del Carrarese come sue proprie . Sopravvennero intanto ai 
mostri quegli accidenti e pericoli che racconteremo , e perciò allora da 
fiwce nuove istanze sopra ciò si ritennero . Quindi potette il Comune di 
Trivigi qaeiaimen&e pensare a porre qualche argille alle frequenti inon- 
dazioni della Piave , che colle sue sformate piene portava lo sterminio 
e la distruzione sopra i villaggi di quei distretti . H nostro Fra Gio- 
vanni l' ingegno ne del secolo, di cui abbiamo parlato all'anno 1293. 
lii chiamato insieme con altri a consultare sopra i ripari da farsi , e a 
lui principalmente ne fu raccomandata l' esecuzione . Di tanta solidità 
contra l'impeto del fiume sono stati que' ripari, che dopo akune cen- 
tinaia d'anni ancora in buona parte sussistono, e volgarmente vengono 
creduti de' Carraresi . 

Niente meno di Fra Giovanni ebbe parte m quell' opera Frate Ben- 
venuto dalia Cella de' Frati Minori di Padova , uno degP ingegneri , che 
in diversi lavori fu adoperato <lal nostro Comune . Né va taciuto il no- 
me di Maestro Giovanni d* Albano legnaiuolo , valente proto , che fu 
proposto al rifacimento d 5 un ponte sopra la Piave , intorno al quale e' 
era gran varietà d' opinioni . Egli è gran peccato , come altrove no- 
tai (a) che i nostri Maggiori non abbiamo lasciata alcuna memoria di 
quegli architetti idrostatici , che nelle regolazioni de' fiumi lodevolmente 
si aflàticarono, e nel nostro territorio ed in altri luoghi condussero ad 
effetto opere , le quali da più. spassionati ed intelligenti Matematici so- 
no risguardaie con istupore . Non si sa agevolmente comprendere, co- 
me in questi secoli comunemente chiamati barbarici si sia potuto arri- 
vare tant' oltre » Conviene credere che la costante osservazione su la na- 
tura e la pendenza dell' acque , e le replicate esperienze fatte su la fac- 
cia de' luoghi , e il frequento esercizio in somiglievoli operose costru- 
zioni valessero assai meglio presso gli antichi Maestri , che non vaglio- 
no ora presso i moderni professori della scienza dell' acque tanto sottili 
e ingegnose specolazioni , alle quali , Benché in astratto sieno verissime , 
e dimostrative , pie d' una fiata , colpa della materia eh' è sorda r non 
rispose 1' effetto . Forse altre cagioni sono concorse a rendere talvolta 
irustranea l'applicazione de' dotti. ^ f 

Ad un' akra opera di maggiore importanza si accinsero i Trivigiani 
in quest' anno . Era quella indiritta a preservare ai cittadini le loro ren- 
dite dalla rapina d' un impetuoso torrente ; questa a cacciare dagli animi 
loro le tenebre dell' ignoranza , e ad instruirli delle utili discipline , per 
le quali si ottiene , e mantiensi la pubblica felicità . Vollero ad esem- 
pio di Padova aprire uno Studio generale , e decretarono che con o- 
nesto stipendio fossero condotti a leggere nove de' più famosi dottori 

che 



{a) Corso de' fiurni e. 92. 



DI PADOVA. 17 



che allora vivessero , dando di ciò circolare avviso a tutte le città , e AN> , r ji 4 
Comuni d'Italia, e invitandone gli scolari. Pochi anni appresso Fede- 
rigo Re de-' Romani confermò e privilegiò quello Studio ; ma non si 
ha che per la vicinanza di esso alcun danno soffrissero le nostre Scuo- 
le , le quali anzi acquistarono sempre maggiore celebrità , laddove le Tre- 
vigiane appena sono ricordate . Quando poi i Veneziani ottennero il 
dominio di Padova , volendo che quivi esclusivamente fiorissero tutti gli 
Studj , abolirono l'Università di Trivigi , della quale ho fatto ricordo, 
perchè due de' nostri cittadini furono de' primi chiamati a leggere , cioè 
JBelcaro professore di diritto civile, e Pietro d' Abano di medicina. 

Cessati i rigori del verno i Padovani si mossero , e radunato l'eser- 
cito sotto il comando di Pani a leone de ^ Buzzacarlnl prode uomo , lo 
spinsero sul Veronese oltre l'Adige . Le truppe si sparsero furiosamen- 
te per que' villaggi , e avendovi menato rovine e stragi grandissime con 
ricchissima preda a Padova ritornarono . Cane in questo mezzo s' era 
apparecchiato a fiaccare 1' orgoglio de' nostri . Oltre le genti Tedesche 
assoldate nella Carintia , e i soldati levati nelle colonie del Veronese „ 
aveva ricevuto de' grossi aiuti di cavalli e di fanti da' suoi amici di Lom- 
bardia, tra' quali ci fu anche Niccolò da Lozzo Vicario di Bergamo; 
e con questo numeroso e fiorito esercito usci di Vicenza, ed entrò ne* 
fini del Padovano venendo a metter campo presso di Abano il primo- 
giorno di aprile . Questa villa celebre per le sue acque termali sino dal- 
la più rimota antichità era stata fortificata con terrapieni e con fosse Y 
ma niente valse a trattenere 1' impeto de' nemici . Il villaggio fu dato» 
alle fiamme , e tutto, fino agli arredi sacri , andò a sacco . Benvenu- 
to Abate di Fraglia vedendosi esposto per la prossimità ai pericoli del- 
la guerra si riparò insieme co' suoi Monaci nel piccolo Monistero di S. 
Urbano in Città, come si ha da una carta di quell'archivio nel dì g. 
di questo mese . 

I Padovani non avevano allora forze sufficienti da contrapporre ali* 
esercito dello Scaligero , e spedirono messi al Comun di Trivigi per 
ottenere de' rinforzi : e intanto dopo aver messo un buon presidio in 
Monselice disposero le loro genti a difendere il passo della riviera, on- 
de Cane non potesse passar di qua. Questo consiglio fu opportunissi- 
mo , perchè egli con trecento cavalli si- presentò per passarla . Vanni 
degli Scornazzani da Pisa capitano de' nostri soldati sì oppose animo- 
samente al passaggio , e tenne con lui , eh' era su la riva opposta , un 
faceto dialogo , che il Mussato ci conservò . Cane conoscendo la diffi- 
coltà della impresa diede fuoco ai vicini e indifesi villaggi, e colla sua 
armata si ritirò al Colle di Montegalda , dove i nostri avevano fabbri- 
cato un forte, che servisse loro di ricovero allora che osteggiavano» il 
Vicentino . Antonio Malizia con cinquanta stipendiar) stava alla dife- 
sa di quel posto , ma tradito da' suoi , i quali disperavano di potersi te- 
nere contra gli assalti nemici , fu consegnato a Cane , che lo condusse 
prigioniero a; Vicenza dopo avere distrutta da' fondamenti quella; fortez- 
za . 



176 ANNALI DELLA CITTA 

AN . i 3l4 za . Così il Ferreto Vicentino , ma il Mussato attribuisce la perdita di 
quei luogo alla villa del Malizia . 

Alla guerra esterna , che con tanto dispendio sostenevano i Padova- 
ni ., si aggiunse in questo mese di aprile un terribile tumulto, che fu 
vicino a perdere la repubblica . Per intendere donde avesse origine con- 
viene ricordarsi , che s' era abolita nel governo la potestà tribunizia , e 
che esclusi da esso i Ghibellini la somma delle cose slava nelle mani de' 
Guelfi . Ma siccome dove la prosperità entra , la superbia vi soprag- 
giunge , coloro che reggevano la Città , boriosi di comandare , cercaro- 
no per ogni via buona o cattiva di mantenersi ne' magistrati , e quindi 
nacque che il potere in pochi si concentrò , e il governo divenne oli- 
garchico . I nobili, tranne qualcuno , erano tenuli lontani dalle pubbli- 
che amministrazioni , e ad arbitrio de 5 popolari e de' meno sperimentati 
le maggiori faccende si governavano . 

Due infra gli altri erano venuti in gran conto presso la plebe , e 
godevano de' primi onori , Pietro degli yllticlini giureconsulto , e Ron- 
co Sgolante . Quegli colie usure , e coli' esercizio guadagnoso dell' Av- 
vocato aveva ammassato grandi ricchezze , e s' era imparentato colla mag- 
gior nobiltà di Padova , avendo maritale le figlie con grossa dote a' gio- 
vani principali della Città . Esso aveva tre maschi , uno Priore di Cer- 
varese , Frassa , e Face; schiuma de' ribaldi , de' quali non potea dirsi 
qual fosse più . Stupri , adulterj , sedizioni , omicidj , rapine , ed ogni 
maniera di lordura commeltevano impunemente all' ombra della paterna 
dispotica autorità . Ronco di vile nazione , figlio d' un usuraio , uomo 
feroce e facinoroso non era dissomigliantc da Pietro ne' suoi malvagj 
costumi; e i figli di lui Guercio e Viviano de' maggiori eccessi com- 
mettitori ogni libito si facevano lecito. 

Costoro e i loro aderenti locati ne' principali Magistrati aggiravano il 
popolo , lo facevano a lor modo ondeggiare , e lo aizzavano contro de' 
Grandi seminando ombre e sospetti. E accecati da troppa fortuna ave- 
vano preso di mira principalmente i Carraresi di casa orrevole e anti- 
ca , per numero , e per ricchezze assai riguardevoli , e favoriti dal po- 
polo come sostenitori della parte Guelfa , ma per vani timori à\ rado 
ammessi ai maggiori ufficj . Due sopra gli altri primeggiavano in quell' 
illustre casato per lode di giudicio e di prudenza civile , Iacopo eh' eb- 
be di poi il soprannome di Grande , e Ubertino . Essi ben conosce- 
vano i disordini del governo , ma non potendo rimediarvi senza porre 
a pericolo la salvezza della Repubblica prudentemente temporeggiavano , 
aspettando tempi migliori . Figli di Ubertino erano Obizzo e Niccolò , 
giovani d' animo risentito , di acute voglie , intolleranti delle ingiurie , a' 
quali brutta parea la pazienza. Avevano essi partigiani e seguaci il fio- 
re de' nobili , che non potevano soffrire 1' arroganza di que' superbi ca- 
popopoli , e aspiravano a farne vendetta . 

Né l' occasione fu tarda a venire . Gli odj privati sotto colore di 
zelo del pubblico bene avevano fatto nascere un decreto nel Consiglio 

de- 



DI PADOVA. 177 

degli Olio Sapienti radunalo alla presenza del Podestà Dino de' Rossi A *. 1314- 
insieme con venti cittadini scelti da' quattro quartieri della Città , che do- 
dici Ghibellini amici o dependenti de' Carraresi si dovessero mandare al 
confine , perchè senza di ciò la Città non sarebbe stata né secura , né 
quieta . Questa assemblea era composta tutta di persone aderenti de' 
due plebei soprannominati , e Pietro era V anima di quel Consiglio . 
Iacopo ed libertino saggi e temperati uomini dubitando che potesse 
avvenire quello che avvenne , presentatisi insieme con Albertino Mus- 
sato , pregarono e ripregarono il Podestà , e que' cittadini che non des- 
sero esecuzione al decreto ; ma le loro preghiere furono inutili . Al- 
lora Niccolò ed Obizzo non potettero stare alle mosse , risoluti di ar- 
rischiare la persona e Ja vita anzi che vilmente cedere alla malvagità 
de' loro nemici . Perciò la notte avendo fatti entrare celatamente dalle 
loro ville nella Città molti contadini armati., gli collocarono in diversi 
luoghi opportuni al loro disegno . 

Spuntala la mattina del dì seguente postisi alla testa di quella molti- 
tudine vanno al palazzo pretorio , e trovato avendo su la vicina piaz- 
za Pietro co' figli lo feriscono nel capo , ma il correre del suo caval- 
lo gli valse a salvarsi e nascondersi : disgraziato , che il suo destino Io 
riserbava a più cruda morte . Uditosi lo strepito della sollevazione cor- 
se il popolo in armi , e i Carraresi con voce -che andava alle stelle fa- 
cean gridare Viva il popolo , muoiano i traditori . Il Podestà , e il 
buon Vescovo Pagano saliti a cavallo accorsero per acquetare i tumul- 
tuanti , ma non venne lor latto . La plebe , coni' è di leggieri voltabi- 
le , corre furiosa alla casa di quegli Alticlini , cui poco dianzi adula- 
va, e dandovi il sacco ne asporta tutte le ricche suppellettili , e i pre- 
ziosi addobbi con is frenata licenza : indi cercando i più occulti nascon- 
digli trova ( cosa orribile a dirsi ) cave sotterranee con molti fetidi ca- 
daveri dell' uno e dell' altro sesso ; altri già scussi di carne , ed altri di 
persone state uccise di fresco ; alla qual miseranda vista si accrebbe in 
mille doppi 1' odio e l' indignazione contra quella sciaurata famiglia più 
di Busiri crudele . 

Se il giorno è stato procelloso , la notte non fu tranquilla , accre- 
scendo le tenebre negli animi de' mortali orrore , trepidazione e spa- 
vento . Cominciò P alba ad apparire , ed ecco i Carraresi co' loro satel- 
liti in traccia di Ronco . Fu trovato nascosto in casa di un amico , e 
tratto violentemente di là , e ucciso con mille punte , e strascinato per 
le strade della Ciltà lulto fu uno . La casa ne andò a ruba , ed altre 
ancora de' creduti partigiani di lui ; a gran pena fu salvata quella di 
Albertino Mussato che tale certamente non era. Ma, perchè non ba- 
stando le ordinarie imposte per reggere alle spese di tanta guerra, egli 
era stato persuasore al Senato di porre una gabella sopra tutli i con- 
tratti , la plebe indisciplinata attorniò la sua casa posta in mezzo cono 
per darvi fuoco . Egli non tenendosi sicuro nel palagio di Alberto 
Dente suo parente , e vicino , dove s' era riparato al primo annunzio 
Parte III Z del 



178 ANNALI DELLA C 1 T T A^ 

an. 13 14 del nato sollevamento, nò volendosi nascondere in una cava sotterra , 
come quegli lo consigliava , montalo a cavallo uscì per la vicina porta j 
e andò a Vigodarzere. Intanto la vicina milizia di Pontemolino s'era 
mossa alla difesa di lui , e parimente Dino Podestà cogli stipendiati , 
ma più di dieci mila erano i tumultuanti , i quali avrebbero finalmente 
sforzato il palagio , che dal tetto e dalle finestre con dardi e con sassi 
a gran fatica venia difeso , se in buon punto giunti non fossero i Car- 
raresi , i quali, rotta la calca, preghiere, promesse, e minaccie usan- 
do sedarono la furia del popolo sedizioso . Ma non andò esente dalle 
rapine il Monistero di S. Giustina , dov' era Abbate Gualpertino fra- 
tello del nostro Mussato. Calici, Croci, lampane, ed altri preziosi ar- 
redi , antichi monumenti della religione de' Monaci , e della pietà de' 
fedeli , dalla indiscreta popolaglia furono dirubati . Ad altri spogli an- 
dò soggetto quel nobile Monistero e ne' vecchi tempi e ne' nostri con 
danno delle belle arti . 

E quasi impossibile por termine a quella vendetta che si fa dalla 
moltitudine concitata da sdegno. Pareva che il popolo de' primi sup- 
plizj dovesse esser sazio , ma esso era troppo invelenito contra la bar- 
barie degli Alticiini . Essi scampati dal primo pericolo stavano nasco- 
sti nel palazzo del Vescovo , che gli aveva accolti e affidati . Lo ri- 
seppe la plebe , e recatasi là in furia domandò ad alte grida , che que' 
rei le fossero consegnati . Il buon Pagano ricalcitrava avendo dato la 
sua parola , ma le voci popolari crescevano , minacciando di usare la 
forza. Allora il Vescovo impaurito chiamò a se Guizzo da Carrara, 
e gli diede nelle mani que' vituperosi , avutane solenne promessa che 
gli avrebbe campali . E in vero non mancò di fede , ^poiché imbrunita 
la notte egli stesso co' suoi seguaci gli scortò vestiti d' una livrea Ve- 
scovile sino alla porta detta di Torreselle , onde potesser fuggire . Vol- 
le il reo loro destino che la trovassino chiusa , e che mentre si avvia- 
vano ad altra porta , si scontrassero in Niccolò . Questi gli riconobbe , 
e gli tolse a forza al fratello , e legati alla piazza gli ricondusse, do-- 
ve appresso mille scherni sofferti la notte furono nella mattina seguen- 
te trucidati dal popolo , il quale ne fece così crudo scempio , che a leg- 
gerlo raccapriccia , e desta pietà , benché quegli scellerati ne pietà me- 
ritassero , né compassione . 

Con tali ammazzamenti e saccheggi era calata la furia alla plebe , 
onde si potè radunare il Consiglio di tutti i cittadini così nobili che 
popolari per dar sesto alle cose disordinate e confuse . In esso fu sta- 
bilito dopo varie disputazioni , che si dovesse rimettere la podestà tri- 
bunizia , e che il governo della Repubblica stesse , come prima , presso 
i dieciotto Anziani . Con pubblico decreto onorifico fu richiamato ^Li- 
bertino Mussato per opera principalmente di Iacopo da Carrara , 
com' egli medesimo nella sua storia racconta . I buoni Trivigiani tosto 
che seppero le gravi discordie della nostra Città , spedirono sei amba- 
scia- 



DI PADOVA, 179 

sciadori , affinchè dessero mano a ricondurre la quiete , ed ebbero il" AN . 1314 
piacere di vederla ristabilita . Dino de Rossi Podestà , a cui fu impu- 
tato d' essere fautore degli Alticlini , ebbe il suo congedo , e tornato 
a Rimini la testa mozza . Gli fu surrogalo Ponzino de' Ponzoni gen- 
tiluomo di Cremona . 

Tra queste cose il Conte di Gorizia informato de' travagli e tram- 
busti di Padova , parendo a lui che le circostanze fossero favorevoli a' 
suoi disegni , inviò de' Messi ai Comune di Trivigi , affinchè s' infram- 
mettesse a riconciliare i Padovani col Signor di Verona , il quale non 
era alieno da pacificarsi con loro . E in vero è credibile eh' ei deside- 
rasse la pace , quando avesse potuto farla con onor suo : imperciocché 
si lasciò sfuggire P opportunità delle nostre intestine discordie senza ten- 
tare qualche felice colpo contra di noi : quando dir non si voglia che 
troppo tardi , colpa de' suoi esploratori , ne abbia avuto notizia ; ciò 
che non par verisimile . Checché sia di ciò , i Trivigiani inutilmente si 
adoperarono per la concordia , fermi i nostri a non volere rilasciare Vi- 
cenza , perchè le ostilità si ricominciarono . 

S' era acconcio a 1 servigi del Signor della Scala Beltrando de' Gu- 
glielmi, disertore delle nostre bandiere , che ad una statura gigantesca 
univa forze maravigliose , perchè era universalmente temuto , e tutti 
luggivano dinanzi a lui, quando uscito di Vicenza colle sue genti, co- 
me sovente facea , portava lo spavento e la strage nelle nostre contra- 
de . Il primo pensiero del Podestà Ponzino , poiché furono rassettate 
le cose , è stato quello di sorprender costui , se fosse possibile , nel mez- 
zo de' suoi saccheggi , e di farne vendetta . Gli arrise la sorte ; imper- 
ciocché sortito tacitamente di Padova ne' primi giorni di Giugno con 
grosso stuolo di armati si pose in agguato nelle pertinenze di Cittadel- 
la , e lo colse opportunamente , mentre con ricco bottino si avvicinava 
alle, rive della Brenta per ripassarla . Beltrando avea seco trecento sol- 
dati , ma d' assai maggiore era il numero de' Padovani ; sicché all' im- 
provviso assalto non potendo reggere quella truppa fuggì senz' ordine e 
senza guida . Il Capitano abbandonato da' suoi rifugiossi in un bosco 
presso Fontaniva , dove casualmente trovato da Paolo di Vitaliano 
Dente , giovane valoroso dell' antica schiatta de' Lemizzoni , con una 
lanciata fu mortalmente ferito , e condotto a Padova appresso ottogiorni 
morì ; di che la Città sentì grande allegrezza . 

Il Podestà dopo questa felice azione tornalo indietro andò alla villa 
di Abano* e vi rifabbricò il castello distrutto da Cane; e avendovi 
messo alla difesa un conveniente presidio marciò di nottetempo a Vi- 
cenza , dove trovato avendo ben custoditi i sobborghi , né alcuna im- 
presa tentar potendo , fatta preda di armenti , a Padova ricondusse 1' e- 
sercito . Molto era misera , conviene pur dirlo , la condizion di que' 
tempi, e molto infelice lo stalo di queste provincie per 1' ostinata guer- 
ra , di cui scriviamo , che non fu già guerra di conquiste , ma di la- 
dronecci e di ruberie . Si andava predando e incendiando ogni cosa do- 
ve 



*8o ANNALI "DELLA CITTA" 

an. 1314 ve giugnevano le truppe nemiche ; i contadini o erano uccisi , o con- 
dotti via prigioni , o impauriti per le frequenti incursioni tralasciavano 
di lavorare i loro poderi ; la terra abbandonata insalvatichiva , e invece 
di grano metteva spine ed ortiche ; lolle macchie e pruneti ingombra- 
vano i campi, fatti nido di volpi e di lupi. E ciò eh' è peggio per 
sostenere la guerra le città erano assassinate con modi di gravezze straor- 
dinarie ed inestimabili . Oltre le frequenti confiscazioni , disertamente 
delle famiglie, oltre i dazj , e le gabelle, e la crudeltà degli esattori, 
le nostre ville del Padovano furono costrette ad un prestito di alcuni 
fiorini d' oro , più o meno secondo il maggiore o minor numero degli 
inquilini, e non andarono esenti dalle forzate contribuzioni nò Chiese, 
ne Monisterj ; pessima usanza che forse si crederebbe introdotta a' dì 
nostri , quantunque sia molto antica . 

Ma lasciando così amare ricordanze parleremo di un' opera che fa 
grande onore alla nostra Repubblica. Già per le cose sopra narrate^ si 
sarà inteso , che lo Scaligero avea chiuso il Bacchiglione a Longare , 
onde a Padova non corresse , e che più d' una fiata i nostri coli' armi 
alla mano dovettero rimuovere gli ostacoli , che ne divertivano il corso . 
Finalmente stanchi di simil giuoco concepirono e recarono ad esecuzio- 
ne il grande progetto di condurre alla Città una porzione dell' acque 
della Brenta , onde supplire ai bisogni degli edificj , e della navigazio- 
ne . Era il mese di luglio quando il Podestà Ponzino ? raccolto aven- 
do un gran numero di contadini con zappe e badili andò ad appostarsi 
a Limena su la Brenta . Quivi fu disegnalo un diritto canale sino a 
Brusegana , dove il Bacchiglione era solito di passare , e in breve tem- 
po fu scavato e condotto a fine colla direzione, siccome io credo fer- 
mamente, del nostro Ingegnere Fra Giovanni, che in tutte le pubbli- 
che opere, sinché visse fu adoperato. A Limena, dove avea principio 
il canale , fu fabbricato un Castello a difesa del luogo , il quale alcuni 
secoli stette in piedi . Questo fiumicello fu chiamato Brentella , quasi 
piccola Brenta , e il tronco maggiore del fiume , che da Limena corre 
a Stra , acquistò il nome di Brenta vecchia . Allora i Padovani potet- 
tero far senza del Bacchiglione. Se il mio lavoro potrà , arrivare ai 
tempi di Francesco vecchio da Carrara ,. si parlerà dei ripari ordinati 
da lui alla bocca di Limena , e dei così detti Colmelloni divenuti ce- 
lebri nella Storia dell' Acque per avere stancato la penna e l' industria 
di tanti Matematici ed Ingegneri . 

Innanzi di proseguire la narrazione non posso fare che su questo- 
argomento fermandomi alquanto non dica essere mia opinione che mol- 
to prima la Brenta , o qualche parte di essa corresse a Padova . E cer- 
tamente egli pare che così fosse ne' tempi antichi . Imperciocché non 
e' era uopo che all' età de' Romani si fabbricassero que' magnifici ponti 
che abbiamo , se alle sole acque del Bacchiglione avessero dovuto ser- 
vire , ponti con tre superbi archi , che dinotano l' ampiezza del letto 9 
e il volume dell' acque che scorreva per esso . Largo fiume senza dub- 
bio 



DI P A D O V si . l8l 

bio doveva esser quello che per mezzo della Città discorrea , quando in AN . 13 14 
esso annualmente facevasi il certame di barche ricqrdato da Livio . Le 
alterazioni , che sono nate nel corso di questo fiume , che tiene assai 
del torrente , stanno nascoste nel buio de' secoli ; con tutto ciò io cre- 
do di poter dimostrare , che almeno in parte discendesse sino alla no- 
stra Città . Abbiamo in una carta delle Monache di S. Pietro , che Ma- 
r/a Badessa di quel Monastero nell'anno 1221. addì 16. di Marzo al- 
livellò ad alcuni uomini della villa della Volta di Brusegana un terre- 
no sodo , o , come allora dicevasi garbo da farne bosco di salci , e di 
altri alberi dolci . E notandosi i confini di quella terra si dice che est 
dcforis ab ardere ...» usque ad Brentani — Ecco la Brenta nella 
villa della Volta presso di Padova , dove corre anche presentemente . 
Si aggiunga che in due carte dell' Archivio de' PP. Conventuali del Santo 
rogate l'anno I2g5. è nominata la contrada della Brentella nel confine 
di Sermeola , onde può ragionevolmente dcdursi , che qualche porzione 
della Brenta avesse dato il nome a quella contrada . Chi conosce la si- 
tuazione di que' luoghi , come noi Padovani la conosciamo , vede to- 
stamente che 1' acqua di quel fiume teneva quel medesimo corso , che 
tiene anche oggi . Quando pertanto si legge nelle nostre Croniche che 
nell'anno 1314. fu fatta la Brentella, ciò con qualche restrizione si 
dee intendere . O i Padovani ampliarono e dilatarono l' antico alveo , il 
quale forse non era che un fosso , com' è un fossato la Brentella che 
nel territorio Trivigiano è tratta dalla Piave a beneficio di molte ville, 
o diedero a quelP acqua un letto rettilineo , e lo prolungarono ; o la 
tolsero da Limena , che forse innanzi da altro punto era tolta . Quan- 
do io scrissi la mia Operetta sul Corso di Fiumi ec. non aveva osser- 
vali que' documenti . 

Ma si ritorni alla storia della guerra . Il nostro Podestà Ponzino , 
che si aveva tra se prefìsso il racquisto di Vicenza , finché segretamen- 
te si andavano apparecchiando i mezzi necessarj all' impresa , per non 
lasciare in ozio la milizia andò con essa ad Abano , dove rifece in mi- 
glior forma le fosse e gli argini , e del campanile della Chiesa formò 
quasi un torrione . Indi passato a Bassano entrò ostilmente ne' fini del 
Vicentino, e tutte le fertili ville di quel pedemonte, facendo prede, 
trascorse , e carico di bottino colà si ritornò donde era partito . Cane 
fremeva di sdegno , e sebbene non aveva milizie da competere co' Pa- 
dovani uscì di Vicenza, e pieno di ardire progredì sino a Montecchio, 
dove allora erano i nostri , per attaccarli . E Farebbe fatto non ostan- 
te la disuguaglianza delle forze , se i vecchi ufficiali del suo seguito 
non lo avessero rattenuto , Ricevette in questo mezzo de' rinforzi da 
Mantova e da altre parti , co' quali accresciuto 1' esercito camminando a 
gran passo presentossi improvvisamente alle mura di Padova . 

La inaspettala comparsa dell' armi nemiche non atterrì la Città , ben- 
ché il meglio delle nostre genti fosse in Bassano . Il Vescovo, e l'Ab- 
bate di S. Giustina in guerreschi arnesi col clero , e col popolo arma- 
to 



l82 ANNOILI DELLA CITTA 

an. 1314 5o corsero alla difesa. La plebe indisciplinala conlra l'avviso de' due 
Prelati volle a forza saltar fuori delle porte per assalire il nemico ; e 
succedette quello che di necessità doveva avvenire , cioè che il popolo , 
il quale guidato dal furore combatteva senza alcun ordine , fosse rotto 
e fugato . Molti rimasero prigionieri ; molti incalzati dal nemico cor- 
rendo precipitosamente alle fosse furono ricevuti dentro alla Città ; altri 
come pecore macellati , e portarono la pena del temerario lor braveg- 
giare . Lo Scaligero considerando che Padova non si sarebbe potuta 
prendere , sfogò la sua rabbia contra le ville ogni cosa a ferro e a fuo- 
co mettendo: ne così presto lasciato arebbe di saccheggiare, se non 
fosse stato avvertito dalle sue spie , che il nostro esercito studiando il 
passo si avvicinava ; ond' egli raccolte le sue genti sotto le insegne ric- 
co di preda tornò a Vicenza . 

Abbiamo ricordato all'anno i3i2. un accordo seguito tra' Veneti e 
Padovani , il quale allora per le difficili circostanze de' tempi non ebbe 
effetto . Nel mese di settembre in quest' anno i trattati si innovarono , 
e le differenze tra' due popoli amichevolmente furono terminate . A tal 
fine il Doge Giovanni Soranzo rinviò al nostro Podestà Ponzino due 
ambasciadori Giovanni Giorgi , e Niccolò Faliero , ed egli disposto a 
dar fine alle querele de' Veneziani coli' assenso del Consiglio diede pie- 
na autorità di conchiudere l'aggiustamento a Pagano nostro Vescovo, 
e a' venerabili uomini Don Fridiano Abbate di S. Ilario , e Don Mo- 
randino Abbate di S. Cipriano di Murano . Questi arbitri avendo esa- 
minate le ragioni de' Veneti , i quali al tempo della guerra di Ferrara 
erano stati danneggiati nello avere da' nostri , sentenziarono che il Co- 
mune di Padova dovesse pagare in otto anni quaranta mille lire di pic- 
coli per soddisfare ai dannificati , avendosi a cominciare il pagamento 
subito che cessata fosse la guerra. Quanto poi spetta ai beni immobili 
occupati da una parte e dall' altra , e alle regalie ^ che gli uomini di 
Pieve di Sacco e di Corte sono tenuti per antico uso di pagare al Do- 
ge , e alle imposte messe dal nostro Comune sopra i fondi de' Moni- 
sterj Veneziani , fu decretato che ambedue le parti eleggano un giure- 
perito ; e questi trattenendosi un mese e mezzo in Chioggia , e altret- 
tanto in Pieve di Sacco debbano ricevere le istanze , ponderare le ra- 
gioni de' ricorrenti , e sommariamente darne sentenza. 

Molto opportuna al grande disegno del Podestà fu la rinovata con- 
cordia de' nostri co' Veneziani . Egli agognava il racquisto di Vicenza , 
e per non essere impedito da altri pensieri volle prima ultimare quella 
quistione , che da qualche tempo tenea divisi gli animi de' due popoli. 
Adunato il maggior esercito che fu possibile , e preparati mille e cin- 
quecento carriaggi con armi e con vettovaglie , egli partì di PadoVa il 
dì 16. di settembre senza far nota ad alcuno la sua vera intenzione, e 
nemmeno a' fuorusciti Vicentini, a sommossa principalmente de' quali 
si vuole che abbia preso di fare quel tentativo . Egli uscì chetamente ; 
non strepito di tamburi , non suono di trombe , non le solite acclama- 

zio- 



DI PADOVA. l83 

zìonì . Appena poro s'avvide l'esercito di esser mosso verso Vicenza, AN , 1Vi 
diede altissime voci di giubilo , e cominciò a marciare con tal fiducia 
ed esultanza , come se avesse in pugno il buon esito della impresa . Le 
circostanze in vero non potevano essere più lavorabili . Lo Scaligero 
obbligato da gravi affari a trattenersi in Verona; Bailardino JSogaro- 
la governatore di Vicenza andato in Germania per commissione di lui ; 
affidata la custodia della citta ad Antonio suo fratello ; soldati mandati 
innanzi perchè nulla si sapesse colà delle mosse de' Padovani ; assalto 
inaspettato e non preveduto ; molli fuorusciti Vicentini nel campo pra- 
tichissimi d' ogni silo ; lutto facea sperare un felice esito . Ma la for- 
tuna è lubrica e incerta , e il più degli umani avvenimenti da essa si 
reggono . 

Giunse la nostra armata a Vicenza in sul far dell' alba , e si presen- 
tò al borgo di S. Pietro . Quivi trovò addormentate le sentinelle, e aven- 
dole uccise , calò il ponte , ed entrala dentro diede un assalto alle mu- 
ra , ma le guardie accorse zft rumore respinsero gli assalitori . La ciuà 
era piena di grida e di tumulto. Antonio da Nogarola non trascurò 
mezzo alcuno di difesa , e spacciò subito velocissimi messi ad avveri ire 
il Signore del soprastante pericolo. I nostri si erano impadroniti di tut- 
to il borgo , e Antonio per discoslarneli mise fuoco alle case vicine 
alle mura , e le incenerì . Allora per avviso di Vanni condottiere de- 
gli stipendiati il borgo fu abbandonato , ma non prima che contro 1' es- 
presso voler di Ponzino le scorrette milizie vi avessero dato il sacco . 
Come in simili casi si crede nulla non lecito , non si rispettarono pro- 
fane cose , ne sacre . Le violenze , le ruberie , gli adulterj , gli svergi- 
namenti commessi da' nostri senza orrore non si potrebbero raccontare . 
Ne arrivò 1' avviso a Cangrande , mentr' ei sedeva a nuziale convi- 
to , ove si festeggiavano le nozze tra Franceschino figlio non legitti- 
mo di Bartolommeo suo fratello , e una figliuola di Luchino Viscon- 
ti . A tale annunzio senza frapporre indugio *alì a cavallo accompa- 
gnato da tre soli palafrenieri , e in poche ore sul tramontar del sole 
giunse a Vicenza . La sua venuta gli animi de' Vicentini smarriti e 
perduti racconfermò . Vanni, al quale era stata affidata la cura di tut- 
ta la guerra , come se nulla avesse a temer de' nemici , invece di tener 
le sue genti unite , avea permesso che si sbandassero . I nostri soldati , 
altri stanchi dall'avere abbottinato , altri avvinazzati, e morti di sonno 
sdraiali su 1' erba poltrivano ; solamente alcuni pochi prendevano guar- 
dia che nulla di sinistro accadesse . 

Lo Scaligero informato della negligenza de' nostri con sessanta ca- 
valieri , che lo seguirono, uscì della città pieno di generoso ardimen- 
to , e prese co' nemici battaglia , ma fu costretto dal maggior numero 
a rinculare . Allora tutta la guarnigione , e tutto il popolo Vicentino 
fedele al suo Principe fecero una sortita , e piombarono addosso i no- 
stri o disarmati, o correnti per l'armi. Cangrande vedendosi secon- 
dato da' suoi diede prove di gran valore . I Padovani come seppero f 

eh' 



184 ANNALI DELLA CITTA 

,n. 1314 eh' egli era alia testa delle sue milizie , quando lo credevano malato in 
Verona , furon presi da subilo sbigottimento ; e poiché la paura non 
riceve consiglio , invece di restringersi insieme e far fronte al nemico , 
disordinatamente fuggirono * 

Ben ci furono alcuni , che opposero allo Scaligero una ostinata re- 
sistenza , ma soverchiati dal numero dovettero cedere , o furon morti , 
fra' quali Barnaba Macaruffo con tutti i suoi . Il Mussato carico di 
ferite restò prigioniero di Giacomo da Poiana; Vanni e Giacomo 
da Carrara con Marsilio suo nipote ed altri de' principali cittadini 
caddero nelle mani del vincitore . Il Podestà , poiché vide rotto e dis- 
perso 1' esercito , poste le insegne della sua dignità anch' esso fuggì , e 
quantunque fosse riconosciuto , e fatto prigione , seppe far sì che i ne- 
mici medesimi lo scortarono sino a Padova . Tanto potette in ogni 
tempo la forza dell' oro . Per tre giorni fu data ai fuggitivi la caccia , 
i quali a Bassano , a Cittadella , ad Este \ ed in altri luoghi si ridusse- 
ro a salvamento ; ma più di settecento almeno furono presi , e condot- 
ti nelle prigioni a Verona. Immenso è stato il bottino, poiché oltre 
le copiose provvigioni , i nostri disordinavano in magnificenza , e seco 
recato avevano preziose suppellettili d' ogni maniera , come se ad una 
festa dovessero andare. Cangrande , essendogli andata la cosa meglio 
che non poteva desiderare , tra le dimostrazioni di gioia che fecero i 
Vicentini , diede avviso di sì compiuta vittoria a' suoi amici Ghibellini, 
i quali ne menarono gran festa , parendo ad essi che un grande ap- 
poggio fosse mancato alla parte Guelfa . E ricercati di spedire subito 
genti ausiliarie , conciossiaché quello fosse il felice punto d' insignorirsi 
di Padova , ci venne tosto Passerino Signor di Mantova con buon 
numero di cavalli e di fanti, e i Signori di Castelbarco , e Giberto da 
Correggio con molte milizie , e Niccolò da Lozzo da Bergamo , ov' 
era Rettore , il quale sebbene traditore della sua patria non è credibile 
che abbia potuto vedere senza commozione tanti suoi concittadini pri- 
gioni . Cangrande mise eziandio a ordine tutti i Veronesi abili a por- 
tar l'armi, volendo con sì grossa armata far l'impresa di Padova. 

Terrore e batticuore grandissimo sopravvenne alla nostra Città, quan- 
do si seppe l' infelice esito della spedizione Vicentina . Di tanta gente 
pochi erano ritornati, e questi co' loro racconti aggrandivano la paura. 
Nulla sapevasi del Podestà , e trovandosi la Città senza capo , il Ve- 
scovo Pagano , e l' Abbate Gualpertino , come altre fiate aveano fat- 
to , ne pigliarono la difesa : essi rincuorare i Cittadini , armare la Chie- 
resia , essi in ronda tutta la notte su per le mura colle lanterne alla 
mano , Arrivarono in questo mezzo molti de' soldati sbandati , e vi 
giunse anche Ponzino , la cui venuta fu salutare . Egli col parere del 
Maggior Consiglio inviò subito de' messaggi a Trivigi , Ferrara , Bolo- 
gna e Firenze , ciltadi amiche , a chieder pronti soccorsi . Si aggiun- 
sero nuovi fortificamenti agli antichi di steccati e di fosse ; si provvide 
che Cane superbo per 4a fresca vittoria non potesse passare la riviera 

del- 



DI P -4 D O V A • l85 

dèlia Battaglia ; e sì spedirono de' rinforzi e macchine da guerra alle AJ *. 23*4 
castella del territorio; e a Monselice forte chiave del nostro contado fu 
inviato il Conte Vinciguerra con buon nerbo di soldatesca in luogo di 
Iacopo da Carrara che ne aveva il governo . I Trevigiani per l' an- 
tica amicizia spedirono sei ambasciadori al nostro Comune a condolersi 
con esso della succeduta disgrazia , e dietro a quelli vennero quattrocen- 
to fanti , e cinquanta cavalli . Altri riguardevoli aiuti si ricevettero da 5 
Ferraresi, e da' Fiorentini, che accrebbero animo a' nostri . 

Trovavasi non pertanto angustiata la nostra Città , che ogni momen- 
to aspettava di vedere i nemici alle porte ,.. quando parve che il cielo 
mosso a compassione di lei volesse aiutarla . Per dieci giorni continui 
non piovve , ma diluviò , onde i fiumi strabocchevolmente cresciuti al- 
lagarono Vicenza , e parte ancora del nostro contado sommersero , sic- 
ché lo Scaligero colla sua poderosa oste non potette uscire contra di 
noi . Aveva egli in questo mezzo gì 1 innacerbiti spiriti rammorbidito , 
e dato- luogo ai generosi sentimenti dell' animo suo principesco , ordi- 
nando che i Carraresi suoi prigionieri , ed altre qualificate persone al- 
loggiate nel suo palagio fossero onorevolmente trattate . Visitò anche 
più d' una volta il Mussato già da lui conosciuto alla Corte di irri- 
go , confortandolo nella sua disgrazia , e con esso trattenendosi ora in 
serj ed ora in piacevoli ragionamenti , perchè sebbene non fosse uomo 
di lettere , le pregiava molto in altrui . Mentre le cose così passavano, 
accadde un giorno che giuocando insieme (forse agli' scacchi , come tra' 
Signori era in uso ) Passerino Signor di Mantova , Guglielmo di Ca> 
stelbarco, e Iacopo da Carrara, questi gettò un motto di pace, che 
fu approvato da Vanni degli Scornazzani , e dagli altri due , i quali 
promisero di faine un cenno a Cangrande . Questi ossia che sperasse 
facile 1' acquisto di Padova , ossia che ad arte lo facesse , rifiutò da pri- 
ma quasi sdegnato la loro proposta» Ma que' due fidi suoi consiglieri 
ed amici insistettero rappresentandogli , esserci ancora in Padova forze 
rispettabili ; vana la speranza di averla per sorpresa ; popolata e dana- 
rosa la provincia ; non abbattuto il coraggio de' cittadini ; odiar essi pia 
che morte la servitù, da tutte le Città Guelfe d'Italia inviarsi grossi 
aiuti e soccorsi ; non agevole a dirsi quanto possa nelle guerre la for- 
tuna; prendersi spesso dalla disperazione ardimento, e i vinti diventar 
vittoriosi . Se i Padovani domandano la pace doversi loro accordare . 
Da queste e somiglianti riflessioni mosso il Signor della Scala permi- 
se a' due sopraddetti , che ne trattassero con Giacomo da Carrara . 

Si ripigliarono le pratiche dell'accordo, e con messaggieri inviati fu 
avvertito il Senato Padovano della propensione di Cangrande alla pa- 
ce . Congregato il Maggior Consiglio si propose l'affare, e Macaruf- 
Jb fratello di Barnaba ucciso sotto le mura di Vicenza consigliò i cit- 
tadini a proseguire la guerra , e Ubertino da Carrara cugino di Gia- 
como perorò per la pace . Nato era Macaruffo di Ziliolo de' Maca- 
rujfi , e di Furlana da Vo , sangui nobilissimi: imparentato co' Cam»- 
Parte III A a pò- 



l86 ANNALI DELIA CITTA 

4v. 13 14 p osa np ieri , e cogli Estensi , avendo maritata Furlana figlia dì Be- 
nastra suo fratello con Rinaldo Marchese d' Estc . In tutti i più gra- 
vi affari acquistò riputazione ; chiaro anche fuori per governi a lui con- 
feriti ; partigiani ed amici ne aveva assai , ricchezze non poche , quat- 
tro fgli maschi , giovani alti a condurre i disegni del padre ; ma disde- 
gnoso ed altero portava invidia alla grandezza de' Carraresi . S' è tocco 
sopra che Ubertino e Iacopo erano i principali di questa famiglia ; en- 
trambi d'animo grande e generoso, e di non manco giudicio; entram- 
bi per la loro fede favoritissimi nella Repubblica . Erano in essi de- 
strezza d* ingegno , cortesi maniere , e arte di condurre gli uomini nel- 
le loro voglie . Non di minacce paurosi , non da lusinghe corrotti ve- 
gliavano costanti e solleciti al bene della patria . Comechè però fosse- 
ro, somigliantissimi , a Iacopo universalmente si dava la maggioranza . 

Seppe questi da lettere di Ubertino , che quel giorno in grandi ba- 
toste fu consumato , e che nulla si stabilì . Perciò desideroso di por 
fine ad una ostinata guerra , ottenne da Cane di poter venire a Pado- 
va , lasciando in ostaggio suo nipote Marsilio . Venne , e vi fu accol- 
to con liete acclamazioni dal popolo , ed essendosi dal Podestà raduna- 
to tosto il Consiglio per deliberare , e fatto cenno da lui che tutti stes- 
sero cheti , Macaruffo salito in su la Ringhiera così parlò . 

„ Grande e importante è la materia, della quale oggi, o Cittadini, 
y, si tratta : si ha a deliberare , se debbiamo far la pace con Cane , o 
„ proseguire la guerra . Quanto io e i miei antenati abbiamo amato 
„ questa patria , credo che a tutti debba esser noto ; e perciò vi prego 
„ che vogliate attentamente ascoltare quello che sono per dirvi con li- 
„ berta di cuore, e senza rispetto ne di persone grandi, nò di perico- 
„ li . Poiché vuole Iddio , e il nostro destino , o a dir più vero la 
„ nostra ignavia, che vinti domandiamo la pace, anch'io, o Cittadini, 
„ alla pace vi persuado , alla quale già veggo gli animi vostri inclinati . 
„ Ma, Dio buono , qual pace? Tolga il cielo ciò che l'animo da no- 
„ iosi pensieri angosciato mi presagisce * Coiesta pace a me la morte , 
„ a questa Repubblica ruina estrema minaccia . I passati esempj mi em- 
„ piono di terrore , e mi fanno temere che non si posta aver pace con 
„ Cane né stabile , né sincera . Egli del signoreggiare avidissimo aspi- 
„ ra , come nemico implacabile , al possedimento di Padova , né resterà 
„ di usare ogni astuzia per impadronirsene . E questo amaro pensiero 
„ mi cruccia per modo eh' io mi desidero anzi di perire , come mio 
,, fratello, da nemica forza oppressalo, che da una infìnta pace rassi- 
„ curato nel mezzo del sonno insidiosamente esser morto . Ma veglie- 
„ remo, voi dite, sopra la vita de' cittadini , e sopra i passi tutti di 
„ Cane . Sì certo veglieremo noi , che l' altrieri da sonno presi in ca- 
„ sa de' nemici , e addormentati vigliaccamente nel mezzo della vitto- 
„ ria un giorno solo non abbiamo potuto vegliare . Né mi mettete in- 
>, nanzi la infelice condizione di tanti prigionieri . Sasselo Iddio che 
„ tutto vede , se mi scoppia il cuore per Giacomo da Carrara , e 

« pe- 



DI PADOVA. 187 

„ pegli altri prigioni . Ma la cura di questa Repubblica , e la vostra AIf . lìH 
„ universale salvezza , o Cittadini , mi fa quasi dimenticare di loro . 
„ Si procuri in ogni guisa di riavere Giacomo dalle mani di Cane, 
„ Giacomo sostegno della nostra patria , guida de' nostri passi . Io ho 
„ quattro figli , e tutti e quattro , s' è d' uopo , ve gli offero per riscat- 
„ to di lui . Se non che panni che dica alcuno di voi : a che , o Ma- 
„ caruffo , con vani parlari tu e' intrattieni ? parla chiaro , dì ciò che 
„ per tuo avviso si dee fare . Noi vogliamo la pace . Oppressi dalla 
„ mole di tanti mali, stanchi dalla lunga guerra cediamo alia nemica 
„ fortuna . Ma di grazia , dico io , non vogliate coli' animo così sbat- 
„ tuto sottomettere il collo al nemico giogo . Perchè tanta viltà negli 
„ animi vostri si allctta ? Negli avversi casi e pericolosi la virtù vera si 
„ esperimenta . A noi conviene indugiare 1 Più spesso col savio indù- 
„ gio che colla fretta imprudente si giova alla patria . Peggio non ci 
,, può avvenire che in questo modo gitlarci via . Nuove forze ancora 
„ ci sono : denari non mancheranno sol che vogliate imitare il mio 
„ esempio . I Fiorentini , i Bolognesi , ed altri popoli di parte Guelfa 
„ già vengono a nostro soccorso. Si può risuscitar la fortuna, e con 
„ migliore stella guidar la guerra correggendo i passati errori : può 
„ questa Repubblica mantenere la sua dignità . Ma se contra il mio 
m avviso ricevette la legge da Cane^ aspettatevi oh Dio ! di vederla av- 
v vilita ed oppressa. Aspettatevi che tanti fuorusciti partigiani di lui a- 
„ vidi di vendetta rientrino nella Città. Gare, sedizioni , garbugli, ma- 
„ nifeste discordie, il che cessi Iddio, la metteranno a romore : incendj, 
„ e diroccamenti ne difTormeranno la faccia; sacre e profane cose saran- 
„ no contaminate: ferite ed ammazzamenti la brutteranno di sangue". 
Così con occhi di fuoco e con voce terribile Macaruffo terminò il 
suo discorso . Allora JBenastruto più maturo d' età , e meno ardente 
di lui prese a parlare, esortando prima il fratello, indi i Cittadini a 
nudrire pensieri pacifici . Indi Iacopo da Carrara , la cui autorità 
presso il popolo era grandissima , come dicemmo , parlò in questo te- 
nore . 

„ Fummo , e convien confessarlo a nostra vergogna , fummo , o pre- 
„ stantissimi Cittadini, per nostra imprudenza vinti e superati da Cane. 
t , Si tratta ora se si abbia a ricevere da lui quella pace , che avanti 
„ T accaduto disastro , se fossimo stali saggi , non doveva essere rifiuta- 
„ ta da noi . E volesse pur Dio , che ostinati e presuntuosi , quando 
„ cen 5 era venuto il destro, non l'avessimo ricusata. Ma quando fu 
„ mai che 1' esperienza delle cose passate ci abbia fatto più cauti ? quan- 
„ do che abbiate posto mente ai vizj abbarbicati e cresciuti nella no- 
„ stra Città ? Riconosceteli almeno ora . Io veggo costumi corrotti , cu- 
„ pidigie , insolenze, lusso smodato, spendere disonesto, molta arro- 
„ ganza, fierezza nell'ozio, e nella pace, viltà e codardia nelle batta- 
„ glie , non ardore di gloria, non riverenza alle leggi, non amor dei- 
^ria. E in tal termine le cose essendo si vorrà continuare la 

v guer- 



iSS ANNALI DELLA CITTA 

an. 13 14 » guerra ? ma dov' è per fede vostra il denaro , col quale la guerra si 

„ sostiene e si regge ? Sieno pur grazie all' ottimo cittadino , che offre 

„ cento lire al pubblico erario : ma questa è quasi come una stilla d' ac- 

„ qua per estinguere un grande incendio . Ben sapete che la guerra è 

„ una sfondolala voragine . Parvi egli poco l' avere sinora con ogni 

„ maniera di gravezze e di accatti sperperati i Cittadini, che si vor- 

., rebbe ancora smugnerli e scorticarli ? Non piaccia a Dio che per so- 

„ stenere un puntiglio si vogliano ridurre tante famiglie allo stato di 

^ povertà e di mendicaggine . Ma di Macaruffo è pur forza che io 

„ mi maravigli , il quale diffida di poter guardare la Città , e poi vi 

„ esorta di portar la guerra fuor de' vostri confini ; e mentre teme di 

„ essere scannato dormendo nel proprio letto , vuole uscire in campa- 

„ gna ed assalire lo stato nemico . E una follia il credere che noi , 

„ che interi non siamo stati eguali a Cane, ora rotti e debilitali pos- 

„ siamo essere a lui superiori : a lui che d' ogni parte della Lombardia 

„ ha ricevuto grandi rinforzi , che ha un esercito infervorato per 1' ot- 

„ tenuta vittoria, egregi capitani, soldati ne sfrenati, né nuovi, ma 

„ ubbidienti , ma avvezzi agli uffici della milizia , e alle battaglie adde- 

„ strati . Credetemi , o Cittadini , la nostra presente forza è nulla ri- 

„ spetto a sì potente avversario . Ne mollo debbiam fidarci negli aiuti 

„ stranieri e lontani. Lubrica e sdrucciolosa ( conviene pur dirlo ) è 

„ in questi tempi la fede degli uomini . Gli amici o sovente frappon- 

„ gono indugj , o non vanno spesso d' accordo ; e sempre poi pensano 

„ meglio a' proprj loro interessi che a quelli dell' alleato . Diverse vo- 

,, glie , diverse leggi , varietà di costumi di questo disordine sono ca- 

„ gionatrioi . Di me che vi dirò mai , Cittadini ? Lodate , che ben lo 

? , merita , il magnanimo cuore di Macaruffo , che i suoi quattro ca- 

„ rissimi R§ii esibisce alla patria per la mia liberazione . Chi non gli 

„ sarebbe grato di cotesta sua generosa offerta ? Ma se la continuazio- 

., ne della guerra è salutifero e buon consiglio alla patria mia , se puo- 

,, le essa quindi sperare vittorie e trionfi , di me non vi caglia : io tor- 

„ nero , come porta il mio dovere , a Vicenza , per terminarvi , se fia 

„ d' uopo , la vita in dura e misera prigionia . Ciò da me richiede il 

„ mio onore, la carità della patria, e l'esempio de' miei maggiori. 

„ Ma se non di me , vi caglia almeno di tanti cittadini , che per que- 

„ sta Repubblica sparsero il loro sangue , ed ora o smozzicati dalle fe- 

,, rite trangosciano negli spedali , o gemono inconsolabili tra gli orrori 

„ -di carceri tenebrose : vi caglia de' vecchi padri , delle tenere mogli , 

„ degl' innocenti fanciulli, che piangono amaramente, e sospirano il. 

„ loro ritorno , stendendo a voi supplichevolmente le mani . Non si 

„ ammollisca però il vostro virile animo sopra la loro disavventura , se 

„ la salute della Repubblica altramente richieda . Soffrano essi la pri- 

„ gionia , le torture , le mannaie , i patiboli ; orbe e dolenti piangano 

„ le loro famiglie .; che il ben privato non si dee mettere innanzi al 

„ pubblico . Se però una onesta pace può mettere fine a tanti mali ; 

„ se 



Di P A B O V A . 189 

„ se può ricondurre la calma e la sicurezza a questa agitata patria ; se an. 1314 

„ l' agricoltura , e le industriose arti quasi abbandonate , se il commer- 

„ ciò annichilato potranno rifiorire per essa, io non veggo, o Cittadi- 

„ ni , per qual ragione non debba abbracciarsi . Nò vi spaventi il ri- 

„ torno de' fuorusciti minacciatovi da Macaruffo . Essi certamente non 

„ torneranno , ne fìa per essi turbata la nostra quiete . Torneranno bensì 

„ tante centinaia di cittadini a racconsolare le loro famiglie, e in hio- 

„ go del grandissimo caro, che abbiamo, tornerà l'abbondanza. E se 

,, avvenga , che nelle condizioni della pace dal medesimo Cane deside- 

,, rata sorga qualche notabile differenza, ci rimetteremo , quando così vi 

„ piaccia , al giudicio di onesti arbitri e mediatori , i quali , oltre a stir- 

,, pare ogni radice -di dissensioni , entreranno mallevadori per la pronta 

„ esecuzione e sincera osservanza delle condizioni suddette " . 

Con grande approvazione fu inteso il parlare di Giacomo , come ap- 
parve dai voti de' Cittadini , che quasi tutti favoreggiarono 1' opinione di 
lui . Fatto il decreto di maneggiare la paco , a condizione che ne re- 
stassero esclusi i Padovani sbanditi , da T^anni fu portato allo Scalige- 
ro , il quale come vide la suddetta esclusione , montato in ira voleva 
rompere la pratica dell' accordo ; ma raddolcito dalle parole de' suoi con- 
siglieri elesse a trattarlo Niccolò da Legge , e JBoninesio de' Pagano- 
ti, altre volte in simili affari impiegato. In Padova fu tenuto il con- 
gresso, essendovi intervenuto per parte de' Veneti , ne' quali s'era fatto 
compromesso , Donato Lombardo soprannomalo Calderario . In breve 
tempo furono proposte , ventilate , e accettate le condizioni della pace , 
e il dì 4* di ottobre ne fu rogato in Padova 1' instrumento . Furono 
le condizioni , che ambedue le parti ritenessero que' luoghi , che attual- 
mente possedevano ; fossero rimesse le ingiurie , liberati i prigioni , e 
restituite a' Padovani le possessioni e gli averi posseduti nel Vicentino 
avanti la guerra , e parimente a' Vicentini i beni che avevano sul Pa- 
dovano ; aperte le strade a beneficio comune ; e nascendo ambiguità o 
contesa , i Veneti conoscessero della ragione di ciascuna parte . La pe- 
na imposta a chi violasse V accordo fu di venti mille marche di argen- 
to . Compresi furono nella pace suddetta per parte dello Scaligero il 
Re di Boemia, i Conti di Gorizia , il Vescovo di Trento , Rinaldo 
aV Bonacossi , e i Signori di Castelbarco ; per parte de' nostri i Co- 
muni di Trivigi , Feltre , e Belluno, e le città di Ferrara, Bologna , e 
Firenze . 

Tornarono colla pace a queste desolate provincie il buon ordine, la 
quiete , e la pubblica sicurezza , e più di tutti i Vicentini ne gustaro- 
no i salutevoli effetti , stati per tre anni lo scopo perpetuo dell' odio e 
della vendetta de' Padovani . Non toccò al Vescovo Jiltegrado di ri- 
tornare alla sua Sede , poiché il primo di questo mese fu colto dalla 
morte in Padova , ed ebbe onorevole sepoltura nella Chiesa de' PP. 
Predicatori . Fu Prelato di grand' animo , e di molta dottrina , orna- 
mento del Capitolo, e della Università. Libero il nostro Comune da' 

pen- 



IC)0 ANNALI DELLA CITTA" 

'*. J 3'4 p ens ' er * delle cose di fuori diede con grato animo ricompense ed esen- 
zioni a que' Luoghi , che più di valore dimostrato avevano nella guer- 
ra , o più di danno sofferto avevano da' nemici : saggio provvedimen- 
to per accrescere il coraggio ne' sudditi , e rassodarli» 1' affezione e la 
fede . 

A tanti e sì continui amari della nostra Città succedette un poco di 
dolce . Volle essa premiare il merito di Albertino Mussato , e risar- 
cirlo in solenne forma della ingiuria ricevuta dal popolo. Era Rettore 
della nostra Università Alberto de' Duchi di Sassonia , il quale unita- 
mente col Vescovo Pagano decretò al Mussato l' onore della laurea 
poetica . Antichissimo presso i Greci è stato 1' uso d' incoronare i poe- 
ti , imitato da' Romani sino da' tempi di Nerone , ma col cader delle 
lettere cessò sì lodevole costumanza . Rinata la letteratura in Italia tro- 
viamo che S. Francesco ridusse al suo Ordine un celebre compositore 
di profane canzoni , che avea meritato dall' Imperadore la corona poe* 
tica , e perciò era chiamato il Re de 1 Versi ; ma non sappiamo né chi 
fosse, né da chi , né dove , né come tale onore avesse ricevuto . l)an- 
te sperava di essere coronato nella Chiesa di S. Giovambatista , dove 
avea ricevuto il battesimo , ma la sua speranza fu vana , e ramingo 
dopo il suo esilio per varie città d' Italia non più rivide Firenze . An- 
che il nostro Albertino morì in esilio , come diremo ; ma in ciò fu 
dissomigliante dal poeta Fiorentino , eh' egli in quest' anno nel dì na- 
talizio di nostro Signore fu incoronato con solennissima pompa tra il 
lieto suono di tamburi e di trombe alla presenza di tutta l'Università 
e d' innumerabile popolo . Il Senato volendo anch' esso onorare il suo 
cittadino decretò che ogni anno nel dì di Natale dovesse la predetta 
Università recarsi alla casa di lui con un nobile presente di torchi e 
di ceri , e che le opere da esso composte si leggessero pubblicamente . 

Io non ripeterò di questo grand' uomo ciò che più esattamente di 
tutti ha scritto il Cavalier Tir abo sdii , il quale dalle opere del Mussa- 
to medesimo ha tratto le più importanti notizie della sua vita , correg- 
gendo non pochi falli degli anteriori biografi . Certo è eh' egli negli 
atti notariali si chiama figlio di Giovanni Cavalerio banditore del no- 
stro Comune, nato povero e di famiglia plebea, assai diversa dalla no- 
bilissima schiatta de' Mussati , o àé Mussi • E perchè ci fu nel secolo 
XVI. il Co. Giulio Zabarella padre del Co. Iacopo celebre Professo-* 
re di Loica , che nella sala del suo palazzo facendo dipingere gli uo- 
mini illustri Padovani ordinò che ci fosse anche Albertino con una 
casa in mano, quasi, che egli fosse l'autore della famiglia, Gianfran- 
cesco Mussato dottissimo uomo scrisse una dissertazione latina da ^ me 
posseduta , colla quale prova ad evidenza la nobiltà de' suoi antenati , e 
che Albertino , se è stato figlio di Viviano dal Musso , come leggesi 
in qualche cronica, non è stalo figlio legittimo, ma spurio, nato dalla 
moglie del Cavalerio . 

Ma lasciando ciò , e tacendo insieme degli onorevoli impieghi avuti 

da 



DI P A D O f A . 191 

da lui in Padova e fuori , de' quali gran parte si ha nel corso di que-""lN. 13 14 
sta Storia , aggiungerò solamente qualche cosa del merito letterario di 
lui , che la laurea gli procacciò . E affinchè non si creda per avventu- 
ra , che per amor della patria io lo voglia aggrandir con parole , ri- 
porterò fedelmente ciò che il March. Maffei, dotto giudice ed impar- 
ziale, lasciò scritto su tal proposito (a) . 

„ Ad Albertin Mussato, forse per essere così tardi venute in luce , 
„ e da pochi osservate 1' opere sue , poca giustizia il mondo letterario 
„ finora ha reso ; essendoché accordasi in una voce 1' Europa tutta , che 
„ si dehha al Petrarca la gloria dell' aver risuscitata I' eleganza delle 
„ latine lettere , e singolarmente nella poesia : ma senza intendere di 
„ derogar punto alla fama di quel divino ingegno , siami lecito dira* 
„ che tal gloria può grandemente essergli dal Mussato contesa . Morì 
„ questi molto vecchio , dopo aver sostenuto gravi impieghi nella sua 
„ patria, l'anno 1829, vale a dire trentacinque avanti il Petrarca 
„ ( 1. 45. ) : compose , oltre a' molti libri di storia de' tempi suoi , in 
„ verso eroico l'assedio di Padova fatto da' Veronesi sotto Cangrande . 
„ Egloghe, Elegie, Epistole in versi, ed un Centone Ovidiano: ma 
„ per far giudicio in questa causa, leggami le due tragedie, Ezzelino 
„ ed Achille , eh' egli con modo e stile di Seneca ci lasciò ; si pa- 
„ ragonino con qualsivoglia componimento di que' tempi , o degli an- 
„ teriori dopo gli antichi ; indi chi fosse il primo a scuoter la rozza 
„ barbarie nello scriver latino per gì' intendenti decidasi " . 

Fin qui il Maffei . Che se alcuno mi chieda chi fu colui , che in 
quei rozzi tempi avviò Albertino negli studj poetici , dirò che fu il 
nostro Lobato , del quale afferma il Petrarca , che se non avesse cam- 
biate le nove Muse colle XII. Tavole , e antiposto la giurisprudenza 
alle umane lettere , tenuto arebbe il primato tra tutti i poeti che fiori- 
rono in quel secolo , o neli' età precedente . 

Col finire dell' anno terminò il suo reggimento Ponzino , uomo di 
grand' animo, che lasciò di se onorata memoria ne' nostri fasti. Ebbe 
per successore Francesco da Calboli da Forlì , della qual famiglia due 
anni innanzi Niccoluccio era stato qui Podestà . Se valer dovesse la 
testimonianza dì Dante , noi non faremmo buon giudicio di questi due 
Forlivesi, che vennero a governarci; poiché nel C. i5. del Purgato- 
rio , dove introduce Guido del Duca a far 1' elogio di Panieri da Cat- 
boli , chiama i suoi discendenti tralignanti ed incattiviti . Ma forse que- 
sto rimprovero si dee attribuire all' umor Ghibellino di lui , perchè ab- 
biamo dalle nostre croniche che furono giusti e benigni . Dal qual suo 
genio è proceduto ancora per mio avviso , che quel divino poeta non 
si mostrò favorevole ai nostri . Poteva egli nominare con loda nel suo 

poe- 



M Pref. al Teat. Trai. 



I9 2 ANNALI DELLu* C ITT ut 

an. 1314 poema qualche virtuoso uomo della nostra Città , e non vi nominò che 
alcuni viziosi , cui locò nell' Inferno . Ma noi eravamo Guelfi appas- 
sionatissimi ; eravamo nemici di quel!' Arrigo Imperadore , sopra il qua- 
le fondate aveva le sue speranze di ritornare in Firenze, eravamo in 
continua guerra con Cangrande , presso cui nel suo disastroso esilio, 
come in porto di sicurezza , s' era egli ritratto ,. e dove si vuole che 
abbia composto buona parte della sua immortale Commedia . 



am. 131J Quando Francesco entrò al governo della nostra Città, era lo stato 
di essa quasi come il mareggiare del nostro golfo dopo una gran bur- 
rasca sofferta . La pace era fatta , ma pullulava un cattivissimo seme di* 
discordie civili , e non vi era né riposo , né contentezza negli animi 
de' cittadini . Si vendevano i beni de' ribelli , e sopra le vendite era 
stato istituito un Magistrato , capo del quale era Bernardino de' Me- 
dici Parmigiano , e questi rendeva ragione a chi avesse avuto de' giusti 
titoli sopra que' beni , Ma cotali vendite non passavano senza dispiace- 
re di- molti , che non avrebbero voluto tanto rigore . Si aggiunga la 
peste de' rapportatori , che spiavano i segreti altrui , e per ogni cosuz- 
za o-» paroluzza delta or questo , or quello accusavano di fellonia , quasi 
che avessero occulte intelligenze con Cane; e siccome chi governa è 
sovente d'ogni cosa ombrosissimo, così agevolmente credevasi, che fos- 
ser vere le accuse, perchè altri erano sostenuti., alcuni carcerati , altri 
messi alla tortura, od uccisi ,. onde con sospetto vivevasi e con paura. 
Cotesto male dopo alcuni secoli E abbiamo provato anche noi ,. e il ri- 
cordarmene mi raccapriccia .. 

Se la paura de' privati cittadini era forse eccedente , non si potevano 
condannare i timori de' Magistrati della Repubblica.. Cangrande dive- 
nuto era formidabile, e come lo chiama Giovanni Villani (a) , il più 
possente e ricco tiranno di queste contrade ; capo della fazione Ghibel- 
lina , alleato di molti Signori di Lombardia , dismisurato d'animo, cu>- 
pidissimo di ampliare Signoria ed. imperio. Egli dopo aver costretto i 
nostri alla pace , meditava di rompere co' Trivigiani , perchè gli sapeva 
reo che fossero Guelfi , e ci avessero somministrato frequenti aiuti nel- 
la guerra sostenuta contra di lui . Valoroso guerriero ed insieme ac- 
corto politico sceglieva i mezzi opportuni per condurre i suoi disegni 
a buon fine . Era da qualche tempo che Guecellone da Camino aspi- 
rava all'onore d'imparentarsi con lui, e Cane considerando, che ciò 
gli poteva esser utile nella meditata impresa contra Trivigi , finalmente 
acconsentì 1 di dare Verde figliuola di Alboino dalla Scala in moglie 
a nizzardo primogenito del Caminese . I Trivigiani fecero mostra di 
rallegrarsene, e gli spedirono una solenne ambasciata-, e non potendo 
in palese , segretamente si rattristarono , temendo che così stretta -paren- 
tela 



(*) Stor. Fior. L. io* 



DI PADOVA. 10,3 

tela non fosse per partorire de' sinistri effetti contra di loro . Perciò A *. 1315 
più strettamente si coliegarono co' Padovani , e mandati ambasciadori al 
nostro Comune fermarono un accordo insieme nel mese di aprile per 
comune difesa, deliberato avendo di armarsi per ogni caso che potesse 
avvenire . Gran parte ebbero in questo trattato Iacopo da Carrara , 
Macaruffo de' Ma ca raffi , udntonio giudice da Lio , e Albertino 
Mussato . 

Non cessavano intanto gli apparati militari in Verona , e ciò recava 
grande gelosia non meno ai Trevigiani che ai nostri . Accresceva la dif- 
fidenza di quel Comune la condotta equivoca di Guecellone , che met- 
teva a campo., forse a sommossa dello Scalìgero , certe sue pretensio- 
ni , onde pigliar motivo di far la guerra . Per la qual cosa deliberaro- 
no quei di Trivigi d' inviare ambasciadori a Cangrande per intendere 
dove tendessero i disegni , e apparecchiamenti di lui . Erano troppo 
sempiici in vero se credettero ch'egli arebbe loro manifestate le sue 
vere intenzioni , usando i regnanti di ricoprirle con maravigliosa accor- 
tezza sotto impenetrabile velo . Furono non pertanto ben ricevuti ed 
accarezzati quell'Inviati, e con lusinghiere risposte rimandati alle case 
loro . Ma è da sapersi che nuovi avvenimenti avevano fatto allo Sca- 
ligero mutar consiglio , e differire ad altro tempo la sua spedizione 
contra Trivigi . I suoi diletti Ghibellini richiamavano altrove tutte le 
cure e le forze sue . Egli a Matteo Visconte Signor di Milano man- 
dò soccorso di soldati Veronesi , e insieme q,q\\ Passerino de Bona colsi 
andò in persona contra Giberto da Correggio per sua volubilità di 
Ghibellino tornato Guelfo , e lo costrinse , quantunque fosse rinforzato 
da un stuolo di nostre genti , a far la pace co' suoi nemici ; ed inviò 
ad Ugoccione della Faggiuola ^ feroce capo de' Ghibellini in Toscana , 
sì grossi aiuti , che potò riportare una gloriosa vittoria contra i colle- 
gati Guelfi , e sostenersi nel dominio di Pisa e di Lucca , che poco 
appresso in un sol punto per sua negligenza perdette . Il Caminese ve- 
dendo Cangrande occupato nelle cose di Lombardia propose di accor- 
darsi co' Trivigiani , come dopo varj maneggi felicemente seguì . Così 
il procelloso nembo , che minacciava Trivigi , si dileguò . 

Memorabile fu quest' anno per la morte di due personaggi , uno 
trapassato in Padova, e l'altro in Trivigi; uno per l'umile e oscura 
sua vita non creduto così santo, quale in morte si dimostrò; l'altro 
tenuto mago, stregone, ed eretico, quando era cattolici) issi mo . Io non 
parlo tanto chiuso che subito non s' intenda che questi fu Pietro d'e- 
bano , del quale ho recate alcune notizie all'anno i3o6 . La sua so- 
lenne professione di fede ivi accennata , i sentimenti di pietà esposti nel 
suo testamento, i legali a beneficio de' poveri e delle Chiese da ogni 
taccia di eresia lo purgano bastevolrnente ♦ Del resto non fu solo tra 
gli uomini grandi di quel secolo che fosse accusato di magia ; basti di- 
re che questa disgrazia ebbe ancora il Petrarca . L ? altro morto in 
Tmigi è stato Enrico di Bolzano, uomo semplice e penitente, che 
Parte HI B b quan- 



194 ANNALI BELILA CITTA" 

x. 131 j quanto vivendo seppe occultare le sue virtù , e nascondere la santa sua 
vita , altrettanto volle Iddio con prodigj , e miracolose guarigioni ma- 
nifestarla quando morì . Di lui , e di ciò ad onor suo fece in quest' 
anno e dipoi la Repubblica di Trivigi abbiamo la storia diligentemente 
compilata dal Conte Rambaldo degli tizzoni Awogaro dotto e piis- 
simo Canonico della Chiesa Trivigiana , ornamento della sua patria , il 
quale , mentrechè visse , per una cotale somiglianza di studj , mi tenne 
nel numero de' suoi amici , perchè la sua perdita mi è stata amaris- 
sima . 

Alla morte de' due sopraddetti si dee aggiungere F altra del Patriarca 
d' Aquileia Oltobono , il quale morì in castello Arquato del contado di 
Piacenza nel gennaio di quesl 5 anno , essendo stato chiamato in Fran- 
cia dal Cardinale del Fiesco , onde corse fama , che se non fosse usci- 
to di vita , sarebbe stato eletto a Sommo Pontefice . Morto lui si su- 
scitò nel Friuli un grande incendio di guerra , non volendo que' castel- 
lani riconoscere per Capitan generale il Conte di Gorizia eletto a tale 
ufficio nel Parlamento radunato in Cividale . I nostri non vi presero 
parte , e nemmeno i Trivigiani più vicini a quel fuoco : anzi vietarono 
con rigorose pene che nessuno de' loro sudditi vi si meschiasse . Ad 
onta però del divieto molli cittadini corsero in aiuto di quelle fazioni ; 
ed essendo stata intereelta una lettera del Co. di Gorizia a Cangran- 
de , colla 'quale lo eccitava ad entrare ne' fini de' Trivigiani , quella Re- 
pubblica si trovò quasi impacciata contra sua voglia in nuovi imbrogli 
di guerra . Corse un somigliante pericolo anche la nostra Città . Cane 
inquieto e desideroso , come sono gli uomini naturalmente inclinati di 
accrescere la loro signoria, teneva segrete pratiche con alcuni malcon- 
tenti , perchè gli fosse aperta una porta di Padova . Quindi le due Re- 
pubbliche , le quali per F amichevole corrispondenza , che correva fra 
esse, può dirsi che formassero un governo solo, olire al provvedersi 
delle cose alla guerra opportune , per non essere colte alia sprovvedu- 
ta , procurarono di estinguere il fuoco che ardea nel Friuli ; e ciò ven- 
ne lor fatto . Imperciocché nacque accordo tra il Conte di Gorizia , e 
que' castellani , che da molti mesi aspramente si guerreggiavano ; e po- 
co appresso tra il suddetto Conte , e la Repubblica di Trivigi . E per- 
chè le occulte macchinazioni dello Scaligero tutta a se richiamavano 
F attenzione de' nostri , ad istanza loro , che a tale uopo inviarono am- 
basciadori a Trivigi , seguì un abboccamento de' due Podestà , nel qua- 
le fu rinovato il trattato d' alleanza tra le due Repubbliche , e con più 
sodi vincoli raffermato. Ciò succedette nel mese di ottobre, ed era al- 
lora nostro Podestà Ugolino de' Lazari di Bologna . Non tacerò che 
fu consigliere in simil partito , ed uno degli ambasciadori spediti a Tri- 
vigi Albertino Mussato , il quale nelle lettere credenziali è decorato 
coli' illustre titolo di difensore del popolo Padovano : a tanta autorità 
salito era , ma la potenza di rado sino all' ultimo nelle Repubbliche si 
mantiene . 

La 



DI PADOVA. ig5 

La pace che allora godevasi in Padova, era amareggiata da continui "££! I3 ^ 
sospetti , e sollecitudini . La potenza del Signor della Scala , la sua 
stretta lega co' principali Ghibellini , il suo animo non mai sazio dì 
macchinare nuovi pensieri per tribolare i Guelfi , facean giustamente te- 
mere che 1' accordo da lui segnato coi nostri fosse più per mostra che 
di durata . Perciò i Padovani , che più di tutti si vedevano esposti alle 
insidie di lui, conoscendo doversi scacciare il comun pericolo con la 
concordia , conchiusero un' alleanza colle potenti città di Bologna e di 
Ferrara , nella quale è verisimile a credere , che sieno stati compresi 
anche i Trivigiani , che si trovavano in pari caso ed in pari fortuna , 
ed oltre a ciò dalle deliberazioni de' nostri erano soliti di prender nor- 
ma . Di ciò non ci lasciano dubitare gli ordini da essi dati pei lavori 
da farsi nelle castella del loro distretto , e i decreti per accrescere le 
guardie delle fortezze , onde allontanare ogni timor di sorpresa ; della 
qual saggia cautela i nostri avevano dato loro 1' esempio . 

Coli' entrare del nuovo anno i3i6. cominciò il suo reggimento Mer- **« *3** 
lo de' Padavini d' Assisi . Due o tre anni di pace era il maggior bene 
che a quegli sciaurati tempi si potesse sperare . Tanto spesso sdruccio- 
lavano gli uomini al mutar fede . Egli in fatti il novello Podestà trovò 
la Città in pacifico stato , non però del tutto tranquillo . Ma per asse- 
cura re , quanto era possibile, la suddetta tranquillità era stato intimato 
itì Ferrara <, o in Bologna un congresso di tutte le città Guelfe di que- 
sta parte d' Italia . Volevasi con esso far contrappeso alla unione de' 
Comuni di Verona, di Vicenza, di Mantova, di Modena, di Pisa , e 
di Lucca , unione formala a sostegno della fazione Ghibellina . I Tri- 
vigiani invitati da' nostri a spedire i suoi Nunzj al suddetto congresso 
con varie scuse di farlo ricusarono , ossia che da incerte turbolenze agi- 
tati fossero , di che nella storia se ne ha qualche indizio , ossia che 
raffreddata alquanto si fosse la loro amicizia per le rappresaglie conce- 
dute dal nostro Comune a Cunizza da Carrara , e ad altri Padovani 
offesi ne' loro diritti . Se non che conobbero i Trivigiani , ed i nostri 
insieme che le circostanze de' tempi esigevano , che si togliesse ogni se- 
me di discordie tra le due Repubbliche . Perciò le rappresaglie furono 
sospese e rimesso tutto l'affare all'arbitrio di amici comuni. 

Nuova scena apparecchiavasi frattanto , che per poco accese gran fuo- 
co di guerra nella nostra Marca . Guecello , dacché perdette la signo- 
ria di Belluno e di Feltre , dì e notte mulinava in qual guisa avrebbe 
potuto acquistarla di nuovo ; e fìa bene narrare come abbia mandato a 
fine l'impresa. Egli, sebbene potente per le proprie forze, e meglio 
per la stretta parentela col Conte di Gorizia , e per V alleanza col Si- 
gnor della Scala , conosceva che tentar di farne 1' acquisto con aperta 
guerra sarebbe stata una prova non riuscibile ; quindi maneggiò 1' affare 
segretissimamente con alcuni suoi aderenti ed amici . Quando vide ben 
disposte le cose , con poca ma scelta gente si avviò notte tempo a Fel- 
tre , e giunsevi allo spuntar dell' aurora , dove giusta il concertato gli 

fu 



196 ANNALI DELLA CITTA* 

an. 131* fu aperta una porta . Entralo dentro si fece creare Capitano e protet- 
tore della Città . Rimase stordilo a tale improvviso avvenimento il Ve- 
scovo Alessandro , che all' ecclesiastica giurisdizione univa la podestà 
secolare, e si fortificò nel Vescovile palagio, chiedendo pronti aiuti al- 
la Repubblica di Trevigi , della quale era cittadino e alleato . Né fu 
lento quel Comune a dare gli ordini opportuni , perchè si radunasse un 
grosso corpo di truppe per accorrere alla dife3a del Vescovo. Era del 
suo interesse il sostenere un Principe allealo nel dominio delle due cit- 
tà , e non permettere , che Guecello crescesse di troppo in potenza , 
che potesse far ombra alla libertà Trivigiana . Ma la massa delle gen- 
ti tanto presto non potea farsi, quanto richiedeva il bisogno, e perciò 
il Vescovo o forzato dalle dure circostanze, o mosso dalle suadevoìi 
parole degli amici venne ad accordo col Caminese , che in vigor del 
trattato rimase pacifico possessore di Feltre . Belluno imitò 1' esempio 
avendo quelle due città sempre camminato concordemente . Giunsero 
frattanto a Feltre gli ambasciadori de' Trivigiani indiritti al Vescovo , e 
trovarono ultimato l' affare . Guecello gli ricevette co' maggiori segni 
di amicizia e di riverenza, i quali però tanto è lungi che addolcissero 
gli animi indegnati de' Trivigiani , che ne spedirono altri due al Cami- 
nese suddetto , rimproverandolo della ingiusta usurpazione , e minac- 
ciandogli di voler prendere la difesa della libertà de' F citrini , e de' Bel- 
lunesi . E già procedevano a più calde risoluzioni , quando interpostisi 
il Conte di Gorizia, il medesimo Vescovo co' due Comuni, e la stes- 
sa Repubblica Padovana ebbero la buona ventura di estinguere il na- 
scente fuoco . 

Mentre in queste parti d' Italia Guecello ampliava il suo dominio, 
UgO€cione della Faggiuola caporione de' Ghibellini in Toscana, e gran 
maestro di guerra perdette in un'ora, come abbia rn detto, la signoria 
di Lucca e di Pisa. Egli non governando con giustizia, ma tiranneg- 
giando per forza era diventato odioso a' suoi sudditi . Accadde che men- 
tre uscito di Pisa se ne andava a Lucca per acquetarne i tumulti , il 
Popolo Pisano levossi a rumore , uccise là famiglia di lui, diede il sac- 
co al palazzo , e creò suo Signore il Co. Gaddo de' Gherar deschi * 
Appena entrato in Lucca, e forse anche prima, lo seppe Ugoccione 9 
e trovato avendo- la plebe tumultuante deliberò di uscire, e mettersi in 
salvo col figliuolo e colle sue genti , ben sapendo eh' è molto difficile 
a raffrenare un popolo sciolto e ingiuriato . Andò esule e ramingo , e 
finalmente si riparò alla corte di Cangrande d' illustri proscritti ricevi- 
trice . Essendo egli gran maestro di guerra , e appassionatissimo Ghi- 
bellino fu lietamente accolto ed accarezzalo dallo Scaligero , che lo 
creò suo capitan generale . Gli fu imputato che siccome era ghiottissi- 
mo e pappatore solenne , così per non levarsi spacciatamente di tavola 
trasandato avesse il buon punto della difesa; e perciò favellandosi un 
giorno delle prove da lui date di ghiottornia , v' ebbe un buffone che 
lo trafisse acerbamente alla mensa di Cane , motteggiandolo che Pisa e 

Lue- 



DI PADOVA. 197 

Lucca si avesse trangugiato In un pasto . Memorabile esemplo fu que- A -„, 131 5 
sto di quanto ne' fatti de' morlali può la fortuna . Ugoccione scaduto 
dal principato di due città nobilissime è costretto quasi mendicando 
procacciarsi un ricovero , e provare come il pane altrui sa di sale ; e 
Castruccio Castracani rinchiuso per comando di lui nelle prigioni di 
Lucca co 1 ceppi a piedi, e in soprastante pericolo che gli fosse mozza 
la testa , contra ogni aspettativa diventa Principe di quella città , e prin- 
cipe tale da far tremare i Fiorentini , e tutta la parte Guelfa . 

Era vacante da molto tempo la sede apostolica , e la discordia de' 
Cardinali scandalezzava il mondo cristiano . Finalmente si accordarono 
di trattar 1' elezione del nuovo Pontefice nella città di Lione , e il dì 
7. di luglio promossero al sommo pontificato Iacopo d' Ossa Caorsi- 
no r già Vescovo di Freins , poi di Avignone , e in fine Cardinale Ve- 
scovo di Porto , che prese il nome di Giovanni XXII . Egli era di 
bassa nazione , piccolo della persona , sparuto , e d' una inamabile fiso- 
nomia , ma uomo di grand' animo , scaltro ed accorto qua ni' altro mai, 
ammassatore di smisurale ricchezze , dotto nelle leggi e ne' sacri cano- 
ni , e autore di alcune non ispregevoli opere di medicina. Andò esso 
a risiedere in Avignone , come avea fatto il suo precessore ; se con 
sommo dispiacimento degl' Italiani, ognuno di leggieri può imaginar- 
selo . 

A quest'anno si dee riferire ciò che dell' Abate Gualpertino raccon- 
tasi. Egli, come dicemmo, dietro alle mondane cose sviato nella gio- 
ventù , fatto Abbate di S. Giustina migliorò, e diede prove di molta 
pietà . Era quel tempio per la sua vetustà mal condotto , e quasi aper- 
to nel tetto, ed ei lo ricoperse con grossi tavoloni di larice ; assegnò 
alcune decime alla sagrestia , ed eresse due cappelle ad onore de' Santi 
Lucca e Mattia. In belle urne di marmo collocò le loro reliquie, che 
da immemorabile tempo in quella Chiesa si veneravano; e molto pre- 
gievole è quella del Santo Evangelista, di cui l' Abbate era divotissimo . 
Essa è ornata di otto tavole di alabastro cinte intorno di serpentino , 
pietra durissima a lavorarsi . Intervenne al solenne trasporto Pagano 
nostro Vescovo con altri quattro Prelati , e moltitudine grande di po- 
polo ; ne più pomposa , né più magnifica poteva essere la sacra funzio- 
ne . ^Libertino fratello dell' Abbate ne lasciò memoria con alcuni versi 
latini che si leggono tra le sue Opere . Rifabbricata quella Basilica nell' 
ampia e maestosa forma che ora si vede , una delle due cappelle fk 
demolita y e 1' altra destinata alle sepolture de' Monaci , All' arca di que- 
sto Santo Evangelista nel giorno della sua Festa , andava in ordinata 
processione il Collegio de' Medici a venerare il suo protettore : ivi as- 
sisteva alla S. Messa , e ascoltava una orazione latina a lode di lui : ma 
questa pia costumanza introdotta ab antico , come a tante altre lodevo- 
li pratiche è intervenuto , nell' anno vigesimo quinto di questo secolo 
per un vano puntiglio è stata intermessa, e poscia del tutto abolita. 

Scelse Gualpertino il tempo propriamente acconcio alla riferita sacra 

fun- 



198 ANNALI DELLA CITTA" 

tu. imi funzione , perchè la nostra Città , sebbene viveva non senza qualche so- 
spetto , era nondimeno libera da ogni impiccio di guerra . Il Signor 
della Scala, di cui solo potea temere, era allora disdallo dalle cose 
di Lombardia, e de' suoi Ghibellini, co' quali era strettamente legato. 
Giberto da Correggio Signor di Parma , gran fautore de' Guelfi , di 
cui più volte abbiamo parlato cogliendo l' occasione delle civili discor- 
die , che agitavano Cremona, se n'era insignorito felicemente: ed ec- 
co lo Scaligero co' suoi alleati portare la fiaccola della guerra sul Cre- 
monese . Fu posto 1' assedio alla città , ma inutilmente , perchè i difen- 
sori ributtarono coraggiosamente ogni assalto ; né vi seguì altro caso 
notabile che rovinamene e predamenti del territorio . Se non che Gi- 
berto , conoscendo che le voglie del popolo sono spesso mutabili , non 
si tenne sicuro in quella città , e furtivamente l' abbandonò ritirandosi a 
Parma , onde que' cittadini derelitti da lui domandarono di fare accor- 
do . Ma la fortuna voleva farsi giuoco di lui . Egli dovette lasciare an- 
che Parma, sforzato dalla sollevazione che gli mossero conlra i Rossi , 
cittadini potenti, ad istigazione dello Scaligero; e si riparò a Castel- 
nuovo . Quivi stando ebbe ricorso per aiuto al Re Roberto , e alle 
Repubbliche di Firenze , di Padova . Non sappiamo se le istanze di 
Giberto sieno state esaudite da' nostri , ma è certo che ottenne dal Re 
Roberto ottocento Cavalieri , co' quali potè fare a Parma una lunga 
guerra , che a noi non appartiene dì raccontare . 

Parimente andrò trapassando , essendone piene le storie , ciò che ac- 
cadde nelP Alernagna , dove dopo la morte di irrigo VII. furono 
eletti in discordia due Re de' Romani Lodovico il Bavaro , e Federi- 
go d' Austria figliuolo dell' Imperadore .Alberto . Tutti sanno che vo- 
lendo ambidue sostenere la loro elezione si venne all'armi, e se per 
molto tempo n'ebbe a piangere la Germania, non ne rise l'Italia . 
Questo solamente dirò che una sorella di Federigo per nome Caterina 
destinata Sposa di Carlo primogenito del R e Roberto , dovendo discen- 
dere in Italia , scelse la via di Trivigi , di Vinegia , e di Padova , aven- 
dole accordato il passo le suddette repubbliche ad istanza del regnante 
fratello. Giunse ella a Trivigi con nobile comitiva il dì i5. di settem- 
bre, e vi fu in nome pubblico ricevuta da alcuni ambasciadori a ciò 
deputati, e dagli Anziani presentata di dodici coppe d'argento dorate. 
Venne poscia a Padova > e quantunque non ci dica la storia com' ella 
fosse accolta da' nostri , si dee ferma credenza avere che sarà stata pom- 
posamente incontrala , e magnificamente servita nel tempo che qui di- 
morò . In somiglianti occasioni spendevano i Padovani sfoggiatamente , 
di che abbiamo antichi e moderni esempj . Era allora nostro Podestà 
Uberto de' Cancellieri di Pistoia , uomo d' incorrotta giustizia , che fé** 
ce troncare il capo ad Orso giudice e Vicario di Merlo suo anteces- 
sore . Costui fu convinto di aver macchinato traditorescamente di dare 
la Città nelle mani di Cane, il quale dimentico della pace fatta non 
lasciò mai di tenere appiccato il filo delle pratiche co' suoi segreti ami- 
ci 



DI PADOVA. 199 

ci ora in Padova ed in Trivigi , ed ora in Brescia , e fomentarvi le AN . i^s 
civili discordie . Tanto si vede potere nelle menti degli uomini 1' am- 
bizion di signoreggiare. 

Volendo egli segretamente trattare de' suoi disegni co' suoi principali 
amici senza che le due Comunità di Trivigi e di Padova ne prendes- 
sero gelosia , fece bandire un torneo nella città di Vicenza . Infra gli 
altri nobili del Friuli e della Marca v' intervennero i due celebri capi- 
parte il Caminese , e il Conte di Gorizia con onorevole comitiva , al 
quale la città di Trivigi concedette libero il passo ; ma né Padovani , 
né Trivigiani vollero intervenirvi . Ciò che in tale abboccamento siasi 
trattato non è pervenuto a nostra notizia , e solamente si pubblicò il 
matrimonio tra Ricciardo da Camino , e Verde dalla Scala già pri- 
ma stabilito , come s' è detto . Ma le due amiche Repubbliche sempre 
in sospetto de' maneggi dello Scaligero , il quale faceva m Verona 
grandi apparecchi d' armi , non isleltero colle mani a cintola , e non 
lasciarono di provvedere in ogni guisa alla loro sicurezza . Anzi aven- 
do il Caminese dato parte a' Trivigiani del parentado conchiuso , e del- 
le nozze da celebrarsi in Feltre , invitandoli a tale solennità , essi te- 
mendo di qualche inganno divietarono a' loro sudditi di non andarvi . 
Forse nulla era da temersi ; ma per 1' ordinario avviene che come qual- 
che gran paura ha commosse le menti degli uomini , essi si turbano 
ancora di quelle cose che da temere non sono . 

Più che del Caminese timore avevano i Trivigiani del Goriziano , 
Principe più potente , e stato loro avversario ; e perciò procedevano con 
esso lui ne' più affettuosi e amichevoli modi , dissimulando ogni loro 
sospetto , condiscendendo a' desiderj di lui , dove senza offesa della loro 
libertà potessero farlo , e procurando di non dargli dal proprio canto 
occasione alcuna di romper la guerra . Ma nel tempo medesimo per- 
ciocché una più stretta unione co' Padovani era ad essi necessaria per 
le difficili circostanze de' tempi , raffermarono i patti co' nostri , e fece- 
ro una nuova lega . L' affare delle rappresaglie , di cui sopra abbiam 
detto , sebbene per sentenza de' giudici arbitri fosse stato ultimato , non 
ne avevano però i Trivigiani ancora adempiute le condizioni , né dato 
ai pretendenti lo stabilito risarcimento ; e questo ritardo teneva in qual- 
che modo divisi gli animi de' due Comuni . Ora trovandosi essi in par- 
titi pericolosi si affrettarono di spedire ambasciadori alla nostra Repub- 
blica per trattare della difesa comune , e per iscusarsi della dilazione 
dei debiti pagamenti . Si convenne di deputare sei cittadini per parte , 
i quali insieme co' Podestà si abboccassero insieme , e vi stabilissero la 
rinovazione dell' alleanza con que' capitoli che più convenienti creduti 
avessero alla pubblica sicurezza ; tenendo le due città quello dover es- 
sere ottimamente fatto , che essi unitamente avessero deliberato . E In 
vero per parte de' Padovani erano stati scelti sei uomini sperimentati 
nel maneggio delle pubbliche cose , e furono Giacomo da Carrara , 
Macarujj'o de' Macarufjì , Vanni degli Scornazzani, Albertino Mus- 
sato , 



200 ANNALI BELLA CITTA 

an* 1316 salo , Manfredo de' Manfredi , e Sauro de' Belenzani . Anche 1 de- 
putati di Trivigi erano di pari merito, e basterà 'nominare i due prin- 
cipali il Co. Rambaldo di Collalto , e Guecellone Tempesta j4.voga- 
ro . Nella Terra di Mestre seguì P abboccamento , nel quale [ salvi gli 
antichi trattati , con nuovi articoli si provvide alla difesa delle due cit- 
tà , tassandosi il numero delle milizie a piedi e a cavallo, che avessero 
a mantenere; si regolò la materia delle rappresaglie per guisa, che non 
si dovessero ad alcuno concedere in avvenire ; e rispetto ai banditi per 
assassinio o per tradimento si decretò , che qualora da una delle Re- 
pubbliche fossero domandali , ì' altra fosse obbligata a consegnarli senza 
frapporre indugio. Di tale trattato si stipulò 1' instrumento il di 1. di 

AN .i3i7 gennaio dell' anno seguente i3iy. quando in luogo di Uberto de' Can- 
cellieri avea «cominciato la podesteria Bemrdo dal Cornio gentiluomo 
Perugino . 

Un trattato desiderato da^ Trevigiani e conchiuso con tanta solennità 
non doveva trovare ostacolo alcuno presso quella Comunità per la sua 
conferma . Ma , oltreché le voglie degli uomini sono spesso mutabili , 
nelle numerose adunanze e' è sempre varietà di pareri , e in quelle prin- 
cipalmente che di parti e di passioni son piene; perciò non maraviglia, 
se il Maggior Consiglio di quella Città non approvò tutti i capitoli in 
quel trattato contenuti facendovi de' notabili cangiamenti ; di che offesa 
la Rep. Padovana scrisse a' Trevigiani , che per ora si poteva far senza 
del suddetto trattato, poiché dopo tante consulte, e appresso l'assenso 
de' loro Deputati al congresso , eglino mostravano di non esser conten- 
ti . Benché non si sappia se il tenore di questa lettera risentita abbia 
vinta 1' opposizione de' Trivigiani , trovandosi nella storia de' piccoli fatti 
contraddittore, io credo nondimeno che, così ricercando i loro interes- 
si, avranno dato esecuzione al trattato. Gli apparecchi militari, che si 
facevano nella Lombardia, de' quali la fama risuonava per tutto, do- 
vevano tenere strettamente congiunte le due Repubbliche , onde potere 
far fronte a chi tentato avesse di opprimerne la libertà . 

La fama annunciatrice di soprastante guerra giunta agli orecchi di 
Papa Giovanni \o mosse a spedire in Italia due zelanti Religiosi, af- 
finchè sbarbassero gli odj e le nimicizie , e procurassero di sedare le 
discordie distruggilrici di queste belle provincie . Né di ciò conlento 
diede loro una lettera circolare ai Principi e alle Città delia Lombardia, 
e della Marca Trivigiana , colla quale come padre comune esortava tut- 
ti che si riconciliassero insieme . E in ciò fu lodevole certamente , ben- 
ché poco frullo ne sia seguito . Ma pochi per avventura lo loderanno 
di aver comandato con una Bolla, che essendo vacante il Romano Im- 
perio niuno ardisse di prendere il nome di Vicario nelle Italiane città 
senza il consenso di lui , come se gì' Imperadori fossero vassalli della 
Santa Sede , e appartenesse al Papa 1' assoluto comando nel regno Ira- 
Jico , quando vacava T Imperio . Qual enorme divario su tal proposito 
tra. il Secolo XIV, e "lo -spirante diciottesimo nel quale viviamo! Ma 
^ il 



VI PADOVA. 201 

il Papa, come raccontano gli Storici di quc' tempi , ligio al Re Ro-~ s , i 3 , 7 j 
berto tutto ciò faceva che a lui fosse piaciuto: ed egli tacitamente as- 
pirando al dominio di tutta Italia perseguitava i Ghibellini fautori dell' 
Imperio, proteggeva i soli Guelfi , e in ogni guisa procurava che il 
Bavaro non fosse riconosciuto Re de' Romani , onde con tal carattere 
non discendesse dalla Germania , e potesse opporsi a' vasti di lui dise- 
gni . La suddetta Bolla però , feconda madre di mali effetti , come ve- 
drassi , tornò in poco utile del Re Roberto , perchè pochi ci furono 
che ubbidissero agli ordini pontificj , che nuovi e strani anche allora si 
tennero . Cangrande infra gli altri non al Papa domandò la investitura 
de' suoi dominj , ma a Federico d' .Austria , il quale con suo diploma 
lo dichiarò Vicario imperiale di Verona e Vicenza . 

Né miglior frutto produssero le saggie esortazioni del Papa alla pa- 
ce , conciossiachò i Guelfi medesimi seguitatori dei partito deila Chiesa 
suscitarono, un nuovo incendio di guerra . Giberto da Correggio , di 
cui s' è parlato ancora , era quasi come il capo de' Guelfi nelle parti 
di Lombardia: uomo di gran mente, ma d'animo inquieto, valoroso 
ne' fatti d' arme , altissimo a condurre ogni impresa . Egli esule dalla 
patria andava macchinando come potesse abbassare la potenza dello 
Scaligero da lui cordialmente odiato , perchè precipuo sostenitore del 
partito contrario . Cane col maggior numero delle sue genti avea por- 
tato la guerra sul territorio Bresciano , ed avea preso alcune castella y 
menando rovine e stragi grandissime . Parve all' accorto Giberto che 
questo sarebbe stato il tempo opportuno di dare esecuzione a' suoi me- 
ditati disegni . Per sommossa di lui i Guelfi di Cremona si sollevaro- 
no cacciando i loro nemici dalla città ; e i Ferraresi coi Bolognesi do- 
vevano nel tempo stesso entrare ostilmente ne' fini di Modena gover- 
nata allora da' Ghibellini Vicarj di Mantova . Ma il principale tenta- 
tivo fu quello de' Padovani centra Vicenza , al quale io giurerei che 
Giberto con occulti messi gli abbia animati . 

Avevano i nostri segnata appena la pace col Signor della Scala sot- 
to la mediazione della Rep. Viniziana , quando sconsigliatamente rino- 
varono la guerra contra di lui , O credessero essi veramente che Cane 
avesse deliberato , terminata 1' impresa di Brescia , di muoversi a' danni 
loro, e volessero prevenirlo, o fossero i fuorusciti Vicentini, che con 
istigazioni continue gli stimolassero , o il Correggiesco desse loro la pin- 
ta , poiché in varj modi è raccontata la cosa dagli Scrii lori , certo è 
che obbliando i patti deli' accordo , e le angustie poco dianzi soffer- 
te , in un intricatissimo affare si avvilupparono . Erano dirette le loro 
mire contra Vicenza , di cui non potevano patire la perdita , e il dise- 
gno ne secondavano molti de' principali cittadini di quella Città , o per- 
chè vaghi di cose nuove , e di leggieri voltabili , o perchè tribolati d' in- 
finite gravezze bramavano mutazione di stato , e il tanto odiato gover- 
no de' Padovani , che al paragon del presente pareva ad essi di zuc- 
chero . 

Parte III. C e Scel- 



202 ANNALI DELLA C 1 T T sf 

AM . i 3I7 Scelsero i Padovani a condottiero della loro armata il Co. Vinci- 
guerra di S. Bonifazio , campione nelle guerre sperimentato , al qua- 
le si unirono tutti i fuorusciti non pur di Vicenza , ma di Mantova 
ancora , di Ferrara , di Cremona , e di altre città . Sapeva il Conte che 
lo Scaligero campeggiava sul Bresciano col grosso delle sue genti , e 
poco presidio lasciato aveva in Vicenza , e per parte di que' cittadini 
era stato avvertito che gli sarebbe consegnata una porta ; perchè entra- 
to in grande speranza di felice riuscimento si parti da Padova fatta cor- 
rer voce per ingannare i nemici che se ne andava a Ferrara . Ma Ca- 
ne ebbe pronta notizia delle vere mosse del nostro esercito ossia da' 
Vicentini medesimi , come scrivono alcuni , ossia , come altri racconta- 
no , dagli stessi Carraresi , affinchè Macarujfo principale sommovitore 
a quella guerra da essi disapprovata ne ricevesse smacco e vergogna . 
Così le private passioni degli uomini danno spesso de' calci al pubbli- 
co bene . 

Cane avuto P avviso lasciò tosto la guerra di Brescia , e segretamen- 
te insieme con Ugoccione suo generale si ritirò a Verona seguito dal- 
le sue genti , e di là senza perdita di tempo corse a Vicenza , ben sa- 
pendo che dall' ardire e dalla celerità dipende d' ordinario il buon esito 
delle cose. Intanto i nostri si erano avvicinati a Vicenza, e appoggia- 
te le scale alle mura ascendevano , e per altre poste da' complici della 
congiura cominciavano a discendere . Fama è che il medesimo Cane 
non conosciuto gli affrettasse a calar dalle mura facendo lor credere 
ch'erano padroni della città. Già dugento soldati in circa erano disce- 
si , e baldanzosi si avviavano alla piazza , quando lo Scaligero co' suoi 
stipendiar) fattosi lor conoscere gli riempì di subitano spavento . In 
questo mezzo Ugoccione era giunto con tutto P esercito , e uscito dal- 
la città andò ad assalire il Conte Vinciguerra , il quale stava aspettan- 
do di fuori che secondo P accordo gli fosse aperta una porta . Non 
potè reggere che per poco il coraggio de' nostri all' urlo impetuoso ed 
inaspettato di Ugoccione e di Cane gran maestri di battagliare , sicché 
voltarono prestamente le spalle , inseguiti con grandissima loro strage , 
e può dirsi' che non ne campò testa che non fosse morto o prigione . 
Lo stesso Conte Vinciguerra gravemente ferito fu condotto prigionie- 
re a Verona , ove tornata inutile la cura de' cerusici , che per coman- 
do del Principe , sebbene ei fosse nemico e proscritto , con grande stu- 
dio lo medicarono , fra pochi dì terminò la sua vita , non avendo ri- 
veduto P antica sua patria che per lasciarvi la spoglia nella tomba de' 
suoi maggiori . Succedette questa nostra sconfitta nel dì 22, di mag- 
gio , domenica della Pentecoste . 

Cane nell' inseguire i fuggitivi giunto a' nostri confini non gli oltre- 
passò , volendo accusare il popolo Padovano come rompitore di fede e 
violator della pace , onde esigere la pena a tenor del trattato . A tal 
fine spedì Oratori al Doge di Venezia per lagnarsi con lui dell' ingiu- 
sto procedere de' nostri , e a ripetere la somma delle venti mila marche 

di 



DI PADOVA. 203 

òt argento , per la quale esso era entrato mallevadore . Nel medesimo AN , I3 i 7 
tempo egli diede il governo di Vicenza ad Ugoccione dalla Faggiuo- 
la , acciocché punisse que' Cittadini, che erano stati complici della con 
giura . Non poteva affidarsi 1' odioso ufficio ad un giudice più rigido 
e severo di lui . Cinquantadue de' più colpevoli ne fece impiccare alle 
forche , o in altra più orribile guisa morire , senza contare quelli men 
rei che furono chiusi in oscure prigioni . Ne pianse segretamente Vi- 
cenza , non potendo in palese. 

Mentrechò in Venezia si maneggiava F affare della pena che doman- 
dava lo Scaligero col mezzo de' suoi ambasciadori , egli corse all'asse- 
dio di Cremona , volendo rimettervi Ponzino , che n' era stato cacciato 
da' Guelfi . Erano con lui Passerino Signor di Mantova e Luchino 
Visconti, e tutti i Ghibellini della parte settentrionale d'Italia, de' qua- 
li Cangrande era tenuto il capo . Ma a soccorso de' Cremonesi vola- 
rono i Bresciani , i Bolognesi , i Fiorentini , ed i Padovani , i quali per 
divertire la nemica armata dal Cremonese piombarono sul territorio di 
Modena , la qual citta a Passerino ubbidiva , con ogni guasto e di- 
struggimento quella provincia bruttando . Ventotto giorni durò V asse- 
dio di Cremona , a capo de' quali dove! te il Veronese levar le tende e 
partirsi , o perchè la ostinata difesa degli assediati rendette inutili gli 
assalti di lui , o perchè i tempi burrascosi ne lo costrinsero ; ma prima 
di partire sdegnato di non aver potuto condurre a fine F impresa , la- 
sciò nel distretto segni tali delia sua ferità , che appena un secolo potè 
cancellarli . Riseppe intanto da' Veneti Ambasciadori che i Padovani 
risolutamente negato avevano al Dòge di sottomettersi al pagamento 
della pena intimata ai trasgressori nelP instrumento di pace , anzi si era- 
no amaramente doluti, dando carico a Cane di aver saccheggiate le 
campagne del loro contado. Baldanzosi ed arditi per le molte ricchez- 
ze, e vanamente confidandosi nelle proprie forze, e de' partigiani Guelfi 
chiusero ostinati le orecchie ad ogni benché giusta rimostranza de' Ve- 
neti Oratori a bella posta inviati , e furono contenti che si annullasse 
l'istrumento di pace, e rinunciarono volonterosi alla malleveria che il 
Doge avea fatto per essi. Tanto potette per fatale destino della Pve- 
pubblica la burbanza di pochi . 

Niente accader poteva che meglio piacesse a Cangrande , quanto la 
rinuncia de' Padovani alla sicurtà fatta dal Doge, perchè disobbligalo 
dai patti potè liberamente rivolgere le sue armi contra di loro , e sfo- 
gare la sua collera vendicatrice . È vero che i nostri in qualche loro 
carta raccontano in altra guisa la cosa, e rovesciano tutta la colpa dell' 
accaduto sopra del Principe Veronese, il quale è certo che tutte le oc- 
casioni cercava di tribolarli ; e forse ancor egli contribuì dal suo canto 
a fare che andasse voto il maneggio ; e realmente 1' evento delle cose 
dà credenza a tale opinione . Checché però sia di ciò , perchè io non 
intendo di travolgere la verità , lo Scaligero da quel momento ad al- 
tro non pensò , che a raccorre genti da ogni parte , chiamando a se 

tut- 



204 ANNALI DELLA CITTA 

an. 1317 tulti i Ghibellini di Lombardia , e apparecchiando macchine , ed altri 
arnesi da guerra . Ad ingrossare V armata di lui venne il Conte Enri- 
co di Gorizia , quel medesimo eh' era intervenuto all' abboccamento di 
Vicenza, come dicemmo; principe d'incerta Tede, incostante e volu- 
bile così nell' amore come nelP odio . Entrò esso nel territorio Trivi- 
giano senza recare alcun danno alle terre di quella Repubblica , che 
n' ebbe non poco sospetto ; e per la via di Feltre attraversando le mon- 
tagne Trentine andò ad unirsi colle milizie di Cane in Vicenza . 

Dopo avere raunate tutte le sue forze Cane fece correr voce , che 
andava contra di Brescia, e i Padovani se lo credettero con molta bo- 
narietà , perchè era quella città da turbolentissime fazioni divisa . Ma 
egli aveva una segreta intelligenza con un tavernaio di Monselice chia- 
mato Maometto, o Macomo , il quale s' era profferto di aprirgli una 
porta di quella importante fortezza ; e tennesi che toccasse da lui non 
pochi denari . I Greci maestri d' ogni sapienza colla favola di Danae 
ci adombrarono sino da' vecchi tempi la potenza dell' oro . Ordinate 
tutte le cose egli uscì di Vicenza al cader del sole, e attraversando ra- 
pidamente i colli Vicentini ed i Padovani senza che i nostri ne aves- 
sero alcun sentore , giunse in sul far deli' alba a Monselice , benché la 
stagione fosse freddissima , ( imperciocché era il dì solstiziale d' inver- 
no ) e il cammino aggelato . Entrarono gli Scaleschi per una porla 
che fu loro aperta da' congiurali ; e bresciano de' JBuzzacarini , uomo 
di poco cuore , di costumi guasti , ed avaro oltramodo , succeduto a 
Rolando Piazzala nella podesteria di quella Terra , senza far difesa si 
rifuggì nella rocca , che appresso cinque giorni vilmente cedette . 

Ciò che suole succedere nelle Repubbliche corrottissime , avveniva 
anche nella nostra a que' tempi , che a' posti principali delio-stato non 
si eleggevano i più meritevoli , ma quelli che per amistà e parentela 
più degli altri potevano . E cerio parve che V ira del cielo accecasse 
1' animo de' reggitori della nostra Città , che dove alla custodia dell' al- 
tre fortezze provvidero , quella di Monselice di tanta importanza ab- 
bandonarono alla guardia d' un uomo ignavissimo , Se non è da dirsi 
piuttosto che così volle la fortuna dello Scaligero in tutte le sue im- 
prese beneavventurato . Non fu così fortunato Ugoccione nel suo ten- 
tativo di rientrare in Lucca , e la mala riuscita di esso fa chiaramente 
conoscere che la sorte più che tutte le altre cagioni ha parte nelle ope- 
re de' mortali . Anche Ugoccione aveva de' trattati in quella città , che 
al suo avvicinamento si sarebbe levata a rumore , aveva i Ghibellini suoi 
favoreggiatori , e la protezione dello Scaligero , onde quasi sicuro del 
buon esito venne nel passato agosto con alcune milizie di lui nella Lu- 
nigiana al Marchese Spinetta Malaspina , dal quale doveva essere se- 
condato . Ma queste pratiche furono a tempo scoperte , e Ugoccione , 
fallitogli il colpo , colle trombe nel sacco tornò a Verona . S' è vedu- 
to , che vane d' ordinario riescono le speranze a chi non sapendo reg- 
gersi in casa pensa , poiché n' è fuori , con poca fatica tornarvi . 

Pre- 



I>1 PADOVA. 205 

Preso Monselice, e giuntane a Padova la spiacevole notizia , entrò A *. 1317' 
grandissimo spavento negli animi de' cittadini , e ogni cosa , come si fa 
delle male nuove , si credeva maggiore . Avreste veduto delicate donne 
co' loro fanciulli , e molti uomini più d' esse molli ed effeminati corre- 
re a furia eolle loro migliori sostanze a Venezia , luogo di sicurezza > 
siccome quelli che aspettavano sentire che la patria loro fosse messa a 
fuoco ed a sacco . Lo stesso Podestà Rainieri Canossa da Reggio ap- 
presso due mesi di reggimento in così travaglioso frangente piantò l'uf- 
ficio , e fu chiamato in sua vece Pietro della Parte cittadin Trivigia- 
no . Ma gli amici della salute pubblica in tanta confusione di cose non 
caddero d' animo , e quanto più era pericoloso 1' affare r tanto più s' in- 
corarono ad apparecchiare le opportune difese . Speravano essi che re- 
sistendo le altre fortezze del Padovano , non arebbe potuto lo Scali- 
gero lungamente mantenersi in Monselice , circondato da' nemici 9 e da' 
suoi stati lontano ; e perciò dettero efficaci ordini , che quelle fossero 
ben custodite . Si rivolsero nel tempo stesso ai Trivigiani loro alleati ; 
essere questa V occasione di mostrare la loro amicizia ; il bisogno ur- 
gentissimo ; comune il pericolo; Cane d'animo insaziabile; se Padova 
cede pari sorte doversi aspettare Trivigi; congiunti e d'accordo poter 
essi resistere , sparlili non già . Indi spedirono ambasciadori per la via 
di Chioggia Tisolino de' Torcoli , e Albertino Mussato a Bologna , a 
Siena, e a Firenze per oltenere de' pronti soccorsi da quelle Repub- 
bliche amiche ; e inviarono bande di cavalli e compagnie di fanti per 
difendere il Pievato di Sacco , parte fertilissima del nostro distretto . 

Tutte queste disposizioni de' nostri rendette inutili la somma celerilà, 
colla quale Cangrande proseguì le operazioni della guerra . Appena 
per tradimento ebbe Monselice che col fiore delle sue genti , e con 
grande apparato di macchine militari si presentò alle mura di Esle , 
intimando ai difensori di arrendersi . Vegliava alla difesa di quel ca- 
stello ^Antonio Contarmi Padovano di famiglia plebea del pari fedele 
alla patria che valoroso, il quale alla intimazione rispose con un nem- 
bo di saette e di sassi , sicché ne rimasero feriti Cane in un piede , e 
il suo nipote Checchino . Allora si venne agli assalti , e le truppe Ve- 
ronesi animate dalla presenza del loro Principe combatterono feroce- 
mente tutto quel giorno ; ma ne vile nò codarda la guarnigione rispin- 
se gli assalitori . Non era avvezzo lo Scaligero a trovare tanta resi- 
stenza da' nostri , e perciò il giorno appresso eccitando il coraggio de' 
suoi soldati rinovò con tanta furia 1' assalto , che superati gli ostacoli , 
cacciando con pietre e con dardi dalle mura i difenditori già stanchi , 
ne guadagnò la sommità , e prese a viva forza la Rocca . Ben merita- 
va quella Terra miglior trattamento che non ebbe dal vincitore ; ma o 
l'osse egli crucciato per la ferita ricevuta , o fosse un delitto nel con- 
cetto di lui l' aver voluto resistere alle sue armi , la diede spietatamente 
alle fiamme , raccogliendo gran preda , e ne atterrò le muraglie da' 
fondamenti . Poscia lieto tornò a Monselice per curarsi della ferita . 

La 



2oG ANNALI DELLA ClÌ?TA 

A m. 13*7 La fama divolgatrice della sciagura di Este eccitò tarilo terrore in 
Antonio Filarolo Podestà di Montagnana codardo e vigliacco , che 
abbandonata quella fortezza , la quale poteva lungamente difendersi , fug- 
gì alla Badia . Anche Pvovigo , essendosi allontanato per paura Gusber- 
to Capodivacca, che n'era Governatore per la Repubblica Padovana, 
fu occupato da Rinaldo ed Obìzzo Marchesi cT Este figliuoli di Al- 
dobrandino , i quali dichiararono che volevano difendere quella nobil 
Terra a nome de' Padovani . Intorno a che è necessario sapere , che 
que' Signori nelf agosto precedente avevano ricuperata la signoria di Fer- 
rara chiamati da quei cittadini , i quali oppressati dal pesante giogo de' 
Catalani , e per disperazione fatti animosi mossero a rumore la Ter- 
ra , e coli' armi gli costrinsero a ritirarsi iti Castel Tedaldo . Ivi stret- 
tamente assediati , prima che Passerino co' suoi Mantovani arrivasse a 
loro soccorso , dovettero arrendersi , e tutti furono morti . Seppe agro 
al Re Roberto aver perduta quella città ; ma non doveva egli tenervi 
una guarnigione di scelleratissimi uomini , sueciatori del sangue de' po- 
poli , crudeli ed ingiusti . Or si fa chiaro come gli Estensi ritornati a 
Ferrara poterono entrare in Rovigo . 

Alle suddette perdite altre ancora ne succedettero , così che può dirsi 
che nel giro di pochi giorni quasi tutte le fortezze del nostro territo- 
rio caddero nelle mani di Cane > essendosi arrese salve le persone e gli 
averi . La faccia della guerra ogni dì diveniva più paventosa , e la Re- 
pubblica non poteva essere in maggior pericolo . I Trivigiani niente 
meno spaventati de' nostri , dopo avere con saggi ordinamenti provve- 
duto alla sicurezza della loro città , spedirono a soccorso di Padova due- 
cento cavalli e ottocento pedoni , i quali con grande numero di Cava- 
lieri , che volontarj accorsero a questa guerra , entrarono il dì di Na- 
tale . Così richiedeva la comune salute , e il dovere dell' alleanza . Alla 
vista di quella gente ben armata i nostri riebbero il fiato , e qualche 
raggio di speranza entrò nel loro animo a rasserenarli . Cane in que- 
sto mezzo venne coir esercito verso Padova per oppugnarla , e si fer- 
mò a cinque miglia dalla Città , quando ecco se gli presentano quat- 
tro ambasciadori di Venezia , che a nome de' Padovani gli domandano 
una tregua per poi venire a un accordo . Quella saggia Repubblica r 
non tanto perchè affezione verso de' nostri ne la movesse , quanto per- 
chè la vicinità dello Scaligero le era sospetta , aderì prontamente alle 
istanze de' Padovani ; e Cane a tanta interceditrice non potè negare la 
tregua . Ottenuta la sospension d' armi andarono a Terradura , dov' era 
il campo nemico, ambasciadori del nostro Comune Iacopo da Carra- 
ra , Macaruffo de' Macaruffi 9 e Pantaleone de' Buzzacarini , a' quali 
si aggiunse per quarto Rambaldo Conte di C oli alt a r forse per la 
città di Trivigi . Questo celebratissimo personaggio tanto benemerito 
della sua patria , nella quale prima della famosa Lega di Lombardia 
esercitarono i suoi maggiori il signorile grado di Conti , dal S. Ponte- 
fice Benedetto XL fu investito del governo della Marca d' Ancona r 



DI PADOVA, 2 07 

goduto già dagli Estensi, e da' nipoti de' Papi; quest'uomo assai loda- an.ì$ì7 
to dal nostro Mussato per la integrità de' suoi costumi , e per antica 
virtù era il caso a questo Congresso , siccome quegli che dal suddetto 
Pontefice era stato adoperato in gravissimi affari, aveva ingegno destro, 
esercitata eloquenza . Si trattò dunque della pace , ma ruppe il filo 
d' ogni accordo 1' ostinazione di Macaruffo , il quale volendo continua- 
re la guerra si oppose pertinacemente a tutti i partiti proposti. Sciolto 
il congresso ritornarono a Padova gli ambasciadori nel di 2. di gen- 
naio del i3i8. 

Questo è stato l'ultimo anno della libertà Padovana. La nostra Cit- *w. 131* 
tà non la rivide più mai , se tale per alcuni non si volesse chiamare 
quella falsa imagine di libertà , che in questi ultimi tempi ha veduto , 
peggiore della più ostica ed importabile servitù , quando si viveva in 
grande affanno e sospetto della vita , e aspramente si gastigava , sen- 
za guardare alla professione ed all' abito , chi avesse detto pure una 
parola a disfavor di quel vivere . Ma lasciando la trista memoria de' 
tempi recenti , e tornando agli antichi la P\ep. Padovana per le interne 
divisioni si avvicinava al suo fine . L' esperienza di lutti i secoli ha fat- 
to vedere che colla concordia i bassi ed umili stati si rilevano , e sen- 
za di questa anche gli alti regni vanno in rovina . Finché gli odj , le 
nimicizìe , e le rabbie non avvelenarono gli animi de' Cittadini , la no- 
stra Repubblica prosperò felicemente , come per le cose dette s' è po- 
tuto vedere ; e se le maladelte fazioni non gli avessero disuniti , e se 
in luogo delle antiche virtù novelli vizj non fossero sottentrati , le cose 
non sarebbero ite , come andarono sgraziatamente . 

Rotta ogni pratica d' accordo per la partita degli Ambasciadori lo 
Scaligero fece molti apparecchi per avvicinarsi ai borghi della Città , 
ma ne' pochi giorni della tregua i nostri gli avevano con varie opere 
rafforzati . Sopraggiunte poi copiose nevi e pioggie dirottissime V ob- 
bligarono a tornarsi a Monselice , dove accrebbe le fortificazioni di quel 
castello , spingendo di quando in quando partite di soldati per le indi- 
fese ville del nostro agro a far grandissimo danno di arsioni e di ru- 
bamenti . Fu notato che le ampie possessioni de' Carraresi andarono 
immuni dal sacco , e si credette perciò che il Signor della Scala aves- 
se segrete corrispondenze con essi ; quando è verisimile che abbia ri- 
sparmiato i loro poderi , o perchè gli conosceva inclinatissimi alla pace t 
o perchè in tal guisa teneva vive le gelosie e i sospetti tra' cittadini , e 
conseguentemente le divisioni . 

Non si tralasciava frattanto di maneggiare la pace , essendo tornati i 
nostri Ambasciadori insieme co' Veneziani a trattare con Cane ; ma ri 
tentativo fu vano , né si poterono accordare le differenze ; tanta era la 
durezza d' ambe le parti . Avvenne in questo mezzo che Tartaro da 
Lendinara , giovane di natura rotto , e grandemente iracondo , rissando 
nel pubblico palagio con Chiarello de' Bugli mosse rumore la Città ; 
onde i cittadini raunati per eleggere un Capitano del popolo , o della 

guer- 



£o8 ANNALI BELLA CITTA 

a n. 1318 guerra ( poiché nell'uno e nell'altro modo è nominato) scelsero im- 
mediatamente a tale onorevole ufficio Oderico da Cuccagna Castellano 
del Friuli , il quale con cento cavalieri Tedeschi ad elmo era venuto al 
servigio de' nostri . Avevano in costume le città libere d' Italia , quando 
sì trovavano in difficullosi emergenti , di chiamare uno straniere a cari- 
co di Capitano del popolo con ampia autorità , o per difendere la ple- 
be dalla prepotenza de' nobili , o per estinguere il fuoco della discor- 
dia , o per amministrare la guerra; e quindi secondo 1' osservazione dei 
Muratori è venuto , che in alcune città due erano i palazzi pubblici , 
uno detto il palazzo del Comune , dove risiedeva il Podestà , 1' altro 
del popolo , ove soggiornava il Capitano . I Romani in tali frangenti 
eleggevano un dittatore a salvezza della Repubblica ; ma la nostra nes- 
sun frutto ne trasse , rifiorendo le sedizioni e i contrasti . 

Furono presenti alla solenne funzione del novello Capitano gli Am- 
basciadori Trevigiani % tornati da una visita fatta a Cangrande ; ma an- 
zi che dimostrarsi lieti , avevano i visi acconcj a mestizia , perchè quei 
superbo Signore gli avea ricevuti con faccia brusca . Sdegnato che aves- 
sero spedito de' grossi aiuti a Padova , fece loro sapere col mezzo di 
un Frate Francescano rivestito del carattere di suo ambasciadore , che 
gli arebbe trattati come nemici , se soccorso avessero i Padovani ; di che 
rattristatisi ed intimoriti que' cittadini inviarono tostamente autorevoli 
personaggi a fare le loro scuse con lui , estimando che non dovesse es- 
sere né sì ostinato , nò tanto implacabile , che non avesse a porgere 
orecchi alle giuste loro ragioni . Ma egli irritato non volle ascoltare 
scolpamene o giustificazioni, e gli accomiatò, e quasi sfidandoli intimò 
loro , che si apparecchiassero alla difesa ; tanto ei presumeva delle sue 
forze. Grandissimo era l'imbarazzo de' Trivigiani . Essi non volevano 
mancar di fede alla nostra Repubblica , colla quale avevano una stret- 
tissima lega più volte riconfermata ; e dall' altra parte avendo a fare con 
un potente e superbo nemico temevano di tirarsi addosso tutto il peso 
delle sue armi . Vinse però il partito di non abbandonare gli alleati , 
e di fortificare le principali castella . A ciò fare diedero loro animo 
Giovanni da Vigonza , e Manfredo de Manfredi spediti da' nostri 
ambasciadori a Trivigi . Non rifinavano essi di dire a que' maggiorin- 
ghi : a che titubare, e starsi fra due? Ogni indugio è pericoloso . 
Esser chiare le mire dello Scaligero : voler lui dopo Padova ingoiare 
anche Trivigi ; procurare perciò con minacce e spauracchi di tener di- 
vise le due Repubbliche . Non si facesser paura ; aver Padova ancora 
armi ed uomini , ricchezze private e pubbliche , che molto possono nella 
guerra . Essere in cammino possenti aiuti di Ferrara , di Bologna , di 
Firenze , e di Siena ; tutta la pa-rte Guelfa d' Italia odiare a morte quel 
feroce mastino , avido di garbugli , non osservante di sue promesse , 
che in' ogni suo affare adopera 1' inganno quanto la forza : sollevarsi in 
Lombardia uno scuro nembo contra di lui ; doversi intanto prendere 
ardire , e apparecchiarsi a resistere . 

Tali . 



DI P A D O V A . 209 

Tali, somiglianti furono i discorsi de' nostri ambasciadori per tener AN . ijiif 
fermo il Comune di Trivigi nelle sue promesse. Cane però non me- 
no accorto politico che buon guerriero dissimulò per qualche tempo la 
sua collera centra de' Trivigiani ; e ad ingannare i nostri fece sparger 
voce , la quale per fatalità fu creduta , d' essere costretto da gravi affa- 
ri di tornarsi a Verona . Ma nel giorno 25. di gennaio con tutte le 
sue genti si mosse da Monselice , e insieme con Ugocione marciò alla 
sprovveduta verso Pieve di Sacco. Trovò qualche resistenza nel pas- 
saggio del fiume , dove sintonia de' Zacchi virilmente combattendo ri- 
mase morto , e superato ogni intoppo corse vittorioso sino alle porte 
della Città , e mancò poco che non vi entrasse . Tutta la bella provin- 
cia di Sacco che confina col mare ricca di greggi e di armenti e opu- 
lentissima per l'antico suo commercio di lini, si assoggettò alle leggi 
del vincitore, e quelle ville, che tardarono ad ubbidire, furono arse e 
distrutte senza pietà . Piantò egli il suo campo a due miglia da Pado- 
va in un luogo detto Ponte di S. Niccolò; e di là inviava truppe ogni 
giorno a far prede alla disperata , o ad infestare i borghi stessi delia 
Città , e seguì che nel dì 28. di questo mese prese quello di S. Gio- 
vanni , e appiccatovi il fuoco abbruciò alcune centinaia di case , e pochi 
giorni appresso F altro di S. Giacomo , e quello di Pontecorbo . 

In tale stato erano le cose della nostra Città , la quale indarno si 
confidava negli aiuti stranieri , poiché a soccorso di essa non si vedeva 
comparire verun soldato; e i Bolognesi , che con cinquecento cavalli 
erano venuti sino alla Badia , trovando occupali i passi , non s innoì- 
trarono . Per lo contrario nuove genti arrivavano ad ingrossare F eser- 
cito dello Scaligero spedite da' Visconti di Milano , dal Duca di Ca- 
rintia , e da altri , sicché esso poteva contare sotto di se tre mille ca- 
valli , e quindici mille fanti . Non v' era più luogo a temporeggiare : i 
borghi presi , il nemico alle porte : dentro odj , discordie , timori , e 
varietà di consigli ; fuori sacco e sangue per tutto . Fu mestieri pensa- 
re alla pace: lì parlilo ostinato di Macaruffo si oppose con tutta la 
forza , ma dopo varie batoste prevalse quello de' Carraresi , che con ef- 
ficaci ragioni persuadettero il Senato di fare accordo . Scelti furono a 
maneggiarlo Enrico Scrovegno , Giacomo da Carrara , Rolando da 
Piazzola , e Giovanni da Vigonza ; e insieme con essi andarono ai 
campo il giorno decimo di febbraio gli ambasciadori di Venezia chie- 
ditori di pace al superbo nemico . 

Lunga e rumorosa è stata la trattazione , volendo imporre il vincito- 
re gravissime condizioni, e ricusando i nostri di ammetterle come trop- 
po onerose , ma in fine è stato giuocoforza accomodarsi alla meglio , 
e fare di necessità virtù . Al ritorno degli ambasciadori furono letti ì 
capitoli della pace nel Maggior Consiglio, dov' era il popolo radunato, 
perchè fossero ratificati . Macaruffo violentissimo oppositore procurò , 
quanto potè , di stornare F accordo , ed ogni civil termine trapassando 
suscitò tal commozione nel volgo , che corse tumultuoso alle case de' 
Parte III. D d trat- 



210 ANNALI DELLA CITTA 

Si 1318 imitatori , e Infra le altre incendiò e saccheggiò quelle di Enrico Scro- 
vcgno , e di JBelcaro giureconsulto ; e i Carraresi medesimi erano quel 
dì spacciati, se non accorrevano amici , clienti, e numerosi soldati alla 
loro difesa . Informato Io Svaligerò di tanto trambusto si avvicinò alle 
mura della Città in ordine di battaglia , minacciando di darvi 1' assalto , 
se i cittadini non accettavano prontamente i patti proposti . Valsero que- 
ste minaccie a far sì che la proposizione della pace mandata a partito 
nel Maggior Consiglio avesse favorevoli quasi tutti i suflragj . 

Allora, benché fosse notte, Giacomo co' suoi compagni si portò al 
campo , e ottenne dal Signor della Scala la ratificazione della non du- 
revole pace , alla quale non poco contribuirono colla loro mediazione i 
Veneziani Oratori. Con essa restò ceduta a Cangrandc , sua vita du- 
rante , la custodia di Monselice , della Torre presso Este , di Castelbal- 
do , e di Montagnana , riservata a' nostri la giurisdizione de' suddetti 
luoghi , e de' loro distretti . Fu accordato che Bassano dovesse rima- 
nere in pieno potere de' Padovani , e che i fuorusciti tornassero alla 
loro patria, riavessero i loro beni, e fossero capaci, siccome dianzi , di 
tutti gli onori . Lungo sarebbe tutti annoverarli , ma i principali furo- 
no Niccolò Conte di Lozzo , Marzio Forzate , Rinaldo e Gaboardo 
degli Scrovcgni , Traperso de' Dalesrnanini , Gregorio e Odorico da 
Poiana della schiatta medesima de' Paltanieri , e questi due non poca 
parte avuto avevano nel tradimento , per cui si perdette Monsélice . 
Fu dichiarato ancora nell' istrumento , che i Trivigiani non avrebbero 
mai dato ricovero a' fuorusciti di Verona , e a quelle famiglie princi- 
palmente , ch'erano state proscritte per l'uccisione di Mastino; al qua- 
le articolo non senza molta ripugnanza que' Repubblicani si sottoscris- 
sero , credendo che per esso il diritto delle genti fosse violalo. E in 
vero quanto osservanti fossero di diritto lo abbiamo dalla storia. Dopo 
la male ordita congiura Baiamente Ti epolo con alcuni de' suoi com- 
plici s' era ricoverato a Trivigi , e dispiacendo a' Veneziani di aver vi- 
cini coloro, che tentato avevano di sovvertire lo stato della Repubbli- 
ca , inviarono arnbasciadori a quel Comune , affinchè di là gli scaccias- 
se ; ma esso non esaudì le loro istanze , concioffossechè que' banditi era- 
no stati assicurati , né poteva la pubblica fede mancare . Se alle pre- 
ghiere d' una Repubblica amica , vicina e potente i Trivigiani allora 
non diedero orecchio , è da credere che il solo spavento abbia loro 
strappato F assenso alla condizione ostinatamente voluta dallo Scalige- 
ro , che con rabbioso animo perseguitava , dovunque fossero , quelle 
disgraziate famiglie . 

Conchiusa da Cane la pace con animo di violarla quando il destro 
gliene venisse , egli rivolse le armi in aiuto de' suoi amici di Lombar- 
dia , e rimise nella signoria di Cremona Ponzino de' Ponzo ni , e ten- 
tò di cacciar da Modena Francesco Pico della Mirandola, che col fa- 
vore de' Guelfi era stato proclamato Signore di quella città tolta a Pas- 
serino de' Monacossi , e perseguitava le famiglie del partito Ghibellino. 

Indi 



DI PADOVA. 211 

Indi con più utile avviso pose mano alle leggi , riordinando gli antichi AN . i 3 iS 
statuti , e compilando un codice di civili e criminali costituzioni diretto 
alla maggiore felicità del suo popolo , come può vedersi presso V ele- 
gante diligentissimo Storico di Verona il Signor Conte Alessandro 
Carli» Ma frattanto in Padova regnava torbida confusione; e Odorico 
Capitano del popolo nascosamente s'era fuggito, temendo di non po- 
tere stare a sindacato . Fu eletto in luogo di esso Obizzo degli Obiz- 
zi da Pisa , che non si tenne sicuro tra' continui tumulti , e per viltate 
rinunciò all' ufficio . I fuorusciti secondo gli articoli della pace erano 
ritornali in Città nel giorno di Pasqua : uomini inaspriti per lungo esi- 
lio , avidi di vendetta non è da maravigliarsi che scandali commettesse- 
ro e ammazzamenti . Levato rumore spogliarono alcune case de' loro 
nemici , e chi volle resistere fu messo a morte . L' accorto Macaruffo 
previde il colpo , e uscito di Padova prima che tanti Ghibellini tornas- 
sero audò a Ferrara , dove Furlana figlia di Benastrutto suo fratello 
era moglie di Rinaldo Marchese d' Este , piissima Principessa che edi- 
ficò un gran Chiostro nel Convento di S. Francesco in quella città , e 
morì nel 1062 , Gli altri Macarufjì e i loro aderenti presi da timore 
ancor essi fuggirono ; e sono ricordati dalla storia i Polafrisana , i 
Terradura , i Malizia , Giovanni da Camposanpiero , Corrado di 
Vigonza , Albertino Mussato, l'Abbate di S. Giustina suo fratello, 
ed altri che taccio per brevità . 

Ciascuno di per se può di leggieri imaginarsi qual fosse Io stato del- 
la nostra Città spoglia di tanti principali suoi cittadini , quali per pau- 
ra , e quali per cautela fuggiti altrove . Si vedeva rivoltata ogni cosa . 
"Vita in tutto contraria all' antica , costumi corrottissimi , i bei modi del 
cittadinesco vivere convertiti in ingiurie , in rapine , in vituperevoli ab- 
bominazioni ; sedizioni quotidiane e discordie , non più rispetto alle leg- 
gi , non amor dell'onesto, non il pubblico bene, ma l'interesse pri- 
vato solo movitore delle umane azioni , tutto facea presagire vicino il 
fine della Repubblica . Se ne avvidero i Trivigiani , e col mezzo di 
reiterate ambasciate procurarono di stirpare gli odj , e di ricondurre gli 
animi de' nostri alla necessaria concordia . Ma il male era tanto invec- 
chiato , che non ammetteva riinedj . Proseguirono le confusioni e i tu- 
multi finché fu chiamato a Podestà Giovanni Molino , il quale comin- 
ciò il suo reggimento nel mese di giugno , poiché , come detto abbia- 
mo , Obizzo Capitano del popolo sen' era andato . 

Io trovo in questo mese una sola cosa promossa da lui , che mi par 
degna di ricordanza . Il Monistero delle Monache di S. Pietro era 
benemerito delia patria , poiché durante la guerra avea mantenuto alcu- 
ni cavalli a sue spese . O sia che il Podestà abbia voluto in qualche 
guisa rimeritarle , o che esse abbiano di ciò supplicato il Governo, con 
un decreto del dì 3o. di giugno fu stabilito , che quel Monistero fosse 
ricevuto sotto la protezione e salvaguardia del nostro Comune , come 
s' è veduto essere stalo accordato al Monistero di Praglia . E in vero 

se 



212 ANNULLI BELLA CITTA* 

,n. i?j8 se alcun Monlstero si meritava quest' onore , quello di S. Pietro n' era 
degnissimo. Esso è forse il più antico Monistero di donne che abbia 
la nostra Città . Esisteva questa Badia sino dal nono secolo almeno , 
ed era abitata da' Monaci , siccome io credo , ed apparteneva al regio 
fìsco di Cesare . Da Lodovico pronipote di Carlo AL 1' ebbe in dono 
il nostro Vescovo Tuiigario ; imperciocché in que' tempi s' era intro- 
dotto P abuso di donare , vendere , o permutare le case religiose , come 
si fa delle pecore . Ci mancano i documenti per sapere che ne seguisse 
di poi . Egli è certo però che il nostro Vescovo Orso trovando il luo- 
go abbandonato per le incursioni barbariche vi piantò ri eli 1 anno 1026. 
un Collegio di Monache , e di beni stabili lo dotò . I Vescovi succes- 
sori Milone e Bellino accrebbero le sue rendite; Papi e Imperadori lo 
privilegiarono , e lo stesso Dominio Veneto , quando si credeva utile 
allo Stato la conservazione de' Luoghi pii , lo dichiarò esente da molli 
aggravj . La nostra Città poi esecutrice fedele dell' antico decreto jn 
tutte le liti , che il suddetto Monistero ebbe a sostenere ( e non furo- 
no poche ) per difendere le sue turbate giurisdizioni , si dimostrò sol- 
lecita a proteggerlo , inviando appostatamele Oratori al Trono del Prin- 
cipe . Godono queste Religiose da immemorabile tempo il titolo di 
Canonichesse , quantunque professino la Regola Benedettina * Fiorì sem- 
pre tra- esse la regolare osservanza , nò la nobiltà del sangue guastò in 
alcun tempo la monastica disciplina. 

Era già il mese di lùglio , e nessun riparo poteva trovarsi ai gravi 
mali , che affliggevano la nostra Città ; quando alcuni zelatori del ben 
pubblico si avvisarono che altro rimedio alla discordante patria, non et 
sarebbe che ridurre in uno tutta la podestà . Dicevano essi , doversi agli 
estremi mali estremi, rimedj ; essersi abbastanza provalo inutile 1' ufficia 
di Capitano del popolo; non potersi stirpare gli odj, e le cittadinesche 
discordie senza un' autorità superiore che le diradichi ; essere la presen- 
te libertà in tanta malignità d' umori peggiore d' ogni servitù ; non si- 
cure le sostanze , non le vite de' cittadini ; non secondo le leggi , ma 
secondo 1' arbitrio de' più potenti governarsi ogni cosa ; la Città nostra ,. 
dacché si cominciò a reggere da se y per le divisioni delle parti non 
avere mai conseguito di vivere lungamente tranquilla ; se si eleggesse un 
Capo della Repubblica , sarebbe agevole a condurre il bene del popolo 
senza seandoli e senza tumulti . In tal guisa discorrendo alcuni per la 
piazze e ne' cerchi , . il volgo vago naturalmente di novità , stanco di 
soffrire , e sollevato in grandi speranze si mostrò pronto a seguire il 
consiglio; e la maggior parte in cotal confusione riguardava tacitamen- 
te in Iacopo da Carrara come in quell' uomo che a tale uopo era il 
caso . Egli di nobiltà e di ricchezze era il primo , persona sincera e 
amatore del hen pubblico , splendido e liberale ; aveva cortesi maniere 
e destrezza d' ingegno , credito co'- grandi , nome colla plebe , ogni cosa 
da maggiore che da privato. Lui favorivano i Guelfi, come cittadino- 
di quei partito , lui i Ghibellini stati per sua opra ribenedetti ; lui se- 



DI P A D O V uè. . 2l3 

gretamente spalleggiavano i Veneziani aggregato al loro Consiglio , e~^ N . 13i 8 
marito di Anna figlia del Doge Piero Gradenigo ; né lo Scaligero, 
secondo alcuni , vi dissentiva . L' opposizione potea venire dai Macaruffi 
emuli del Carrarese , ma questi co' loro seguaci s' erano allontanati 
dalla Città. 

Così disposte le cose il dì 25. di luglio , dì dedicato a S. Iacopo 
Apostolo, fu convocato il Maggior Consiglio, e l'eloquente Rolando 
Piazzola giudice degli Anziani agevolmente persuadette i Cittadini che 
proclamassero ad una voce Iacopo da Carrara Capitano generale di 
Padova , e del suo distretto . Quanto mutabili sono gì' ingegni e le vo- 
glie degli uomini l Rolando fu quel medesimo che pochi anni innanzi 
appassionalo difensore della libertà avea sostenuto centra il Mussato , 
che si dovesse antiporre la morte alla servitù , e levar la Città dall'ub- 
bidienza di Arrigo VII . Ma forse ora dopo tante rovine seguite , 
cambiate essendo le circostanze , credette utile e prudente avviso acco- 
modarsi alla fortuna de' tempi . Con decreto onorevolissimo fu conce- 
duta a Iacopo piena giurisdizione , e trasferita in lui tutta l' autorità 
del Comune con facoltà di fare nuovi statuti, e di abolire, o riforma- 
re, o interpretare i già fatti. Fu insieme stabilito, che il Podestà , gli 
Anziani , i Gastaldi delle arti , e tutti gli uffìziali così civili che mili- 
tari debbano dipendere da lui , e a lui giurare ubbidienza . Che gli An- 
ziani eleggano tostamente otto Sapienti , ai quali si aspetti ordinare tut- 
tociò che riguarda l'ufficio di lui, il suo salario, e la famiglia, avver- 
tendo però sempre di accrescere il potere e la giurisdizione di lui, non 
già di scemarla in veruna parte . Letto il decreto , e accettata da Ia- 
copo la dignità tra gli applausi di tutto il popolo, che istantemente lo 
avea pregato , ci giurò sopra il Vangelio di esercitare il suo ufficio se- 
condo la forma del suddetto statuto , e secondo le provvisioni da farsi 
per otto sapienti , e di governare , proteggere , difendere e conservare 
la Città col suo distretto in uno stato quieto e pacifico . Appresso il 
giuramento Palando a nome del popolo gli diede nelle mani il vessillo 
del Comune, e lo investì del Capitanato. 

Non dispiaccia ora a ehi legge eh' io registri i nomi degli otto Savj , 
e gli ordinamenti che fecero concordemente . Eletti furono dagli Anzia- 
ni Belcaro , e Manfredo de' Manfredi ambidue dottori di leggi , Pao- 
lo da Teolo , Iacopo degli Aharoti , Antonio Lio , Pietro Campa- 
gnola , Schinella Dotto , e Domenico degli Agrapati tutti e sei del 
Collegio de' Giudici . Decretarono essi che il novello Capitano generale 
debba proteggere ed onorare i cittadini pacifici , e ubbidienti alle leggi , 
punire i sediziosi e malvagj , mantenere P abbondanza de' viveri ; pro- 
teggere e favoreggiare il pubblico Studio, e accarezzare come suoi figli 
gli scolari ed i professori; che a lui appartenga la scelta del Podestà, 
chiamando a tale importante ufficio uomini probi e sperimentati ; a lui 
P elezione degli Anziani , dei Gastaldi dell' arti , e di ogni maniera di 
ufficiali tanto nella Città quanto nelle Terre ad essa soggette ► Che tut- 
ti 



214 ANNALI DELLA CITTA* 

Aw. 1318 ti gl> esattori « ricevitori de' denari del Comune , che per qualunque 
modo entrassero nella pubblica Cassa , sieno tenuti di renderne conto a 
fui . Che non si possa senza sua licenza radunare il Consiglio ; eh' egli 
abbia ad abitare nel palazzo del Comune , o in qualche onorevole casa 
non guari discosto; abbia giudici, servitori, berrovieri e soldati per cu* 
stodia della sua persona , e onore della sua famiglia , da esser pagati 
dal Comune ; dodici mille lire annualmente di suo appannaggio ; buon 
numero di Soldati a piedi e a cavallo per dilesa dello Stato ; e solleci- 
ta cura che le fortezze sieno ben provvedute ; finalmente che invigili 
attentamente , e punisca i trasgressori di questi provvedimenti , e i mac- 
chinatori di ree novità. E tutte queste cose Iacopo giurò di osservare » 

Grandi feste ed allegrezze furono fatte per tale elezione ; e' fu sta- 
bilito che ogni anno nel dì 24. di luglio in memoria di sì fausto av- 
venimento si corresse un palio di velluto di grana per la solita strada 
di Pontecorbo , la quale solamente in questo secolo si disusò , traspor- 
tate essendosi al Prato della Valle le corse de' barberi . Iacopo dopo 
la sua esaltazione andò ad abitare nelle case de' suoi nipoti figliuoli di 
Iacopino Pappafava da Carrara , che sono nella contrada del Bo , 
possedute anche oggi dalla suddetta famiglia, e cominciò ad eseguire 
quanto àvea giurato di fare . Ma di ciò che principiando egli fece par- 
lerò poi , Se vorrà Iddio concedermi vita . Intanto avrò compilata la 
storia della nostra Città da quel primo tempo che divenuta libera per 
la morte di Ezzelino ricadde volontaria nella servitù ; e si assoggettò , 
come tante altre città d' Italia , alla dominazione di un solo . Corre non 
pertanto un divario grande tra Padova , ed altre Comunità Italiane , che 
dove in alcutìc di esse qualche potente cittadino giunse a signoreggiare 
per forza d' armi, nella nostra il Carrarese ascese al principato chiama- 
tovi dal consenso del popolo , onde fu legittimo il suo dominio ; e do- 
ve persone oscure e di bassa nazione di qualche città ebbero la signo- 
ria , Iacopo era uscito di nobile antichissima stirpe , come per compi- 
mento di questa parte di storia brevemente dirò . 

L' origine di questa già regnante famiglia è nascosta nel buio de' se- 
eoli . Verso il fine del principato Carrarese due letterati uomini si ac- 
cinsero a rintracciarla , Pietropaoto Vergerlo , e Giovanni da Raven- 
na primo Cancelliere di Francesco Novello : ma questi senza provarle 
dice cose che mi sanno di favola , com' è favolosa la vantata origine di 
altre nostre famiglie ; quegli dopo avere riferite le varie opinioni , che 
a' Suoi giorni correvano , lascia libero ai leggitori di credere ciò che 
meglio lór pare . Questa varietà di pareri sino da que' tempi , e que- 
sta incertezza non è leggieri indizio della rimbta antichità di cotale 
schiatta . L' eruditissimo e nobilissimo Autore della Dissertazióne sopra 
la Casa da Carrara comincia da Litolfo figliuolo di GoYnbettè , che 
nell'anno 1027. fondò e dotò il Monistero di S. Stefano nella villa di 
Carrara , provveduto di nuove rendite da' suoi successori , che perciò 
n' ebbero il giuspatronaté , confermato ad essi con diplomi imperiali . 

Se 



JD 2 PADOVA. 21 5 

Se le prime non dubbiose notizie di questo illustre casato cominciasse- ^N.ijtS 
ro dal 1027. noi avremmo un' amichila , di cui poche famiglie ci ha 
che gloriare si possano . Ma io ho pubblicato una carta , la quale ci 
scopre un altro ascendente di Ldtolfo , cioè Gomberto avolo suo . 

Neil' anno 970. Ignelinda nobile donzella abitante nel castello di 
Agna , e professatrice della legge de^ Longobardi dopa per rimedio dell' 
anima sua e del quondam Liutefre&o suo padre alcune case e terre di 
sua ragione poste nella villa di Tribano alla Scuola de' Sacerdoti di Pa- 
dova , de' quali era arciprete Martino , che così allora chiamavasi il Ca- 
pitolo de' Canonici . Interviene ali' atto della donazione Erizo di lei tu- 
tore , che giusta la legge Longobarda doveva essere uno de' più stretti 
parenti : e si sottoscrivono come testimonj Gumberto quondam Gum- 
berto , e Milone chiamato Traila ambidue viventi secondo la suddetta 
legge . Ora Litolfo fondatore del Monistero di Carrara si chiama figlio 
di Gomberto , e in quel medesimo secolo si trovano nominati Erizo 
da Carrara , e Milone da Carrara . E poi certissimo che i Carraresi 
professavano la legge Longobarda , come potrei dimostrare con vecchie 
carte ; ciò non prova però che traessero 1' origine da quella nazione ; 
imperciocché anche i Conti di Padova , e di Vicenza discendenti dai 
Dogi Candiani di Venezia ne' loro contratti seguivano la stessa legge, 
E fu di questo avviso il T^ergerio medesimo , che de' Carraresi lasciò 
scritto : narri quod se legibus professi sunt vivere Longobardorum , 
/orlasse non stirpis originem declarat , sed favorem susceptarum par- 
tium , et contrahendi morem . 

Si aggiunga che il castello di Agna, dove la donazione fu stipulata , 
apparteneva alla famiglia da Carrara , ed è celebre nelle nostre storie il 
seguente fatto. Nell'anno 1240. essendo Ezzelino in Verona Tibaldo 
Francesco Pugliese Podestà di Padova uscì segretamente colla milizia 
verso sera della Città , e camminando tutta la notte giunse la mattina 
per tempo ad Agna , eh' era stala fortificata da alcuni esuli Padovani . 
Iacopo da Carrara padrone del Luogo si difese valorosamente co' suoi , 
ma oppresso dalla moltitudine restò prigioniero . Le donne Carraresi , 
per fuggire il pericolo , entrate in una barchetta colle cose loro più 
preziose si sommersero sgraziatamente in un lago posto dietro il ca- 
stello, che fu chiamato per lungo tempo il Lago delle donne. Né ci 
sia chi nieghi fede a tal fatto, non vedendosi oggi vestigio alcuno dì 
lago . Imperciocché que' terreni , che ora sono campagne fruttifere , e 
in gran parte dei Pappa/ava, erano in quel tempo coperti d'acquane 
più né meno che si fossero nel distretto di Monseiice quelle valli, che 
sino all' età de' nostri avoli somministravano ottimo pesce alla nostra 
Città, e si chiamavano il Lago di Pozzonovo . Tanto ora per l'indu- 
stria degli uomini è cambiata la superfìcie de' luoghi . Tutte queste cir- 
costanze pertanto ci conducono a credere che Gomberto padre di Li- 
tolfo , il quale fu tenuto sinora il primo stipite di questa Casa , fosse 

figlio 



2l6 ANNALI DELLA CITT^L 

Àw. 1318 figlio di un altro Gomberto , e che si debba ripetere da più alti prin- 
cipj , che non s' è fatto , 1' origine de' Carraresi . Coli' antichità della 
_stirpe in questa principesca famiglia va del pari la nobiltà , ed io in- 
viando i miei lettori alla citala Dissertazione nella quale ne troveranno 
luminosissime prove , noterò solamente , che per Taddea figliuola di 
Iacopo il Grande, moglie di Mastino della Scala, e madre di Bea- 
trice detta Regina maritata con Bernabò Visconti, da cui nacque 
Verde consorte di Leopoldo d' Austria , il sangue Carrarese s' ò dira- 
mato ne' principali Sovrani d' Europa . 



N E